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lavoro pubblicato martedì 6 settembre 2016
ultima lettura venerdì 6 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il Risveglio

di Alligator7. Letto 432 volte. Dallo scaffale Horror

Mi risveglio in una foresta. Fa freddo. Non so chi sono. Non so dove sono. So solo che devo correre.

Freddo. Ricordo il freddo. Un freddo umido e penetrante. I rami si chiudevano a volta sopra la mia testa, intrecciati come enormi mani congiunte, oscurando il sole. La terra in penombra era impregnata dell'odore nauseabondo di vegetazione in decomposizione; mesi, anni di foglie e rami spezzati ricoprivano il suolo e lentamente ritornavano alla terra. Chi sono? Dove sono? Perché sono qui? La mia testa era piena di domande, ma le risposte mi sfuggivano ogni volta che pensavo di essere vicino alla risposta. E faceva così freddo.

Fissando i rami sopra la mia testa mi accorsi che ero disteso a terra, così mi alzai. La testa prese a girarmi e dovetti afferrarmi al tronco più vicino per non cadere. Le mie dita affondarono per alcuni centimetri nella corteccia marcescente e sentii sotto i polpastrelli qualcosa di viscido muoversi disturbato. Ritrassi la mano disgustato e distolsi lo sguardo, non volevo sapere cosa vivesse in quel luogo corrotto. Provai l'impulso di dovermene andare il più lontano possibile da lì, ovunque, ma non lì. Ma in quale direzione? Mi diressi nel senso in cui il terreno era leggermente in pendenza, sperando di uscire da quella foresta salendo di quota. I pochi raggi che riuscivano a penetrare la fitta volta arborea rivelando la posizione del sole mi convinsero che le ore di luce fossero poco più che a metà. Chi sono? Che posto è questo? Come sono finito qui?

Tante, troppe domande e nessuna risposta. Mi imposi di rimandarle a più tardi per non impazzire.

Lentamente risalii quella che pareva essere una ripida collina, contando i passi. Mille. Duemila. Percorrevo metri e metri senza nemmeno sapere dove stessi andando. O perché. Sapevo solo che volevo arrivare il più lontano possibile dall'odore soffocante di decomposizione, sentire di nuovo il sole sulla faccia; a quel punto sarebbe andato tutto bene, me lo sentivo. Le gambe facevano sempre più fatica a sorreggermi, ero debole, stanco, affamato. Mi imposi di non fermarmi, per nulla al mondo mi sarei concesso di riposare in un luogo simile.

All'improvviso sentii un rumore provenire dalla mia destra, come un ramo che cedeva sotto il peso delle foglie, ma molto più rapido. L'istinto mi disse che un ramo non si sarebbe spezzato a quella velocità, nemmeno d'inverno sotto il peso della neve. Mi fermai, guardando nella direzione da cui era giunto il suono, cercando di distinguere qualcosa, qualsiasi cosa. La foresta non era stata particolarmente traboccante di suoni fino a quel momento, tuttavia notai il silenzio improvviso. Troppo silenzio. Il mio respiro era l'unica cosa a squarciare il velo di quiete. Regolare, ma agitato. La foresta pareva essersi fermata per ascoltarmi, osservarmi. In attesa. Un altro rumore di ramo spezzato, questa volta più vicino, troppo vicino. Un brivido mi corse lungo la schiena e ancora prima di rendermi conto di cosa dovessi aver paura stavo già correndo.

Corsi, corsi, corsi fino a sentire i polmoni bruciare. Non mi voltai, non volevo sapere, non volevo vedere. Nulla di buono poteva venire da quel luogo, di questo ero certo. Continuai a risalire il crinale di corsa, saltando le radici degli alberi che sporadicamente fuoriuscivano dal suolo per poi rituffarcisi alcuni metri dopo, come enormi code di animali addormentati. Sentivo ancora alle mie spalle il rumore di rami che si spezzavano solo il peso di qualcosa, ma erano sempre più distanti, forse potevo rallentare.

All'improvviso vidi la vegetazione aprirsi in lontananza, permettendo alla luce di infiltrarsi al di sotto degli alberi, portando un po' di calore in quel luogo di tenebra. Invece di rallentare accelerai ancora di più. Volevo andarmene da lì, uscire alla luce, allontanare il freddo e l'umidità che da ore ormai mi avvolgevano in un abbraccio congiunto.

Giunsi di slancio al confine degli alberi. Respirai nuovamente un'aria che non sapeva di corruzione, sentii il calore di ogni raggio riscaldarmi la pelle. Inebriato da quella nuova sensazione di libertà, quasi non mi accorsi di ciò che avevo di fronte. Un'enorme spaccatura separava in due lembi il terreno dinnanzi a me. Una cicatrice nella roccia di molti metri di spessore, profonda tanto che pensai potesse arrivare fino al centro del mondo. Il buio ne inghiottiva il fondo, rendendo impossibile distinguere se in realtà un fondo ci fosse davvero o meno.

Riuscii a fermarmi appena in tempo, fermandomi a pochi centimetri dal bordo. Mai sarei riuscito a saltare dall'altra parte. Se stavo cercando una via di fuga dalla foresta che mi ero appena lasciato alle spalle non l'avrei trovata in quella direzione. Il cuore iniziò a martellarmi nel petto quando sentii nuovamente il rumore di rami spezzati provenire da dietro le mie spalle, ormai vicino al limitare della foresta. La paura mi irrigidì per qualche istante il corpo così come la mente, impedendomi di pensare lucidamente. Volevo scappare, mettermi in salvo in qualche modo, ma non sapevo come, non sapevo dove.

Guardai l'abisso che si apriva di fronte a me e un sentimento di accettazione improvvisamente mi pervase. Capii che in realtà non c'era nessuna via di fuga possibile. Forse al mio risveglio avevo avuto una possibilità di salvezza, ma avevo scelto la direzione sbagliata a quanto sembrava. Che la strada giusta si trovasse a valle della collina invece che sulla sua sommità? Non lo sapevo, e mai avrei potuto saperlo.

Le gambe mi facevano ancora male per la corsa di poco prima, quindi decisi di sedermi per terra a riposare. Il suono di rami spezzati si era interrotto, sostituito da quello che sembra provenire da pesanti passi sul terreno, accompagnati da un respiro profondo ed irregolare. Non mi sarei guardato alle spalle, non volevo sapere, non volevo vedere. Guardai invece il sole, respirai l'aria che sapeva di vita, assaporai i caldi raggi che ritempravano la mia pelle. Il respiro si fece più vicino, ormai lo sentivo sulle spalle, ma lo ignorai, il mio ultimo pensiero sarebbe stato di bellezza, non di paura. Aprii gli occhi e guardai il cielo azzurro, sapendo che più in su era blu e poi nero, ma da qui era azzurro, esisteva forse cosa più bella? Sorrisi. Il mio ultimo pensiero fu di bellezza.



Commenti

pubblicato il venerdì 14 ottobre 2016
abisciott1, ha scritto: E' una bella storia. Il momento in cui il personaggio si arrende è fantastico e terribile.

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