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lavoro pubblicato sabato 3 settembre 2016
ultima lettura lunedì 21 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

La bambina senza nome

di BradleyRiver. Letto 809 volte. Dallo scaffale Fantasia

Neri come un cielo in tempesta, i capelli svolazzavano e ricadevano a ciocche sul pavimento, con la stessa ineluttabilità della neve che fiocca...

Neri come un cielo in tempesta, i capelli svolazzavano e ricadevano a ciocche sul pavimento, con la stessa ineluttabilità della neve che fioccava senza tregua su Benwik e fagocitava il villaggio con il suo manto bianco.
La bambina non piangeva, non questa volta, mentre padrona Evelien passava le forbici con fare sbrigativo e brutale.
Tirava troppo forte. Faceva male.
La padrona aspettava sempre che i capelli le crescessero oltre le spalle, poi glieli accorciava al punto da farla sembrare un maschio. «La vanità non ti serve, piccola ingrata» aveva detto. «A chi può importare se lo sgorbietto è femmina?»
Ai padroni no di certo.
«Guarda qua che orrore, scuri e arruffati come l'ala d'un corvo!» gracidò padrona Evelien.
La bambina si lasciò scappare un gemito dopo uno strattone particolarmente brusco.
«Sta' zitta e ferma, sgorbio!» l'ammonì. «Sennò finisce che taglio anche il tuo stupido collo.»
La bambina mantenne gli occhi fissi, lasciando che lo sguardo si perdesse nel vuoto. Sentiva il gelo che s'intrufolava dagli spifferi della locanda, superava la misera protezione del suo vestitino e le arrivava fin nelle ossa. Si morse il labbro e cercò di non tremare.
«Ecco fatto!» La padrona aveva un ghigno soddisfatto sul volto. Le diede una leggera pacca dietro le orecchie, sul collo scoperto. «E adesso renditi utile. Non abbiamo più legna per il fuoco, va' a comprarla.»
Scese con difficoltà dalla sedia, troppo grande per lei, e padrona Evelien le mise in mano quattro monete d'argento.
«Bada, non tentare di ingannarmi. So quanta legna si compra con quattro marchi. Se provi a rubare, ti faccio assaggiare di nuovo la frusta. Mi hai capito bene?»
«Sì» rispose, incrociando il suo sguardo.
Padrona Evelien strinse le palpebre.
«N-no, io...» La bambina vide una macchia indistinta scattare alla sua sinistra. Gridò, mentre un fuoco divampava sotto la pelle della guancia. Sentì in bocca il sapore ferroso del sangue: lo schiaffo doveva averle spaccato un labbro.
Padrona Evelien storse la bocca in una smorfia disgustata. «Mi hai costretto tu. Lo sai che non devi farlo.»
Non osò salire con lo sguardo oltre il naso della padrona - avrebbe dovuto stare più attenta anche prima, accidenti! - però sapeva che la stava fissando in quel suo modo strano, come qualcuno che guarda verso un orizzonte lontanissimo.
«Hai gli stessi occhi di quella sgualdrina di tua madre.»
La bambina rimase in silenzio. Era insensato difendere qualcuno che non aveva mai conosciuto, soprattutto se poteva costare altri ceffoni.
La padrona annuì tra sé. «Al prossimo errore salterai la cena. Chissà che la fame non riesca a insegnarti un po' di buon senso.»
Si portò la mano alla guancia. «Sì, padrona. Ho capito, padrona.»
«Dici sempre: "Ho capito, ho capito", e poi rifai gli stessi errori tutte le volte. È mai possibile che tu sia stupida fino a questo punto?» Fece un passo verso di lei. «Ti ho cresciuta così male?»
«No, padrona. Voi siete buona con me, e io vi devo tutto.» Piegò la testa. «Vi prego di perdonarmi.»
"Così andrà bene? Ci crederà?"
Le pareva di aver usato un tono un po' troppo meccanico, ma forse...
«Bah. Fila via, razza di ruffiana» concluse padrona Evelien, sventolando la mano. «E sbrigati a tornare. Si gela qui dentro.»
Lei non se lo fece ripetere: si avvolse nel mantello striminzito, aprì la porta e uscì.
Il freddo la trapassò come migliaia di aghi mordaci. Lo sentiva più che mai sulla testa, dove i capelli accorciati non potevano proteggerla. Il calore del fiato si disperse in nuvolette bianche e fuggì via insieme ai suoi sogni e alle sue speranze.
Si avviò lungo la strada arrancando nella neve, i passi sempre più faticosi. La guancia non la smetteva di pulsare. Alcune lacrime uscirono a pungerle gli occhi. "Non piangere. Non piangere", pensò. "Mai più." Le ricacciò indietro e proseguì.
Faceva così freddo...
Dicevano che l'assideramento non era un brutto modo di andarsene, che dopo un po' non sentivi più niente. Pareva facile: le sarebbe bastato sdraiarsi, chiudere gli occhi e lasciare che la neve facesse il resto.
Ma aveva paura, tanta paura di morire.
E se la sua anima fosse finita negli Inferi? Si sentì schiacciare il cuore soltanto a pensarci.
"Magari mi toccherà il primo inferno. I miei peccati non sono tanto gravi."
L'idea non la consolò. Il Bijen, come lo chiamavano i sacerdoti, era una pianura ghiacciata su cui spiravano tempeste di neve. Lì i peccatori rinascevano nudi ed erano costretti a vagare in lungo e in largo, continuando fino a che non passasse il tempo necessario a svuotare un barile di semi di sesamo che ne perdeva uno ogni cento anni.
Le ricordava fin troppo la sua vita terrena.
Cercò di distrarsi, ma il suo corpo non era d'accordo: i piedi erano diventati insensibili e le mani - già da prima coperte di piaghe - stavano peggiorando. Sapeva che a volte, quando le dita si congelavano in profondità, diventava necessario amputarle. Aveva visto con i suoi occhi la carne scurita e coperta di vesciche che avvelenava il sangue. Potevano servire giorni o perfino settimane per decidere se era necessario tagliare.
"Dio, ti prego", pensò. "Ti supplico, fa' che non mi succeda."
Padron Jaak e padrona Evelien non le avevano mai comprato vestiti pesanti, nemmeno dei semplici guanti. Il padrone aveva risolto la questione con un netto «Arrangiati.» Quanto alla padrona, riteneva che un tetto sopra la testa e cibo nel piatto fossero anche troppo per lei.
Come poteva comprarli da sola?
Per un po' era riuscita a tenere per sé qualche moneta, sottraendola dal resto delle spese che le commissionavano per la locanda. Soltanto qualche penning per volta, per non farli insospettire. Aveva nascosto il suo minuscolo tesoro in un buco sotto le assi del pavimento del fienile. Purtroppo, in qualche modo padrona Evelien se n'era accorta.
Da allora non ci aveva più riprovato.
Non poteva dimenticare la paura. E il dolore, oh, quel dolore terribile.
Il bastone l'aveva colpita senza pietà sul fondoschiena e sul retro delle cosce.
Tante, tante volte.
«Aaah! Basta! Vi prego, basta! Non lo farò mai più, lo giuro!» aveva urlato, il viso arrossato e contratto mentre ingoiava le lacrime.
Poi era stato il turno della frusta.
In piedi, nuda e voltata di spalle, aveva ricevuto il bacio schioccante del cuoio. La sua determinazione si era frantumata al primo colpo, quando aveva sentito la pelle morbida che si squarciava. Dopo la seconda frustata le era rimasta abbastanza forza da strillare. Alla terza, le grida si erano trasformate piagnucolii e questi erano diventati gemiti appena sussurrati. «Vi prego...»
Il mondo si era fatto sempre più lontano.
Ricordò quando era crollata, battendo la testa, artigliando il lurido pavimento di legno con le unghie e invocando un aiuto che non era mai arrivato. Prima di chiudere gli occhi, un pensiero folle le aveva attraversato la mente: la speranza di trovare un po' di conforto nel calore del suo stesso sangue.
Si era sbagliata.
Non aveva sentito nulla fuorché il dolore.
Tempo dopo, quando le ferite sulla schiena si erano ridotte a tre linee rosate e frastagliate, era riuscita davvero a procurarsi un indumento pesante: il mantello che indossava ora.
Anche quella volta si stava trascinando lungo le strade del villaggio per conto dei padroni. C'era un uomo a cavallo poco lontano che veniva proprio verso di lei. Quando l'aveva vista, aveva tagliato in due il suo mantello con la spada luccicante e ne aveva usata una metà per avvolgerla in un caldo abbraccio e...
No.
Quel calore non esisteva.
La dolce fantasia finiva sempre con il suo benefattore che la issava sul destriero, la prendeva con sé e la portava lontano da lì. Come le piaceva immaginarlo... Sarebbe stata salvata proprio come accadeva ne "Il generale volante e la fanciulla di pietra", una delle sue storie preferite.
Impossibile, lo sapeva benissimo. A Benwik non c'erano né cavalli né tanto meno cavalieri compassionevoli. Le persone che l'avevano incrociata non avevano fatto altro che distogliere lo sguardo e proseguire per la loro strada, ombre indaffarate che si dileguavano al primo raggio di sole.
La verità era che l'aveva rubato, il mantello. Strappato a un mendicante che giaceva immobile sul ciglio della strada.
Non si era sentita in colpa.
I vivi hanno più bisogni dei morti.

Arrivò dai taglialegna con le gambe doloranti e il fiato mozzo. Decine di uomini colpivano, abbattevano, segavano, raccoglievano e impilavano. Erano grandi e grossi, tutti ben coperti con giacche di lana, guanti di pelle e colletti di pelo. Alcuni sbraitavano qualcosa, altri mugugnavano, sebbene la maggior parte se ne stesse a compiere il proprio lavoro in silenzio.
La bambina ansimò e rabbrividì, fissando gli abiti caldi con disperato desiderio.
«Ah, sei tu.» Gerlof poggiò la scure e si massaggiò la parte bassa della schiena. «Di quanta legna hai bisogno? Come al solito?»
La bambina scosse la testa. «La legnaia è quasi vuota. Padrona Evelien mi ha dato questi.» La mano le tremò mentre gli porgeva i quattro marchi d'argento.
Gerlof li prese e se li ficcò nella tasca dei pantaloni. Fece un cenno con la testa in direzione di una delle slitte, dove i cani erano già pronti e infilati nelle imbragature. «Puoi caricarla del tutto. Abbiamo abbassato un po' i prezzi.»
«Oh. Come mai, se posso chiedere?»
«Perché, non lo sai?» L'anziano taglialegna si grattò la barba grigia sotto la mascella. «Hanno scoperto dei nuovi giacimenti di carbone, giù a Falburg. Sembra che ce ne sia un'infinità. Se non manteniamo il prezzo del legno più basso di quello del carbone, rischiamo di fare la fame.» Sbuffò. «Anche se per certi versi la faccio già. Con quello che guadagno, probabilmente dovrò lavorare fino al giorno della mia morte.»
«Mi dispiace molto.»
«Be', che ci vuoi fare. Tutto sommato, non posso lamentarmi. C'è sempre chi sta peggio.» Le scoccò un'occhiata eloquente.
La bambina si strinse nelle spalle.
«Dovresti andartene da lì, parola mia. Magari non adesso: sei ancora troppo piccola. Fra qualche anno, diciamo.» Scatarrò per terra e riprese: «Dammi retta. Se resti, nel migliore dei casi quei due ti useranno come bastone per la vecchiaia. E non pensare che non veda quello che ti fanno. Sono vecchio, non cieco.» Il suo sguardo si incupì. «Legame di sangue o no, nessun genitore dovrebbe trattare così i suoi figli.»
Le salì un nodo alla gola. «Padron Jaak e padrona Evelien mi hanno cresciuta.»
Lui fece un verso di scherno. «L'arpia e l'ubriacone? È già un miracolo che riescano a badare a loro stessi!»
La bambina afferrò una punta del mantello e strinse forte, senza riuscire a rispondere.
«Ti trattano peggio di un cane. E nemmeno un cane potrebbe amare dei padroni del genere.» La sua voce si era incrinata leggermente. Spostò lo sguardo verso la slitta. «Lasciamo perdere. Non ho voglia di discutere con te. Forza, ti aiuto a caricare.»
L'accompagnò verso le cataste di legna posandole una mano dietro il collo, nello stesso punto in cui padrona Evelien le aveva dato un buffetto dopo averle tagliato i capelli.
Questa volta il contatto fu rassicurante.
Insieme ci impiegarono poco per ammucchiare i ciocchi sulla slitta. I muscoli della bambina avevano protestato con scariche di dolore, ma si ritenne fortunata. Non tutti erano gentili come il vecchio Gerlof.
Quando ebbero finito si avvicinò a Elian, alla testa della muta di cani. Le accarezzò il pelo nero del dorso, ammirando il contrasto con il bianco puro che le colorava il muso, il ventre e le zampe. La cagna ricambiò dandole un'affettuosa leccata sul viso che la fece sorridere.
Ringraziò Gerlof e salì sulla slitta. «Via!» comandò.
I cani partirono al trotto.
Riuscì a malapena a sentire la voce già lontana del vecchio: «Vedi di riportameli subito, intesi?»
La slitta sfrecciò sulle strade innevate schivando pini, larici, abeti e persone. Le bastava impartire semplici comandi a voce: «Destra!», «Sinistra!», «Piano!», ed Elian rispondeva e conduceva senza mai sbagliare.
Il vento la sferzò per tutto il tempo, cosicché arrivò alla locanda sentendosi rigida come un bastone. Il sole stava già cominciando la discesa verso il tramonto e l'ombra nascondeva parte dell'orso dipinto sull'insegna.
Scaricò i ciocchi e li impilò nella legnaia, uno dopo l'altro. "Devo sbrigarmi. Non voglio che Gerlof si arrabbi con me."
Una volta finito rifece la strada all'inverso, e il tragitto fu più rapido questa volta. Dopo aver restituito la slitta si incamminò verso casa. Forse sarebbe riuscita a tornare prima che calasse il buio.
Quando la Lacrima dell'Orso fu in vista, il bruciore ai muscoli era cresciuto fino ad avviluppare le gambe e la schiena come una catena rovente. Si sentiva esausta, svuotata. Aveva le vertigini e non riusciva più a camminare diritta: ondeggiava e sbandava qua e là come gli uomini che uscivano dalla locanda dopo aver bevuto troppo.
Era quasi alla porta, solo pochi passi ancora... ma non ci arrivò.
Precipitò al suolo e si schiantò a faccia in giù nella neve.
Il cuore pulsava forte e le martellava nelle orecchie.
Si puntellò su una mano e riuscì a girarsi, mettendosi supina. Proprio non ce la faceva a rialzarsi.
La neve era morbida, un rifugio accogliente.
Guardò il cielo sconfinato, facendosi colmare da quella sensazione d'immensità.
Chiuse gli occhi.
Voleva solo dormire.
Ad un tratto, quando stava per abbandonarsi al sonno, qualcosa la trascinò indietro. Era una musica, di un tipo che non aveva mai sentito prima.
"Che cos'è?"
Sembrava un flauto, eppure era in qualche modo... diverso. Le note volavano come la voce stessa del vento, un motivo soave e profondamente triste che la accarezzò e allo stesso tempo infranse qualcosa dentro di lei. Sentì propagarsi in tutto il corpo un brivido che non aveva niente a che fare con il freddo. Era qualcosa di strano, dimenticato, un'intuizione che aveva afferrato senza riuscire a capirla fino in fondo. Un oceano calmo nel quale le tensioni del cuore si sciolsero e tutto scomparve.
Solo quella melodia restò.
Infine la bambina comprese: per la prima volta dopo tanto tempo si sentiva al sicuro.
Le lacrime irruppero nei suoi occhi e non si fermarono più, gocciolando sul terreno bianco e svanendo in minuscole volute di vapore. Sul viso scorse un tepore meraviglioso.
Silenzio.
Rumore di passi.
Una mano le strinse con decisione una spalla. «Dai, forza. Alzati! Ti sembra il momento di dormire?»
La bambina sollevò a fatica le palpebre e trovò un paio di occhi azzurri come un cielo d'estate che si fissavano nei suoi. Le piacevano, quegli occhi. Avrebbe voluto continuare a guardarli, però adesso erano offuscati. Non li vedeva quasi più. Cercò di parlare, ma la bocca rifiutò di muoversi.
"Mamma. Sto andando dalla mamma."
L'ultima cosa che sentì prima che la sua coscienza sprofondasse fu una voce giovanile che imprecava.



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