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lavoro pubblicato domenica 21 agosto 2016
ultima lettura domenica 29 novembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Intrappolata

di deguro. Letto 780 volte. Dallo scaffale Generico

Questa è la storia di un Killer svogliato, un Killer spietato e di una famiglia il cui amore non riesce a trovare spazio per sopravvivere. Ben presto i cattivi arrivano e sconvolgono l’intero destino di Miriam. Miriam è una semplice bambina, che tra i fuo..

Autore: De Gurò Titolo: Intrappolata
1

Tra i discosti argini dell'orizzonte, immerso nelle profonde linee del crepuscolo, viaggiava lo spirito inquieto di Miriam. Si chiedeva cosa fosse esattamente quell'amore; cosa fosse quel tira e molla d'affetto e passione che c'era tra i suoi genitori. Ricordava quanto prima s'amassero, chiedendosi dove andasse a finire tutta quella tenerezza.
Forse avrebbero dovuto mollarsi già da tempo, pensò la ragazza.
In quel momento i suoi genitori stavano litigando con grande foga, entrambi erano dissolutamente convinti di aver ragione. Miriam li guardava con sguardo leggermente incredulo, lievemente meravigliato. Ma non potevano amarsi e basta? D'altronde cosa vi è di più bello dell'amore?
Miriam sapeva che quelle domande erano domande stupide, senza alcun senso. Nemmeno l'analisi sintattica e l'uso della logica potevano spiegare l'assoluta semplicità del concetto di tali domande. Miriam era troppo semplice, e le sue domande troppo stupide. Semplice no?
Ma sapeva anche che la semplicità e la verità erano le uniche cose per cui valeva la pena di vivere, dopo l'amore. Vivere è semplice e bello, disse tra sé e sé.
Gli occhi celesti della ragazza riflettevano la volta del cielo. Le pacifiche stelle brillavano dietro e attorno alle nuvole e il loro fievole riflesso lumeggiava sulla sua iride colorita e assorta. A quel punto Miriam volse il capo all'interno della casa e osservò la scena attraverso il sottile vetro che la separava dall'impeto della furibonda lite. Le sue ciocche di capelli castani sul rosso si muovevano con la testa, libere di oscillare con gli spifferi di vento che trapelavano dalle mura delle case attorno a lei.
Si era stufata di restare sul balcone. La luna non ancora sorta e il vento portavano il freddo con loro. Quindi spinse al centro la doppia porta che dava alla loggia, entrò in casa e la richiuse, infine corse su per le scale intenta a rifugiarsi nella camera da letto. Proprio dove vi era più pace.
<< Ascoltami Xania io non ti ho tradita, ti ho sempre amata e non capisco come tu possa pensare ad una cosa simile... E' assurdo>>
<< No! Non è assurdo. Io ti ho visto... Lo giuro... Dio lo giuro... Io ti ho visto!>>
<< Hai visto? Che cosa hai visto Xania? Sei sicura di non sbagliarti?>> Lo sguardo beffardo gli accentuava le rughe e l'espressione rea sul viso, ma lui non voleva farlo vedere.
<< Ti sbagli Xania!>>
Loyd stava per arrabbiarsi.
<< No... Ho visto l'ardore con cui la baciavi...>>
<< Ardore? Tu sei pazza! Non è assolutamente vero e non azzardarti a ripeterlo! Abbiamo una figlia e non deve sentire niente di tutte queste panzane... Stai zitta!>>
Nel silenzio della stanza, il rimpianto e l'accusa suonavano come note sorde, rispettivamente deboli e decise. Mai come lo schiocco della sberla che colpì Loyd proprio in quell'istante.
<< Stai zitta a me non lo dici! Sono sempre tua moglie in fondo>>.
<< Si... Ma ti ho appena tradita... Accidenti!>>
Silenzio.
Non si aspettava una risposta simile, di sicuro. Non si mosse e tacque respirando profondamente.
La sorpresa riflessa negli occhi di Xania infuriò Loyd ancora di più, il quale la spinse a terra con molta violenza. Il corpo cozzò con fragore al suolo... Accadde così, tutto in totale sveltezza.
Per una lite quello era un momento inadatto; Miriam stava guardando l'accaduto dalle sbarre del parapetto al piano superiore. Era delusa dal comportamento irruente e irrazionale di suo padre...
L'amore è cieco... Come una pallottola che perfora il cuore, cieco quanto un colpo quando lascia l'amaro rimorso e il sapore acro della delusione... Come un colpo che rallenta il battito cardiaco fino a fermarlo. E Xania ora giaceva a terra stordita, sommersa nell'oceano dello sconforto, proprio come qualcuno che ha appena subito un colpo al cuore.
Il dolore e la frustrazione la spinsero ad alzarsi, lo fece, ma con evidente debolezza. Il colpo l'aveva ferita al corpo e allo spirito.
Al suo fianco ecco le loro valigie, uno scoglio rassicurante su cui poggiare per levarsi in piedi, per uscire dall'acquitrino dell'oblio. La mano della donna si protese verso di esse.
Loyd la guardava esterrefatto, l'aveva colpita e lei era riuscita a trovare la forza per rialzarsi, incredibile. Cercò di saltarle addosso, impedendole di muoversi. Doveva immobilizzarla, farle capire chi era il più forte. Ma quel comportamento non faceva altro che confermare ciò che aveva detto Xania - Dio lo giuro... Io ti ho visto... L'ardore con cui la baciavi.- Quelle parole gli esplodevano in tutta la loro violenza tra le tempie, per metterle a tacere non vi era più niente da fare... Lei aveva capito e Dio solo sapeva con che semplicità. In quel momento era talmente irritato e violento che avrebbe potuto far diventare il vasetto di rose, inizialmente un suo pensiero romantico, una potenziale arma omicida. Quel vaso giaceva immobile al centro del tavolo in sala. Miriam guardava quella composizione floreale e già la immaginava frantumata a terra, con i petali sciupati sparsi ovunque sul pavimento.
Fino ad alcuni attimi prima Xania era tranquilla, in lavanderia, dedita alle abitudinarie faccende domestiche.
Era accaduto tutto così in fretta.
Miriam tentò di frenare la lotta, Xania sarebbe morta se Loyd l'avesse aggredita... Ci mancava davvero poco che accadesse. Le urla di stizza che scaturivano dalla sua bocca da dodicenne non erano abbastanza forti da tacere l'ira degli adulti, semmai a rinviarla. Anche Xania strillava ma Loyd era uscito di senno e non sapeva cosa stesse facendo, di sicuro. Invece di saltarle addosso la prese per un braccio e aprendo la porta la spinse fuori, lasciandole sbattere la testa sul pavimento in ardesia. Il biondo dei suoi capelli era incupito dall'orrore della pena.
L'aveva disorientata, era libero di torturarla ed in quel momento entrambi erano fuori di casa.
Miriam non poteva fare niente, nonostante avesse cercato il telefono per chiamare i soccorsi suo padre aveva staccato i fili. Lui voleva impedire al mondo intero di entrare in quella casa, perché nessuno doveva scoprire ciò che fosse accaduto. Suo padre aveva spento anche le luci dall'interruttore generale, e Miriam era troppo bassa per arrivarvici. Non le rimaneva altro che tirare pugni al muro, nella speranza che qualche curioso sarebbe venuto a guardare, scoprendo la vicenda.
Intanto la luna giungeva in alto, nel cielo, illuminando la città e gli abitanti con la sua luce, proprio come una fioca lumiera in una stanza buia abitata dagli spettri. Miriam aveva paura degli spettri ma per tutto il tempo in cui rimase chiusa in casa pensò soltanto a Xania, nascondendo le paure più atroci dietro agli spasmi e i crampi, lasciandole scorrere assieme al gelante terrore che le fluiva nelle vene.
La luna parlava... Doveva dire la sua...
"Il Male colpisce sempre nel posto giusto... Ma perché proprio a casa mia?" Le chiese Miriam. Sperava nella risposta della luna, ma ella stette più zitta degli spettri, i fantasmi delle sue paure infondate che in quel momento aspettavano... In silenzio.
Era accaduto tutto così in fretta. E il buio era la casa delle sue ombre










2
La notte della Vigilia.
<< Polski, vieni qua! Abbiamo un problemino!>>
<< Un problemino? Di che genere?>>
<< Vieni a verificare tu stesso. Non ci crederai!>>
<< E' grave?>>
<< Accidenti vieni... Prima che sia troppo tardi!>>
Quanto odiava quel soprannome, Polsky, si poteva scorgere una nota di disprezzo nei suoi occhi.
I lenti passi mutarono in una svelta camminata solo quando l'odore del sangue si diffuse nell'aria, pungente come l'odore di bruciato. Il corpo della vittima giaceva privo d'anima al suolo, con il sangue che colava dalle ferite d'arma da fuoco.
<< E' l'uomo sbagliato!>>
<< Morty Wolman... L'uomo sbagliato? Com'è possibile?>>
<< Semplice idiota! Hai ucciso l'uomo sbagliato...Non è Morty Wolman, questo è...>>
<< Cosa? Questo chi diavolo è allora?>> imprecò ad alta voce, nel bel mezzo della notte.
<< Questo è un agente federale!>>
Silenzio. Un silenzio colmo di dolore. Non capitava spesso che Jhad facesse errori, quello era un bel problema.
<< Benissimo davvero... Ora cosa hai intenzione di fare? Hai ucciso l'uomo sbagliato, mio caro. Se la polizia scopre la morte di quest'uomo, a saperlo ci uccide entrambi. Se devi sporcarti la fedina, sporcala, ma fallo per qualcosa di giusto... Maledizione Jhad! Dovevi assassinare Morty... Morty Wolman. Morty! Controlla l'identità della tua vittima la prossima volta... Maledizione!>>
Jhad era sempre stato una persona normale, un normale cittadino. Un uomo normale e criminale, proprio come chiunque altro. I suoi occhi da assassino riflettevano la pioggia e il suo animo lievemente pentito. L'odore della morte aleggiava nell'aria assieme allo zolfo della pioggia e al sentore ferreo del sangue. E lui fissava il tutto.
Il silenzio venne interrotto solo dai passi sordi e cupi che echeggiavano tra le mura della stretta via, era la lenta ma decisa camminata del suo capo.
Si sentì anche il tonfo tipico di un oggetto quando cadde in una pozzanghera. Il suo superiore se n'era andato facendo cadere a terra il suo distintivo. Quel distintivo adesso era irrecuperabile, proprio come l'uomo al suo fianco, che era muto e solido come una roccia. E il suo assassino stava ancora a fissarlo.
Jhad desiderava soltanto tornarsene a casa, perché era deluso.
La pioggia continuava a scendere, in un tonante scroscio. I lampi laceravano la volta celeste con un bianco lucido e luminoso.
Jhad era stufo della solita vita... Ora, come al solito, avrebbe dovuto trovarsi un alibi o una nuova identità.
Un alibi era difficile, non aveva molti amici.
Quell'omicidio non sarebbe passato inosservato pensava, senza tuttavia non esserne troppo preoccupato.
Seguendo i passi del suo superiore, Jhad uscì dalla via e si incamminò, con il dolce rimorso e l'amaro sentore di delusione fusi in un brivido indefinito. Il corpo dell'agente Beld giaceva ancora in fondo alla via, un colpo al cuore lo aveva ucciso.
Quell'atmosfera lasciò il suo assassino con una sola frase in mente "Polski Polski, questa volta l'hai combinata grossa!"









3
Era Natale e il giorno si era levato.
Lo stridulo sgommare di un'automobile, il rumore di città, e il calore del mattino... La solita tazza di caffè... Tutto sempre uguale. Ma Damian conosceva il trucco. Il trucco per dimenticare la monotonia. Dopo lo sterminio della sua famiglia aveva veramente compreso cosa fosse la vita, attraversando la morte nel tunnel dell'angoscia, in corsia preferenziale. Desiderava passare la vita a coltivare ciclamini? No.
Voleva essere il duro, il duro della questione in ogni circostanza, sia in estatiche vicende che in spietate sciagure. E come un uomo ambizioso, riusciva benissimo nelle imprese che si prefiggeva.
E ne usciva sempre come un duro, un'incorruttibile roccia senza cuore. L'amore? Non se ne faceva nulla di cinque lettere come quelle, era l'odioso pretesto di pace che insegnavano all'asilo.
Le rose? Un artiglio della terra cresciuto male. Solo dei fiori con le distorte unghie affilate, perlopiù stonate dalla futilità dei petali rossi, cuciti nell'ombelico dell'universo. Rossi come l'inferno. Erano inutili. Le sequoie... Gli arbusti e i frutici della montagna, le solitarie querce... Quella era l'altra vita da ammirare!
Damian non voleva, e non aveva, una ragazza da amare. Le uniche ragazze che lo avevano amato erano rimaste strangolate. Letteralmente. Metteva tutta la sua forza di golem di pietra nei muscoli rigidi e prepotenti che aveva, e con le braccia colossali avvinghiate allo stretto collo di una donna, mentre il tiepido alito del sentimento inumidiva la roccia selvaggia del suo petto, pensava a porre fine a quei contorti istinti amorevoli.
L'unico sentimento da vivere è l'adrenalinico sentore dell'avventura. Nulla era statico e nulla doveva essere noioso, tutto era un'avventura. Continuava a ripeterselo, in una cantilena infernale e ipnotica, ma aveva ragione, a suo modo.
Finì di bere il caffè fumante e si pulì i baffi con il tovagliolo al lato del vassoio, poi si alzò e andò a pagare.
La commessa era una donna veramente attraente, ma lui era troppo assorto nel trovare gli spiccioli per ammirare tale fascino. Alzando lo sguardo forse avrebbe notato la bellezza della donna, ma si era distratto ancora una volta perché aveva finito le gomme da masticare. Prese un intero astuccio di gomme dal contenitore vicino alla cassa, al fianco della donna, e senza nemmeno badare a lei se lo infilò in tasca. A quel punto vide alcuni giochi passatempo, tra riviste e giornali vi erano anche diversi puzzle, ma non comprò nulla. Quando finì di pagare prese il resto e se ne andò, lasciando la commessa completamente meravigliata, imbarazzata dal suo disinteresse. Era in cerca di emozioni un po' profonde e l'uomo non l'aveva degnata di uno sguardo. Sarebbe stato davvero forte a letto.
Sotto i fulgidi raggi di sole a Dallas gli occhiali da sole erano utilissimi. Con un colpetto Damian li fece scendere dalla testa, incastrando i naselli stretti con il suo naso aquilino. Nessuno sarebbe riuscito a rubarli, dal naso a punta di un criminale come lui...
Il suo furgone si trovava a pochi metri dal Caffè, nel parcheggio. Damian si incamminò, ricordava dove aveva parcheggiato ma prima non vi erano due automobili della Polizia ai lati del suo Transit.
Dentro agli abitacoli delle vetture non c'era nessuno, molto probabilmente erano a bere un drink. Poco male... Non doveva nemmeno sforzarsi di farli fuori, erano state così risparmiate quattro vite. In effetti stenderli non avrebbe aumentato di neanche un colpo il suo battito cardiaco, sarebbe stato uno scontro troppo semplice. Quattro nani contro un orco gigante e verde... Quella "lotta" sarebbe stato come battere a scacchi un neonato, con i muscoli che si ritrovava.
Ignorando le vetture blu a strisce bianche Damian aprì la portiera del suo furgoncino. Non salì perché non voleva salire subito, desiderava prima sentire nuovamente il sapore dell'avana.
Damian viveva per i suoi sigari... Se doveva provare amore era per il suo tabacco e i dolci momenti che lo accompagnavano. Quel tabacco d'Avana costava parecchio, non era ricco di famiglia ma... Poteva permetterselo... Poteva permetterselo. In quei momenti ammirava la bellezza del sole e viveva il brio del vento. L'autunno scorreva nelle sue vene, assieme al muschio delle rocce e al cancro causato dal fumo. Sapeva che il sole sarebbe restato in cielo ancora per poche ore... Voleva nutrirsi dei suoi raggi, del suo unico calore. Assorbire la sua forza. Prima delle sei di quella sera.
Rimase ancora alcuni minuti a osservarsi intorno. Fino a quando i quattro uomini, ormai brilli durante il turno di servizio, non raggiunsero le loro auto-volanti. Non li temeva, voleva vederli in faccia per vedere quanto potessero essere degne di fiducia le forze di Polizia.
Damian voleva andare a fare compere, voleva attrezzarsi per quella sera perché doveva fare qualcosa di molto importante. E ciò che rientrava nella sua definizione di importante era: porre fine agli istinti animaleschi e indeterminati di qualche sciagurato. Come al solito.
E quello che aveva era un importante incarico, un compito davvero degno della sua esauriente definizione.

4
Il sole. Il sole è una palla, una grossa palla che impone in cielo tutto il proprio dominio, un'icona della vitalità.
Il piccolo Jim non sapeva come definire bene il sole ma la nonna aveva capito cosa intendeva e accennò l'intesa con un sorriso.
La veranda era il posto più bello della casa in cui potevano guardare il cielo, dove potevano passare il tempo.
Il Texas era affascinante, Jim si perdeva nei suoi colori all'orizzonte. L'alito del giorno offuscava le linee oltre il recinto, con le sue nuvole dalle diverse tonalità. Nonostante l'autunno infondesse il suo tiepido clima, vi era ancora l'aria estiva tipica di quelle terre.
Il clima della bella California.
L'attesa scemava tutto il suo entusiasmo da bambino. Ormai erano passate due ore e Jim si chiedeva dove fossero finiti i suoi genitori. Gli avevano rifilato la scusa che dovevano lavare l'auto, ma lui non era mica stupido... Sapeva benissimo che tra le bugie e le auto vi erano i regali. I regali per festeggiare, perché ogni anno festeggiavano. Anche se ancora non aveva capito cosa.
Muto sulla veranda, Jim era concentrato, ammaliato al contempo dal ronzio etereo della pace attorno. Non se ne era accorto subito ma qualcuno aveva fatto squillare il campanello e la nonna era andata ad aprire. Intanto alla televisione davano la solita sit-com del pomeriggio. Ma a Jim non importava.
Si riteneva un bambino molto fortunato, i suoi genitori gli volevano molto bene. Ogni sera, Dean e Stella, dopo aver passato del tempo con lui, si concedevano le ore della notte, travolti dall'ardente passione di un amore eterno. Quel calore in casa lo faceva stare molto bene.
Ogni tanto, nonostante avesse solo tre anni, pensava di premiarli per la loro dedizione nel mantenere la felicità. Perché l'amore è importante, e perché vivere era bello e semplice. Bello, e soprattutto semplice, grazie all'amore.
Suo padre Dean era entrato in casa nascondendosi, dietro a Stella, che tra l'altro era smilza e alta sul metro e sessanta. Jim l'aveva visto, ma non voleva costringerlo a tirare fuori la sorpresa prima del tempo. Il pacco regalo era rosso ed oltremisura appariscente. E aveva, sulla sommità, sulla carta lucida rossa a macchie invece che a pois come piaceva a lui; un fiocchetto blu oltremodo in contrasto con l'accecante intensità del rosso. Si credeva invisibile ma... No! Decisamente non lo era.
Dean tornò dal nascondiglio, il ripostiglio, con uno sguardo stranamente beffardo. Come se fosse stato certo della sua buona scelta.
Jim non troverà mai il mio regalo!
Ahh...Dean Kordan... Illuso...
Jim era tanto intelligente da aver già capito cosa conteneva il pacco. Lo scontrino che Stella aveva lasciato sbadatamente sul tavolo parlava chiaro.
Scottex, olio da cucina, sale marino iodato, Brandy, Coca Cola, caramelle varie, automobile telecomandata IMC Toys, pop corn, corn flakes, latte e spezie varie. Due ore per fare quella spesa?
Aveva capito tutto. Sperava quindi di poter vedere qualcuno vestito di rosso, o verde, scendere dalla cappa del camino attraverso la canna fumaria, per vederlo colmo di fuliggine. Una veduta davvero divertente... Ma non era mai successo. Di sicuro non si aspettava di guardare fuori e trovare San Nicola da Mira con la sua tavola da Surf in braccio... No! Quella era un'occasione imperdibile. E sua cugina sarebbe stata d'accordo con lui. La California era bizzarra. San Nicola arrivava su una slitta, non con la tavola.
Jim distolse lo sguardo dalla pubblicità alla televisione, da quel ridicolo uomo che si crede Babbo Natale e porta una tavola da surf sotto il braccio con sopra scritto: California Beach.
Non sanno più cosa inventarsi quelli della pubblicità.
Jim non vedeva l'ora di rivedere la sua amata cugina. La cappa e la rispettiva mensola con attaccati i rami secchi d'albero tutt'attorno era ancora inviolata, pulita come il resto della casa. Forse era troppo presto per Babbo Natale e sicuramente era presto anche per sua cugina.
5
Era sera, e Miriam se ne stava al buio, nella speranza che qualche folletto la raggiungesse per darle appoggio. I folletti erano capaci di infilarsi dappertutto, nei vasi, nelle fessure... Anche arrampicarsi era il loro forte. Il quadro degli interruttori era decisamente alla loro portata.
Attendeva. Invano. Il Natale intanto passava, e di giorni come quello ce n'era solo uno all'anno.
I folletti non arrivavano. Non esistevano. Le favole che le avevano insegnato non si erano mai avverate.
Babbo Natale, le fate, gli animali parlanti. La sua bambola di pezza aveva smesso di parlare alcuni anni prima, sempre ad una litigata dei suoi genitori. Ed ora attendeva che l'angelo del demonio scatenasse la sua furibonda ira contro un altro dei suoi sogni di gioventù. La famiglia era già abbastanza scossa e sembrava peggiorare in continuazione, al punto che se fosse accaduto qualcosa di terribile non si sarebbe affatto meravigliata. Sotto quell'aspetto la sua vita non era molto semplice e bella. L'amore era sconvolto per quei litigi. Quando mai Loyd e Xania si sarebbero perdonati e avrebbero dato un'occhiata al loro futuro? Miriam era già pronta a sostenerli in quell'impresa da molto tempo.
Sapeva che mantenere una famiglia poteva essere arduo, ma stare fermi e soprattutto guardarli litigare non aveva mai portato a niente.
Miriam doveva agire. Iniziò a scendere le scale, attenta alle insidiose gradinate, nascoste nel buio.
Un passo. Un passo. Un altro passo.
Fortunatamente la ringhiera in legno era abbastanza stabile e poteva appoggiarvisi, se fosse caduta si sarebbe fatta male. In quel frangente cadere dalle scale sarebbe stato come cadere nel vuoto. Nell'oblio della desolazione.
Un altro passo e...
Uno struscio di metallo, il botto possente delle campane, il tintinnio casuale del sonaglio... Era una collana quella che Miriam aveva trovato, e quei suoni erano il prodotto della sua mente.
Tin tin tin.
La collana di Xania. La teneva sempre al collo.
Non voleva pensarci, sarebbe ricascata nei suoi pensieri sconfortanti.
È solo una collana, Miriam!
Se Loyd e Xania fossero tornati proprio in quel momento avrebbero visto le sue lacrime, l'acqua distillata dei suoi pensieri cadere dagli occhi e precipitare sui gradini, come pioggia. Si sarebbero pentiti, o forse avrebbero finto.
Miriam aveva sceso finalmente tutti i gradini e alla fine non si era fratturata niente. Il pensiero di essere ancora incolume dopo aver sceso ventiquattro gradini a semi-chiocciola al buio la confortava. La scala era angusta anche alla luce!
L'idea di poter accendere gli interruttori salendo in piedi su di una sedia era geniale, e tanta genialità stuzzicava la sua fantasia. L'aveva visto fare in un film. Doveva soltanto trovare la sedia.
Con le mani, camminando a tentoni, Miriam tastava l'oscurità nel tentativo di percepire qualche cosa. La lontananza era tangibile. Il tavolo del soggiorno si trovava ad alcuni metri di fronte a lei, nel mezzo del tinello. A sinistra vi doveva essere il gradino che divideva la stanza in due parti, e la zona relax. Quanto avrebbe voluto deviare la rotta nel buio per sedersi sul soffice divanetto. Era proprio ad alcuni metri da lei... Una decina di passi. La prospettiva di rilassarsi e di stendere i nervi solleticava i suoi desideri. Ma doveva fare qualcos'altro di più importante.
Loyd e Xania erano fuori da molto tempo, chissà quando sarebbero tornati?
Intanto Miriam era arrivata proprio sotto al pannello. Doveva essere lì. La sedia era ad alcuni metri, vicino al tavolo, e faceva proprio al caso suo.
Con gli occhi aperti, nel tentativo inutile di vedere, Miriam porse le mani in avanti. Questa volta nel tentativo di impugnare i pomelli sullo schienale della sedia.
Non indugiò a sporsi in avanti, la sedia doveva essere nei pressi del tavolo ma, non c'era.
Miriam poteva benissimo uscire dalla porta. Poteva raggiungere con le percezioni la soglia e andarsene. Ma non lo fece. Preferiva rimanere vittima di quel buio e di quell'odio che per tanto tempo l'avevano accompagnata.
Esattamente non ricordava come fossero posizionati gli oggetti prima che suo padre avesse spento le luci, a suo tempo ciò non era rientrato nelle sue preoccupazioni.
Quanto avrebbe fatto meglio a osservare invece. Rimorso.
Miriam scorse gli avvenimenti nella mente al fine di ricordare. Il dibattito, lo schiaffo, Loyd che penzolava in aria, col colletto infilato nell'uncino volante della discordia... Il tempo immobile. Se le fosse saltato addosso l'avrebbe schiacciata, poi il botto della testa di sua madre sul pavimento. Le valigie erano d'impiccio, non l'avrebbe picchiata a dovere con quell'ostacolo. Quindi ecco: le prese e le mise sul tavolo, anzi, una delle due sulla sedia, infine aveva preso a calci la sedia. Doveva essere lì in terra. Infatti... Quasi ci inciampava. Tum.
Normalmente era agile... I riflessi non le mancavano. Ora Miriam si trovava a terra, con il fianco sinistro sfondato dallo schienale della sedia, in legno scolpito a mano.
La musica le era sempre piaciuta. Le dolci note del violino, il rombo della cornamusa, il frequente e incalzante pulsare del sangue nelle vene. Era un concerto indescrivibile, maestoso e tonante. Nel buio. Lei sentiva il ritmo del suo disagio.
Si rialzò, cercando di ignorare i tremolii alle braccia, i tremiti del suo corpo che sentiva pesante.
Doveva accendere la luce, non era intenzionata a passare il pomeriggio al buio, fantasticando inutilmente tra i gemiti interiori del suo io più profondo. Il buio fitto era illuminato soltanto dai suoi pensieri luminosi, colmi di speranza, ma non era una luce visibile ad occhio umano e con la quale poteva percorrere il salotto in tutta sicurezza.
Per quella sera Miriam aveva altri piani, ben più attraenti. E Loyd non era ancora tornato. Chissà com'era stata conciata Xania. Forse sarebbe tornata inorridita e indolenzita, come una bambola, o forse grondante di sangue. Loyd non era affatto smilzo e basso, anzi. Sapeva pestare e non avrebbe impiegato molto a farla a pezzi.
Miriam teneva un diario, ma non voleva sprecare altre pagine per scrivere di un nuovo litigio. Josh sapeva già troppo, le sue pagine erano piene di orridi e selvaggi episodi come quello. Miriam aveva aggiunto delle pagine con la colla sul fondo del diario, dietro la copertina, all'interno di Josh. Così poteva scrivere più cose, magari più carine.
Le parole odio e disgusto erano marcate a caratteri cubitali tra le righe della sua vita. Ma uno stupido diario non poteva capire l'ardore di quei sentimenti, il fuoco che emanavano, e la loro potenza capace di scindere l'aria. Quanto le sarebbe piaciuto che Josh fosse capace di comprendere...
Miriam voleva poter scrivere qualcosa di più allegro su quel diario.
I suoi genitori erano usciti da un po'. Miriam calcolò il tempo con la mente, erano in ritardo di mezz'ora sulla tabella di marcia a causa di quell'imprevisto... In teoria dovevano essere le cinque e quaranta.
6
Le vie della cittadina erano molto strette e anguste, il sole spargeva i suoi radiosi sorrisi in tutti gli angoli. Ma a Damian quella bellezza non importava. Non la riteneva importante quanto il vivere l'avventura. Il sole, le piante, i sentimenti, per lui erano soltanto dei ricami nell'intreccio dell'esistenza, come quelli di un maglione. Erano gli inutili addobbi creativi della vita. Erano privi d'importanza.
Il maglione era l'indumento che lo proteggeva dal freddo, al contempo le strette fibre del tessuto delucidavano il suo spirito determinato e incorruttibile, rendendolo un uomo dalle fattezze impossibili da rescindere. Un vero duro metaforicamente parlando.
Il negozio di ferramenta, che data l'ora aveva da poco riaperto, era solo una piccola parte della città. Un angolo. Ma per lui, in quel momento era la più importante.
Damian entrò dalla piccola soglia, lasciando che il caldo che si portava appresso venisse trafitto dalla lama d'aria che fuoriusciva dal condizionatore. Entrò e tolse la mano dalla porta a vetro lasciando l'impronta, così che chiunque sapesse che lui era passato di lì.
Viti, bulloni, chiavi, trance, tutti i prodotti erano appesi su alcuni gancetti arrugginiti lungo le file che si aprivano e che si stagliavano di fronte a lui. Diverse scatoline di bulloni e rondelle stavano per terra, e quasi gli fecero lo sgambetto. Damian deviò per schivarle.
Gli servivano i materiali per compiere il lavoro quella sera e non aveva trovato nulla di quello che gli serviva, guardandosi intorno.
Damian era davvero incuriosito da tutto quel disordine. Si avvicinò al bancone con fare circospetto, oltre le file e gli scaffali.
Una fioca luce al neon, appesa con un filo di metallo al soffitto, avrebbe dovuto illuminare tutto il negozio, ma non adempiva al compito. Anzi, ogni tanto si spegneva per poi riaccendersi da sola, lasciando per poco tempo il locale nell'oscurità.
Era deserto. Il pavimento brillava come uno specchio, era pulito perché non ci passava sopra mai nessuno.
Una donna gracile, bassa e magra, uscì dal retro del locale passando da una porta che stava dietro al bancone. Le scure trecce della tendina appese alla soglia caddero al suolo e penzolarono al passaggio della signora.
Lungo le pareti del locale vi erano appesi, ad uncini montati sulle apposite corsie orizzontali dei pannelli, strane corde e catene. Damian amava la vendetta quanto la tortura. Con quelle cose avrebbe potuto seviziare la propria vittima quella sera. Inoltre se il tipo avesse avuto una donna, Damian avrebbe potuto maltrattarla quanto voleva, tanto il suo uomo non avrebbe potuto difenderla essendo legato da qualche parte con una possente catena dal diametro di otto centimetri. Sarebbe stato costretto a guardare.
L'idea di rendere effetto di qualche violenza una donna in quel momento lo solleticava, ma la commessa, e forse proprietaria della ferramenta, non era adatta a realizzare quei sogni erotici. Damian sapeva di avere una mente contorta e gli piaceva.
Il viso di cera dell'asiatica oltre il bancone lo stava osservando. Probabilmente si chiedeva cosa stesse pensando, ma abituata alla scarsità di clientela non osava giudicare una persona dalle smorfie che faceva mentre pensava, quindi Damian continuò a immaginare indisturbato. Quando si disincantò ricordò di essere arrivato fino a lì per un motivo. A quel punto giunse fuori dal bosco delle utopie per tornare nel mondo della ferraglia e delle catene dal diametro di otto centimetri.
L'asiatica, che dal nome scritto sull'etichetta della maglia doveva chiamarsi Noem Hiri, aveva un gilet con un ricamo stampato, un bosco pieno di selvaggi muniti di lance. Assorto nuovamente, stavolta nella figura del gilet, Damian gustava l'indescrivibile sapore della guerra. L'insuperabile sentore del selvaggio, un piacere immenso e indefinibile.
La sua mente vagava...
Qualche attimo dopo Damian cominciò a sentire caldo, il condizionatore all'entrata era scadente come tutto il resto nel locale, pensò.
Una bella ragazza alla cassa avrebbe attirato più clientela di quel tubo di rughe oltre il bancone e una bella esposizione di armi illegali avrebbe reso il locale più attraente. La porta avrebbe dovuto restare aperta, secondo lui...
La sua mente continuava a viaggiare per digressioni, senza mai giungere al presente.
<< Posso aiutarla signore?>>
Silenzio.
<< Ha bisogno di qualcosa signore? Posso aiutarla?>>
Non riusciva a credere che un tale rotolo di peli dagli occhi allungati potesse essere gentile, la maglietta diceva il contrario. Immaginava che fosse arrogante, una megera mascherata. Proprio come i selvaggi della maglia, dispersi in una giungla affollata di grizzly feroci che si muovono furtivi tra i giunchi, con il riflesso del fulgido sole sull'acqua, e ripugnati dal fetido odore dei miasmi stagnanti attorno all'oasi. Un panorama agghiacciante e desolato, che colma il cuore di una suggestione spiritica triste, derivante dai meandri opachi della giungla: la solitudine. Damian era solo, e probabilmente anche Noem Hiri lo era. Proprio in quel momento i suoi occhi riflettevano i colli su cui i selvaggi veneravano gli Dei, nella speranza di ottenere poteri utili alla sopravvivenza.
Ma Damian sopravviveva già molto bene. Non aveva di certo bisogno di poteri soprannaturali per cavarsela nella vita... Bastava una catena da otto centimetri di diametro!
<< Si, mi può aiutare. Voglio un paio di catene dal diametro di otto centimetri...>>
<< Anche delle munizioni sottobanco>> aggiunse sottovoce.
Non c'era alcuna necessità di parlare a bassa voce, erano soli nel locale, con il riflesso dei tetri scaffali sul pavimento, con lo sfregamento delle lance e il boato della guerra che riecheggiavano tra le mura malconce di quella stanza. Semmai avrebbe dovuto urlare per sovrastare quei rumori!
Damian si trovava nella terra dei selvaggi, in una foresta paludosa e inospitale ai confini del mondo, e il suo spirito vagava lontano.
Doveva smettere di fumare quegli strani sigari.

7
Miriam nel frattempo si trovava avvolta nel buio, nel salotto. Stava con i piedi sopra alla sedia.
L'oscurità ormai era diventata un'espansione di lei. Miriam poteva guardare in tutti gli angoli della stanza e non vedere niente, al contempo sapeva che vi era qualcosa. Qualcosa di insolito. Il buio e il sonno insieme fanno brutti scherzi.
Sua madre e Loyd non erano ancora tornati, davvero strano. Miriam aveva come l'impressione che ormai erano troppo in ritardo per partire.
Le oscure ombre danzavano nella stanza, illuminate dalla tenebrosa luce della luna, e l'incalzante ritmo dell'apprensione attanagliava la bambina, soffocandola.
Chissà com'era ridotta Xania, si chiedeva Miriam. Povera mamma. Sperava che l'attesa fosse dovuta a quell'unica possibilità su molteplici migliaia che avevano fatto pace e che stessero passando il tempo con amore. Forse sperava invano.
Il pannello degli interruttori doveva trovarsi da quelle parti. Allungare le mani verso l'alto e palpare un po' ovunque le avrebbe permesso di trovarlo. Lo fece.
A quel punto sorgeva un nuovo problema: come avrebbe fatto a sapere quale interruttore doveva sollevare?
La Luna le rispose.
"Semplice mia cara, l'apparenza non sempre corrisponde a verità."
Miriam aprì lo sportello che nascondeva gli interruttori, quello giusto doveva essere uno di quei pulsanti. Li toccò tutti con le mani. Erano davvero tanti.
Clic, clic. Il primo si sollevò e scese automaticamente.
Clic clic. Anche il secondo.
Il buio aveva anche un odore: il ferreo sentore del sangue. Miriam si era graffiata cadendo alcuni minuti prima e senza luce poteva capire dove si era fatta male soltanto con le percezioni. Aveva subito una botta piuttosto dolorosa.
Clic clic. Anche il terzo interruttore non funzionava.
Miriam si ricordava quando lei e suo cugino giocavano a nascondino. Il buio era il suo nascondiglio preferito ma non aveva mai osato spegnere la luce dall'interruttore generale. Lei grazie al suo fiuto lo trovava sempre, d'altronde era anche più piccolo e per questo era meno furbo. Ogni anno, proprio in quel periodo, passava un po' di tempo con lui. Si divertiva a giocare con Jim, era davvero divertente... Era davvero divertente.
Il resto della fila di interruttori aveva già tutti i pulsanti sollevati. Doveva essere quindi uno dei primi tre. Erano tre pulsanti davvero ostinati, non volevano funzionare.
Suo cugino Jim non sapeva che nella sua famiglia le cose andavano in quel modo tanto disastrato, Xania e Loyd erano così tranquilli quando andavano a casa della nonna! I suoi zii Dean e Stella, che anche loro passavano il Natale alla casa della nonna, erano molto affettuosi. Loyd e Xania dovevano quindi adeguarsi.
Ma il suo diario sapeva l'intera storia, la storia che non aveva mai avuto il coraggio di rivelare a suo cugino, nonostante fosse sempre stato rispettoso per il silenzio che andava riservato ai segreti e nonostante fosse affidabile.
La Nonna Eva riusciva sempre ad instillare la pace nei loro cuori, nel giorno di Natale. Lo spirito inquieto e prepotente di Loyd si trasformava quindi in quello di un agnellino dopo pranzo. Accadeva dopo ogni cenone di Natale.
Quanto desiderava poter prendere un poco di quella calma, metterla in una boccetta di vetro e chiuderla con un tappo per portarsela dietro. Avrebbe riaperto la boccetta ogniqualvolta si fosse ripresentato il pericolo di una lite, evitando per sempre quell'evenienza.
Il buio era ancora lì, anche la sua apprensione.
Clic clic, clic clic, clic clic... Clic...
La luce si accese, il suo calore si diffuse immediatamente nella stanza. Di conseguenza l'ansia di Miriam si sciolse in vapore, manifestandosi come l'alito nel freddo della notte.
Dall'alto Miriam vedeva tutta la stanza. Finalmente luce, pensava.
La luna le aveva consigliato bene, quindi le fece un sorriso. Perché i buoni meritano sempre una ricompensa.
A quel punto Miriam vide l'orologio appeso. Erano le sei meno dieci, e in effetti erano molto in ritardo per partire.
Ora doveva aspettare il ritorno dei suoi genitori. Si sentiva particolarmente arrabbiata con suo padre, Loyd. A volte si comportava come un autentico criminale.
Nelle favole i cattivi fanno sempre una brutta fine. Ovviamente Miriam sperava che a lui non accadesse nulla di male. In fondo non viveva in una favola, ma nella dura realtà.
8
Lungo le montagne, all'orizzonte, vi era il calmo sciogliersi della neve. Sulle collinette che circondavano le erti cime della sella si potevano udire le voci argentine dell'autunno e il freddo dell'inverno. Come un dipinto ad olio, il caldo del sole contrastava il freddo della giogaia. Jhad amava osservare quel paesaggio. La sua casa vista in lontananza gli sortiva uno strano effetto. Come se l'amore della sua famiglia fosse più lontano, e intangibile. Ma a lui bastava rievocare il tonante rombo del grido delle aquile e il canto del colibrì per tornare a sorridere. La sua famiglia gli voleva davvero un mondo di bene.
Il destino aveva pensato di togliergli l'unica cosa di valore che possedeva, e lui soffriva. Quindi, ogniqualvolta non si sentisse in forma, per sollevarsi il morale, andava alla sua libreria, prendeva l'album delle fotografie di famiglia e si dedicava alla visione delle immagini.
E quella foto che ora aveva davanti era davvero molto bella per lui. Raffigurava il ricordo più vivo.
Quasi non riusciva a staccarsi del raccoglitore. Le pagine plastificate si fondevano con la superficie delle sue dita, immergendolo nelle ambientazioni delle fotografie e facendogli rivivere ogni momento.
La cittadina di Texani a Houston, il paesaggio e la catena montuosa su cui, incagliata come un galeone tra gli scogli, giaceva la sua casa, erano per lui la vita. Il ritmo del suo cuore dipendeva solo dalla bellezza del panorama di quelle terre. Il soffuso azzurro del cielo, il tiepido sospiro del vento, il culto ispirato dalle leggende e tutti quei decadenti e malconci ranch. Tutto ciò era la sua vita.
Avrebbe voluto crearsi un'altra vita basata su quel modello di famiglia, una vita da indipendente, una vita serena, lontana dai crocevia e dal caos del mondo. Voleva creare una famiglia di eremiti sulle sperdute colline di quelle terre solitarie. Ciò sarebbe stato il toccasana per rinascere dopo quella perdita. Ma il suo inconscio odio per chi aveva dato fuoco ai suoi sogni lo assillava, rendendolo malvagio sempre di più, ogni giorno. Ogni tanto ricordava che il suo comportamento era diventato scorretto e lo biasimava. Perché era inadatto, e lo capì solo percependo l'etereo silenzio dell'aria che trafiggeva le mura di roccia plasmate dalle dita di Dio, in quella terra, a casa sua, attraverso una foto opaca e annerita.
Sapeva che la vendetta non gli avrebbe riportato in vita la famiglia. Sperava solo che Dio gli avesse concesso un'opportunità per rinascere, per farsi una famiglia, per poter dare a qualcuno l'amore dei genitori che lo avevano messo in vita. In modo da tramandarlo di generazione in generazione.
Sperava, lasciando fluttuare il fumo della bionda sempre più in alto, verso il soffitto della villetta in pregiato cotto e marmo lavorato. Una villetta costosa quanto lussuosa, ma non meritata.
Sperando di ritrovare il panorama e la visuale che vedeva da piccolo da quella casetta sui monti, guardò fuori dalla finestra, rimase accigliato. Pioveva, e le nuvole indicavano un prossimo temporale. Erano nere quanto lo spazio.
Jhad continuava a girare le pagine. Trovò una foto in cui mangiava una mela, ne ricordava il sapore.
La plastica che proteggeva la fotografia aveva un volto proprio, gli occhi dell'oscurità, e man mano che si avvicinava alla fine dell'album, sapendo che le foto erano state scattate sempre più di recente man mano che avanzava con le pagine, realizzava che avrebbe dovuto impedire che il suo inviato uccidesse il nuovo bersaglio che gli aveva raccomandato.
In due giorni due morti erano troppi. La sua coscienza non glielo avrebbe mai perdonato.
Erano troppi, due morti.
Il buio della foto divenuta opaca a causa del tempo sembrava possedere un'anima, era come un portale magico che dava al mondo dei sogni. Jhad rimase a fissarla immobilizzato, con la vaga espressione di un chierico posseduto.
Era indeciso se piangere o se sfogarsi in un tormentato sogghigno. In entrambi i casi avrebbe dovuto continuare ad ascoltare il sussurro della fotografia. Come se dalle linee degli oggetti ritratti si potesse scorgere una larga mascella in movimento, con tanto di denti stretti e afflitti da pulpite, come aguzzi e corrosi appigli su cui annodare una fune prima di addentrarsi nel profondo della gola. Il buio che vi scaturiva era talmente scuro da poter essere paragonato all'agonizzante nero, posto sull'infinitamente lontana linea dell'orizzonte, dove vi era il temporale. E lui ascoltava guardando il Demonio in faccia, rischiando di essere contagiato dalla sua bulimia di rivalsa.
Con uno scatto, facendo cadere la sedia al suolo, Jhad si alzò e corse verso l'uscita della sua villa. Senza nemmeno prendere la giacca.
Se era ancora in tempo la giacca non gli serviva.
In una corsa frenetica contro il tempo e il senso di colpa, Jhad rischiò di venire investito da un'automobile rossa fiammante, l'icona degli scansafatiche affrettati che corrono sempre in zona pedonale.
Aveva qualcosa di veramente importante da fare: fermare la macchina assetata di guerra che aveva messo in moto, un uomo dalle fattezze comuni, dissoluto e corrotto. Lo scagnozzo di Satana avrebbe ucciso un innocente da lì a pochi minuti. E il Demonio avrebbe potuto succhiarne l'anima.
Jhad guardò l'ora, frettolosamente. Erano le sei meno cinque minuti.
Ancora una volta parlò a sé stesso.
Dio, ferma Damian. Dio, ferma Damian!

9
Miriam era ancora sopra la sedia, in piedi. La luce si era ormai espansa in tutto il pianterreno.
Ora poteva uscire, scappare da quell'incubo.
Come un lampo le venne in mente un'idea, un trucchetto che avrebbe instaurato un pizzico d'amore tra i suoi genitori. Era un'idea che al buio non sarebbe potuta nascere.
A quel punto Miriam scese dalla sedia, si avvicinò al tavolo della sala e protese le mani verso il vaso che vi era posto sopra... La sua idea era davvero romantica.
Romanticissima.
Purtroppo doveva rovinare la straordinaria perfezione della composizione floreale, altrimenti non avrebbe potuto realizzare il suo intento.
Se non fosse stato per lei, quel vasetto sarebbe stato usato in un altro modo, pensò. In un modo scorretto.
Meglio distruggere un poco ma avere tanta costruzione! Era una massima semplice, un vecchio proverbio. Miriam era certa che stava facendo la cosa giusta.
Con cura, nel mero tentativo di non danneggiare troppo le rose, Miriam sfilò la composizione floreale dal collo del vaso, tenendo tutti i fiori stretti per il gambo. Usava solo due dita per non pungersi.
Un po' pentita ma abbastanza giustificata la ragazza cominciò a strappare con le altre dita i petali rosso carminio dalle rose.
Che bei fiori le rose. Ahh... L'amore.
Ogni tanto si guardava indietro, per assicurarsi che i suoi genitori non entrassero proprio in quel momento. Voleva preparargli una sorpresa.
Quando finì di strappare i petali Miriam ripose il vaso sul tavolo, poi ci ripensò. Lo riprese e lo nascose dietro ai cuscini, sul divano. Così era al sicuro.
Fortunatamente dentro non c'era acqua, altrimenti avrebbe dovuto fare una corsa fino al lavandino della cucina, rovesciarla e poi ritornare in sala. Era un percorso lungo, loro sarebbero potuti tornare da un momento all'altro e non poteva perdere tempo.
I petali che aveva tolto servivano per delineare il percorso che lei voleva che facessero, un percorso che portava all'armadietto dei ricordi.
L'armadietto dei ricordi era un piccolo mobile di legno d'acero a due ante, in cui, in tutti quegli anni di non pacifico matrimonio, Loyd e Xania avevano conservato i loro ricordi. Fra cui: bigliettini e lettere d'amore, regali e gioielli.
Quanto erano stati geniali Hansel e Gretel. Miriam aveva preso l'idea da loro. Così seminò a terra i petali, come se fossero stati le palline di mollica narrate nella storia. Tracciò un percorso dall'entrata all'armadietto, con tanta attenzione per l'estetica.
Per completare l'opera avrebbe dovuto tirare fuori la lettera di San Valentino che a suo tempo aveva convinto Xania a sposare il suo corteggiatore, più o meno dodici anni prima. Era una lettera importante e sarebbe servita parecchio a creare l'effetto che si era preposta.
Cercando di non pestare nessuno dei numerosi petali posti a terra, Miriam si avvicinò a un candelabro che stava sopra un altro mobiletto. Lo prese e tornò all'armadietto dei ricordi, dove lo posò.
L'accendino doveva trovarsi in quella zona, suo padre era un fumatore. Non si faceva scrupoli, fumava anche in casa. Quando lo trovò la ragazza tornò all'armadietto dei ricordi e accese le candele. Velocemente.
Quella composizione, che era posizionata proprio davanti alle scale, li avrebbe incitati a perdonarsi a vicenda. Li avrebbe infine portati ad uno sfogo di passione. La scala, posta proprio lì vicino, li avrebbe portati alla loro camera da letto. Era la strada giusta, la via del perdono.
A quel punto Miriam prese dall'armadietto dei ricordi un piccolo quaderno, aveva una copertina rigida a righe. Sollevò la prima pagina e trovò dei bigliettini.
Quanto era romantico Loyd a quei tempi. Sua madre ne parlava molto. E ne parlava bene.
Circa a metà quaderno era infilata una busta spessa. Miriam la sfilò dalle pagine e l'osservò, come se avesse una particolare qualità totemica. Anche le aracee vicino alla finestra fissavano meravigliate quella busta.
La porta a soffietto dello stanzino, a pochi metri, nascondeva oscure presenze, che nel buio avevano preso vita. Probabilmente sarebbero morte, abbagliate dall'accecante bellezza di quella busta, e sarebbero state completamente sterminate una volta tirata fuori la lettera.
Miriam aprì la busta, a quel punto indugiò. Pensò che se voleva sortire un effetto e calmare Loyd avrebbe dovuto mettere davvero bene in esposizione la lettera che conteneva. Solo così suo padre l'avrebbe vista. Ma non c'erano cavalletti, doveva accontentarsi di ciò che aveva. Poteva usare il porta-foto!
Miriam era convinta che l'arte, in qualche modo, era capace di raggiungere i poteri di Dio. L'arte aveva una sua entità, un'entità mistica, e nemmeno la metafisica l'aveva ancora scoperta. Solo l'amore e le fiabe arrivavano a quei livelli. Ovviamente quello era solo un suo parere, ma non era tanto lontana dalla realtà.
A quel punto Miriam mise la lettera davanti al candelabro, in attesa di prendere il porta-foto.
Stava riponendo il quaderno dentro l'armadietto quando, da una delle tante pagine colme di ricordi, cadde una fotografia. Raffigurava Loyd e Xania assieme, e quello in sottofondo era probabilmente il ristorante del loro primo appuntamento.
Che bella foto!
Con le mani, cautamente, prese dagli angoli la foto che era caduta, per riporla nel quaderno.
Non se lo aspettava, ma aveva perso troppo tempo. Erano arrivati.
Tump tump... La porta.
Doveva nascondersi? Era immobile, pietrificata. Quali sarebbero state le conseguenze? E quante?
Era pietrificata dinanzi alle scale, e fissava la porta.
Rifletté. La sua camera era un riparo insicuro, e se quello era insicuro lei era spacciata!
Passarono numerosi attimi di silenzio. Le lancette schioccavano, le gocce d'acqua dal lavandino della cucina cadevano, una dopo l'altra. Quel duo di sinfonie terminò in un frastuono di tuoni.
Fuori era cominciato il temporale. Si era quindi sbagliata, non erano loro.
Intimorita Miriam ripose il quaderno nell'armadietto e posizionò la lettera sul piccolo porta-foto a cavalletto in miniatura che aveva trovato, il tutto davanti al candelabro.
Magari prima era stato solo il vento, pensò, ma sarebbero potuti tornare veramente in qualsiasi momento.
Adesso ci ergiamo eguali a due ed adornati colori dell'amore, a momenti baciando adornati versi del narrato: istinto; solo amore. La poesia non è importante, ma il suo sentimento eccelle tra le righe, lasciando le lettere incidere sul cuore. Quindi ascolta i miei versi e porgimi la mano. So cosa fare. Questa vita voglio dedicarla alla donna che più amo. E amare.
Dal tuo amore Loyd, 14 febbraio 1998.
Correndo, Miriam raggiunse la sommità delle scale. Pensandoci bene avrebbe potuto mettere qualche addobbo a terra, ma ci ripensò.
In quel momento il programma della lavatrice numero sei terminò. Dalla porta della lavanderia ne giunsero i suoni di avvertimento, forti come sirene. Nel silenzio era ovvio che fossero tanto forti!
Dal pianerottolo al piano superiore Miriam spense le luci, lasciando alle candele il compito di illuminare l'intera casa. A quel punto accese la lampada a stelo nella camera da letto di Loyd e Xania, ed entrò nella stanza. Prese dalla tasca gli ultimi petali che aveva risparmiato e li sparse sulle lenzuola bianche e sulle coperte. Infine accese le lampade sui comodini.
La luce sulfurea filtrava attraverso ai paralumi beige a macchie castane, creando un'atmosfera alquanto romantica, colma di luce affusolata. La solita lampada a stelo invece era troppo forte e diretta, era inadatta e fastidiosa... Molto meglio due lucette di quella misura, perché lasciavano tutta la stanza al buio tranne l'area dove era situato il letto. La meta ultima della via del perdono.
Voleva permettergli di volersi bene, e preparare una lussuosa sorpresa in tema romantico era la cosa più giusta da fare.
Felice per il suo operato, Miriam spense la lampada grande della camera e uscì nel buio, orientandosi solo con la fioca luce delle candele in salotto.
Ora doveva solamente stare ad aspettare, magari appisolarsi sul suo umile giaciglio, nella camera a sinistra.
Dopo tanto lavoro meritava una ricompensa. Accese lo stereo sul mobile affianco al suo letto. Un disco di musica strumentale. Musica calma.
La Natura avrebbe fatto il suo corso. Lei aveva solamente montato i binari su cui l'amore avrebbe dovuto viaggiare. Ed era orgogliosa di averlo fatto.
Erano le sei esatte. E la radiosveglia non sbagliava mai.

10
Quel giorno il tempo era passato molto velocemente. Damian non voleva rischiare di perderne ulteriormente il controllo.
Le auto non correvano, la fila non scorreva, e lui era imbottigliato nel traffico da oltre dieci minuti.
La mattina al bar, il pomeriggio alla ferramenta... Se quella lurida cinese avesse aperto il negozio sin dalla mattina ora lui sarebbe in orario... Tutta colpa sua!
Alle sei avrebbe dovuto fare il suo lavoro. Non vi erano scuse, lui era in ritardo e basta.
Quando frenava, Damian poteva vedere il rimanente pezzo del panino che aveva mangiato a pranzo rotolare sul cruscotto, tutto avvolto nel suo bianco scottex. Andava troppo piano e frenava troppo spesso. Dannazione!
Tuttavia prendersela con sé stesso non avrebbe spostato nemmeno un'automobile dalla pista, e lui lo sapeva.
In preda all'agitazione tolse una mano dal volante per mettersela in tasca. I sigari erano per le occasioni importanti, le sigarette invece erano futili, insulsi rotolini di tabacco. In quel momento gli ritornò alla mente la tipa del negozio, l'asiatica.
La sua mente talvolta vagava senza previsioni da una cosa all'altra.
A quel punto Damian prese una sigaretta e se la mise in bocca. Improvvisamente la fila cominciò a sciogliersi. Sembrava quasi che i due eventi fossero collegati.
Poco lontano, ad una cinquantina di metri, vi era uno sbocco che non aveva mai visto, una specie di scorciatoia. Era possibile che fosse apparsa proprio in quel momento? In ogni caso doveva prenderla.
Che trovata geniale!
Prese l'accendino da una fessura aperta vicino al cruscotto, lo portò alla sigaretta e l'accese. In quel momento aveva di più l'attenzione sulla piccola fiamma che sulla strada. Ma non poteva succedergli nulla di troppo grave, in fondo la vita era un'avventura!
Ancora alcuni metri e avrebbe potuto girare a destra, per imboccare la scorciatoia.
L'apparente stradina, invece di una stretta scorciatoia, era una vera e propria strada a due corsie, non era a senso unico come sembrava! La segnaletica era quasi assente e la strada era scorrevole e priva di ostacoli. Forse era l'unica via della città senza buche e strisce pedonali.
Quella strada portava proprio al centro di Dallas. Damian lesse i cartelli che vedeva sulla destra: Exall Park, Live Oak. Mancavano ancora pochi minuti e sarebbe arrivato.
Le sei meno cinque. Era puntuale grazie a quella trovata!
Assieme al fumo della sigaretta che veniva strappato dall'abitacolo con il risucchio dello zefiro, il suo collidere con il mondo portava via anche la sua stizza. L'impatto del furgoncino con l'aria era terapeutico, la forza della natura del vento!
Ma tutto quell'andirivieni, compra questo, compra quello, corri di qua, corri di là, uccidi questo, uccidi quello... Perché? Jhad non poteva semplicemente fare attenzione ad uccidere il tipo giusto al primo colpo? No.
Damian decise in quel momento che Jhad avrebbe dovuto pagarlo anche per il disturbo... Altrimenti avrebbe steso anche lui, lo avrebbe legato con una delle sue catene da otto centimetri ad un'albero e l'avrebbe lasciato lì fino a farlo marcire. Tutti i frutti gli sarebbero caduti sulla testa fino a quando il suo cranio non sarebbe stato tanto contuso da assomigliare alla testa della cinesina mutante alla ferramenta.
Vicino ad un semaforo, all'incrocio con la perpendicolare N. Peak, Damian trovò una coppietta alquanto interessante. Il maschio era alto, di capelli biondi sul castano. La maglietta bianca che indossava accentuava la sua muscolatura vigorosa, perché era attillata e bagnata. A dire il vero era proprio fradicia, e la pioggia cadeva sempre più forte.
La donna invece era un po' più bassa, bionda: all'apparenza una grande ragazza. Peccato che zoppicasse.
Nel furgone c'era abbastanza spazio anche per loro. Sperava solo che avrebbero tollerato il fumo della sigaretta e l'odore dell'avana...
In quel momento Damian aveva lo sguardo di un avvoltoio, la sigaretta che teneva tra le labbra sembrava la canna di una pistola pronta a far esplodere un colpo.
Si avvicinò al ciglio della strada, lasciando intendere ai due vagabondi che fosse lì per loro. Il rumore della pioggia aveva coperto il suono della frenata, ciononostante i due si erano accorti che qualcuno si era avvicinato in loro soccorso.
Anche i duri hanno bisogno di sgonfiare il petto ogni tanto, così Damian decise che quella era la volta buona per farlo. Se i due tipi non gli fossero piaciuti, una volta intrapresa una semplice conversazione con loro, avrebbe potuto metterli a tacere: un colpo alla tempia con la sua sedici colpi Heckler & Koch e una bella ruzzolata sotto la pioggia con il logorarsi della pelle in attrito con la ghiaia umida... Da quel momento in poi non avrebbero più parlato con nessuno.
Quella sua sadica riflessione svanì appena fu visibile il volto della donna. La coppia era ancora più strana di quanto pensasse! Camminare sotto la pioggia senza ombrello e senza cercare riparo, in totale tranquillità, non era sufficiente perché fossero davvero strani, la cosa più sconvolgente era un'altra: il viso della donna era pieno di lividi e botte, lei perdeva sangue dalla bocca! Il rivolo di sangue usciva da un angolo delle labbra e arrivava a metà collo, scendendo fino al seno. Terminava con una macchia scura sull'abito.
O il suo uomo era un violento o lei era una lottatrice professionista.
In ogni caso la pistola di Damian era sempre e comunque la più forte. Lottatrice o non lottatrice...
Quando si fermò del tutto, Damian aprì la portiera per i passeggeri che stava a destra.
La donna salì per prima, e sorrise. Aveva i pantaloni strappati sul didietro. In seguito salì l'uomo, che con uno sguardo compiaciuto guardava fisso negli occhi Damian. Era uno sguardo di ringraziamento, al contempo macchiato d'amarezza. Avrebbe voluto continuare a camminare sotto la pioggia?
Essendo bagnati fradici, i nuovi arrivati gli avrebbero rovinato i sedili.
<< Piacere, il mio nome è Damian, Trenay Damian>>.
<< Piacere, io sono la signora Kor...>> Venne interrotta dal suo compagno, che concluse la frase al suo posto.
<< Kormin... Lei è Kormin Lara, e io sono suo marito Kelton... Kelton Kormin>>.
Un nome davvero poco comune. Ma Damian non prestò molta attenzione a quel particolare.
<< Il piacere è tutto mio... Dove siete diretti? Non è il massimo camminare sotto la pioggia, vero?>>
I due fecero cenno di no con la testa.
Silenzio, solo il respiro sommesso di Damian. Nell'aria c'era il fumo della sigaretta.
Quello non era proprio un momento importante ma, per lo spettacolo che sarebbe venuto dopo, Damian voleva un sigaro. Voleva sentire l'Avana nell'abitacolo, l'odore madido degli schiavi, dei saccheggi, dei dadi e dell'azzardo immorale infusi in un tabacco coltivato in una città caraibica che ne ha subite di tutti i colori.
Quella era l'avventura, ed era riconoscibile solo dal suo sapore leggermente strinato. Voleva spirarne l'effluvio. L'alito del bucaniere.
<< Può lasciarci scendere alla 4800 della Swiss Avenue...>>
<< Abitate li?>> disse interrompendoli. Che coincidenza bizzarra, pensò.
Quella domanda era destinata a non ricevere risposta. Damian si dimenticò persino di averla posta.
<< Voi cosa fate nella vita?>>
I due cominciarono a chiedersi se il gentile gesto del loro accompagnatore fosse davvero un gesto gentile o se fosse stato solamente un tentativo egocentrico di apparire. Ma che domande erano? Che impiccione!
<< Io gestisco un bar, e lei è un'infermiera.>>.
La bugia non si reggeva in piedi. Quell'affermazione era in totale conflitto con le macchie di sangue e i lividi sul suo volto.
A Damian quei due non piacevano affatto.
<< E lei signor Trenay?>>
Ci mise un poco a rispondere, doveva prepararsi.
<< Io sono... Si! Io sono... Direi, un assassino...>>
Un attimo di sgomento. Non sapevano se credergli oppure prenderlo per burlone. Erano totalmente imbarazzati.
<< Ho ucciso numerose famiglie, sterminate, distrutte, ho frantumato l'amore, ho tradito donne amabili e ho mandato all'altro mondo un mucchio di persone. E reputo che questo sia il lavoro più bello che ci sia sulla faccia della terra... Hai a che fare con un mucchio di persone e impari a non avere paura. Di nessuno, di niente... Lo ripeto, in totale sicurezza. Io sono convinto che questo sia un lavoro alquanto rispettabile.>>
Era uno scherzo e loro ci stavano cascando. Doveva esserlo.
Certo che è un tipo davvero bizzarro, singolare.
<< Ah... Io invece ho ucciso molti animali... Anche io non ho paura... O almeno ho imparato a controllarla. E tu amore?>>
Silenzio, passaparola.
Damian cercava di trattenere le risa, ma nel suo volto lo scherno era troppo evidente. In quel momento i due compagni cominciarono a ridere. La risata è terapeutica e contagiosa. Ridevano perché volevano stare allo scherzo, anche se temevano che avesse detto la verità. Era davvero un assassino?
Quelle risate riecheggiavano fragorose nell'abitacolo, parzialmente risucchiate dal finestrino aperto dalla parte del guidatore. Poco dopo, quando tutto il locale si era svuotato delle risa, solo il residuo del fumo parlava.
La sigaretta era stata in effetti la canna per un colpo. Così quella macchia sull'abito della donna divenne assai più grande, più rossa, fino al punto in cui dal suo petto uscì sangue in modo impressionante. Un getto zampillante, quasi copioso. Un altro colpo, questa volta alle tempia dell'uomo, dipinse quella sua maglietta bianca di rosso, un rosso acceso, come il rosso della passione.
Quanto era buono l'odore del sangue fresco! Sangue che fino ad alcuni attimi prima era ancora in circolo, nelle corsie di quelle fradicie macchine di carne. Ora quei corpi rotolavano sulla ghiaia della strada disperdendo gli ultimi frammenti di vita, tra i ciottoli e le pietre sparse sul cemento bagnato. Non avrebbero sicuramente detto altre stupidate.
L'amore? L'amore era un pidocchioso insulto all'autodeterminazione. Una trappola per pezzi di carne. Illusi! Non avevano idea di che cosa sarebbero stati costretti a fare: mantenere un figlio non è mica facile! Avere un figlio può portare all'esaurimento!
Senza titubare Damian richiuse la portiera. Dietro di lui non c'erano automobili e nessuno aveva visto niente.
Nessuno poteva soccorrerli ormai, erano sicuramente in fin di vita, se non già morti.
Accelerando, Damian pensò a come venerare quel momento. Era il momento del suo sigaro.
L'odore degli schiavi privati d'amore e dei bucanieri traditori avrebbe coperto il disgustoso sentore d'ignoranza dettato dal sangue della signora Lara e del signor Kelton, sempre se i loro veri nomi fossero stati quelli.
Ed erano le sei e cinque minuti. Era ancora in ritardo.
11
Quando sarebbero tornati? Si chiedeva Miriam. Erano fuori da quasi un'ora. Da un quarto d'ora le candele stavano bruciando, a quel ritmo si sarebbero consumate...
Per la mente aveva le ipotesi più macabre, ma Miriam non voleva pensare a cose negative. L'idea che Xania fosse stata schiacciata dall'ira del marito era insopportabile.
Al piano di sotto nella casa regnava il silenzio, il buio e la luce della luna scioglievano l'aria fitta di occulti auspici fino a renderla un sospiro armonioso, come il lento dondolare della spuma lungo le rive deserte in un mare di desideri, oppure l'aspirazione malinconica dello spirito dell'acqua e la bonaccia dal respiro calmo, il suo diletto. La superficie piatta dello specchio marino, il riflesso del sole, delle nuvole. Tutto infuso in un delicato atrio, ameno quanto i petali posati sull'assito di quel larice leggiadro.
I petali di rosa segnavano la carreggiata, erano i limiti di una strada che portava alla luce intensa e concentrata delle candele, la speranza. La sua speranza per il loro amore.
Ogni tanto Miriam si affacciava al parapetto dal secondo piano per guardare di sotto. Il buio comprimeva gli spazi e l'aria diminuiva, ma aumentava l'incenso del frutto della passione derivante dalle candele.
Miriam si sentiva stretta, derubata del fiato, triste e pensierosa. Ahh...l'amore.
Sentiva già lo schiocco del bacio, perché Xania e Loyd in fondo si amavano. Probabilmente si sentivano solo in colpa per il fatto di non sentirsi dei buoni genitori. Ma Miriam era cresciuta bene e nonostante tutto si sentiva abbastanza felice.
Immaginava il loro abbraccio, la poesia dei loro sussurri, sottovoce. Il contatto della pelle, dei vestiti... La melodia del loro dondolarsi. E la voglia che poi li cattura... Fino a farli abbandonare in un oceano di passione. Come una sirena innamorata di un principe a bordo di una nave diretta chissà dove, in un mondo senza confini. Che fantasia!
E così Miriam aspettava, immersa nei pensieri, due metri sotto l'acqua alla ricerca di un ranocchio da baciare e di un pallone d'oro da portarsi via. Aspettava che il Re e la Regina tornassero a casa, per crogiolarsi in un mare di impetuose tempeste, infestate da galeoni di pirati. Come nelle fiabe.
Passava il tempo e lei fantasticava con la mente...

12
La corsa era quasi finita, sperava che non lo fosse la vita dell'uomo che aveva ordinato di uccidere.
Sei e quindici minuti. Era in tremendo ritardo... La vittima avrebbe potuto essere già all'altro mondo, e quell'infido bastardo di Damian poteva tranquillamente essere lì a fumare uno dei suoi sigari, sprezzante delle ombre che portavano via l'anima di quel povero innocente. Ma quella storia doveva finire, e con essa anche la sua vita da criminale.
Jhad voleva cambiare, trovarsi una buona moglie e avverare il suo sogno nel cassetto, affogando i rimpianti di una vita fallita.
Mentre correva con il suo mezzo, considerando che la strada era costituita in modo tale da andare piano, Jhad incontrò parecchie auto che all'apparenza erano ferme. Tra cui due auto sulla corsia principale ed un furgoncino bianco, un Transit, sul ciglio della strada. Sotto la pioggia non era cosa saggia tenere una portiera aperta.
Quanta strana gente si può incontrare!
Il motore rombava e la scocca perforava l'aria. Centoventi, centotrenta. Una pressione lo attanagliava al sedile, e non era di certo la velocità.
Jhad perse del tempo al semaforo. Aveva notato che quando si ha fretta la luce è sempre rossa, di un rosso particolare, come di un occhio maligno che gode a vederti fermo.
La casa doveva essere quella alla sua sinistra. In precedenza aveva preso un appunto dell'indirizzo: 4811, Swiss Ave, Dallas. Guardò il cartello che indicava la via. Sì, era proprio quella.
Strano però, guardandola bene l'abitazione pareva solitaria. Anzi, una strana aura la circondava, come se fosse abitata dagli elfi e da altre creature magiche.
Jhad giunse davanti al recinto con l'automobile, spense il motore e scese dall'auto. Il nome di famiglia sul campanello era stato cancellato ma l'abitazione doveva essere quella. Di sicuro.
Il recinto che delimitava il giardino, costituito da sbarre di metallo, non era molto facile da scavalcare, ma non aveva scelta!
Intanto nel cielo il sole si nascondeva. Temeva e aspettava con lui il seguitarsi del destino. Jhad scavalcò. Quasi si strappò le brache al cavallo, ma doveva pur fare qualche sacrificio per ottenere i risultati che tanto ambiva.
E se oltre all'uomo fossero state in pericolo anche altre persone? Se aveva una moglie? Un figlio? O magari un'innocente femminuccia? Sulla lista che aveva consultato per trovare una buona vittima a cui rubare un'identità non c'era scritta alcuna informazione su quella famiglia, vi erano dati solo in merito a Loyd.
In quel caso Jhad si sarebbe sentito davvero male, avrebbe ucciso un'intera famiglia, sterminato l'amore che legava più persone solo per avere un foglio di carta che attestasse che lui era Loyd. Tanto valeva tornare a tradire le donne, a ucciderle, per poi massacrare i sentimenti di altre persone! Quello era esattamente ciò che non voleva fare!
Jhad percorse tutto il vialetto davanti la casa con una rincorsa, poi con un calcio tentò di sfondare la porta d'entrata. Ma al primo colpo non cadde, cedette solo più tardi con l'ausilio di tutto il caricatore della sua arma. Una porta non valeva quanto la vita di un uomo, si diceva mentre scaricava il caricatore, per giustificare quel gesto. Forse era ancora in tempo. I bossoli intanto ruzzolavano al suolo, uno dopo l'altro, alla stessa velocità con cui venivano sparati i colpi.
Spronk... La porta finalmente cadde.
Sorpresa! Jhad non trovò stragi, anzi. Trovò una scena alquanto strana. Per un attimo credette che Damian non fosse ancora passato da quelle parti. Ma si sbagliava... La sedia sul pavimento vicino agli interruttori... Un vaso sul divano... E la scena spezza-cuore che aveva lasciato, erano tutti i suoi segni, la sua firma. Stava a significare che Damian aveva completato la sua opera.
Aveva usato uno stereo per coprire gli spari, tipico! A lui non piacevano i silenziatori.
Sicuramente Jhad avrebbe trovato il corpo di Loyd e della moglie abbracciati nel loro letto. In un abbraccio eterno, nel senso letterale.
Mise la pistola all'interno dei calzoni, con la sicura. Non si sa mai. Poi rimase immobile, sulla soglia.
Le lancette schioccavano, le gocce d'acqua dal lavandino della cucina cadevano, una dopo l'altra. Quel duo di sinfonie terminò in un frastuono di tuoni, era cominciato un vero e proprio temporale là fuori.










13
Nella penombra tremava per lo spavento. Tremava a ritmo con la tensione vibrante dell'aria. E sentiva freddo.
Il filo d'aria del suo respiro era teso, i suoi muscoli contratti. Ma cosa diavolo stava succedendo al piano di sotto?
Era genuflessa a terra con il riflesso del vestito sul lucido pavimento. Si specchiava con la poca luce, cercando conforto in un viso comune. Poi puntò lo sguardo alla fessura nella porta.
I colpi esplodevano a gran ritmo, qualcuno non sapeva come sprecare il proprio tempo se non sfondando la sua porta di casa? Lei aveva preparato tutto perché i suoi genitori fossero più gentili tra di loro, e qualcuno...
Un colpo, due, tre... Non era sicuramente un uomo che bussava... Il suono era più forte. Quattro cinque... Nemmeno un uomo che calciava, era qualcosa di più. Sei, sette, otto. Nove. Dieci... Era quasi sicura: quella era un'arma. Miriam non contò i colpi successivi.
C'era un particolare ronzio nella stanza, poi c'era anche il suo respiro spaventato. Lo stereo era ormai in secondo piano.
Se fosse stato Loyd si sarebbe pentito un attimo dopo. Non ricordava che suo padre avesse una pistola però.
Miriam si immaginava il tappeto di petali di rosa inzuppato in un manto di sangue...
Uno scricchiolio... La porta d'entrata non aveva mai cigolato prima di quel giorno.
Poco dopo l'anima di Miriam girava nella casa. Aveva lasciato il suo corpo steso sul letto, con la testa sotto al cuscino, in preda al delirio.
Ma non potevano amarsi e basta? D'altronde cosa vi è di più bello dell'amore? Ora si davano a colpi di pistola... Accidenti Loyd! La famiglia non era già abbastanza tormentata? L'amore che la teneva in piedi non era già abbastanza in rovina?
Miriam era delusa dal comportamento irruente e irrazionale di suo padre... Ma l'amore è cieco... Come una pallottola che perfora il cuore. Cieco quanto un colpo quando lascia l'amaro rimorso e il sapore acro della delusione... Come un colpo che rallenta il battito cardiaco fino a fermarlo. Probabilmente Xania ora giaceva a terra con un colpo al cuore.
Ma se non fosse stato suo padre a sparare, chi diavolo era l'intruso al piano di sotto? Un ladro? Un maniaco?
Mamma, papà, quando diavolo tornate?

14
Erano già morti. Quell'opera era degna di uno psicotico, far celebrare l'amore a due morti non era da persone normali.
Il temporale continuava a scatenarsi, le nuvole gravide di pioggia versavano al suolo il loro pianto.
Il cielo incupito veniva perforato dai fulmini e dagli archi creati dalle folgore... Il lampo... Il tuono.
Jhad fece i primi passi verso l'atrio, pestando alcuni petali. Alla sua sinistra c'era una sedia. Damian non aveva sicuramente bisogno di una sedia per difendersi... Era un grosso orco... Due nani contro di lui non potevano niente. Vi era anche il tipico odore di bruciato delle sue sigarette, ma l'incenso della candela non assomigliava nemmeno vagamente al puzzo del suo sigaro... E la Maracuja non era come l'afrore del suo corpo.
Ora Jhad si trovava di fronte al candelabro e al cavalletto con la lettera. Aveva pestato tutto l'amore di quei petali. Tutto. Lasciò quasi uno strato di colore rosso sul pavimento, denso e scuro come il sangue.
Prese la lettera... Adesso ci ergiamo eguali a due...ed adornati colori dell'amore, a momenti baciando adornati versi del narrato: istinto; solo amore. La poesia non è importante, ma il suo sentimento eccelle tra le righe... Lasciando le lettere incidere sul cuore.
Il fuoco della fiamma sul cero pareva più spessa, come se si fosse rinvigorita all'appello di quella poesia.
Quindi ascolta i miei versi e porgimi la mano. So cosa fare. Questa vita voglio dedicarla alla donna che più amo. E amare.
Loyd... Loyd... Improvvisamente la carta di quella lettera s'inumidì. Era talmente commosso che vi aveva lasciato cadere sopra una lacrima. La fiamma l'aveva però già asciugata...
Jhad rilesse la poesia, poi la rilesse di nuovo, più e più volte, fino a quando il ritmo delle fiamme non compensava il suo piagnisteo, una lacrima... Un'altra. A ritmo della pioggia là fuori. La rilesse un'ultima volta, lasciando tutto quello che aveva perso nella sua vita sulla sottile carta amalfitana, rara e pregiata... Come l'amore... Quello vero però. Adesso ci ergiamo eguali a due... Ed adornati colori dell'amore, a momenti baciando adornati versi del narrato: istinto; solo amore. Solo amore. Il bacio, il loro abbraccio, la poesia dei loro sussurri, sottovoce. Il loro contatto con la pelle, con i vestiti... La melodia del loro dondolarsi, e la voglia che poi li cattura. Fino a farli abbandonare in un oceano di passione; come una sirena innamorata di un principe a bordo di una nave diretta chissà dove, in un mondo senza confini.
Un natante mentre affiora su di un mare di sangue. Sullo sfondo un cielo in fiamme, le intemperie dell'inferno e l'ira degli abissi, la gola della terra e i pilastri del Male. In un quadretto di cinque lettere...a...m...o... La poesia non è importante, ma il suo sentimento eccelle tra le righe...lasciando le lettere incidere sul cuore...r...e. Quindi ascolta i miei versi e porgimi la mano. So cosa fare. Questa vita voglio dedicarla alla donna che più amo. E amare.
La lettera gli sfuggì di mano, cominciò a bruciare a contatto col fuoco sulle candele. Bruciava assieme a tutte le sue speranze. Nella sua vita non era riuscito a concludere nulla di buono, e aveva fallito ancora... Ma aveva capito. Aveva capito che non avrebbe dovuto più cacciarsi nei guai... Perché il Male viene sempre sconfitto, alla luce di una nuova alba. E quella fiammella, apparentemente innocua, gli dava un abbaglio. Dentro ci vedeva la luce di un nuovo giorno, e chissà se fosse riuscito a cambiare per davvero?
La lettera intanto continuava a bruciare, la carta si avvolgeva fino ad annodarsi e racchiudersi in sé stessa, logorata da un fuoco debole ma inarrestabile, incontenibile nel suo ardore. Una fiammella indomabile quanto l'amore. Il vero amore... Come quello che Loyd non poteva più dare a causa di un colpo al cuore.
15

Nell'aria l'odore della pioggia e il suo rumore, pareva che la natura si stesse esercitando nel suo canto. Il sibilo del vento era un parente stretto dell'uragano, in una furia degli elementi come quella il suo ululo era facilmente percepibile. Dal finestrino entrava l'aria gelida e usciva il fumo caldo del sigaro.
Non gli erano stati molto simpatici i due tipi di prima. Quante persone strane vi sono al mondo, pensò Damian. L'orientale della ferramenta, i due innamorati sotto la pioggia... Una Honda a velocità rally su una stradina come quella...
Un'auto della Polizia l'aveva incrociato poco prima, subito dopo che lui avesse ucciso Kelton e la sua amata. Ma gli sbirri che la guidavano non avrebbero potuto immaginarsi chi fosse quello strano uomo sopra al furgone bianco, cosa trasportava, cosa aveva fatto in passato, o che intenzioni aveva. Cosa aveva appena fatto soprattutto.
Ai lati della carreggiata vi erano dei campi, qualche capanna, alcuni orti. La vita dei contadini era sicuramente noiosa in confronto alla sua: svegliarsi ed andare a lavorare alla mattina presto, mangiare solo il proprio grano, passare il pomeriggio con un acquirente o con un mercante ciarlatano a cui vendere il raccolto. Per poi tornare a casa truffati con un tozzo di pane tra le mani e qualche insulsa monetina. E chi non lavora non fa l'amore... Chiacchiere! Damian non era il tipo da cascare in quel genere di trappole.
Con quei capelli raccolti in una treccia, quegli occhi neri lucidi, sullo specchietto retrovisore Damian vedeva il suo riflesso. Aveva un paio di cicatrici sotto al labbro, aveva un taglio per ogni storia d'amore distrutta. In varie parti del corpo.
La radio ogni tanto trasmetteva canzoni orecchiabili.
Ecco Carrie Underwood e la sua solitudine, in Alone dava tutta sé stessa.
Ascoltare quella musica gli ricordò in un lampo tutti i dolci momenti passati con la sua amata. Non aveva mai parlato con nessuno di lei, perché non aveva mai avuto qualcuno con cui scambiare due chiacchiere amichevolmente.
La sua donna era proprio come lui, aspetto virile, sicura di sé stessa, incorruttibile, decisa e determinata nei propri obiettivi. Inoltre non scendeva mai a compromessi, soprattutto quando di mezzo c'erano i sentimenti. Talvolta era talmente determinata da non lasciare a intendere alcuna motivazione. I suoi sentimenti erano così tanti, diversi, e con molte sfumature. Proprio come in un puzzle... O un mosaico, e il ricordo di lei era l'unico tassello rimasto. Trasportato dall'aria e dall'alito gelido dell'autunno.
Riflettere su Eliza lo infatuava, ammaliava il suo ego all'apogeo. Damian ricordava il suo bacio, il suo amore... Poi smise di pensarci all'improvviso, perché ormai stava per arrivare a destinazione. A quel punto guardò l'orologio, considerò che non era più importante arrivare in orario, tanto non lo stava aspettando nessuno.
Intanto, l'ira del temporale e del vento, su nel cielo, si facevano sentire sempre di più.
Damian fermò il Transit al rosso. Poi arrivò il verde e ricominciò ad accelerare.
Settanta all'ora.
Ricominciò a pensare a lei. Eliza stava a contemplare il fuoco, le fiamme, avrebbe dato fuoco a tutto ciò che vedeva se avesse avuto quel potere. E non si sarebbe contenuta.
Elizabeth, ancora il suo amore...
Damian finì di fumare il sigaro proprio in quel momento. Ricordava bene ciò che Eliza cantava, poi gli venne in mente per chi l'aveva osato tradire.
Lo scroscio della pioggia diveniva sempre più impetuoso e a Damian non rimaneva che illudersi di poter ritrovare la sua Eliza, rimaneva solo la speranza di lei. In una caduca speranza, longeva quanto la tempesta che divelleva l'asfalto, in quel giorno di festa. E forse quella pioggia avrebbe mutato la sua natura di diluvio in soffice neve e in fiocchi gelati. In terse falde che scendono dalla volta. Non appena il cielo fosse stato libero dal tormento.
Le sei e quindici minuti.

16
Nella stanza regnava il silenzio... Per sentire meglio Miriam aveva spento lo stereo.
Fuori continuava il temporale, forte come l'interminabile sfogo di Madre Natura, l'urlo di un uragano.
Ormai le speranze che il temporale delle emozioni che vi era dentro casa svanisse con i trucchetti di Nonna Eva erano svaporate. La sua boccetta piena d'amore raccolto era ormai inutile!
Chissà cosa stava accadendo al piano di sotto? Si chiedeva Miriam.
Un tonfo... Un urlo, come l'eterno bercio di una stella cadente, mentre precipita in collisione con lo spazio sulla terra... Un altro tonfo. Tonf
Era caduto il candelabro. A quello seguirono vampate e fiamme altezzose, l'odore dei petali bruciati, il fuoco rosso della stanza e il suo riflesso tra i muri. Miriam percepiva tutto dalla sua stanza, sentiva ogni effluvio gradevole della casa venire soppresso dall'arido sentore delle fiamme. E l'ossigeno sarebbe scarseggiato presto.
A quel punto Miriam saltò giù dal letto, lasciando le coperte scompigliate. Corse zoppicando verso la porta e aprì la strada di fronte a sé. Dal muretto poteva vedere tutto quel disastro, ma il fuoco nascondeva il volto dell'intruso lasciandola nel pungente mistero, aguzzo e intenso quanto l'impeto del rogo che divampava e divampava, senza lasciare nulla... Tutto bruciava.
Scese la rampa di scale. Intorno c'era abbastanza fumo da non permetterle di vedere con chiarezza... Era fumo intenso, ma mai quanto il buio che prima l'aveva accecata.
Solitamente vi era un apparecchio sul soffitto che, in caso di incendio, spruzzava dei getti d'acqua. Quella volta non si attivò, per accendere la luce doveva aver premuto qualche interruttore di troppo, così facendo l'aveva disattivato. Ma cosa poteva farci? Non poteva farci nulla: lei era solo una bambina, una dodicenne indifesa e spesso maltrattata. E per colpa dei suoi genitori che continuavano a litigare, ora si ritrovava in un implacabile incendio formato sia di sentimenti che di petali sparsi sul pavimento, e aveva il cuore in gola.
Chissà se anche in quell'angoscioso incubo di fiaba il Bene avrebbe trionfato, sovrastando le forze maligne di quel mondo incantato.
Proprio così, si sentiva come se avesse sempre vissuto tra le righe di un libro di fiabe, oltre un varco magico che portava ad un bosco incantato. Un bosco in cui il tempo girava a seconda dello stato d'animo dei personaggi che ci abitavano. E in quella nube di fumo sulla scalinata ci passò l'eternità, senza intravedere la luce del sole tra i fitti rami delle querce nel bosco. I cattivi fanno sempre una brutta fine... Almeno nelle fiabe. Ma chi era quell'uomo ad alcuni metri da lei?
Lui si nascondeva nella nube di fumo, e forse non sapeva che a pochi metri dalla sua posizione giaceva Miriam, sconsolata e triste.

17
Damian credeva che il temporale non potesse peggiorare, ma lo fece.
Gli piaceva guardare i campi e le zone vaste e aperte. Non gli piaceva stare al chiuso: gli spazi ristretti gli davano alla testa, lo portavano a pensare, immaginare, senza renderlo realmente felice. All'aperto poteva guardare, sentire, vivere. Essere. Poteva odorare, ascoltare... La pioggia, il rombo dell'auto. L'aria, ad esempio, mentre viene perforata dona piacere all'udito.
Svoltò a destra.
Premendo il piede sull'acceleratore poteva sentire la spinta del suo quattro cilindri elaborato, e ancora una volta la collisione dell'aria con il parabrezza. L'alta velocità delle ruote sull'asfalto, la pioggia e il suo continuo colpire sul gelido metallo della vettura. Una melodia di suoni naturali. Damian spense la radio per ascoltarli.
Era insicuro se fumarsi un altro sigaro o una sigaretta, ma non accese né l'uno né l'altro perché il sensuale movimento della pioggia lo ammaliava, quasi quanto i baci di Eliza al viaggio di nozze. Sotto la pioggia, al tramonto.
Mentre cercavano riparo tra alcuni alberi su di una pianura, si stringevano assieme. I paesaggi erano incantevoli anche al dì fuori di Brookville Arabians, distante alcune miglia da dove si trovavano quel giorno durante il viaggio di nozze. Osservavano il tramonto mentre le gocce cadevano tutt'attorno, pensando ad un futuro colmo di gioia e di speranza... Un'illusione in cui Damian non sarebbe mai più ricascato, se l'era ripromesso dopo il suo inaspettato tradimento. Eliza aveva imparato ad amarlo, calibrava esattamente la giusta dose d'amore e complicità, e tra i compromessi giungeva sempre ad ottimi risultati... Ma era testarda...
Damian aprì il vano porta-oggetti alla sua destra. Dovette distogliere l'attenzione dalla strada per aprirlo. Se fosse morto in un incidente stradale, con la faccia spappolata su di un parabrezza in frantumi e tagliente non importava. Se avesse coinvolto anche qualcun altro nell'incidente ciò era un particolare irrilevante. E se ci fosse stato anche un rovinoso incendio... Tanto meglio.
Vivere era inutile! Lei valeva tutto per lui, ed era disposto a passare il resto della sua vita a fare del male agli altri, in modo da non sentirsi più in rammarico per sé stesso. Per averle permesso di fare quello che aveva fatto avrebbe combattuto in un'eterna lotta per il riscatto.
Eliza era castana, sul rosso. Aveva la costituzione e le dimensioni di una bambina, ma era violenta e sapeva difendersi. Se la ricordava bene.
Girò a sinistra, la via era Swiss Avenue.
Vicino alla fodera della pistola nel vano porta-oggetti vi era anche il barattolo del suo farmaco. I suoi disturbi d'ansia lo stavano portando ancora una volta nel panico e la melodia naturale che ascoltava poco prima stava mutando in una cantilena infernale. Continuava a pensare a lei, e l'ansia peggiorava, diventando un grande vuoto.
Aprì il barattolo e lesse la scritta: Zoloft. Appiccicata alla confezione di cartone, dentro al vano porta-oggetti, vi era ancora la ricetta. La ricetta di un medico di cui dubitava. Sapeva che quegli antidepressivi non lo aiutavano, anzi... Peggioravano la sua situazione.
Nei primi giorni di ingestione quella cura pareva funzionare, causandogli solo una lieve nausea. Gli effetti collaterali vennero dopo. Come ad esempio quella volta che aveva la necessità impellente di andare di corpo durante un omicidio colposo, gli sbirri si sarebbero messi a ridere se l'avessero visto.
Le pillole sostituivano il suo genio criminale con un altro genio, criminale anch'esso, ma più stupido e reattivo: quando a lui piaceva guardare le vittime soffrire, il sostituto imposto dalla pillola lo spingeva a uccidere chiunque avesse di fronte.
La pioggia picchiettava forte sul parabrezza e Damian faceva fatica a vedere la strada.
Da un'ora all'altra Damian cambiava umore, senza nemmeno sapere il perché. Avrebbe voluto incitare il suo genio "creativo", quello dettato dalla pillola, a strangolare il suo medico di, tra virgolette, fiducia.
Spesso il suo pensiero si annebbiava. Pensò che forse sarebbe stato addirittura peggio con gli altri farmaci che gli aveva prescritto il medico.
Non era più sé stesso ogni volta che inghiottiva una di quelle compresse. Ogni volta che non prendeva la pillola invece, gli sembrava di aver risparmiato salute, della salute che gli sarebbe tornata utile per quello che doveva fare alcuni minuti dopo, perché ormai era giunto a destinazione. Che andassero a quel paese lo Zoloft e la pioggia! Urlò. Era il medicinale che lo aveva distrutto psicologicamente! Ancor più del tradimento di Eliza.
Alla sua sinistra, secondo la numerazione delle case, ci doveva essere l'abitazione che cercava.
La pioggia diminuì.
Damian rallentò pigiando il freno. Ancora alcuni metri e finalmente...

18
Basita per l'avvampare delle fiamme, alte come flutti di un mare in tempesta, zoppicava. La botta al ginocchio di prima le faceva sempre più male. Aveva come l'impressione che l'arto le si stesse gonfiando.
Avanzò lentamente, fino al luogo in cui poteva essere l'uomo. Ci vollero esattamente quattro passi, a quel punto toccò un braccio. Voleva allungare l'altra mano ma non sapeva che reazione avrebbe avuto l'intruso. In un oceano di fiamme tra stretti muri in sfacelo avrebbe potuto persino ucciderla, e a farlo bastava davvero poco.
Non sapeva nemmeno chi fosse, cosa volesse... Di sicuro lui non si aspettava di essere in compagnia.
Qualcuno lo stava toccando, qualcuno era riuscito a sopravvivere a Damian! Qualcuno era sopravvissuto al subisso della sua sete di sangue. E in quel momento gli stava toccando il braccio sinistro. Era un miracolo.
Cosa avrebbe dovuto fare?
Un secondo, se in realtà quello fosse stato Damian? Avrebbe potuto non riconoscerlo, avrebbe potuto ucciderlo... O peggio! Se fosse stato Loyd, in fin di vita? La moglie? Oppure il figlio?
Avrebbe dovuto aiutarlo.
Chi era?
Quel tocco era soffice, fievole, sfuggente... Come di un qualcuno sfinito, senza nessuna forza. Come quello di una bambina di tenera età, nell'eterna ricerca dell'amore che l'avrebbe sostenuta. Cinque, sei, otto, massimo dieci anni. Occhi celesti... Bella...
Il fumo e la mancanza d'ossigeno lo stavano portando al limite, sul sottile margine della coscienza.
Vedeva tutto annebbiato, e non aveva nessuna voglia di continuare. Ormai aveva disastrato l'amore di una famiglia intera e non c'era alcun motivo per restare in vita. Avrebbe voluto abbandonare tutto.
Ad un certo punto si rese conto che tutto quello non aveva alcun senso. Aveva ancora un sopravvissuto al suo fianco e... In nome di Dio, doveva proteggerlo!
Con le ultime forze trovate chissà dove, Jhad prese in braccio l'essere vivente, poi corse verso l'esterno della casa, oltre la porta.
Sentiva i suoi capelli penzolare e scivolargli sul braccio... Come immaginava: era una bambina indifesa.
Finalmente si sentiva in pace con sé stesso. Nonostante stesse correndo all'impazzata, in fuga da un rovinoso incendio sotto la pioggia, sapeva che stava facendo qualcosa di importante.
Era pronto a ricominciare. Lui indossava ora gli abiti del Bene, e il Bene si salva sempre.
La sua automobile era proprio di fronte a lui, oltre il recinto. Intanto, se le fiamme si fossero alzate ancora di più e per sbaglio avessero colpito i tubi dei condotti del gas nella casa, loro avrebbero fatto un bel viaggetto in ambulanza. Ma non era il caso, perché lui era buono adesso.
Il cancello del recinto era aperto. Non doveva scavalcare perché aveva schiacciato il pulsante un secondo prima, appena aveva superato la soglia della porta di casa uscendo dall'interno verso il giardino. E come dice il detto... Meglio tardi che mai.
L'aveva presa tutto d'un colpo... Voleva rapirla? I suoi capelli penzolavano nell'aria e si sentiva che non poteva muoversi. Lui la stringeva forte a sé.
Non era suo padre, l'uomo aveva i capelli corti e una Honda Civic bordeaux del duemila-quattro, con la targa malandata.
Assieme arrivarono all'auto. L'uomo voleva stenderla sul retro, sui sedili per i passeggeri. Quindi aprì la portiera e con cautela le appoggiò la testa sulla pelle del sedile. Una specie di cautela in velocità.
Essendo semi-incosciente non l'aveva osservato bene in faccia, però poteva dire che aveva l'aspetto trasandato di un criminale. Ciononostante doveva essere un criminale piuttosto altruista.
Jhad chiuse la porta sbattendola, poi aprì la portiera del guidatore. L'aprì, si sedette e chiuse anche quella sbattendola.
Miriam era debole ma abbastanza forte da sollevarsi per guardare fuori dal finestrino. La casa era in fiamme, la lettera d'amore bruciava all'interno, con essa.
Il mobiletto d'acero pieno di ricordi sarà stato solo un'orma indelebile nella coscienza, ormai. Josh, il suo diario, avrebbe finalmente conosciuto il vero ardore dei sentimenti che scriveva. E la pioggia non era sufficiente a domare l'incendio.
Dove la stava portando? Chi aveva dato la casa in pasto alle fiamme? E perché? Chi aveva causato tutto quello? Dov'erano i suoi genitori?
Probabilmente urlare non le sarebbe servito a nulla, perché l'uomo la stava fissando dallo specchietto dell'abitacolo, in totale silenzio. Guardava la strada e poi guardava lei, con rammarico. Non aveva la vera risposta alle sue domande e forse non sapeva nemmeno come tranquillizzarla. E quello era evidente, era scritto sulle sue pupille da criminale. Lucide, cupe. Nere e profonde come una caverna, scure come lo spazio.
19
La casa doveva trovarsi alla sua sinistra. 4811, Swiss Avenue.
Damian prese il barattolo degli psicofarmaci e lo aprì, sapeva che non sarebbe servito a nulla prenderli.
Sempre con una sola mano al volante spalancò di più il finestrino e lasciò cadere il recipiente fuori. Le pillole caddero e rimbalzarono fino a fermarsi sull'umido terriccio che c'era al limite della carreggiata, destinate a far compagnia ai ciottoli e alle gocce di pioggia che s'infrangevano al suolo.
Decise di non voler più rimpiangere i momenti passati con Eliza. Ora considerava l'amore come un castigo, un castigo per chi non era capace di sopravvivere da solo. Anche qualcun altro che aveva conosciuto in passato la pensava allo stesso modo, e aveva ragione, secondo Damian.
Eli, come tutte le altre donne, meritava solo di finire all'inferno. La sua trappola funzionava così: appariva bella e innamorata, ma al solo scopo di mettersi con un uomo ricco e forte, per derubarlo e infine lasciarlo solo. Ed era quello che era successo a lui... Aveva subìto il castigo dovuto a chi non era capace di tenersi il bottino ben stretto tra le braccia... E il bottino era l'avventura, il sentore adrenalinico della vertigine e della coscienza, fusi in un brivido indefinito. Come piaceva a lui. Quello era un trucchetto davvero astuto, era l'arma peggiore della Donna, l'arma preferita dalla "beata e innocente creatura". Lei era riuscita a rubargli il bottino, aveva ucciso chiunque avesse tentato di fermarla, persino i suoi stessi genitori... Per poi fuggire a gambe levate con tutto ciò che lui possedeva. Come in una fottuta fiaba.
Proprio non capiva cosa l'avesse spinta ad agire in quel modo, possedeva già tutto ciò che è ambito: un uomo ricco, l'avventura, l'amore. Ma l'amore, come aveva capito, aveva alcuni effetti collaterali. Letali contro-indicazioni, fatali se ignorate, proprio come le pillole che stupidamente aveva ingerito in passato nel tentativo di curarsi.
Dal parabrezza poteva osservare alcune strutture erigersi su ornamentali patii e la pioggia infrangersi al terreno, come asteroidi all'inseguimento di una stella guida in un cielo dipinto ad acquerello. Le gocce continuavano a cadere, e a cadere... E lui continuava a mordersi le labbra, fino a renderle esangui. La rabbia, dapprima quiescente, divenne litigiosa fino ad acuire il suo disprezzo che divenne sprezzante odio. Un odio incontrastabile. Disprezzo per l'amore, disprezzo per la Donna in generale. A quel punto Damian impugnò la pistola, continuava a tenerla in mano. Era furioso.
Nell'antica Grecia, tra i tubi degli aulos e tra le ance degli oboe d'amore, Socrate e Alcibiade non avrebbero mai permesso una fine simile per un uomo del suo calibro. Un uomo come Trenay Damian.
Avrebbe meritato una scultura eretta in suo onore, un affresco o una raffigurazione in qualche trittico sacro, tra i nudi degli Dei doveva assolutamente comparire lui. Tutto doveva essere concesso all'uomo che avrebbe potuto indossare la veste di broccato di un Re e il merletto del Papa. Gli sarebbe piaciuto vivere tra mura d'arazzo dorate in un castello gremito di servitori e di mogli con cloche ornate da foglie d'acanto. Ma quella non era la realtà, era circondato da carri di ferro con ruote di gomma elastica e da edifici di cemento e mattoni. E alla sua sinistra, una di quelle abitazioni stava andando in rovina, tra le fiamme si corrodeva la solida pietra del rustico.
Qualcuno si era dimenticato di chiudere la manopola del gas?
Alla destra... Aveva guardato per pura curiosità... Alla destra della casa vi era il numero che indicava l'ordine delle abitazioni in quella cittadina. 4811... E quella era Swiss Ave.
Quella era l'abitazione che cercava, e stava andando a fuoco!
Probabilmente Loyd Kordan giaceva ora tra i relitti della "casa-natante", tra le fiamme, sotto a quell'oceano di pioggia, che tra l'altro non era nemmeno sufficiente a domare l'incendio.
I sogni di seviziare la moglie della sua vittima sfumarono come le nubi di fumo nero che si sollevavano dall'abitazione. Qualcuno l'aveva preceduto...
Jhad sarebbe stato contento, mentre lui non lo era affatto! Si era procurato tutto il necessario e aveva fatto tutte quelle corse per niente! Era stato tutto inutile... Aver comprato le catene da otto centimetri... Aver ucciso l'asiatica dietro il bancone... Tutto inutile! Inutile quanto continuare a vivere senza uno scopo preciso. Senza una meta da ottenere. Ma lui ora l'aveva.
Non potevano esserci tanti criminali pazzi quanto lui al mondo. E l'unico essere simile a lui, capace quanto lui ed efficiente quanto lui in quello sporco lavoro, l'aveva conosciuto a tredici anni... Era una donna. La sua apparente anima gemella. Apparente. E chissà se non era tornata ad uccidere, magari proprio lì, quel giorno, in quella casa? Lei amava il fuoco. Spesso passava le ore a fissarlo con sguardo assente, spento, mentre con la mente vagava lontano.
Le speranze non si spengono mai e poi mai. E lui sperava d'incontrarla di nuovo, per rappacificare quell'odio incosciente. Per darle un'altra possibilità, per riavere il suo bottino. Per essere castigato, perché in fondo sapeva che almeno un poco era stato cattivo.
20
La strada si faceva sempre più larga, ma era un'impressione dovuta all'alta velocità a cui stavano viaggiando. Jhad continuava a guardare la bambina dallo specchietto, e lei guardava a sua volta, con tristezza.
Lui la stava portando lontano, lontano da casa. Lontano dai suoi genitori, ma continuava a cercare di tranquillizzarla con la sua espressione in volto, e col silenzio che la cullava.
<< Mi dispiace bambina, per tutto quello che è successo. Ora andrà tutto bene>>.
La solita promessa... Andrà tutto bene. Lo dicevano anche i suoi genitori appena avevano finito di litigare, ma alla prima brocca rotta... Era peggio di prima.
<< Voglio venire davanti>>.
Silenzio.
L'uomo rallentò da cento chilometri orari a ottanta, rendendo qualsiasi eventualità di incidente un poco più improbabile, a quel punto tolse una mano dal volante e la protese verso di lei. Le faceva segno di alzarsi, solo così poteva raggiungere il sedile del passeggero anteriore.
Si sedette davanti, come voleva.
Quello spostamento poteva essere punito in modo severo dai vigili, ma a Jhad non importava perché quella volta era dalla parte della ragione. Ogni tanto guardava dietro di sé, nel caso che qualche pattuglia o le forze dell'ordine lo stessero inseguendo.
Si preoccupava di un'infrazione tanto piccola quando fino ad allora aveva raccomandato a un sicario di uccidere un innocente!
La prima volta che aveva guardato dietro di sé nessuno gli stava correndo dietro. La seconda, alcuni minuti dopo, nonostante la cosa potesse apparire strana, gli sembrò di rivedere il furgoncino bianco. Quello che prima giaceva immobile in divieto di sosta con la portiera aperta sotto la pioggia. Ora gli stava dietro, senza rispettare la distanza di sicurezza. Viaggiava alla sua stessa velocità.
Di colpo Jhad puntò lo sguardo in avanti, un'auto blu si era fermata improvvisamente e lui non sapeva nemmeno da dove fosse spuntata. Fortunatamente c'era Miriam a guardare la strada per lui.
Aspettò che dell'auto fossero scesi tutti quelli che dovevano scendere e che tutte le portiere fossero chiuse, a quel punto ripartì, facendosi ancora inseguire dal furgone bianco.
<< Qual'é il tuo nome?>> chiese Jhad alla bambina.
Era completamente ritornata dentro ai suoi ricordi quindi non rispose subito. Era come se l'auto che aveva appena visto fosse stata proprietà di qualche suo conoscente. In effetti assomigliava a... Anche se solo vagamente.
<< Miriam>> bisbigliò. << Il tuo invece?>>
Probabilmente l'uomo aveva fatto solo finta di aver capito il suo nome, perché aveva annuito con sguardo perplesso. E lei aveva visto la sua espressione, con la coda dell'occhio, ma non disse niente.
<< Jhad.>> rispose lui.
Guardò nuovamente dallo specchietto retrovisore, questa volta osservò il pilota al volante, vide i suoi occhi neri, lucidi, la sua treccia legata alla nuca: l'uomo sul furgoncino aveva qualche similarità con qualcuno, che in quel momento non gli tornava alla mente. Nel guardarlo ebbe la stessa espressione di Miriam stampata sulla faccia.
In quel momento Jhad rimise lo sguardo sulla strada, era inconsapevole di quello che stava per avvenire. Non aveva sospetti, solo presentimenti, questo perché lui era Buono, e i buoni hanno sempre la protezione degli angeli.
Ma in qualche modo hanno sempre con loro anche la maledizione del Diavolo.
21
Honda... Honda. Continuava a ripetere il nome della vettura che aveva di fronte. L'aveva già vista, da qualche parte.
Per calmarsi, in sostituzione alle pastiglie di Zoloft, riaccese la radio.
Davano notizie disastrose, era sintonizzato sulla stazione della polizia. E a lui piacevano le notizie disastrose. Tanto. Quanto desiderava finire sulla prima pagina di cronaca nera, in qualche giornale di notizie apocalittiche. Lui probabilmente era il killer più spietato sulla faccia della terra e sicuramente se lo meritava.
Il ragazzo che guidava la Honda l'aveva guardato, con sguardo accigliato, poi sorpreso... Eppure l'aveva visto da qualche parte. Labbra grosse, poca barba, capelli corti. Quasi rasi. Aveva un viso, dei lineamenti comuni... Realizzò che l'aveva visto in una foto alcuni giorni prima.
Emergenza... Emergenza... Mandare ambulanza: siamo nella strada Live Oak, cento metri prima di Grigsby Avenue. Un uomo e una donna sono morti pochi minuti fa al limite della strada, mostrano segni di lotta, come se fossero caduti rotolando sul cemento, subito dopo a un litigio... Un'ambulanza... Al più presto...
Una voce maschile. Allarmata.
Il nome della vittima di sesso maschile potrebbe combaciare a Kordan...
Aveva pronunciato male il suo nome. La tensione aumentava.
... Kordan Loyd...
Finalmente l'aveva detto correttamente. La radio cominciò a gracchiare, e quella era invece una voce femminile.
...Kordan Loyd... Abbiamo ritrovato i suoi documenti corrosi, quasi illeggibili. Ci scusiamo per eventuali errori... Della donna nessuna informazione purtroppo... Accorrete al più presto!
Damian sapeva che non avevano sbagliato nulla. Nulla. Nulla! Abbagliato, colpito dai suoi sensi e dalle sue percezioni al limite del normale si sentì la pelle come se stesse venendo penetrata da aghi acuminati.
Il tempo scorreva a rallentatore. Le gocce cadevano lentamente come se fosse stata solo una lieve pioggia e lui la sentiva tutta sulla sua pelle, intensificata a grandine. Si sentiva affondare come se l'abitacolo fosse stato cavo, e lui ci era seduto dentro. Come in fondo all'oceano atlantico, senza ossigeno. Affondato con una scialuppa priva di remi o motore. L'effetto dello Zoloft.
Damian percepiva qualcosa di insolito affianco a lui. Girò la testa, ma non vide nulla. Vide solo il proprio riflesso sul vetro del finestrino del passeggero. Era un fantasma. Vide come uno spirito presidiare il suo sedile di stoffa blu a righe rosse. Ma quello non era davvero allarmante. Si concentrò... La sua mente era come una grossa ciotola piena di noccioline tritate, dove dentro aveva perso il senno e la ragione. Lo chef stava ancora agitando la ciotola, per rendere il miscuglio più elettrizzante e gustoso. Mischiava bene le nocciole con le mandorle, assieme ai cereali. Con un movimento rotatorio.
Guardò sul tappetino, convinto che qualche elfo o qualche creatura magica in grado di farlo scomparire, l'avrebbe aggredito. Pian piano abbassò la testa per avvicinarsi ancora di più al vano porta-oggetti, dove sotto c'era il tappetino di tinta color castagno. Nessun elfo, ma un piccolo portafogli di tessuto nero.
Lo sollevò, mentre nell'altra mano teneva ben salda la pistola.
Lo guardò. Non era suo. La marca era in stile femminile.
Come immaginava.
L'aprì e il suo cuore ricominciò a battere. Il suo odio tornò a vivere. Il tessuto semitrasparente mostrava un documento. La fotografia opaca sulla carta umida aveva un angolo piegato, l'acqua aveva rovinato un poco l'immagine. Raffigurava una giovane in tenera età, sui vent'anni. Bionda.
Era uguale, identica alla donna che aveva caricato prima. E lì capì tutto. Alla destra di quella fessura vi era un piccolo taschino da cui fuoriusciva l'angolo di un altro documento.
Kordan Miriam, capelli castani sul rosso, dodici anni. Occhi celesti. Nella foto faceva la linguaccia.
Era una bambina davvero carina. Probabilmente era la loro figlia. Xania e Miriam si assomigliavano molto per via degli zigomi stretti e le guance paffute.
Un attimo di distrazione.
L'automobile Honda davanti a lui si era accartocciata come un foglio di carta bagnato sotto la pioggia. Lo scontro con l'auto fece cedere in mille pezzi il parabrezza del suo Transit.
Il boato dello schianto e le sue onde sonore infransero quei due centimetri di vetro che separavano Damian dalla grandine, rendendo l'abitacolo del tutto incavo.
La sua faccia era quasi spappolata, ma cocci di vetro la rendevano una maschera solida. A quel punto non poteva fare altro che rimanere immobile.
L'uomo alla guida della Honda era sceso di fretta, trascinandosi dietro la bambina. Lei era terrorizzata e tremava.
Nonostante il viso di Damian fosse coperto di frammenti di vetro taglienti, i suoi occhi gli permettevano ancora di vedere. La bambina, che vedeva anche se le linee erano annebbiate e imprecise, somigliava molto alla dodicenne della fotografia. E quel grosso impatto gli fece tornare alla mente il volto di Jhad.
La ciotola nella sua mente cadde, e le noccioline si riversarono sul pavimento.
La Honda di Jhad era diventata un ammasso di metallo contuso. Quanto godeva nel vederlo lì, affaticato vicino alla figlia della sua vittima, nelle prossimità di una potenziale bomba.
Le lingue di fuoco che uscivano dal vano motore si avvicinavano pian piano al serbatoio della benzina... Prima o poi ci sarebbe stato un bel botto.
Frittelle d'uomo sul gelido cemento della strada.
22
Era accaduto tutto così in fretta.
Una bambina come lei non meritava tutto ciò. Nell'incidente aveva sbattuto la testa contro il cruscotto e aveva sentito il sapore ferreo del sangue mischio alla saliva, tutto ciò le stagnava in bocca. Uscendo ebbe finalmente l'opportunità di sputare. Ora aveva la bocca riarsa.
Un furgoncino bianco aveva sbattuto contro di loro. Chissà chi era il guidatore tanto sbadato da non accorgersi della Honda? Jhad aveva frenato bruscamente per non investire un pedone, e ora quel vecchietto osservava la scena dal marciapiede. Si era messo a camminare zoppicando e ogni tanto si girava indietro.
Il dolore delle botte aumentava sempre di più, il suo piccolo corpo non poteva reggere quel colpo, si sentiva svenire. Tra i lampi di luce violetta e blu, dietro le palpebre chiuse, sentiva il sangue mentre cessava di scorrere. E vedeva il dolore giungere a lei come un dragone alato, volteggiando tra le imponenti conifere di un immenso bosco, come nelle fiabe. Narnia in confronto era un fazzoletto di terra fangoso e paludoso, e lei vedeva tutto come in un sogno. Desiderava lasciarsi prendere dallo strano sollievo che quelle grosse ali promettevano, fino al punto in cui si era resa conto che stava usando il dolore per reprimere la frustrazione. E non era il caso di continuare a farlo.












23
Quanto avrebbe desiderato rompere la faccia a quel bastardo! Giaceva di fronte a lui, con lo sguardo innocuo e impaurito. Jhad non stava cavalcando l'onda dell'avventura, avrebbe dovuto mettersi a correre contro di lui, cercare di colpirlo in qualche modo. Ma era troppo spaventato. Allora Damian decise che doveva spezzare quel quadretto.
Miriam invece pareva più sveglia e aggressiva, ma nemmeno lei aveva il coraggio di reagire. Un quadretto di buoni a nulla. Che sfortuna!
Gli ritornò alla mente la sera in cui Jhad gli aveva assegnato l'incarico di fare fuori Loyd. Allora sembrava che sarebbero potuti diventare buoni amici, ora invece doveva pagare per il disturbo.
Avrebbe dovuto farlo secco subito, in questo modo avrebbe evitato tanta fatica.
Tirò fuori la pistola, puntò la canna dritta alla fronte della bambina, mirando oltre il parabrezza spezzato. Stava ridacchiando con fare sprezzante mentre impugnava, in modo saldo, l'arma. E Jhad non poteva farci nulla.
Le nocche gli premevano contro l'arco del grilletto e la falange dell'indice premeva sulla piccola leva. Premette una volta, due volte, tre volte e poi quattro, fino al punto in cui il cane non cominciò a sbatacchiare furiosamente contro il metallo dell'arma. In tutto quindici colpi. Anche se dovevano essere sedici.
Miriam doveva trovarsi a terra, piena di buchi grondanti sangue. A quel punto Damian spostò l'arma dalla visuale, scorgendo qualcosa, qualcosa di rosso scuro. In quel momento intuì che forse la sua mano non era in ottime condizioni.
Jhad e la bambina erano fuggiti appena in tempo. Erano stati davvero veloci, ma non era forse stato lui a essere lento? Sentiva che stava perdendo il controllo del tempo, pian piano.
Con la mano sinistra, quella che fino ad alcuni minuti prima impugnava il volante, si toccò il viso ricoperto di frammenti di vetro. Soffocando il dolore nell'oceano atlantico si strofinò la faccia a mo' di cane, graffiandosi ancor di più la pelle scura. Rendendola una maschera di sangue.
Rimosse gli ultimi cocci e li lanciò fuori dal finestrino, anch'esso in frantumi. Caddero allo stesso modo in cui erano cadute le pillole che aveva lanciato fuori alcuni minuti prima. E come i bossoli dei proiettili avevano tintinnato al suolo, fino a fermarsi.
Con la mano sinistra insanguinata, rossa come il broccato bordeaux che avrebbe tanto voluto indossare, Damian aprì la portiera dalla parte del guidatore. Con le ultime forze che aveva scese dal furgoncino ed arrancò fino al marciapiede. A quel punto, sconfitto dalla pioggia che cadeva incessantemente come grandine, si buttò a terra. Pensava che con un attimo di calma avrebbe potuto recuperare le energie perse.
Avendo rimosso i vetri taglienti dal proprio viso, Damian ci vedeva meglio. In lontananza vedeva Jhad, teneva tra le braccia Miriam. Aveva svoltato a destra all'angolo, in direzione di Buckner Park a sud. La via era N. Collet, e se si fosse mosso velocemente, magari con un altro mezzo di trasporto, avrebbe potuto raggiungerlo. Ma si sentiva mancare, sentiva che la sua energia continuava a diminuire.
Incitò le gambe ad alzarsi, poi le guardò. Erano a posto, stavano bene. Il problema doveva essere il busto allora! Così si guardò il petto, poi lo stomaco. La sua maglietta nera traslucida sembrava macchiata di ketchup. Tuttavia sapeva che quello non era cibo, non si era mai macchiato col suo panino. Quella salsa era un elemento essenziale per il corretto funzionamento del suo corpo, e lui la stava perdendo tutta, sul freddo marciapiede di quel vicolo.
La sua pistola doveva avere sedici colpi, e lui ne aveva sparati solo quindici. Ecco dov'era finito il colpo mancante!
La pioggia continuava incessantemente a cadere, mentre il suo cuore perdeva colpi sempre più in fretta.
Lo sapeva benissimo: quella figura non era la sua amata Eli, ad aspettarlo in fondo al corridoio di luce dinanzi ai cancelli del Purgatorio. Non poteva essere lei. Ma quello che lui aveva sotto le braccia, al sicuro dalla pioggia essendo protetto dal suo imponente busto, era un libro. Un grande libro di fiabe. Cercava di toccarlo, come se fosse la bianca e fredda mano di un angelo, da stringere per farsi trascinare via. Ma era solo un'illusione. La sua mano insanguinata trapassava l'immagine che l'occhio vedeva.
Con un sospiro Damian sentì un brivido, era adrenalina pura che gli scorreva nelle vene.
Come aveva fatto a spararsi da solo?
In quel momento la sua coscienza se ne stava andando, in un posto migliore. Non riusciva a fare mente locale.
Damian biascicò le ultime parole, che nessuno avrebbe mai udito. Forse solo lo spettro che prima aveva trovato riparo nell'abitacolo del suo Transit.
Jhad. Ci rivedremo all'inferno!







24
Un anno dopo.
Nella casa regnava il silenzio, quella era una casa abitata da creature magiche. La quiete entrava da fuori, dai paesaggi stupefacenti della catena montuosa. Nell'aria echeggiavano le grida e le voci argentine delle aquile e dei colibrì.
<< Papà. Vado a studiare.>> diceva Miriam.
Il pulmino della scuola aspettava fermo col motore acceso davanti alla casa.
Era un giorno come tutti gli altri e quella casupola, incagliata come un galeone tra gli scogli, giaceva sulle montagne rocciose del Canada. Tra terse falde di neve in inverno e soffi tiepidi dalle increspature della giogaia in estate. Immersa in un mondo nuovo, un mondo in cui Miriam poteva finalmente dimenticare il passato.
Lì, Miriam poteva sognare, vivere. Crescere.
Tra gli abeti e le sequoie nei fitti boschi, probabilmente c'era anche qualche orso. I caribù, le alci.
Nei giorni liberi, Miriam e il suo nuovo padre Jhad, visitavano gli immensi parchi di conifere. Andavano a fare visita ai leggiadri larici, ai freschi pini e ai cedri in una terra sconfinata chiamata Narnia, sotto ai raggi di un fulgido sole.
Ogni fine settimana andavano ad esplorare la foresta che era abitata da animali selvaggi. Si sedevano sulle panchine di legno dei parchi per ascoltare ed osservare. Si abbandonavano ai ritmi dell'acqua nel laghetto e al fievole afflato del vento, che portava le liriche melodie e i canti degli eremiti dal cocuzzolo da quelle imponenti alture, fino a lì.
Elementi principali: un cielo quasi limpido, poco nuvoloso, e un orizzonte invisibile. Osservabile solo con il pensiero.
Era passato talmente tanto tempo! I suoi genitori stavano sicuramente riposando in pace, sopra di loro, al Paradiso. Sulle soffici e candide nuvole dove riposavano gli Angeli, in una città chiamata Amore.
Jim e Miriam si vedevano due volte l'anno. Lui ancora non sapeva tutta la sua storia. Ma un giorno, più avanti, Miriam gliel'avrebbe raccontata. Era una storia a lieto fine.
Nonna Eva aveva raggiunto Loyd e Xania in Paradiso sette mesi dopo la loro morte. Prima che se ne andasse Miriam era riuscita a farsi dare una boccetta. Questa conteneva un piccolo foglio di pergamena, sopra c'era scritto il segreto dell'amore.
Jhad era sempre vivo e pieno di energia. Aveva cambiato idea riguardo al Texas, adesso preferiva il gelido clima del Canada e l'aria desolata della tundra. Come voleva lui, era riuscito a cambiare. Ora è dalla parte del Bene.
Lui puntualmente alle sette del mattino si alzava, faceva colazione e prendeva la sua canna da pesca. Il laghetto di fronte al loro cottage era pescoso, e con quei salmoni faceva le scorte per giorni. C'erano molti pesci perché un fiume ricco di crostacei ed enormi salmoni sfociava proprio in quel laghetto, di fronte alla loro abitazione.
Alle otto Miriam andava a scuola e tornava all'ora di pranzo, per godersi l'unità della famiglia. Proprio quello che meritava.
Stefanie, la moglie di Jhad, era bellissima. Miriam la ricordava soprattutto per il suo sorriso smagliante e bianco. Il vero Sole.
In quella terra priva di orrori, Miriam poteva vivere in pace. Vedeva le fiamme solamente quando appiccava un fuoco, durante le gite in montagna, o durante le notti in tenda. Anche nel caminetto del loro cottage, ogni tanto.
Amava ancora le fiabe, le amava tremendamente.
L'affetto della famiglia era l'ingrediente essenziale per trascorrere una vita in armonia, a ritmo di semplice prosa. Vivere è semplice e bello, si diceva.
Vivere è semplice e bello!
Dal sedile del pulmino guardava le erti cime della sella, le rocce canadesi, i frutici, gli arbusti di montagna. Quella era la vita da ammirare. E di fronte a lei, due posti più in là, vi era un bel ragazzino. Si guardarono, e lei arrossì. Era più grande di lei molto probabilmente.
Era pronta a condividere con lui la merenda che aveva preparato... A passarci qualche ora assieme, e magari farci anche i compiti assieme. Avrebbero potuto vedersi dopo la scuola. Divertirsi un poco giocando a nascondino, come ai suoi vecchi tempi. Ma prima doveva rivolgergli almeno un saluto. Aspettava da tanto tempo di farlo. E quando era il momento, mentre scendevano tutti dal pulmino, si sentì mancare l'aria.
Le si erano annodate le corde vocali. Si sentì derubata del respiro.
Lui intanto proseguiva camminando, ma Miriam vedeva che camminava più lentamente. L'aspettava.
Quindi fece un lieve sospiro e parlò.
Ahh... L'amore...



Commenti

pubblicato il lunedì 22 agosto 2016
Marella, ha scritto: letto capitolo 1 - Un bel talento indubbiamente. Ben miscalato e trattenuto. Visto e raccontato poi con gli occhi di una donna risulta ancora più complicato. Poetica la parte in cui entra in scena la luna. Bravò

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