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lavoro pubblicato lunedì 22 agosto 2016
ultima lettura sabato 16 dicembre 2017

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Zappa.

di teopera. Letto 210 volte. Dallo scaffale Generico

Racconto che parla del significato delle cose. Che a volte è diverso, e ti può lasciare con il sedere a terra...

Mio zio era già discretamente ubriaco alle 8.40 del mattino, mentre stavamo piegati in due nell'orto a raccogliere delle patate che non volevano saperne di lasciare il caldo ventre della terra per finire sul cemento freddo del pavimento della nostra cantina.
Dopo il terzo bicchiere cominciava a ricordare i suoi studi di filosofia, fatti in un'università dimenticata dal signore e dal Ministero della Pubblica Istruzione: un non luogo di un tempo ben definito della sua vita. Prima del giorno in cui con tutte le sue valigie tornò alla terra che era di suo padre - terra aspra e dura, che sembrava sciogliersi solo quando bagnata dal suo sudore - e il giorno in cui, arrivato da poche ore all'università, aveva conosciuto i piaceri della carne con una procace e per nulla attraente ventitreenne di origini meridionali.
Lì in mezzo si era consumata tutta la vita di mio zio, cinque brevissimi anni che erano stati anche gli unici anni di vita vera che lui avesse mai avuto.

E così con il bicchiere di plastica in mano e la zappa nell'altra andava pontificando su vecchi filosofi tedeschi, e faraoniche mangiate di pastasciutte al sugo di pomodoro nelle calde nottate in preparazione degli esami. Poi storie di donne, che racconta a noi ragazzini a bassa voce, come se la zia potesse sentirlo laggiù in mezzo all'aperta campagna, tra un colpo di vanga e una bestemmia in dialetto. La mia preferita tra tutte era quella della Berta, donnona quarantenne che secondo il suo racconto lo aveva introdotto a piaceri del sesso fino ad allora mai conosciuti e che lui mimava con ampi gesti delle mani, che nella mia mente di quattordicenne, il cui unico rapporto con il sesso era stato spiare mia cugina Maria mentre si faceva la doccia, ricordavano più un'epico scontro tra lottatori che un atto di piacere. La Berta, sempre secondo il racconto, era stata così soddisfatta della velocità con cui mio zio aveva imparato il tutto, che non aveva nemmeno chiesto la solita ricompensa economica alla fine del rapporto. Era per lo zio il più grande motivo di vanto assieme a quel documento che campeggiava in cucina e che ricordava a chiunque (e chi se non noi?) entrasse in quella casa che lui era "Dottore in Scienze Filosofiche con la valutazione di 83/110".

Poi lo zio si incupiva e cominciava a bestemmiare verso mio padre (buonanima) e mia madre (ovunque il suo nuovo amore, lanciatore di coltelli in un circo locale, l'avesse portata) che non mi avevano fatto studiare e ora si ritrovava lui a insegnarmi la filosofia e come stare al mondo.
Puntava la zappa per terra e cominciava a parlare di ente e di essente, di Heidegger, di Hegel e di Platone. Cominciava a discutere animatamente, più con se stesso che con me o la mula (che componevamo il resto della platea) e poi arrivava alla sua arringa finale, il tema centra le della sua tesi di laurea, ovvero quale fosse la parta che rendeva la zappa una zappa. "Chi guardasse con scarsa attenzione l'attrezzo, direbbe che è proprio la parte in acciaio ad essere la parte fondamentale della zappa. Togliendone il manico, la zappa sarebbe comunque utilizzabile benché con difficoltà, mentre sarebbe impossibile scavare la terra con il manico". E qui lo zio argomentava con furore la sua tesi: ma solo uno stolto potrebbe dire questo, qualcuno che vedesse nella zappa solo lo strumento per scavare la terra, ma cosa succederebbe se io questa zappa volessi usarla per buttare per terra un ragazzino stupido? E qui mi colpiva con forza i polpacci col bastone costringendomi a cadere a terra. E rideva, rideva di gusto. Rideva del mio culo sporco di fango, della mula che correva come impazzita, e rideva dei suoi calli sulle mani, quelle mani che all'epoca dell'università la Berta aveva elevato a strumento di piacere. E alla fine lacrime. Lacrime per tutto quello che era passato e irrimediabilmente perso, per la gioventù fuggita, per una moglie grassa e che non aveva mai amato.
E alla fine una goccia di sudore sulla fronte abbandonava le altre e cadeva sul terreno davanti ai suoi piedi, ammorbidendo quel terreno duro come l'asfalto e arido come un deserto, la zappa entrava faticosamente nel terreno e il silenzio era totale: lo zio era tornato al tempo presente, alla zappa come strumento per piegare la terra al proprio volere e al sudore come mezzo per ottenerlo.



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