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lavoro pubblicato mercoledì 17 agosto 2016
ultima lettura giovedì 23 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IN MISSIONE FRA DUE CONTINENTI - Il viaggio delle cellule staminali da Tel Aviv a …….

di MariellaBergamini. Letto 2785 volte. Dallo scaffale Viaggi

Sono un volontario trasportatore di midollo osseo e cellule staminali. Racconto la mia missione in Israele. Si è conclusa felicemente, malgrado aerei in ritardo, overbooking, situazioni impreviste, uno sgradito ospite, incontri strani. Siete curiosi?

Gli angeli della vita
Da qualche tempo svolgo attività di volontariato in qualità di trasportatore di midollo osseo e cellule staminali presso il Nucleo Operativo di Protezione Civile di Firenze (NOPC). Parto da Firenze, dove vivo, vado nella località di prelievo, che può essere in Italia o all’estero, e ritiro le cellule prodotte dall’anonimo donatore. Le colloco in un piccolo frigorifero a temperatura controllata e le porto nella città del paziente, a cui verranno trapiantate per la cura di una grave patologia ematica. Il mio compito consiste nel garantire la sicurezza di tutto il trasporto, con particolare riguardo ai controlli negli aeroporti, in quanto le cellule non possono passare attraverso i raggi X, e monitorare le temperature del frigorifero. Il frigo contiene alcune mattonelle per il ghiaccio, una sonda che registra le temperature e dei panni isolanti. Le cellule staminali devono essere conservate fra i 4 e gli 8 gradi centigradi, ma soprattutto non devono mai congelare. Se la temperatura non si stabilizza su un valore compreso nell’intervallo di riferimento devo intervenire per aumentarla o ridurla, a seconda dei casi. Tutti i passaggi cruciali della missione vengono comunicati in tempo reale alla centrale operativa mediante un programma di tracciamento. Ovviamente non posso mai separarmi dal frigorifero contenente le cellule staminali e devo prestare massima attenzione ad eventuali criticità, perché da me dipende una vita umana. E’ una grossa responsabilità, ma la soddisfazione di aver portato a termine con successo una missione è ancor più grande. Costituisce la molla che spinge noi volontari, “gli angeli della vita”, ad andare sempre avanti, anche in contesti e momenti storici non facili, come quello che stiamo vivendo.
A Luglio 2016 ho effettuato la mia prima missione fuori Europa. Per raggiungere la località di prelievo delle cellule ho soggiornato a Tel Aviv (Israele) e questo ha reso la missione ancora più peculiare. In quei giorni molti familiari ed amici mi hanno contattata per assicurarsi che fosse tutto a posto e, successivamente, mi hanno chiesto incuriositi i dettagli della missione; questo mi ha dato lo spunto per raccontare la mia esperienza. La missione si è conclusa felicemente, ma è successo un po’ di tutto: aerei in ritardo, overbooking, situazioni impreviste, uno sgradito “ospite” in camera, perfino un tentativo di approccio da parte di un gigolò.
Ecco quindi il racconto di quella particolare settimana. Per ragioni di riservatezza ho omesso alcuni dettagli ed ogni indicazione sulla località in cui ho consegnato le cellule staminali. Chi volesse saperne di più su altre missioni e sulle attività del NOPC può trovare tutte le informazioni sul relativo sito.
In viaggio verso Tel Aviv
Il lunedì esco di casa la mattina presto. E’ ancora buio, ma per la prima volta ho l’occasione di vedere l’alba all’aeroporto di Firenze e questo mi ripaga delle poche ore di sonno. Arrivo a Francoforte, dove faccio scalo. Mi hanno detto che i controlli verso Israele possono essere particolarmente attenti anche se il frigo, essendo ancora vuoto, può passare senza problemi sotto i raggi X e le mattonelle per il ghiaccio sono debitamente congelate. Ci sono due postazioni: la prima è presidiata da una matrona dall’aria arcigna, mentre alla seconda c’è invece una giovane ragazza, carina, che sembra di origine asiatica. Scelgo di andare da lei ed appoggio il frigo sul nastro. La signora della prima postazione comunque mi ha già adocchiata e comincia a strillare come un’aquila verso la sua collega. Non conosco la lingua, ma da quello che capisco le chiede di farmi spostare sul suo nastro. Rimango dove sono ed apprezzo la ragazza, che non si è fatta intimidire. Penso che tutto il mondo è paese ed in ogni ambiente c’è sempre quello che vuole intromettersi nel lavoro degli altri. La giovane operatrice si comporta in maniera molto professionale. Chiama un poliziotto, gentilissimo, che mi comunica che per l’appunto proprio quando era il mio turno è scattato un controllo a campione (“random”). Sto al gioco e fingo di crederci. Il controllo aggiuntivo si svolge velocemente e il poliziotto mi ringrazia per la collaborazione. Mi siedo in attesa dell’imbarco.
La blasonata compagnia aerea informa che si è verificato un overbooking, quindi cerca volontari per un volo successivo, a fronte di un rimborso; qualcuno si avvicina al desk. Successivamente una hostess da terra comunica che, essendo il volo al completo, verranno controllati i bagagli e tutti quelli aggiuntivi o sovradimensionati verranno imbarcati. Il frigo costituisce secondo bagaglio a mano, ma non posso separarmene, né intendo imbarcare il mio trolley, a meno che proprio non mi obblighino a farlo. Per evitare spiacevoli discussioni al momento dell’imbarco faccio subito presente la situazione alla hostess che, con aria complice, mi dice: “Lei è un corriere? Allora non si preoccupi, faremo finta di non vedere il suo frigorifero”. Sono l’unica ad avere il privilegio di imbarcare due bagagli a mano, invidiatissima. L’altra hostess fa per fermarmi, ma la informo che sono già d’accordo con la sua collega e tiro dritto.
Incontri inaspettati
Arrivo a Tel Aviv. Tenendo conto delle specificità del luogo e dell’allerta terrorismo, mi è stato detto di fare molta attenzione. La situazione è però in apparenza tranquilla, paradossalmente più che in Italia: in tre giorni vedrò unicamente un poliziotto ed un soldato di pattuglia. Soltanto in un grande magazzino il sorvegliante chiede di verificare il contenuto delle borse. La signora davanti a me, chiaramente del posto, deve tirare fuori quasi tutto. Quando è il mio turno, non appena apro la cerniera della borsa vengo fatta entrare senza problemi. In cima ho la mappa della città che copre il contenuto sottostante, avrei potuto nascondere qualsiasi cosa. Mi colpisce inoltre l’organizzazione “democratica” della spiaggia. Per la maggior parte si tratta di spiaggia libera pulita e ben attrezzata, anche per i disabili, con gazebo e palme a fare ombra.
Ci sono pochi stabilimenti balneari, gestiti dal Comune, per cui i prezzi sono calmierati ed uguali ovunque. Presso gli stabilimenti i servizi igienici, gli spogliatoi, le docce fredde e le fontanelle per l’acqua sono a disposizione di tutti gratuitamente. C’è anche il libero scambio dei libri, ben fornito, ma solo in lingua locale. Perfino i giochi da spiaggia per i bambini possono essere presi liberamente da un cesto per essere riposti a fine giornata; così i genitori possono evitare di acquistarli e si migliora anche l’ambiente. Ciò fa sì che la spiaggia sia molto vissuta da giovani e famiglie, che possono concedersi qualche ora di svago senza spendere niente. Anch’io vi trascorro una piacevole giornata.
L’unico inconveniente si verifica in albergo la seconda notte, quando trovo un ospite indesiderato nella stanza. Ho la spiacevole sensazione di non essere sola, avverto un’altra presenza. E infatti dopo pochi minuti dal bagno esce lo scarafaggio più grosso che io abbia mai visto. Gli scarafaggi non mi fanno paura, ma ribrezzo sì, anche se ho fatto campeggio per decenni. Provo a prenderlo per metterlo fuori dalla finestra, ma scappa veloce e si nasconde sotto il letto. In pigiama scendo in reception. La ragazza in servizio, appena le spiego la situazione, non si mostra affatto sorpresa e, senza averlo visto, identifica subito l’animale come un “cockroach”, mentre io, pensando ai Beatles, avevo usato il più generico “beetle”, blatta. Pare che siano ospiti frequenti dell’albergo, a causa del clima caldo e umido. La receptionist sale in camera con me, stana lo scarafaggio attirandolo con la luce dello smartphone, lo uccide con una scarpa, raccoglie il cadavere con la carta igienica e lo getta nel wc. Il tutto in cinque minuti netti, quindi è una procedura già ampiamente collaudata. Mi spiace sempre vedere uccidere un animale, però stavolta è stato inevitabile. La receptionist si scusa del disagio, dicendo che malgrado le frequenti disinfestazioni non riescono mai a debellarli completamente. Le suggerisco che un paio di gatti funzionerebbe molto meglio dei veleni chimici: i miei vanno matti per gli insetti che si muovono.
Tutto il personale dell’albergo è molto gentile ed efficiente. Un addetto alla reception, che conosce gli altri volontari abituali, mi fa un sacco di complimenti sulla nostra attività. Inoltre mi suggerisce più volte di sistemarmi sposando un ricco commerciante del posto, perché “Jewess have a lot of money” (Gli Ebrei hanno un sacco di soldi). In realtà ho già scoperto che le bionde formose con la carnagione chiara, anche se un po’ stagionate, qui vanno per la maggiore, molto probabilmente perché sono merce rara rispetto agli standard locali. Infatti il giorno prima, mentre passeggiavo sul lungomare, sono stata abbordata da un bel ragazzo giovane, alto e moro, che ha provato in tutti i modi ad attaccare discorso ed invitarmi a prendere un caffè con lui, magnificandomi le sue doti amatorie. Vista l’età e la prestanza è sicuramente un gigolò, non mi ritengo così fortunata! Comunque sono in missione e non posso distrarmi. La sera stessa mi ferma un altro uomo, stavolta però più avanti negli anni e bruttino, che mi chiede da dove vengo e se sono sposata. Ovviamente taglio corto anche con lui, però questo luogo rivela aspetti inattesi. E penso che non sono solo gli italiani quelli che attaccano discorso con le turiste straniere.
Il ritiro delle cellule staminali
Il ritiro delle cellule staminali avviene in una località non distante da Tel Aviv. Per motivi di sicurezza mi muovo solo in taxi e mi è stato raccomandato di non prendere quelli multipli, preferiti dai turisti. Effettuo il ritiro in ospedale, confeziono la sacca e la metto nel frigorifero insieme alle mattonelle per il ghiaccio ed alla sonda. Il personale dell’ospedale mi invita a cenare con loro, ma preferisco rientrare subito in albergo e chiedo che mi chiamino un taxi. Le infermiere scelgono chi chiamare in base ad una lista e l’autista del taxi chiede il mio nome per prendere la prenotazione. Qui sono Maria, che comunque mi va benissimo, è il nome della mia nonna paterna, perché Mariella risulta di difficile comprensione. Dopo una breve conversazione mi confermano l’arrivo del taxi entro cinque minuti all’ingresso principale. Ringrazio, saluto ed entro nell’ascensore. Le targhette accanto ai pulsanti sono molto dettagliate, ma scritte in arabo ed in ebraico, lingue entrambe a me del tutto sconosciute. Però i numeri sono universali, penso io. Premo lo 0 e mi trovo nel locale lavanderia, ubicato nel sottosuolo. Facendo volontariato ho scoperto di avere una strana quanto inutile capacità di individuare la lavanderia degli ospedali: è già la seconda volta che mi succede. Qui però non c’è nessuno a cui chiedere. Riprendo l’ascensore, premo il tasto 1 e mi trovo al pronto soccorso. Domando all’infermiera e scopro che il tasto per l’uscita è il n. 3. Non capisco la logica, ma mi adeguo e, soprattutto, mi sbrigo, perché temo che il taxi non mi aspetti se ritardo.
In realtà il taxi arriva appena esco dall’ospedale. E’ sicuramente il mio, perché l’autista mi chiede se sono Maria. Però c’è una sorpresa, che è anche un problema: sul taxi ci sono altre persone e io non posso prendere taxi multipli. In prima battuta decido quindi di tornare in reparto e farmi chiamare un altro taxi, anche a costo di dover pagare due volte la corsa e perdere tempo. Il tassista però vede la mia espressione sorpresa e mi spiega che sono suoi familiari, abitano a Tel Aviv e stavano rientrando insieme quando ha preso la chiamata dell’ospedale, a cui ha risposto essendo di strada. E’ buio, sono sola in un sobborgo di una città estera che non conosco e devo prendere una decisione in pochi istanti. Valuto la situazione e le mie sensazioni. Gli occupanti del taxi sono un ebreo ortodosso e due bambini, fratello e sorella, molto probabilmente i suoi figli. L’orario è compatibile con un fine turno. Il taxi, oltre ad essere regolare, è stato chiamato da una lista di fornitori abituali dell’ospedale, probabilmente convenzionati. Decido quindi di prenderlo, anche se abitualmente sono molto prudente. Quello che mi tranquillizza e che fa la differenza è che ci siano dei bambini, altrimenti non mi sarei fidata. Arriviamo a Tel Aviv in poco tempo. Padre e figli scendono ad un semaforo poco prima del mio albergo. Al momento di pagare il prezzo è inferiore rispetto a tutte le altre corse, il che rende ancor più plausibile che ci sia una convenzione con l’ospedale.
Come far partire un aereo
Riparto la notte stessa notte per raggiungere la città dove devo consegnare le cellule staminali, che per ragioni di riservatezza chiamerò “destinazione finale”. Infatti, come all’andata, non prendo un aereo diretto, ma devo fare scalo in un altro aeroporto. Il frigo si comporta molto bene, la temperatura interna si assesta subito intorno ai 5 gradi. Sono contenta. Arrivo all’aeroporto di Tel Aviv, mi presento al primo controllo aeroportuale e faccio presente che il frigo non può passare ai raggi X. La giovane vigilante mi chiede chi sono, dove abito, quando sono entrata nel paese e per quale motivo. Mi chiede quindi per quale ditta lavoro. Non mi riesce farle capire che non lavoro per nessuna ditta, bensì per un’organizzazione statale, sono un funzionario pubblico. Le mostro anche il badge della Corte dei conti, ma lei insiste: “OK, ma per quale ditta lavora?” Io ripeto che si tratta di una pubblica amministrazione e che sono lì in qualità di volontario di un’altra organizzazione. Me lo chiede una terza volta, ripeto le stesse cose, aggiungo che svolgo l’attività di volontariato nel mio tempo libero, per cui formalmente sono in ferie, ma non so quali altri argomenti addurre. A quel punto però si convince e scrive qualcosa sul computer (sarei curiosa di sapere come mi ha classificata). Poi chiama un sorvegliante, per mia fortuna in borghese, che mi chiede di seguirlo. Credo che la coppia dietro di me, nel frattempo, si sia fatta strane idee sul mio conto.
Il controllo avviene in una stanza separata. Molto accurato, ma molto tranquillo. Il personale, giovane ed affiatato, è incuriosito dalla mia attività di volontariato. Al termine vengo accompagnata direttamente oltre le postazioni di controllo. E’ senz’altro più comodo che doversi spogliare e rivestire quando sei in fila ai nastri, anche se la gente ti guarda incuriosita, domandandosi quanto sei pericolosa. Dato che i controlli sono stati meno lunghi del previsto, mentre aspetto l’imbarco faccio colazione. Mi incuriosisce che anche qui, malgrado l’affollamento, ti chiamino per nome quando è pronta l’ordinazione, come da Starbucks. Naturalmente sono sempre Maria; rispondo ad almeno altre due chiamate con nomi simili prima che arrivi il mio turno.
Appena salgo sull’aereo diretto verso la destinazione di scalo il responsabile di cabina mi ferma e mi chiede cosa contiene il frigo. Rispondo che sono cellule staminali per un trapianto. Me l’hanno domandato altre volte, per curiosità. In questo caso però il capo steward mi chiede di mostrargli la documentazione a corredo. Per deformazione professionale penso che molto probabilmente non ha competenza nel controllare bagagli che sono già stati aperti ed accuratamente ispezionati in aeroporto. Decido comunque di mostrarmi collaborativa e gli mostro la lettera dell’ospedale, ma non sono disposta ad aprire nuovamente il frigo davanti a lui. Fortunatamente non mi viene richiesto e quindi proseguo verso il mio posto. Dietro c’è una coppia con due bambini molto confusionari e, dalla lingua che parlano, capisco che, ahimé, sono diretti alla mia stessa destinazione finale. L’imbarco richiede più tempo del previsto, il volo è particolarmente affollato di persone e bagagli. Il pilota si scusa dicendo che per questo motivo partiremo con dieci minuti di ritardo. So che nell’aeroporto di scalo devo rifare nuovamente i controlli di sicurezza, però ho un po’ di comporto. Mentre viene emanato l’avviso di spegnere i cellulari informo la centrale operativa che sto partendo. Le hostess illustrano i dispositivi di sicurezza. Tutto pronto, ma ….. non si decolla. Trascorrono altri dieci minuti. Sto per andare a chiedere informazioni quando il comandante si scusa nuovamente ma, avendo perso lo slot a causa del ritardato imbarco, siamo stati messi in attesa per un tempo indefinito, che potrebbe oscillare fra i 45 minuti e le due ore. Nel frattempo “il meraviglioso personale di bordo si prenderà cura dei passeggeri” (ed infatti inizia a distribuire bicchieri d’acqua). Il comandante ringrazia per la pazienza.
Ma io non posso avere pazienza, perché a causa del ritardo perdo la coincidenza verso la destinazione finale. Contatto quindi la hostess, le mostro la mia carta d’imbarco e le espongo il problema. Mi chiede se è un trasporto ufficiale e se sono autorizzata a farlo. Che strana domanda, come se trasportassi cellule staminali a giro per il mondo a titolo personale; senza contare che ho già mostrato la documentazione poco prima. Le porgo anche l’informativa che è stata inoltrata alla compagnia aerea al momento della prenotazione, che finora non avevo mai avuto occasione di dover utilizzare. La hostess mi riporta il tutto dopo pochi minuti e mi dice che, nel caso non riesca a prendere la coincidenza, sarò riprotetta su un volo in partenza un’ora dopo. Può andare bene, ma insisto che preferirei arrivare all’orario prefissato.
Nel frattempo mi rendo conto che la temperatura del frigo, che è stato aperto ai controlli di sicurezza, non si stabilizza: sta scendendo troppo velocemente. Vista l’incertezza sui tempi di decollo decido di intervenire, ossia riaprire il frigo ed isolare ancor di più la sacca contenente le cellule dalle mattonelle per il ghiaccio. Mi alzo e, col frigo in mano, mi dirigo verso il bagno, ma la stessa hostess mi chiede se posso aspettare, perché stiamo per partire. Saranno passati sì e no dieci minuti da quando ho rappresentato il problema, se ne sono immediatamente fatti carico. Sono molto contenta ed orgogliosa di me. Dico alla hostess che posso aspettare, ma ho necessità di sistemare il frigo subito dopo il decollo. Risposta: ma non abbiamo frigoriferi a bordo. Penso all’inutilità di aver frequentato almeno due corsi sulla comunicazione efficace …. Spiego che è il mio frigo e ho solo bisogno di poterlo aprire con tranquillità. Finalmente si decolla. Non appena è possibile alzarsi la hostess mi fa un cenno e mi precipito verso il bagno, bruciando sul tempo tutti gli altri interessati. Meno male che sono in posizione tattica, seduta vicino alla coda dell’aereo.
Il viaggio procede regolarmente, il frigo si è finalmente stabilizzato un po’ sopra i quattro gradi. Il comandante comunica che siamo in arrivo all’aeroporto di scalo. I passeggeri diretti alla mia destinazione finale (i privilegiati) saranno trasferiti direttamente all’imbarco con un pullman, per cui sono invitati a scendere dal portellone posteriore, mentre gli altri sbarcheranno davanti. Inizialmente invece a noi era stato detto di attendere nel velivolo finché non ci venivano a prendere, ma probabilmente si rischia di fare troppo tardi. Sono soddisfatta, ma sinceramente mi spiace un po’ aver fatto un favore così grande alla famiglia seduta dietro di me, che altrimenti avrebbe perso la coincidenza. Non ho ancora capito se fanno più confusione i figli o i genitori.
Vengono date tutte le indicazioni per l’atterraggio, l’aereo si abbassa e … improvvisamente riattacca e riprende quota. Mi ero illusa che gli imprevisti fossero finiti. Dopo un po’ il comandante ci spiega che sta attendendo il permesso per l’atterraggio, perché non c’erano piste libere. Ci facciamo un giro turistico non richiesto sopra la campagna, mentre il tempo scorre veloce. Prima di arrivare al mare fortunatamente l’aereo vira e torna indietro. Atterriamo, mi appresto a uscire velocemente dal portellone di coda secondo le ultime istruzioni, ma vengo ostacolata da un signore robusto, vestito in abiti religiosi tradizionali, che sostiene che prima di noi devono scendere tutti gli altri passeggeri. Non se ne parla nemmeno. Forse non ha sentito il secondo annuncio, ma non c’è tempo per le spiegazioni. Ribadisco che devo scendere subito. Ci strattoniamo un po’ e alla fine riesco a raggiungere l’uscita, ma prima gli mando un’imprecazione, in inglese, in maniera che sia chiara per tutti. Tutto il mondo è paese anche in questo caso: l’abito non fa il monaco. Ringrazio la hostess che mi ha aiutata e lei si scusa ancora, dicendo che non è costume della compagnia far arrivare i passeggeri in ritardo. Faccio finta di crederci e la saluto.
Naturalmente la famiglia confusionaria è scesa per prima. C’è anche un’altra passeggera, in tutto siamo sei. Sulla pista è pronto l’autobus dedicato, ma ha le porte chiuse. Nel frattempo inizia pure a piovere. La famiglia insiste per recuperare il passeggino dall’aereo e non cede nemmeno di fronte alle rassicurazioni che arriverà un’ora dopo, col volo successivo. Alla fine i genitori verranno accontentati: come sempre chi insiste riesce ad ottenere quello che vuole. Per loro l’ulteriore perdita di tempo non è un problema, anche se sanno che il transfer dedicato è stato richiesto per una persona diretta ad un ospedale, ma per me sì. In quel momento proprio non li sopporto. E’ anche vero che per il momento nessuno è venuto a prenderci, siamo ancora sulla pista sotto la pioggia, davanti al nostro autobus fermo e chiuso. Passano altri minuti preziosi e finalmente arrivano a piedi due hostess bagnate e trafelate. Ci spiegano che c’è stata un’incomprensione con l’equipaggio, per cui loro ci stavano aspettando allo sbarco, munite di cartelli con l’indicazione del numero del volo, per accompagnarci dall’interno ai controlli di sicurezza, così come ci era stato detto inizialmente. Solo al termine delle operazioni si sono rese conto che non c’eravamo. Ci contano per ben due volte, nel caso qualcuno dei sei, di cui due bambini, nel frattempo sia fuggito, e salgono con noi sul bus, con i loro inutili grandi cartelli. Provo un po’ di soddisfazione a pensare che nemmeno la tanto rinomata compagnia sia esente da qualche pecca organizzativa.
Il pullman ci accompagna velocemente verso l’aeroporto. Durante il tragitto le hostess, visibilmente imbarazzate e dispiaciute, si scusano ancora, dicendo che non è abitudine della compagnia lasciare passeggeri in attesa sotto la pioggia. Al gate abbiamo una postazione di controllo interamente dedicata a noi, mentre gli altri viaggiatori in attesa ci guardano al di là del vetro, come se fossimo in un acquario. A questo punto i tempi sono davvero strettissimi, l’aereo verso la destinazione finale è già in partenza. Finalmente un colpo di fortuna: il frigorifero viene controllato da un ragazzo italiano che, capita al volo la situazione, riduce al minimo gli adempimenti. Purtroppo non succede altrettanto con la sua collega al nastro bagagli. Di sua iniziativa apre il mio trolley ed inizia a tirare fuori quasi tutti gli oggetti piccoli, compresi i costumi da bagno, che attirano particolarmente la sua attenzione (sarà il fascino di un noto marchio italiano?) ed anche la biancheria sporca. Non so se qualcosa l’ha insospettita oppure è l’ennesimo controllo “casuale”, ma buona parte del contenuto del mio trolley è ora sul nastro, mentre ci informano che abbiamo solo due minuti per imbarcarci. Non riuscirò mai a rifare la valigia in tempo, per cui tiro fuori la borsa di riserva che porto sempre e ci butto dentro il computer, i capi fuoriusciti e tutto ciò che mi sono tolta di dosso per passare al metal detector. Di corsa, con borsa, frigorifero, trolley semivuoto e borsa aggiuntiva strapiena, per ultima riesco a salire sull’aereo diretto verso la destinazione finale.
La passeggera seduta accanto a me è al corrente che la partenza del volo - che peraltro era già in ritardo, anche se, si sa, non è uso della rinomata compagna di bandiera - è stata ulteriormente posticipata per via di un trasporto medico. Guarda il frigorifero e la sua domanda mi sorprende: “Is there an animal inside?” (Contiene un animale?) Rabbrividisco pensando ad uno dei miei gatti lì dentro, e comunque ne entrerebbe sì e no la coda. Secondo la signora si ritardano le partenze aeree per portare un animale dal veterinario, oltretutto in un trasportino senza ricircolo d’aria? Boh! D’ora in poi per fortuna fila tutto liscio. Il frigorifero mantiene bene la temperatura. Cerco inutilmente di dormire un po’, visto che ho trascorso la notte all’aeroporto, ma ho incautamente detto all’altra passeggera che anni fa ho visitato Goteborg, la sua città, quindi vuol fare conversazione, mentre a me si chiudono gli occhi.
Malgrado tutti questi piccoli inconvenienti finalmente riesco ad effettuare la consegna al centro medico. Per entrare nel laboratorio mi fanno vestire come un chirurgo, mi sento molto ER. Grazie al donatore di un altro continente, da domani il paziente avrà una chance che prima non aveva. Ora sta a lui, il mio compito è terminato e posso andarmene meritatamente in vacanza per davvero. O almeno così credo.
Finalmente in vacanza
Ho scampato per un pelo lo sciopero dei controllori di volo, ma non quello di Trenitalia. Il rientro dalla destinazione di consegna a Firenze è previsto per sabato nel tardo pomeriggio, per cui ho prenotato da tempo un treno diretto a Bari per domenica nel pomeriggio. Ho scelto quel treno proprio per avere la domenica mattina a disposizione per riorganizzarmi, mettendo anche in conto la possibilità che la famosa compagnia aerea che afferma di non avere l’abitudine di ritardare smentisca ancora una volta questo assunto. Avendo il 50% di possibilità, su due treni, quale avranno cancellato? Ovviamente il mio. Lo vengo a sapere il venerdì, mentre sono ancora all’estero. Per evitare di scombussolarmi le ferie devo anticipare la partenza e quindi acquistare subito un biglietto per l’unico treno disponibile, quello della mattina, che avevo inizialmente scartato anche per i tempi stretti di connessione a Bologna. Naturalmente le offerte sono esaurite, quindi spenderò di più, ma non ho altra scelta se voglio partire. Dovrò dormire in treno per recuperare la seconda notte quasi in bianco in una settimana, mentre l’amica che mi ospita per qualche giorno scherzosamente mi rassicura che il mancato lavaggio dei costumi da bagno non è un problema. Anche in Abruzzo sono forniti di lavatrice e lei, guarda caso, ne dispone. Il fatto di non essere in Italia complica ulteriormente le cose, per cui pensa mio fratello da Firenze a contattare il call center Trenitalia e ad acquistare il biglietto, che è già in esaurimento. Risolta anche questa!
Il sabato mattina parto per rientrare a casa. Incappo nell’ennesimo ritardo e nell’ennesimo overbooking della solita compagnia aerea che non ha quelle cattive abitudini. Stavolta non posso giocare nemmeno la carta del trasporto delle cellule staminali, quindi sto alla sorte. Rientro in serata e la mattina dopo riparto di buon’ora; praticamente non ho nemmeno cambiato la valigia. Sono un po’ in ansia: basta un piccolo ritardo per perdere la coincidenza e rimanere bloccata a Bologna il giorno dello sciopero dei treni. Invece la Freccia arriva puntualissima e riesco a prendere al volo l’Intercity per Bari. Anche in questo caso, pur trattandosi di una lunga percorrenza, il treno arriva in perfetto orario alla mia destinazione. Ed anche il rimborso del primo biglietto acquistato avverrà prima del previsto. Vuoi vedere che mi tocca rivalutare Trenitalia rispetto alla tanto blasonata compagnia di bandiera straniera? Intanto, finalmente, mi godo la vacanza, stanca ma felice. Il paziente è già stato sottoposto al trapianto, speriamo che vada tutto bene. Buona vita!



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