ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 


Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato sabato 3 settembre 2016
ultima lettura mercoledì 4 dicembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Pioggia Rossa

di BradleyRiver. Letto 377 volte. Dallo scaffale Fantasia

Pioggia.Pioggia, pioggia, pioggia, pioggia, pioggia.Sempre la pioggia. Tristan odiava la pioggia. Un'altra cosa per cui doveva ringraziare suo padre. ...

Pioggia.
Pioggia, pioggia, pioggia, pioggia, pioggia.
Sempre la pioggia. Tristan odiava la pioggia. Un'altra cosa per cui doveva ringraziare suo padre. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni singolo maledetto secondo la sentiva scrosciare, fluire o, peggio di tutto, ticchettare. In quel momento ticchettava. Il tic tic tic sulle pareti di pietra lo stava facendo impazzire.
"All'inferno". Strinse i denti, chiuse gli occhi e si massaggiò le tempie. Prese un respiro lungo e profondo. Espirò con calma.
Il suono si fece un po' più lontano.
Tornò a scrutare il paesaggio oltre la finestra, un blando tentativo di emozionarsi alla vista di ciò che aveva da offrire la cara, vecchia Wuldor. Le ville pretenziose della Città Alta punteggiavano la collina con il bianco marmoreo dei loro corpi e il nero dei loro tetti, rimpicciolendo e sfumando man mano che digradavano verso la pianura. Come amanti segreti di famiglie rivali, se ne stavano rispettosamente isolate le une dalle altre, potendo soltanto occhieggiarsi da una distanza appropriata. In comunione con il cielo plumbeo, conferivano all'ambiente il tipo di bellezza desolante e remota che ispirava la malinconia, più che curarla.
Era come quella volta. Adesso come allora, la realtà gli appariva una massa estranea e gelida.
Quanti anni erano passati da quando aveva visitato il Parco di Schrenn? Cinque o sei, almeno, tuttavia ricordava con chiarezza ciò che aveva visto: oltre il portale, un maestro vetraio aveva preso il posto di Dio.
Il terreno era di un bianco sporco, neve calpestata dalle centinaia di visitatori che si aggiravano con la mascella cascante e gli occhi spalancati. Alberi spogli balzavano fuori qua e là ma, come tutto il resto, non erano reali: erano statue di ghiaccio, immacolate come il cristallo.
Alcune sculture gli si erano impresse nella mente: una sirena con i capelli che parevano ondeggiare, il ventre nudo, il seno delicato, e il braccio destro proteso alla ricerca di qualcosa che non c'era; una coppia di cavalli trasparenti che spuntava da terra soltanto con la testa e parte delle spalle, senza far capire se stavano emergendo oppure affondando in essa; poi una tigre, un alce, una carrozza; un centauro che, chissà per quale motivo, si piegava in avanti per servire il tè a un coniglio col cappello che gli mostrava la tazza vuota.
Un uomo e una donna.
Lui stava in ginocchio e la cingeva con le braccia all'altezza della natiche, mentre lei si appoggiava al suo torace e gli accarezzava il viso. Sembravano perdersi l'uno negli occhi dell'altra come due amanti in carne e ossa.
Tristan si scrollò di dosso quell'immagine.
Gli scappò un sorriso.
"Ironia della sorte", pensò. "La pioggia che mi conforta!"
Ridicolo. Eppure c'era qualcosa di davvero gratificante nel rimirarla mentre calava nel suo modo indiscriminato, senza curarsi delle regole e delle convenzioni sociali. Che tu fossi un grasso banchiere, un mendicante avvolto in cenci luridi, un damerino spocchioso o la più sifilitica delle prostitute, non faceva differenza: il cielo ti sputava in testa comunque. Nessun riguardo per i santi, nessun accanimento verso i peccatori.
No, non avrebbe mai potuto amarla, però un merito le andava riconosciuto: la pioggia era più imparziale di qualunque Dio ci fosse là fuori.
Vagò ancora un po' con lo sguardo, scendendo dalla collina con la vista e con la mente. Si lasciò andare fino al bassopiano, dove indugiò per un istante sull'Arena. L'intera città pareva gravitare attorno all'immenso anfiteatro, che torreggiava spavaldo con i suoi centosessanta piedi d'altezza. Quello era il centro del mondo: tutti - schiavi e liberti, nobili e bifolchi, fino all'ultimo, anonimo membro della borghesia - si riunivano e si mescolavano come sangue e vino su quegli spalti. E loro lo sapevano, il perché. Negli oscuri recessi dell'animo umano, la brama di violenza si annidava, si acquattava e cresceva in silenzio, in attesa soltanto di essere liberata. Di lì a poco anche lui si sarebbe unito a quello sfogo collettivo.
Non aveva voglia di pensarci, per ora.
Passò oltre, fino alla Città Bassa, e la osservò tendersi in direzione del verde lontano delle colline.
La Città Bassa.
Doveva avere quattro o cinque anni quando c'era stato per la prima volta. A quell'epoca adorava suo padre. Ricordò con chiarezza che, quando passeggiavano per le viuzze di ciottoli e le sue tozze gambette di bambino non ce la facevano più, papà lo portava addirittura in braccio. Diverse cose lo avevano affascinato da subito: la libertà dello spazio aperto, le cucine delle taverne che diffondevano il profumo di spezie, il brusio della gente affaccendata, il gorgoglio del fiume che lo cullava... Una volta diventato abbastanza grande da poterla visitare da solo, aveva preso ad andarci ogni volta che poteva. Lì si concentrava la vita. Lì c'erano le persone vere, non i fantocci della nobiltà, sempre cordiali ma pronti a piantarti un coltello nella schiena non appena voltavi loro le spalle. Imbecilli, ognuno di loro, talmente radicati nella finzione da indossarla come una seconda pelle. Ma in quel posto poteva essere se stesso. Niente più maschere, niente più bugie. Non con Adrian.
Il cuore sussultò mentre ripensava a lui.
"Non potrete mai stare insieme. Tanto vale farla finita ora. "
Un dolore acuto si fece strada nel suo petto e con esso vennero i ricordi del loro ultimo incontro.

«Sei silenzioso, oggi.» Adrian gli sollevò un braccio e posò la testa sul suo petto.
Tristan era inondato dal profumo dolce della sua pelle, un odore unico che univa la purezza dell'aroma del cedro con una fragranza muschiata, legnosa, pulita. Gli accarezzò il collo da cigno, spostando una ciocca di capelli rossi e rivelando il tatuaggio. Il numero d'inchiostro spiccava sulla pelle bianca come la neve: 24601. Sapeva che Adrian si vergognava del suo passato da schiavo, e accettava l'esistenza di una parte della sua vita che gli sarebbe rimasta sconosciuta per sempre. «Mi dispiace. Ho molti pensieri per la testa» disse, passandosi una mano tra i capelli.
«A che pensi?»
«Alla vita. Al futuro. A noi.»
Adrian sospirò dolcemente. «Anch'io penso spesso al futuro. A volte cerco di immaginare come sarà. E lo sai che cosa vedo?» Alzò la testa per guardarlo negli occhi.
Tristan accennò un sorriso. «Cosa?»
«Un luogo lontano da qui, lontano dalla maledetta pioggia e dal freddo. Un posto caldo, al sole. Tu ed io. Una casa tutta per noi.»
«Due uomini che vivono insieme? Assurdo.» Le parole gli erano uscite in tono più aspro di quanto avesse voluto.
«Perché?» Adrian alzò un sopracciglio e lo guardò come si guardava un bambino un po' tonto. «Se tu volessi potrebbe essere così, proprio così, per sempre.»
«No. Possiamo vederci qui una volta ogni tanto ma....»
«Una volta ogni tanto non mi basta.»
«Neanche a me, maledizione!» sbottò. «Che cosa credi, che me ne freghi? Ma io non posso permettermi di...»
«Amare un altro uomo?» Adrian scosse la testa e sorrise con un misto di tristezza e pietà.
Tristan si alzò dal letto, nudo come il giorno in cui era nato. Gli diede le spalle e si mise le mani sui fianchi. Non ce la faceva a guardarlo in faccia. «Che cosa vuoi da me? Che abbandoni tutto per fuggire insieme?»
«Non è questo che ho detto. Però sì, è ciò che vorrei. Non c'è futuro per noi, qui.»
Tristan liquidò quel commento con un gesto della mano, senza voltarsi. «Non c'è nemmeno altrove, Adrian. Non esiste un posto per noi.»
«Questo non è vero. Sei tu che hai rinunciato senza neanche provarci.» Aveva cominciato a piangere. Tristan non aveva bisogno di guardarlo. Lo sentiva nella voce, da come tirava su con il naso. Dalle lacrime che sapeva di aver provocato e che più di tutto desiderava far cessare. Dio, perché doveva fare così?
«Io non sono come te...» singhiozzò Adrian. «Non riesco a farmi bastare un paio di scopate in questa merdosa topaia. Sempre che tu trovi il tempo per vedermi!» Alzò la voce fino a gridare: «Perché lo fai? Se non te ne importa niente di me, perché non mi lasci in pace?»
Tristan si morse un dito fino a sanguinare, nella vana speranza che il dolore fisico potesse in qualche modo alleviare quello dell'anima. Per qualche ragione, nella sua mente associò il rosso del suo sangue a quello dei capelli di Adrian. Represse il guaito che gli saliva dalla gola e si voltò. Non poteva più sopportarlo. «Non è così.» Cercò di afferrargli il mento per sollevargli la testa, ma lui lo scacciò con uno schiaffo sulla mano.
«Non toccarmi!»
Dopo un momento di silenzio, gli passò i pollici sugli zigomi definiti, asciugando le lacrime che rigavano la pelle calda. Non fu respinto. «Ti sbagli. Io ti amo, Adrian.»
E lo pensava davvero.
Lui spalancò gli occhi. «Anch'io ti amo» sussurrò, con la voce rotta e straziata dal pianto. «Però non ce la faccio più... non ce la faccio più.» Lo strinse come se ne fosse andato della sua vita.
«Lo so» mormorò Tristan. "Che io possa bruciare all'inferno. Non m'importa."

Adrian era l'emozione cercata in quel momento, di nuovo, ancora e ancora, guardando fuori dalla finestra. Era sciocco, forse, scrutare da lontano, nella speranza che dall'altra parte lui stesse facendo lo stesso. Non gli importava. A parte Adrian, niente gli importava più.
Suo padre ormai era vecchio, distaccato, perso in se stesso. Non l'aveva mai capito e forse, se avesse saputo chi aveva davvero per figlio, ne sarebbe stato disgustato. Perché darsi pena per qualcuno che non ti ama?
Non gli importava nemmeno di suo fratello, l'unico vero destinatario dell'affetto paterno. Oh, il vecchio tentava di nasconderlo, certo, ma quel suo dissimulare non faceva che rendere il tutto più penoso. Quando sorrideva per Bailan, il sorriso raggiungeva sempre gli occhi. Sempre. Quando ne parlava, lo sguardo e la voce gli si colmavano d'orgoglio. Per Tristan, invece, quegli occhi raccontavano alla meglio una storia di delusione e sopportazione reciproca in virtù del legame di sangue. Soltanto quello li teneva insieme.
Da molto non gli importava di sua sorella, la perfettina. Sempre impeccabile, sempre bellissima, e anche distinta, rispettosa, educata, cordiale, ammirevole e un bel po' di altre sciocchezze. Sapeva recitare, nessun dubbio. Com'era piacevole la sua compagnia, era così affascinante! Così dotata! Oh, così brillante! E così falsa, come l'ingresso di un ricco palazzo con le stanze interne adibite a latrina. Perché erano ciechi? Nessun altro riusciva ad andare oltre la facciata che Tessa si era costruita così bene. Idioti e sempliciotti. Nessuno aveva mai pensato che potesse essere lui il migliore. Certo che no. Lui stesso non era più sicuro di crederci.
"Se tutti ti vedono in un modo, chi sei tu per uscire dal personaggio?"
«Principe Tristan! Mi sentite? È ora! La vostra presenza è richiesta.» La voce proveniva dalla porta, accompagnata da un sonoro bussare. Considerata l'urgenza del tono, forse era lì già da un po'.
«Ho capito. Vengo subito.»
Non si alzò dalla sedia.
La voce se ne andò.


Ah, l'Arena.
Da vicino era ancora più bella. Il primo, glorioso, insuperabile simbolo del potere del vecchio Impero, fatta erigere da Shuyuin il Navigatore in persona. Non c'era posto migliore quando i sentimenti naturali perdevano lo slancio.
"Finché esisterà l'Arena, esisterà anche l'Impero; quando cadrà l'Arena, cadrà anche l'Impero; quando cadrà l'Impero, cadrà anche il mondo." Ripetendosele nella testa, le parole dell'antico conquistatore gli parvero inconcepibili. Una struttura così grandiosa non poteva cadere. E infatti dopo oltre un millennio era ancora lì, all'apice della magnificenza. Probabilmente Shuyuin non l'aveva neanche mai pronunciata, quella frase. Solo un'altra leggenda sciocca.
Tristan salì i gradini di marmo, superò l'arcata e si diresse verso l'area riservata alla sua famiglia, nell'anello più interno. Un ampio tendone proteggeva quel settore, ma intensificava fino all'esasperazione il dannato rumore della pioggia. Era come se qualcuno gli avesse infilato un orologio nel cranio.
Dopo averlo avvolto nell'ortica.
Tic tic tic. Tic tic tic.
Accanto al suo posto, Tessa e Bailan stavano avendo una conversazione piuttosto accesa, o almeno così gli parve da come gesticolavano e dalla postura scomposta di lei. Era raro che Tessa perdesse il suo imperturbabile contegno.
Qualunque fosse l'argomento della discussione, lo troncarono prima che fosse abbastanza vicino da sentire.
Decise di rompere quel silenzio imbarazzante. «Perdonate l'invadenza, non era mia intenzione disturbarvi. Riprendete pure, vi prego. Sono certo che si trattava di argomenti nobili e profondi» disse, accomodandosi sul seggio di legno.
Sua sorella non batté ciglio. «Sempre in ritardo, vedo, anche nel giorno della cerimonia.» La solita, irritante Tessa. Mai due gemelli erano stati tanto diversi.
«A maggior ragione nel giorno della cerimonia, Tessa» replicò.
«Dai, lascialo in pace. Comunque sei arrivato in tempo. Non è ancora cominciata.»
"Bailan il misericordioso. Grazie tante. "
«Tu che ne pensi? Credi che nostro padre ce la farà?» proseguì lui.
«Sì, credo che mio padre ce la farà» rispose Tristan. Gli lanciò un'occhiata carica di disprezzo. «Ce la fa sempre.»
Bailan si limitò a grattarsi la punta del naso e a fargli un sorrisetto sghembo. «Simpatico come sempre, eh, fratellino? Beh, va' a farti fottere.»
«Altrettanto, fratello.»
Impiegò due o tre minuti cercando di ridurre le voci dei suoi fratelli da accorato scambio di idiozie a basso ronzio, finché divennero appena percettibili ai margini della sua attenzione. Poi, finalmente, suo padre varcò l'ingresso del campo da combattimento.
Fece i primi passi nel silenzio. La schiena più diritta di una colonna, le spalle rilassate: benché quel giorno compisse sessantun anni, aveva ancora una postura degna di un imperatore. In accordo con la tradizione, non indossava alcun indumento. I muscoli delle gambe, delle braccia e del petto erano più sottili di come Tristan li ricordava. A prima vista suo padre appariva smunto, quasi fragile. Malgrado ciò, quando innalzò il braccio con il pugno chiuso, gli oltre settantamila spettatori sugli spalti esplosero in grida d'esultanza.
«Riesce ancora a fare presa sul pubblico.» La voce di Tessa si udiva a stento, soverchiata dal baccano. «Nonostante tutto, continuano ad amarlo.»
Tristan fissò il grande cerchio di sabbia. «Già. Oppure vogliono vederlo morto.»
Per una volta, lei non lo contraddisse.
Dopo diversi secondi gli schiamazzi cominciarono a placarsi, a differenza di vento e pioggia che andavano in crescendo. Nessuno, comunque, pareva farci troppo caso. La concentrazione era rivolta altrove.
I due araldi a cavallo giunsero nello spiazzo. «Con il permesso dell'autorità imperiale...» dichiarò il primo.
«... e se il tempo lo permette...» aggiunse il secondo.
«... diamo inizio alla Prova!» gridarono all'unisono.
Senza ulteriori indugi, condussero i loro animali al passo e si fecero consegnare la chiave dal sovrano spogliato, poi la sollevarono in alto per mostrarla agli spettatori. Si diressero quindi verso il portone sul lato sinistro e l'aprirono. Infine se ne andarono, sfilando davanti al pubblico.
Lo spettacolo era cominciato.

Silenzio.
Per un lungo istante, non ci fu altro che il silenzio. Persino la pioggia era ammutolita. Un momento sospeso nel tempo.
Poi una sbuffata.
Una massiccia sagoma nera uscì alla luce, raspando la sabbia dell'arena. La striscia grigio chiaro che attraversava il dorso di quel grottesco ammasso di muscoli era una stella cadente nel cielo notturno del suo manto. Il collo sembrava potesse esplodere, tanto era gonfio. Le corna, compatte e ricurve in avanti, facevano uno strano effetto: da un lato, una promessa di morte; dall'altro, ricordavano in modo curioso la forma di una lira senza corde. L'esemplare di uro misurava almeno sei piedi e mezzo al garrese, ben più di un normale toro.
A quella vista, il battito cardiaco di Tristan accelerò. Deglutì, ma questo non fece che peggiorare l'improvvisa secchezza che avvertiva in bocca.
Il bestione si avviò alla sua destra e compì un giro completo del campo, come se cercasse l'uscita o prendesse le misure di quello spazio nuovo.
Al centro, suo padre si chinò e raccolse da un mucchio a terra le prime due aste lignee, poco più lunghe di due piedi. Le impugnò e camminò verso l'avversario, senza fretta.
Il mostro nero sbuffò.
Con una rapidità che avrebbe fatto invidia a un soldato di vent'anni, il vecchio si lanciò di fianco alla bestia, saltò e conficcò le asticciole in mezzo al groppone nerboruto, facendo penetrare l' arpioncino di ferro nella carne. Il legno, invece, ricadde all'ingiù.
L'uro non gradì affatto: s'inarcò, scalciò, mugghiò con la ferocia di un demone. Ruotò su se stesso e si scagliò all'attacco, quattromila libbre di muscoli cornuti bramosi di travolgere, schiacciare, infilzare, uccidere.
Andò a vuoto.
"Riesce a farlo sembrare un marmocchio che fa le bizze, è pazzesco..."
Suo padre tornò al centro dell'Arena nella quiete pervasa di desiderio. Si chinò e raccolse altre due aste, sempre con la massima tranquillità.
Attese.
Successe in una frazione di secondo: appena prima di essere trafitto dall'attacco successivo, suo padre balzò a gambe larghe, portandole così in alto da metterle parallele al terreno. L'uro ci passò sotto e incornò l'aria una seconda volta, beffato da due nuove ferite alla schiena. Una sorte identica gli toccò durante l'assalto che seguì, quando l'ultima coppia di aste si aggiunse al già notevole quartetto penzolante dalla sua carne.
Fine dei preamboli.
Il sovrano alzò le mani per spronare il popolo sugli spalti.
In risposta, il boato confusionario di migliaia di voci urlanti e schiamazzanti che chiamavano il sangue.
Con il frastuono arrivò la terza carica dell'uro.
Era fiacca stavolta, quasi patetica.
Suo padre lo irrise, ruotando il corpo con leggerezza da danzatore, e colpì il collo taurino con il taglio della mano. Un solco profondo segnò la carne. Il sangue prese a zampillare in fiotti scarlatti.
Un'altra rincorsa, più breve.
Un altro solco sul lato opposto del collo.
La montagna bovina restò a testa bassa, incapace di risollevarla con i muscoli danneggiati.
Suo padre voltò le spalle e si rivolse al popolo: «Ebbene? Qual è il verdetto?»
«Morte! Morte! Morte!»
Il mostro deturpato fece un ultimo, debole tentativo verso la schiena indifesa.
All'ultimo istante il braccio, quel braccio ormai sottile, roteò e colpì il muso con un fendente della mano nuda, aprendo il cranio in due. L'animale stramazzò al suolo, schizzando la sabbia di sangue e cervella.
"È la stessa scena ogni anno." Suo malgrado, Tristan non poté che ammirare quella dimostrazione di grazia e potenza.
Suo padre si chinò su quanto restava dell'uro. Con uno strattone lo privò della coda e la gettò sugli spalti, dove gli spettatori se la contesero tra urla e spintoni. Il massimo onore, come sempre, spettava a loro. Affondò l'avambraccio in mezzo alle scapole della carcassa e ne estrasse il cuore. Levò in alto la mano per esporlo alla folla. Infine toccò alle orecchie: le strappò e ne porse una ciascuno a lui e a Tessa.
"Già. Nessuna differenza tra noi, vero padre?"
A quella vista, alcuni ricordi gli si affacciarono nella mente. Ricordi seppelliti ma non dimenticati, vorticanti alla velocità del pensiero eppure così nitidi che gli sembrò di viverli una seconda volta.
E fu di nuovo un bambino.

L'altra notte Fiamma aveva fatto un cavallino. Era stata tanto brava. Papà era contento. Maestro Wilmore l'aveva chiamato Torcia. Era un cavallino bravo, sapeva già camminare. Tristan non riusciva mai a coccolarlo però, perché Tessa si metteva in mezzo ogni volta. Papà diceva che dovevano fare a turno, allora Tristan aspettava e faceva il bravo. Quando stava insieme a Torcia era bello, andavano fuori con la sua mamma che gli dava il latte e lo seguiva sempre, così imparava a stare con gli altri cavallini. Tristan lo accarezzava sul muso, sulla schiena, sulla pancia, sulla coda riccia, sulle orecchie. Era rosso dappertutto come una ciliegia. Poi gli passava anche la spazzola sul pelo soffice, così soffice che sembrava lana. Torcia muoveva la lingua, lo annusava e faceva hiiii tutto felice. Anche Tristan era felice e rideva tanto.
Quando Torcia faceva le corse pazze capitava che si muoveva strano, tirava calci in aria e cadeva perché era ancora piccolo, anche se per fortuna non si faceva mai niente. Tutte le volte gli faceva prendere paura. Torcia era suo amico, non doveva farsi male.
Ogni tanto, quando papà non li vedeva, lui e Tessa litigavano. Lei voleva Torcia tutto per sé, lui però non glielo lasciava. Non era giusto. Papà diceva sempre che erano uguali e li obbligava a dividere ogni cosa a metà, perfino i dolci.
Quindi anche per il cavallino era la stessa cosa. Non poteva averlo tutto per lei.
Torcia era cresciuto a vista d'occhio. Era molto più grande e robusto adesso: aveva il petto ampio, le cosce forti, coda e criniera lunghe, folte e ondulate; gli occhioni invece erano rimasti gli stessi, svegli e vivi. Non era ancora un cavallo adulto però, e secondo maestro Wilmore poteva essere cavalcato da una sola persona alla volta (una persona magra, intendeva: il maestro probabilmente gli avrebbe spezzerebbe la schiena, se avesse provato a montarlo). Tristan non era mai andato a cavallo prima e moriva dalla voglia di provare. Non aveva paura. Be', forse gli tremavano giusto un po' le mani.
"Calmati. Non sei più un bambino", pensò. Si sistemò il cappuccio (che noia, la pioggia) e sotto lo sguardo bonario del maestro e quello austero di suo padre si preparò a montare in sella. Seduta su Fiamma davanti a papà, Tessa gli rivolse un sorrisetto odioso.
Spinta. La gamba bruciò.
Ancora una volta, spinta.
Niente da fare. Arrampicarsi su Torcia era molto più faticoso di quanto aveva pensato. Dopo tre goffi tentativi era ancora lì, un piede nella staffa e l'altro infelicemente a terra.
Una mano gli si posò sulla spalla. «È sempre così, all'inizio. Lasciate che vi aiuti.»
«No maestro, vi prego. Voglio fare da solo.» Se un omaccione della stazza di Wilmore riusciva a cavalcare - con una grazia che Tristan aveva sempre trovato bizzarra, a dire il vero - come poteva non farcela lui?
«Come desiderate, Vostra Altezza.» Il maestro di equitazione si allontanò, evitando prudentemente di passare dietro al cavallo. Non era mai stato troppo simpatico a Torcia e sapeva che era meglio non metterlo in allarme.
Tristan stava per darsi il quarto slancio quando una voce stridula s'intromise.
«Non sei capace, non lo vedi?» Tessa smontò con un movimento agile e leggero. «Lascia, vado io» disse, venendogli incontro.
Suo padre aggrottò un sopracciglio. «Thierisa...»
Ma lei non si voltò nemmeno. Lo raggiunse accanto a Torcia e lo squadrò in modo più fastidioso del solito, come se avesse davanti un animaletto bizzarro.
Lui non batte ciglio. «Non pensarci neanche. Avevamo un patto.»
«Che differenza fa, Tris? Sei lento. Di questo passo facciamo notte.» Accarezzò il fianco del cavallo. «Dai, scansati.»
«No»
«Altezze, non è il caso di litigare, potete...» cominciò maestro Wilmore.
«Ti ho detto di scansarti!» protestò sua sorella.
Tristan lasciò andare la staffa, afferrò la sella e piantò i piedi. «No, Tessa! Lasciami in pace.»
All'improvviso un guizzo e un nitrito.
Qualcosa gli scoppiò nella pancia.
Male... faceva male.
Un dolore insopportabile.
"Cos'è successo? "
Gli altri erano lontani, tutto era rovesciato.
Gli mancava il respiro.
Qualcosa gli divorava il ventre.
Piegò la testa di lato e con la coda dell'occhio scorse un rivolo rosso.
"Chi ha gridato? "
La nuca pulsava al ritmo del cuore. Papà sbraitò qualcosa e apparve maestro Wilmore: si precipitò dentro e fuori dal suo campo visivo, correndo chissà dove. La sua faccia non era buffa come al solito.
Torcia era finito in un angolo, strepitava e scalciava.
"Dov'è Tessa? "
Ah, eccola. Teneva gli occhi bassi. Stava singhiozzando.
La faccia di papà faceva paura. Muoveva la bocca mentre raggiungeva il cavallo, ma le sue parole non gli arrivarono.
"È stato lui a colpirmi? È stato Torcia?"
Veloce come l'ascia di un boia, la mano di suo padre si alzò e scese in mezzo agli occhioni impauriti di Torcia.
"No! "
Il sangue schizzò ovunque, imbrattando il pavimento.
Buio.

All'Arena la pioggia ricominciò a cadere.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: