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lavoro pubblicato domenica 14 agosto 2016
ultima lettura mercoledì 11 dicembre 2019

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Le vite e i giorni (capitolo nono)

di elisabettastorioni. Letto 426 volte. Dallo scaffale Fantascienza

[N.d.A : le frasi in lingua Nêhkawa verranno inscritte fra parentesi nella loro traduzione.]L'uomo la guardava, attendendo che lei facesse un passo avanti e la seguisse, ma ella, spaesata e vittima dei postumi del dolore, pareva persa nell'osserv...

[N.d.A : le frasi in lingua Nêhkawa verranno inscritte fra parentesi nella loro traduzione.]

L'uomo la guardava, attendendo che lei facesse un passo avanti e la seguisse, ma ella, spaesata e vittima dei postumi del dolore, pareva persa nell'osservare la radura intorno a sé. Era questa un luogo pacifico, attraversato da una brezza leggera e frizzante, la luce che veniva riflessa era verde e tutto, dai tronchi degli alberi al terreno, era ricoperto di quel colore freddo ma accogliente. La temperatura sembrava più mite o forse era lei che la sentiva aumentata, i suoi sensi erano disorientati quanto la sua mente. L'ambiente le infondeva calma e un senso di liberazione dagli affanni quotidiani che però le si fecero presenti poco dopo. L'infelicità causata dal ricordo della scuola, soppiantò ogni altro sentimento e le indusse ansia. Ansia per il fatto che si trovasse lì invece che seduta al suo banco, per il fatto che le sarebbe stata segnata un'assenza e avrebbe dovuto darne spiegazione ai suoi genitori, infine perché non aveva idea di come tornare indietro e lasciare quel meraviglioso paesaggio. Si propose di seguire il suo percorso a ritroso e si diresse verso i due alberi, disobbedendo alla richiesta di Monshëu, e nell'istante in cui fu innanzi allo spazio fra i due tronchi, vide una sorta di barriera che si notava unicamente per la sottile distorsione che provocava alla visione di ciò che le stava dietro. L'uomo stranamente non sembrò affatto preoccupato per le sue intenzioni ma ne era visibilmente scocciato: la osservava come si fa di un cane che si fermi per strada ad annusare l'erba senza alcun apparente motivo. Ella, avvicinandosi alla barriera, cominciò a percepire una certa tensione elettrica, un ronzio lieve ma distintamente udibile, la sua esperienza le fece insorgere la paura che se l'avesse toccata o ci si fosse accostata abbastanza, avrebbe subito una scossa e preferì non provare su se stessa questa ipotesi. Rimase ad osservare quella barriera per qualche secondo chiedendosi a cosa servisse, unica e non accompagnata da altri parti a delimitare una zona: sarebbe bastato passare oltre la barriera di lato e si sarebbe raggiunta l'altra parte. Monshëu, persa la pazienza e notando che si stava avvicinando pericolosamente a quegli alberi, la richiamò:
"What are you looking for?"
"I have to go back"
"You can't" sentenziò fermamente l'uomo, fissandola con le mascelle poco contratte ed avvicinandosi a passi misurati.
"I can't stay here"
"You have to stay here now"
"I have school and..."
"I don't care, that's not the world you should be living in" sbottò Monshëu rivelando un tono di voce alterato che mai lei si sarebbe aspettata di sentire.
"But I have family and friends" obbiettò Rebecca, la voce le tremava per la tensione che non riusciva ad esprimere con parole straniere "That's not your real family anyway". La ragazza strinse le dita a pugno, facendo affondare le unghie nella carne: non poteva sapere di che cosa quell'uomo fosse capace e non poteva provocarlo rischiando di scatenare o una rabbia eccessiva o, cosa ben peggiore, una punizione per la sua intemperanza. Doveva dunque trattenere il suo desiderio di ribattere a tono e cercare di far valere le sue ragioni in maniera moderata e calcolata. Le era difficile poiché solitamente reagiva in modo impulsivo, ma sarebbe stata in grado di controllare la situazione solo se avesse potuto parlare in italiano: la lingua per lei risultava l'ostacolo più grande e si pentì e maledisse se stessa per non averla studiata di più. A scuola avrebbe potuto mettere a frutto le lezioni e se l'avesse fatto ora sarebbe potuta uscire più o meno illesa da quella trappola che l'uomo le aveva teso. Non c'era molto che si potesse fare: espirò lentamente, le tremavano le labbra ma parlò con quanta più calma riuscì a trovare in sé. "You have to tell me many things before, I can't leave my house if you don't say them" scandì con pazienza costretta, meravigliandosi della velocità con cui le erano uscite le parole, insolita per lei. "If you leave now though there's no way I could explain: come inside first"

sembrò essere riuscita a placare almeno il nervosismo di quell'uomo, se non il suo, e lanciò lo sguardo verso la collinetta chiedendosi ancora cosa intendesse con quel dentro, visto che non ne era venuta a capo. Monshëu seguì il suo sguardo girando la testa nella medesima direzione e probabilmente capì l'insicurezza della ragazza "If you get closer to it you'll realize it's a house...or something similar to it" le spiegò, mentre si allontanava in quella direzione. Rebecca gli andò dietro spinta da una curiosità contrastante con la sua tensione d'animo, poi si bloccò a metà strada, l'uomo se ne accorse e distendendo i muscoli facciali, quasi ad iniziare un sorriso velato ma senza giungervi mai, la rassicurò "It's safe this time, I'm not going to push you". Titubante, avanzava di pochi passi alla volta, lanciando lo sguardo intorno e verso Monshëu, con il cuore che le batteva in gola ed il respiro difficoltoso, sia per i dolori addominali che per l'angoscia del pericolo. Più si avvicinava al fianco della collinetta, più notava che il terreno si abbassava dolcemente fino a raggiungere un dislivello di un paio di metri. Alla sua sinistra vide finalmente il luogo in cui si doveva recare: incavato tra il dislivello e il corpo della collinetta vi era l'ingresso di quella che poteva parere una sorta di tana artificiale. Le pareti di un materiale minerario non meglio definito, levigato e lavorato secondo forme geometriche, si incastravano perfettamente nei contorni naturali di terra ed erba che vi convivevano senza troppo disturbo. L'ingresso era una apertura a misura d'uomo, dove l'altezza era poco più di due metri e la larghezza di quasi quattro metri. Questo sprofondava ancora di qualche centimetro in basso con poca inclinazione, per poi adattarsi morbidamente ad un livello piano di poco più basso del terreno di fronte all'ingresso. Il punto in cui iniziava la pavimentazione artificiale era poco visibile perché coperto da folti fili d'erba e da del terriccio fresco ed umido, che andava a posarsi su di un materiale pietroso e scuro, anche questo levigato come le pareti. Non vi era alcuna decorazione e il tutto si presentava in forme semplici e pulite. Monshëu entrò per primo misurando i passi con i fianchi per la pendenza e quando fu giunto al livello piano, sul pavimento si accese una lastra fina e lunga, in tutto aderente con il materiale all'intorno e che, incastonata alla perfezione, sembrava esservi integrata. La luce non era eccessivamente forte, di colore ciano e parzialmente fosforescente, dunque non riusciva ad illuminare granché oltre l'ingresso. Era buio e nemmeno l'illuminazione proveniente dall'esterno riusciva a penetrare quell'oscurità che sembrava inghiottire ogni cosa. L'uomo si guardò intorno, seppure Rebecca poteva ben dire che non c'era nulla da vedere, ma bastò che egli pronunciasse una qualche parola in quella lingua sconosciuta, scocciato, che una luce si accese, stranamente naturale e differente da quella presente sul terreno. Innanzi a lei compariva una parete ricurva, con una gobba più che accentuata verso l'esterno per cui non vi era soffitto: le parve una sezione di una volta a botte; ai lati era aperta, quasi fosse una sorta di corridoio. Il colore era di un bordeaux sbiadito ma che non rasentava vecchiaia e nei punti in cui veniva più illuminato dalla luce, che non sembrava provenire da un punto preciso, risultava più tendente al rosa. Dalla sinistra spuntò la donna con in mano alcuni oggetti di tessuto che Rebecca non seppe meglio identificare. Ora la poteva osservare nel suo aspetto: i capelli corti e scuri le lasciavano liberi il collo e la fronte, il volto era poco tondeggiante e su questo primeggiava un naso dalle dimensioni non troppo evidenti ma dalla forma paffuta, gli occhi scuri e profondi che celavano la pupilla. Le parve più giovane di lei, ma non osò dare questo per certo data la stranezza della situazione. La donna scambiò qualche parola incomprensibile con Monshëu e Rebecca rimase ad attenderli con i piedi ancora poggiati sul terreno erboso, finché egli non le fece segno di entrare e la donna sparì nella direzione da cui era provenuta. Mettere i piedi sopra quel pavimento fu per lei una sensazione strana, le suole delle sue scarpe aderivano troppo al materiale e l'attrito le rendeva difficoltoso camminare. Nel mentre notò che la lastra si era spenta non appena l'uomo se ne era allontanato e quando fu lei ad avvicinacisi si illuminò nuovamente ma di un colore diverso: aveva preso una tonalità ocra accesa che a guardare la sorgente luminosa direttamente le facevano male gli occhi. Monshëu le intimò di fermarsi dov'era e chiamò un'altra volta la donna lamentandosi di qualcosa; ella lo raggiunse, questa volta senza nulla in mano e avvicinò il polso destro ad un punto a lato della parete, all'altezza del suo busto. Comparvero un centinaio di caselle minute, dai contorni bianchi e quella disegnò, con un movimento corto e breve del dito, un simbolo su una di esse. La luce si tramutò nel colore azzurrino che aveva originariamente "The security system didn't recognize you" le spiegò Monshëu, ma Rebecca era troppo frastornata per poter comprendere il significato di quelle parole. La invitarono entrambi ad entrare per il lato sinistro di quella sorta di corridoio stretto e corto, dunque si aprì una stanza dalla pianta circolare e le fattezze di una cupola bassa e panciuta, di piccole dimensioni. Alle pareti vi erano incavati dei ripiani dalle linee ben rifinite e diversificati per profondità. Su una sezione della cupola vi erano due incavature, tra cui una a destra di forma ellittica e al cui interno si trovava una strana struttura. Questa si adattava perfettamente al luogo in cui era inserita e assumeva la forma ovoidale di quella solo nella metà inferiore; in quella superiore erano state incavate altre piccole mensole. Gli scaffali e i ripiani di ogni parete o erano quasi offuscati alla vista da una barriera semitrasparente o non contenevano nulla. Ma le particolarità più strane di quella stanza erano delle incavature ricoperte in parte da una imbottitura pesante, senza cuciture e quando Rebecca cominciò a chiedersi a che cosa servissero, Monshëu le indicò proprio una di quelle e notando che lei non capiva, la invitò a sedersi. Una volta preso posto in quella che trovava alla sua destra, si rese conto che altro non erano che poltrone o perlomeno ne avevano la funzione. Se inizialmente la loro forma le era parsa stretta e occlusiva, una volta seduta capì che vi sarebbe stato spazio anche per due o tre persone e perché queste potessero liberamente muoversi e star comode. L'uomo rimase in piedi più o meno al centro della stanza ed incrociò le braccia, la donna sembrava spaesata e non sapeva che fare "(Potreste almeno spiegarmi come l'avete trovata?)" gli chiese "(Non ora...se non vi dispiace preferirei parlarle in privato)" rispose sottovoce quello, la donna piegò lievemente un lato della bocca, infastidita, e lasciò la stanza sospirando "(Voi Monëshõ e il vostro dialogo...)". Una volta che Rebecca e Monshëu furono rimasti soli, egli non attese oltre e cominciò un lungo discorso, forse con l'intenzione di essere mirato e dar poco spazio agli appelli della ragazza: "All you need to know, is that you're a Nêhkawa and you were born so: no human would posses a Wihj. Why you happened to be on the other side is a long and complicated story, you'll learn about it sooner or later, it all depends on whether you accept what you are and don't try to deny it. This planet is where you should live, there's no..."

"Planet? This is not...Earth?"
"No it isn't: its orbit, its axis and partially its climate are the same, but they're no same planet. That portal we used to come here is a kind of mean of transport from the universe where Earth is to ours, though we still don't know how it actually works."
"This is another universe?" faceva Rebecca dando alla frase un tono interrogativo, nonostante la grammatica non fosse corretta e questo, o semplicemente il fatto che lei intervenisse, sembravano infastidire l'uomo. "Yes, it is: as far as I remember, in your solar system there shouldn't be another livable planet, with such conditions as non toxic atmosphere and..."
"But I need to go back"
"I just told you this is where you'll be living from now on, wasn't I clear enough?" s'innervosì lui, alzando di poco il volume della voce e marcando i termini come a voler imporre il proprio volere, il volto rimaneva immutato "This is not possible, how I can go a universe to another universe"
"Do you not believe you've traveled to another universe?" Monshëu rilassò i muscoli facciali e provò a riflettere; giungendo alla probabile conclusione che la ragazza avrebbe continuato a diffidare delle sue parole, le fece segno di alzarsi scuotendo la mano e non appena quella fu in piedi, le afferrò un avambraccio con un po' di esitazione. Rebecca provò a sciogliere subito la presa ma l'uomo serrò la mano attorno alla manica del giubbotto e dimostrava una certa forza fisica che ella preferì non sfidare. Mentre questo la faceva uscire da quella sottospecie di abitazione interrata, cominciò a riflettere nervosamente su come fosse impossibile che si trovasse in un altro pianeta ed oltretutto in un altro universo: l'uomo aveva impiegato più di tremila anni a conquistare la tecnologia necessaria per lanciare delle ferraglie in orbita attorno alla Terra, qualche decennio dopo era riuscito, a seguito di svariati tentativi, a piantare una bandierina blu e rossa sul suo satellite, ed ora calcolava che ci sarebbero voluti almeno sei mesi di sola andata per un ipotetico viaggio verso Marte, uno dei due pianeti più vicini. Inoltre la scienza della specie umana doveva ancora comprendere gran parte di quello che vi era all'infuori del sistema solare e forse nemmeno quello le era molto chiaro. Era dunque paradossale persino per la sua esigua conoscenza in merito, che in meno di qualche secondo lei avesse viaggiato, se così si poteva dire, da un universo all'altro; per non precisare in aggiunta che l'esistenza di più universi era dubbia quanto la natura del male o del bene. Era scientificamente impossibile, errato, andava contro così tante leggi e certezze che sembrava essere la macchinazione di un romanzetto fantascientifico da quattro soldi.
Le fece pestare l'erba fresca, delle foglie secche sparse qua e là, scavalcare alcune radici che spuntavano in arcate imprecise dal terreno : non vi era alcun sentiero, alcun percorso tracciato. Tutto intorno, tranne il luogo da cui era appena uscita, sembrava non essere stato toccato da alcuna forma di vita intelligente, ogni forma vegetale era nata e cresciuta secondo le istruzioni del proprio codice genetico, incontrando solo gli ostacoli di altri suoi simili. Monshëu continuava a tirarla verso una direzione ben precisa, un punto in cui sembrava non esserci più nulla, dove il terreno si scontrava direttamente con la volta celeste, forse un burrone a strapiombo. Rebecca ebbe paura che egli volesse buttarla da lì e provò nuovamente a frenare impuntando i piedi ma l'uomo faceva forza e la costringeva al moto. Dimenticò tutto, quando poté finalmente scorgere cosa c'era aldilà di quello che era realmente un burrone. Monshëu si fermò e la guardò palesando un certo sconforto, alzò il braccio ad indicare il panorama, non disse nulla. Davanti ai due, oltre lo strapiombo, il terreno scendeva gradualmente fino a fondersi in un'ampia vallata dove trovava posto un'immagine che non lasciò a Rebecca la facoltà del respiro. Una enorme e vasta disposizione radiale di edifici si stagliava longitudinalmente fino a perdita d'occhio tanto che non si vedevano i confini degli ultimi edifici, sia all'orizzonte che ai lati. Vi erano delle grandi linee di spazio a dividere come a spicchi l'intera valle e tutte convergevano aldilà di ciò che era visibile da quell'altura. Gli edifici non erano alti e molti si estendevano in orizzontale più che in verticale, ad occhio non sembravano possedere più di un piano. L'unicità di quell'agglomerato era la semplicità con cui si fondeva con la flora circostante: i confini reali di ogni edificio erano sfocati e coperti da qualche albero o elemento vegetale di varia natura, tuttavia, al disordine con cui si presentava la flora, si opponeva l'ordine geometricalmente puro di quella composizione, dove non si poteva individuare muro o struttura di qualsivoglia genere che non fosse nella posizione adeguata. Pareva quasi un ordine necessario. Rebecca non seppe cosa pensare: una tale sorta di paesaggio non l'aveva mai veduta e nessuna forma architettonica le ricordava nulla che potesse essere umano. Si ripeté quella parola a mente più volte, poiché ragionava su ciò che Monshëu cercava di farle comprendere ripetutamente: quello non era il pianeta di nome Terra. Ma si domandò se anche lì non ci fosse presenza dell'Uomo, ipotesi plausibile giacché quel luogo o pianeta, se si voleva ammettere, possedeva tutte le caratteristiche necessarie e sufficienti allo svilupparsi della vita, soprattutto quella intelligente quale l'Uomo. Monshëu e quella donna, che aveva continuato a pensare con tale sostantivo, erano, almeno esternamente, del tutto simili a degli esseri umani, dunque non c'era molta ragione di ritenere che essi fossero in realtà alieni, nel senso che oggi si attribuisce alla parola.
Prese una decisione improvvisa: si guardò intorno, in basso il burrone, troppo ripido per scendervi con i vestiti che aveva indosso, si voltò alla sua destra e vide una parte di terreno delimitata da alberi che pareva scendere più dolcemente, prese a camminare velocemente in quella direzione. Voleva vedere da vicino quella realtà poiché averla troppo lontana dagli occhi la faceva essere anche lontana dalla realtà stessa. Cominciò a scendere gradualmente, seguendo un andamento sinuoso a evitare le radici e la roccia nuda che a tratti sporgeva, o ad utilizzarla come scalino. Monshëu, sorpreso della sua repentina sparizione dal suo fianco, la seguì intimandole di fermarsi e chiedendole cosa avesse intenzione di fare, ma quella proseguiva imperterrita e mentre scendeva a balzi, sentendo i duri colpi della gravità sulle ginocchia e le anche, in lei saliva la brama di toccare con mano, l'euforia del nuovo e paradossale, il fiato le si bloccava in gola per l'eccitazione. Non era né felice né provava alcun altro sentimento definibile: voleva solo sapere se ciò che vedeva era vero, tangibile, reale. Qualche metro più in giù, dopo che lei aumentava la velocità per sfuggire al suo inseguitore, fu infine raggiunta e Monshëu le fece presa su di una spalla arrestando la sua corsa. Rebecca rischiò di scivolare per un piede che aveva poggiato su una roccia non ben fissata al terreno e l'uomo, sceso di qualche di passo, le si fece a fianco trattenendola ed impedendole di cadere. Al contatto, Rebecca fu vittima di una forte nausea e sbiancò, ingoiò molta saliva e tentò di respirare profondamente senza chiudere gli occhi. L'aria era pungente nelle narici, come si addiceva alla montagna e le fece percepire sintomi simili all'ubriachezza. "Are you alright?" indagò lui senza troppo coinvolgimento, atteso che il suo respiro si calmasse; la ragazza non rispose e rimase piuttosto a fissare il panorama, ora offuscato da folte chiome di alberi sempreverdi. L'uomo cercò di spingerla a risalire il pendio e non dovette fronteggiare molta resistenza, tranne che quando Rebecca si fermò per un istante nel tentativo di recuperare lucidità: la nausea le inglobava ancora la testa e sembrava non volerla liberare. Lentamente salirono al livello della radura dove la donna li attendeva preoccupata "(Cosa le è successo? L'ho vista scappare giù.)" l'altro si guardò alle spalle all'ambiente urbano che si stagliava nella valle "(Qualsiasi cosa volesse fare, non può andare in città, non ha documenti)" asserì quasi rimproverando la ragazza di qualcosa che lei non poteva sapere o capire in quella lingua. La riaccompagnò all'interno dell'abitazione avendo cura di non toccarla troppo e troppo spesso, mentre l'altra cercava di evitare completamente il contatto. La fecero sedere nuovamente. L'uomo la osservava, cercando di capire se si stesse riprendendo, come un fisico d'altri tempi che analizzi un fenomeno naturale volendone dimostrare la prevedibilità. La donna gli ripeteva lamentele d'ogni tipo riguardo alla sorte della ragazza "(Non so da che tipo di posto venga, ma catapultarla così bruscamente in un mondo di cui non sa nulla, non è stata una buona idea.)"
"(Vi ricordo che siete stata voi ad impormi un limite di tempo.)"
"(Ebbene questo non significa che ora la dobbiate costringere a restare.)"
"(Vi ci mettete anche voi, ora?)"
"(Non posso non ricordarvi l'estraniamento che si prova a dover lasciare il luogo della propria educazione: avrete provato anche voi un senso di vuoto e...)"
"(Sono sentimenti che svaniscono col tempo, ed una volta che avrà recuperato in istruzione ed educazione, capirà che ciò che ha vissuto fin ora era falso.)"
"(Innanzitutto vi ricorderei le usanze: non interrompete. In secondo luogo, non credo sia così semplice: badate alle parole ed ai modi che usate innanzitutto e forse vedrete i risultati che sperate, ma adesso vi siete imposto senza alcuna ragione.)" Monshëu si alterò ma, come pareva essere sua abitudine, solo nel tono della voce poiché di questa alterazione non vi era segno alcuno sul volto o nella postura "(Non renderò vani i miei sforzi lasciando che se ne vada, badate a voi stessa.)"
"(Vi ripeto di stare attento ai vostri modi, questo non è suolo pubblico e vi trovate qui per mia concessione. Inoltre siete un uomo.)" disse senza troppa convinzione: qualsiasi fosse il significato delle sue parole sembrava quasi spaventata dal suo interlocutore. Quello la fissò neutralmente per qualche secondo, poi abbassò lo sguardo "(Perdonatemi, sono stato irrispettoso verso le leggi della vostra istituzione.)". Non aggiunse altro e si limitò a lanciare occhiate a Rebecca che piano piano si stava ristabilendo e curiosava con gli occhi nella stanza. "(Bene, io devo recarmi a partecipare ai convegni di dipartimento, vi lascio in custodia il territorio.)" annunciò ella lasciando la stanza; non rivolse alcun saluto a entrambi. Ora nella stanza e nell'abitazione si trovavano soli, Rebecca pensò, non avendo capito ciò che era stato detto, che la donna fosse ancora lì nei paraggi ma Monshëu provvide a spiegarle la situazione "She's gone to...work"asserì senza troppi fronzoli. Quella donna era divenuta per lei, nei pochi minuti in cui l'aveva osservata, un appiglio data la sua aura più propensa all'accoglienza e alla comprensione, caratteristica che nell'uomo non aveva veduto e riteneva non ve ne fosse traccia. Si sentiva ancora spossata sia per la fatica mentale a cui la situazione l'aveva costretta, sia per quella fisica diretta conseguenza della prima. " You've got to get changed" ordinò egli tenendo le braccia conserte, la ragazza scosse debolmente il capo "Our clothes are more suited for your health" spiegò non sforzandosi troppo di convincerla "Get undressed first, than I'm going to help you with those" continuò lanciando lo sguardo verso quelli che ora potevano sembrarle dei vestiti, poggiati su di una mensola alla sua sinistra. L'uomo attendeva, fissandola e non accennando a muoversi. Rebecca d'altra parte non capiva strettamente cosa intendesse lui con lo spogliarsi e si guardava il giubbotto, poi i vestiti sulla mensola. Monshëu le fece segno di alzarsi e dopo qualche titubanza ella eseguì portandosi poco più avanti, cercando di non avvicinarglisi troppo. Egli le ripeté la medesima richiesta e la ragazza scosse nuovamente la testa. Spazientendosi Monshëu le andò vicino e con qualche strattonamento iniziale, aprì di scatto la cerniera del giubbotto e lo sfilò dalle sue spalle togliendolo completamente, poi lo abbandonò velocemente nel luogo in cui ella sedeva poco prima. Rebecca non aveva fatto in tempo a reagire poiché non si era resa conto delle sue intenzioni fin dal principio; quando lui le si fece di nuovo innanzi ed afferrò i bordi in basso del maglione, ella si ritirò indietro spaventata e coprendosi con le braccia il petto. Monshëu non sembrò sentir ragione e ritentò con più forza riuscendo a sfilarle anche il maglione, sollevandole a forza le braccia. Passò poi alla canottiera, lei tentò nuovamente di ritrarsi e vedendo che quello non aveva intenzione di arrestarsi, sbottò "I can do it", fermandolo appena in tempo. Monshëu non indietreggiò per lasciarle libertà d'azione come ella si aspettava e cominciò ad attendere di nuovo che lei facesse ciò che doveva, vigilando con attenzione. Rebecca, a seguito di qualche indugio, si tolse lentamente la canottiera e la lanciò dove si trovavano già il giubbotto ed il maglione. Rimanendo scoperta, con al petto il solo reggiseno si sentiva già abbastanza spoglia e tentò ancora di coprirsi con le braccia dallo sguardo dell'uomo più che da un freddo che non sentiva. Temeva le sue reali intenzioni, si chiedeva perché non la lasciasse togliersi i vestiti in privato e cercava in ogni modo di rallentare il processo. Quando venne il turno dei pantaloni, l'uomo le fece cenno di proseguire. " It's embarrassing " sostenne sommessamente assumendo un'espressione supplichevole "What are you embarrassed about? You're not doing anything out of costume, besides I need to help you with our clothes, since they're a bit...complicated". Le pareva incredibile come egli non accennasse nemmeno a comprendere il suo imbarazzo nel doversi spogliare dei propri abiti alla presenza di uno sconosciuto, sembrava che non possedesse questo , per lei, semplice ed ovvio concetto nella sua mente. Ammesso che l'uomo fosse davvero appartenente ad un'altra specie, non aveva certamente le usanze di un indigeno che se ne vada in giro senza granché addosso e non sia intimidito dalla nudità o ne abbia il pudore. Dunque la situazione era ambigua e la ragazza non sapeva farsi una chiara idea di cosa le fosse effettivamente concesso fare e cosa no: vi era la possibilità che l'accettare le sue condizioni risultasse una scelta pericolosa, oppure che non avesse alcuna conseguenza in particolare. Ma lo sguardo intenso che quello le rivolgeva non le lasciavano molto spazio di ragione, dunque cominciò piano a slacciarsi le scarpe, piegandosi in giù con tutto il busto. Gli lanciava occhiate sospettose per capire se quella era un'azione di suo gradimento, Monshëu sembrò non reagire, continuava ad osservare i suoi movimenti. Sfilò la prima scarpa e la poggiò poco più in là. Iniziò a sciogliere i lacci della seconda. Tolse anche quella e la affiancò alla prima. Il suo sguardo non demordeva e non le lasciava scampo.



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