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lavoro pubblicato mercoledì 7 settembre 2016
ultima lettura giovedì 11 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

In bicicletta tra due continenti

di ViaggiatorePazzo. Letto 411 volte. Dallo scaffale Viaggi

Viaggio in bici in solitaria dal Marocco alla Spagna, attraversando le montagne del Rif e le piantagioni di girasole andaluse.

Giorno 1-2
Fes.
Città antichissima ricca di storia. 2milioni di persone, molte delle quali vivono in condizione di povertà estrema. La sua Medina è una delle più grandi del mondo, un labirinto in cui è impossibile non perdersi. Donna col velo celeste, asino, carretto spinto in salita, capra che attraversa la strada, bambino che sorride, ragazza in minigonna, uomo coi sandali gialli, richiamo alla preghiera sparato a tutto volume, quadro del re nella macelleria, puzza di menta e di piscio, vento caldo del Sahara.
Arrivederci Fes
Giorno 3
Partito da Fes arrivato a Meknes, percorsi 70 km di strada asfaltata e ben tenuta. Tutti i contadini che ho incontrato mi hanno salutato e sorriso, non so perché, forse conoscendo meglio di tutti la fatica avevano rispetto per uno in bicicletta al sole con 39gradi sulla testa, o forse più sicuro mi prendevano per scemo. Ho mangiato finalmente i primi fichi della stagione, li ho presi da un ragazzino con la maglia di Ronaldinho, non dolcissimi ma neanche male! Meknes mi ha sorpreso. Curata, ben tenuta, sicura di se, come una signora di una certa età che sa di essere ancora attraente agli occhi di un ragazzo giovane. Ho cenato affianco a due uomini che venivano dal deserto, mi hanno detto che erano in città per fare acquisti. Dicono che lo sguardo di chi abita il deserto sia uno sguardo profondissimo, ammaliante. Questo perché vivere nel deserto ti costringe a rivolgere il tuo sguardo perennemente verso obiettivi lontani, verso l’orizzonte, nel deserto lo sguardo non incontra ostacoli.
Giorno4
Meknes
Cose imparate oggi: un ragazzino di 12 anni di nome Ibrahim conosce l'inglese il francese lo spagnolo l'italiano e ti mette in imbarazzo, i tatuaggi all'henné delle donne sono belli e portano bene, nei bar quelli "tosti" entrano solo uomini e alcuni si tengono per mano, non sentirsi alla moda solo perché si è italiani, le olive marocchine sono buonissime, uno con la barba che ti tocca non vuole rapinarti ma dirti che hai perso 20 dirham dalla tasca, "italiano, chi va piano va sano e va lontano, chi va forte va incontro alla morte" non mi piacciono i proverbi, capire che il vero coraggio non è buttarsi con un paracadute ma attraversare la piazza principale di Meknes in tacchi a spillo e minigonna fregandosene di tutto, rassegnarsi al fatto che i giovani non conoscono più Del Piero.
Giorno 5
Parto di buon ora da Meknes destinazione Moulay Idriss, percorsi 30km belli intensi, con gli ultimi 10 di una pendenza da farmi scricchiolare le ginocchia. Il paesaggio cambia decisamente, le sconfinate piane desertiche lasciano spazio a campi coltivati e piantagioni di ulivi, un ambiente che mi sembra più familiare. Esagero a salutare tutti con il mio "salam aleikum" e giustamente uno mi guarda con il tipico sguardo arabo di chi pensa "cazzu oi". Città santa, sino al 2005 vietata ai non musulmani, proprio per questo ero curioso di andarci. Le persone incontrate non mi sono sembrate ostili per niente, anzi, probabilmente neanche loro condividevano questo divieto. Uno però resiste sempre, come dappertutto in Marocco, il divieto di entrare in Moschea. Devo dire che questa cosa mi fa incazzare parecchio. Perché io non posso entrare? Allora preso coraggio passeggio avanti e indietro al cartello "interdit le entrée à non musulmans" sfidando gli sguardi degli anziani. Poi ad un bambino è scoppiato un palloncino e sono andato a passeggiare da un'altra parte. Sono sempre più convinto che le cose buone nascano dall'incontro e non dalla divisione, le persone si incontrano e si parlano negli incroci non nei rettilinei. Finisco la serata guardando un tipo con gli occhiali da sole che fa la verticale davanti agli obiettivi dei telefonini.
Giorno 6
Non potevo capitare a Moulay Idriss in un giorno migliore, festa del paese. Processioni, musica e palloncini per onorare la tomba custodita qui nella moschea di Idriss I, portatore della religione musulmana in tutta la regione, così mi dicono. La cosa più strana di tutte è partecipare ad una festa senza vedere in giro neanche una birra. Cose fatte oggi: colazione con te alla menta e uovo sodo, bestemmiato Allah per una cingomma attaccata allo zainetto, passato qualche ora seduto nel tavolino di un bar a chiacchierare con un ragazzo di Fes di nome Oussama di svariati argomenti, dal terrorismo al calcio, cercando di migliorare il mio scarso francese, bevuto 5 litri d'acqua, cantato "bella" a due bambini che incuriositi dal mio aspetto da turista volevano sentire una canzone italiana, conosciuto un signore che ha vissuto ad Alessandria per 7 anni, ora è tornato a casa e ha aperto una palestra, visti tanti troppi volti di donne coperte, e questa cosa non riuscirò mai a capirla.
Giorno 7
Percorsi 107 km di strada bella tosta che collega Moulay Idriss a Teoutan. Mi sono fermato a Ouazzane. Ho trovato una stanza al Motel Rif, sembra proprio uno di quei motel che si vedono nei film americani, con i tipi loschi che vanno e vengono e le bruciature di sigaretta nei tappetini. Ha il suo fascino. Oggi per la prima volta lontano dalle città mi sono sentito in Africa, intendo nel mio concetto personale di Africa. Anche se mitigata dall'influenza del Mediterraneo, che non è molto lontano, questa Terra ad ogni curva ti ricorda che qui la Natura la fa da padrona, e con la Natura non si scherza, bisogna portarle rispetto. Una volta ho letto che la terra africana è rossa per i tanti morti che ha avuto nel corso del tempo, a me piace pensare invece che il rosso sia il sangue della vita che questo continente straordinario ha dato a tutta l'umanità.
Giorno 8
Oggi tappone di montagna! 79 km tra le montagne del Rif, regione famosa per essere una delle maggiori produttrici di hascisc del mondo (il regime marocchino chiude un occhio su questo). Se non fosse per qualche minareto e le vecchie Mercedes adibite a taxi collettivi, sembrerebbe di essere nelle Ande cilene, anche se non ci sono mai stato. Donne con cappelli colorati lavorano i campi a dorso di mulo, boschi di conifere, tornanti e discese mozzafiato. Ho mangiato finalmente un tajine buonissimo. Mi ha attirato questa casetta sulla strada e mi sono fermato. Un signore orgoglioso mi ha spiegato che era tutto di sua produzione; lui coltivava e si occupava degli animali, la moglie cucinava. Mi ha detto di avere 10 figli. Mi ha stretto la mano in maniera calorosa e mi ha invitato a tornare con tutta la mia famiglia. Mi ha ricordato mio nonno.
Giorno 9
Oggi non si pedala. Giornata dedicata alla visita di Chefchaouen. Appena esco dal mio riad di campagna tutto quello visto sino ad ora viene quasi completamente cancellato. L'influenza andalusa qui è evidente. Tutto ricorda la Spagna, i vicoli acciottolati, i tetti con le tegole rosse, i menù dei ristoranti, i nomi delle vie, persino i visi delle persone mi sembrano più latine. Qui le donne anche quelle con un fazzoletto che gli copre i capelli ti guardano dritto negli occhi e le coppie di fidanzati si tengono per mano, questo mi piace. L'atmosfera è vagamente hippy, le case sono dipinte di blu e anche il richiamo alla preghiera del muezzin sembra abbia un tono più rilassato. I ragazzi appoggiati ai muretti vedendomi con la barba e gli orecchini mi chiedono cosa sono venuto a fare se non fumo la loro erba. I negozi di souvenir uguali a tutti i negozi di souvenir mi ricordano che l'industria principale è il turismo. Per pochi dirham puoi anche comprare i capelli con i ponpon colorati che avevo visto alle donne nei campi, chissà cosa ne pensano. Ho incontrato una giovane coppia di Firenze che innamorata del posto è qui da 4 mesi e pensa di aprire un riad. Mi spiegavano parecchio soddisfatti che questo è uno dei pochi posti dove non ci sono italiani e quindi si sta bene. Devo dire che questo fatto di disprezzarci a vicenda è una cosa tipica nostra, lo faccio spesso anch'io. Ho assistito ad un funerale, triste come tutti i funerali. Una signora sulla cinquantina dall'aspetto americano un po sovrappeso con le guance arrossate dal sole ha scattato una foto alla bara.
Giorno 10
Maglietta tecnica lasciata asciugare al sole più o meno pulita, colazione abbondante, riti scaramantici alla Valentino Rossi e si va, destinazione Tetouan, previsione 67km. Discesone da aggrapparsi ai freni sperando facciano il loro dovere mi lascio alle spalle Chefchaouen, cittadina dove come sindaco avrei visto bene Jimi Hendrix. Il mio sorrisino mattutino però viene messo alla prova dopo pochi chilometri. Strada stretta e soprattutto traffico. Lo sapevo. Questa è la strada che arriva dritta dritta a Tangeri e al suo nuovissimo mega porto di Tangeri Med. I camion stracarichi di qualsiasi cosa che andrà a finire in Europa si mischiano alle macchine di grossa cilindrata e ai motorini suonando il clacson e sfiorandomi il ginocchio ad ogni sorpasso. Questa è gente che viene da tutta l'Africa. Dal Mali dal Senegal dall'Angola dal Ciad dal Ruanda dalla Namibia dalla Nigeria dal Mozambico, lasciando la famiglia a casa e facendo un lavoro durissimo, io questo lo capisco. Non per questo però devi rompere i coglioni a me che vengo da San Pasquale con una bicicletta e qualche camera d'aria di scorta. Attraverso villaggi che non esistono sulla cartina con solo 3 attività: bar, meccanico e gommista! Con la coda dell'occhio riesco ancora a vedere le cime più alte del Rif che se ne stanno lì incappucciate come le signore di queste zone a godersi la scena. Tetouan mi accoglie con un vento deciso, familiare, viene dal mare, è lo stesso che fa sbattere la finestra di camera mia, lo riconosco. È talmente forte che per alcuni tratti mi costringe a scendere dalla bici e a spingerla a mano. Vedo una chiesa ma è chiusa. Il ragazzo che fa i panini si porta la mano sul petto dicendo: "a moment please" stende un tappetino e prega Allah davanti ad una cassa di coca cola, facendo aspettare qualche minuto me e una ragazza assonnata con l'auricolare. Poi fa un panino piccantissimo.
Giorno 11
Peccato aver avuto poco tempo per visitare Tetouan, da quello che ho visto mi è sembrata davvero una bella città. Vivace, colorata, con l'antico e il moderno che vanno a braccetto in una giusta maniera. Magari mi sbaglio. 60 km mi separano dalla meta di oggi, Tangeri! La strada scorre liscia senza troppi sali scendi, solo le radici di pino che spaccano l'asfalto mi fanno sobbalzare un paio di volte. Mi sento bene. Il caldo qui è più accettabile. Ho più tempo per pensare. Penso a come fa il pane marocchino a essere così buono visto come viene trattato da tutti, ma che comunque la cucina italiana non si batte, non esiste nel mondo! Penso a mia zia e al fatto che non l'ho salutata prima di partire. Un ragazzo a lato della strada mi vuole vendere delle cipolle e io gli spiego che non è il caso di portarmele dietro con la bici. Penso alla vita che fanno questi ragazzi che vendono cipolle sulle carriole a lato della strada. Ogni tanto penso pure che me ne potevo stare bello spaparanzato a casa o al mare. Che bello viaggiare. L'Italia dovrebbe essere una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sul viaggio. Compro un quotidiano scritto in arabo con il faccione del re in prima pagina. È un souvenir che mi piace portarmi a casa. Mi ricorda che ero lì in quel giorno. Poi mi piace farlo vedere a mio babbo. Metto la camicia stropicciata per la gran serata e brindo al mio arrivo a Tangeri con te alla menta al Gran Cafè Paris, uno di quei posti che hanno le grandi città, dove i camerieri hanno il gilet nero un po scolorito, le poltrone sono comode e le persone di una certa età vanno per darsi un tono. Approfitto dell'atmosfera e anch'io cerco di darmi il mio. Mi do quello di gran viaggiatore, con il mio cappellino di velluto poco estivo e le gambe orgogliosamente bruciate dal sole. Ma il signore accanto a me neanche mi guarda, intento com'è a guardare un film in bianco e nero sul telefonino.
Giorno 12
Oggi ho incontrato il ragazzo di Fes che avevo conosciuto a Moulay Idriss, che coincidenza strana, aspettavamo tutti e due di attraversare la strada in un incrocio parecchio trafficato del lungomare, nella parte nuova della città, dove svettano i palazzi dei grandi alberghi. Ci siamo abbracciati. Qui puoi pagare indifferentemente in euro dollari o dirham. Tangeri è una città di frontiera. Mi piacciono le città di frontiera, mi affascinano. Tipo quelle donne che si innamorano di uno anche se sanno già in partenza che le farà soffrire. Tangeri non è bella è affascinante. I ragazzi della Medina hanno il taglio di capelli come i giocatori di calcio e lo sguardo più incazzato di quelli visti in altre città. Non dev'essere facile vivere qui. Ho mostrato il mio passaporto italiano alla dogana e la signora mi ha fatto il biglietto della nave per Tarifa senza neanche guardarmi, mi sento fortunato per questo! Domani si parte. L'idea di attraversare lo stretto di Gibilterra mi mette addosso parecchia adrenalina. Sembra impossibile pensare che una striscia di mare così breve divida due mondi così diversi. Saluto L'Africa e il Marocco. Ma non è tempo di bilanci. Ho voglia di continuare, di visitare l'Andalusia, di sentire parlare lo spagnolo che ha un suono bellissimo. E poi non riuscirei a dare un giudizio, come si fa, il mondo è un casino. Quello che è stato per me probabilmente è diverso da quello che è stato per la signora che ho vicino con le caviglie gonfie e il cappellino del tour operator, o per la coppia di fidanzatini che arriva dal Giappone e si è fatta 12ore di volo. Se qualcuno dovesse chiedermi, com'è il Marocco? Gli risponderei vai, fai un biglietto e parti, senza pregiudizi, guarda le cose con la curiosità di un bambino, perché io non te lo so dire! Shukran Marocco, magari inshallah e li carabineri un giorno ci rincontreremo.
Giorno 13
I timbri dei passaporti sono tra le cose più belle che esistano. Sono come i tatuaggi, rimangono per sempre. Un giorno ho visto uno che aveva due passaporti, uno pinzato sull'altro perché nel primo aveva finito le pagine. La notizia del terremoto mi ha messo addosso parecchia tristezza. Stamattina ho poca voglia di sorridere ai bambini che mi vogliono vendere i fazzolettini al porto. Cerco di legare al meglio la bici ad un palo del garage della nave sperando non cada durante l'attraversata, sembra ci sia un po di vento. Gli assistenti di bordo distribuiscono sacchetti neri a tutti, non capisco! Si va. Davanti a me una nuova avventura e si chiama Andalusia, non vedo l'ora! In questo momento però tutti gli sforzi sono concentrati a tenere alta la bandiera di maschio coraggioso davanti a tutti i pericoli e soprattutto davanti al genere femminile, ma la ragazza davanti a me impassibile mi guarda e sorride, credo che mi abbia scoperto. Vento. Le onde bianche sbattono sui vetri e i bambini piangono, qualche temerario cerca di alzarsi ma si rimette subito seduto, insomma un clima generale non proprio da festa di compleanno. Ho capito l'utilità dei sacchetti neri. La bici sembra abbia resistito meglio di me. Si parte. Un po sballottato ma si parte. La prima parola che imparo in spagnolo è viento. Me lo dice la poliziotta della dogana. Ho impiegato quasi 4 ore per fare 25km. Viento. Mi sento come Don Chisciotte, un finto cavaliere errante che combatte contro i mulini a vento, o pale eoliche in questo caso. È dura ma che spettacolo! Vedo dall'alto della strada l'Oceano che incanalandosi in questo minuscolo stretto si scontra con il Mediterraneo creando queste correnti pazzesche. A Tarifa per dire puoi decidere se fare il bagno in uno nell'altro mare. Non oggi però. Chiedo informazioni a tutti solo per sentire l'accento di queste parti. Stasera esagero, sei tipi di tapas e cerveza ghiacciata, quando ci vuole ci vuole. Tornando al mio albergo nonostante non siano le 3 del mattino mi rendo conto che la signora anziana che mi cammina davanti continua a girarsi e a tenersi la borsetta. Non devo avere proprio un bell'aspetto.
Giorno 14
Ieri sera sono andato a letto con un forte dubbio: scegliere la strada principale, più facile da seguire nella cartina ma con il rischio traffico e poco panorama, o andare per strade secondarie, con il rischio di perdermi, ma sicuramente più adatte alla bici. Stamattina ho la bandana rossa legata in fronte come quella che mettevo sempre al campetto per far colpo con le ragazzine, che adesso però fa molto anni novanta, e mi sento fortunato. Vada per la seconda. Buena suerte a me! Sbaglio strada un paio di volte e devo tornare indietro per qualche chilometro ma alla fine devo dire che la fortuna è stata dalla mia parte. Il tempo è buono per pedalare. Attraverso paesi che altrimenti non avrei mai visto. Hanno nomi mitici tipo Los Barrios, Puerto de Valdespera, El Juator, con i bar in stile saloon e le madonnine nelle piazzette. Le fattorie sono enormi, non riesco a contare i capi di bestiame. Qui allevano anche i tori che poi vanno a finire nelle corride. I campi dell'Andalusia hanno il colore del sole quando tramonta. Alla fine i chilometri sono 80. Medina Sindonia è un paese bianco. Tutto è dipinto di bianco. I nomi delle vie sono scritti sulle piastrelle di ceramica, le inferriate in ferro battuto alle finestre hanno dei disegni parecchio elaborati e tutto ricorda lo stile che i colonizzatori spagnoli hanno esportato in Sudamerica. Probabilmente Marquez pensava a questa cittadina quando ha scritto cent'anni di solitudine. I vecchietti seduti nelle panchine della piazza mi guardano e borbottano tra di loro, si chiederanno di chi sia figlio. Mi piace Medina Sidona, o probabilmente solo Medina, come leggevo nei cartelli. Devo dire che il mio albergo di stasera è parecchio esagerato, con la scrivania di legno lucido, il posacenere d'argento, le testiere del letto molto alte e i mignon di alcolici nel frigo bar, gli stessi che teneva mia nonna nella vetrinetta del soggiorno. Adesso mi metto la vestaglia di seta chiamo la reception e gli dico di elencarmi i tipi di sigari che hanno a disposizione. Appena va via la macchina sotto la finestra che spara a tutto volume un rap spagnolo e mi rovina parecchio l'atmosfera.
Giorno 15
Devo dire che le salite mi piacciono. Mi piace sentire il cuore che pompa sangue alle gambe e il sudore salato che cade dalla fronte. E poi senza salita non ti gusteresti a pieno quell'arietta che ti entra nella maglietta bagnata quando becchi una discesa. La fatica è una bella cosa. La mia meta giornaliera si chiama Arcos de la Frontera e dista 40km. L'Andalusia è piena di pale eoliche. Ne ho visto decine se non centinaia spuntare fuori dal terreno. È vero il panorama perde romanticismo, ma alla fine pensandoci non sono poi così male. Tutte in fila, con i loro tre bracci enormi, creano un bell'effetto, danno quel tocco in più al quadro generale che lo rende diverso. Un po' come quando alla Gioconda gli disegnano una sigaretta in bocca o gli tagliano i capelli. All'inizio ti fa incazzare, ma alla fine diventa più rock e non è così male. E poi se servono al loro scopo ben vengano! Arcos de la Frontera si trova su un promontorio parecchio alto quindi, bandana tolta via tipo Pantani al Tour e scatto a 5-6 chilometri all'ora per arrivare al traguardo. Non so come sono in classifica ma la tappa l'ho terminata. Le persone che incontro mi sembrano contente di dare indicazioni ad uno in bicicletta. Alla fine mi salutano con una pacca sulla spalla. A me piace dire todo adelante, è la mia parola preferita, mi piace il suono che fa. Mi ricorda i discorsi di Fidel Castro a L'Avana che ogni tanto guardo su youtube. A prescindere da quello che dice è bello sentire il suono delle parole. Uscendo dalla mia casa rural, come la chiamano qui, il signore che lavora al bar-ristorante mi blocca e mi dice: esta noche fiesta! Con lo sguardo fiero mi spiega che la festa consiste in uno spettacolo di flamenco, una tradizione molto sentita in paese e che ogni anno da 40anni viene organizzata proprio qui, nella Plaza del Cananeo. Fantastico penso. Il flamenco è emozionante. Lo ringrazio e ci diamo appuntamento a più tardi. Andando via noto che da dietro al bancone spunta un grosso boccione di vino rosso. Con un gesto di esperienza il signore dallo sguardo fiero se ne versa una quantità generosa in un bel bicchiere di vetro.E fiesta sia!
Giorno 16
Ho mangiato del prosciutto buonissimo in un locale che invece non era un granché. Se avessi avuto un panino di quelli che ho mangiato in Marocco e 2-3 melanzane ripiene e fritte che fa mia zia sarebbe stato un pranzo memorabile. Le melanzane ripiene e fritte di mia zia sono la cosa più buona che esista, e non accetto critiche neanche da Carlo Cracco in persona. Mi sembra che qui abbiano un bel modo di intendere il turismo. Sincero, onesto. Quando chi ospita mantiene intatta la propria identità per me è sintomo di intelligenza. Io da turista lo apprezzo. Ho girato tutto il pomeriggio in questa sonnolenta cittadina tutta bianca, che complice il caldo e la domenica era praticamente deserta. Sentivo dalle porte delle case lasciate aperte per far entrare un po d'aria le chiacchiere delle famiglie e i rumori che le posate fanno sui piatti e cercavo di immaginare la loro vita. Avrei voluto suonare e farmi offrire un caffè. Ci sono delle cose che proprio stonano in certi contesti, lo noti subito che non c'entrano niente. Ad Arcos de la Frontera sono le macchine. Si ostinano a cercare di passare in vicoli che tutto si immaginavano nella loro storia tranne di far passare queste cose con il motore. Il centro è una fortezza. È una Medina araba con la melodia delle campane. Ieri sera sono andato a letto con ancora il suono degli olè nelle orecchie e l'odore di lacca per capelli usata da signore che si vede che la vita la conoscono bene. Il flamenco è struggente. È stata un'esperienza. L'Andalusia è la terra dei gitani. Perseguitati da tutti i governi della storia per questo fatto di non volere una residenza fissa qui si sono trovati bene e si sono integrati perfettamente. È un bell'esempio. Stasera niente fiesta, domani si riparte. Ritiro spirituale. Bustina di sali minerali e telenovelas spagnola al canal sierra, a quanto ho capito la dottoressa sembra si sia innamorata di un paziente.
Giorno 17
Gomme belle gonfie, caschetto allacciato e si parte. Destinazione Siviglia, capitale dell'Andalusia. Previsione 100km. Ho scoperto che i migliori a cui chiedere informazioni sono gli spazzini. Conoscono bene le strade, sono di poche parole ma gentili e arrivano subito al punto! Il percorso non è molto impegnativo, le pendenze sono minime, si va. Al mio passo ma si va. Solo un po di traffico mi crea qualche difficoltà. Devo dire però che gli automobilisti spagnoli sino ad ora hanno avuto molto rispetto per uno in bicicletta. Alcune volte per non rischiare di stringermi troppo al guardrail si mettono in coda e aspettano che finisca la curva prima di sorpassare. Poi ci sono parecchi cartelli che gli ricordano di stare attenti. Recuerde dicono. Oggi pensavo al fatto che se volessi continuare a pedalare potrei arrivare sino in Giappone. A parte mostrare il mio passaporto color marroncino con la scritta Repubblica Italiana a qualche doganiere annoiato e fare un paio di visti non credo avrei nessun altro problema. Se un ragazzo 31enne nord coreano o siriano avesse una bicicletta, due borse e la mia stessa idea dubito riesca a metterla in pratica come me. Non è un fatto economico, si chiama Libertà. La Libertà di poter scegliere. Mi sento fortunato per questo. Ecco, i cartelli di oggi mi ricordavano questo. Ricordarsi di avere la fortuna di essere Liberi.
Giorno 18
A Siviglia c'è l'aria calda di Bangkok e il sole di Palermo. I turisti con il naso all'insù venuti da tutto il mondo si mescolano a uomini d'affari in camicia e mocassini e a ragazze che farebbero impallidire un 60enne residente di Meknes. Siviglia straripa di vita. C'è una bella atmosfera, spensierata, sorridente! I negozi delle grandi catene ti tentato con l'aria condizionata ma è bello passeggiare tra Plaza de Espana e Plaza Nueva, via Tetuan e viale Santa Maria la Blanca con le belle fontane e i giardini all'italiana, le palme e gli alberi di limone. I locali che propongo tapas e cerveza ghiacciata non si contano, così come i musicisti per strada. Le piste ciclabili si snodano in tutta la città per 140km. Entrare nelle chiese mi piace. E non è un fatto religioso. Nel bene e nel male il cattolicesimo ha fatto la nostra storia, e le chiese fanno parte della nostra cultura latina. Trovarsi di fronte alla tomba di uno dei più grandi viaggiatori di tutti i tempi è emozionante. Pensare che più di 500 anni fa un uomo nato a Genova chiamato Cristoforo Colombo abbia avuto il coraggio di partire con tre navi e una mappa, sfidando le convinzioni dell'epoca, spinto solo dalla curiosità di scoperta, fa un certo effetto! Il Bernabeu delle Corride, il San Siro dei Matadores, la Bombonera dei Toreros, si trova qui, a Siviglia, ed è la mitica Plaza de Toros de La Real Maestranza de la Caballeria de Sevilla. Meglio conosciuta come Arena de Sevilla. Devo dire che questo fatto di gloria e onore, di toreri che ammazzano tori e di tori che ammazzano toreri, non mi fa impazzire. Ma le tradizioni si rispettano e la guida non ha chiesto certo la mia opinione. Con la colonna sonora de la vita è bella di Benigni suonata dai fiati di 5 ragazzi in una piazzetta molto frequentata, una coppia di non più giovanissimi si è abbracciata, si è baciata, lui si è inginocchiato e con un po di imbarazzo gli ha mostrato un anello luccicante, tra la commozione di lei, delle amiche di lei e di tutti i passanti, me compreso.
Giorno 19
Oggi ripensavo ad un episodio che mi è successo al porto di Tangeri, mentre ero in attesa dei controlli. Un signore francese molto elegante mi ha toccato la spalla e mi ha fatto presente, che per sbaglio, nella confusione, gli ero passato davanti nella fila. Mi sono scusato e sono tornato al mio posto. Il signore però ha notato il mio passaporto italiano, mi ha guardato negli occhi e mi ha rivolto un sorrisino che la diceva lunga. Mi sono sentito offeso! I luoghi comuni sono pericolosi. È una maniera pigra di ragionare. È troppo facile. Sarebbe come dire i cinesi sono tutti bassi, i musulmani tutti terroristi e i sardi fanno tutti i pastori! Non è così. Non si può semplificare tutto e etichettarlo in categorie. La mia personale medicina per non cadere in questo tipo di ragionamento è viaggiare. Un bel viaggio in un posto che non conosco mi fa subito capire che il mondo è molto più complicato di un luogo comune! Mi insegna che non è tutto bello come dice la guida, che uno stronzo lo trovo a Nuova Delhi come a San Pasquale, che il sole non è solo un bel disegno su una cartolina, ma è caldo e brucia come quello dietro casa mia. Mi fa anche capire però che uno con la tunica bianca che prega Allah non è un terrorista, che la povertà è un concetto relativo e che certe convinzioni che ho sul divano di casa non sempre sono quelle giuste! Domani mattina prenderò un treno che mi porterà a Barcellona e poi un traghetto sino a casa. Sono felice. La bicicletta è un bel mezzo per viaggiare. Ti mette a contatto con la gente e ti fa godere appieno tutto quello che fai. Sono contento di essermi sudato ogni singolo metro di tutti quelli che ho fatto, è stata un esperienza unica. Mi sono divertito. Ho già in mente due cose da fare appena scendo dalla nave. La prima sarà dare un bacio al mio amore che per riuscire staccarmi dovrà usare parecchia forza, e la seconda sarà prendere in mano una cartina e organizzare il prossimo viaggio!


Commenti

pubblicato il mercoledì 23 novembre 2016
loretta81, ha scritto: Bello. Molto interessante. Finalmente su Appunti di viaggio un vero racconto di viaggio. Mi ha fatto venire la voglia di tornare da quelle parti, dove sono stata molti anni fa, certo non in bicicletta. Complimenti ancora e auguri per i prossimi viaggi.

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