ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato venerdì 12 agosto 2016
ultima lettura domenica 20 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il destino degli incantatori - cap.2 "Il piccolo Amus"

di alealu92. Letto 404 volte. Dallo scaffale Fantasia

Tornando a casa come ogni sera dopo una giornata di pesca, Godric incontra un curioso personaggio a Cornerhollow, qualcuno che gli ricorderà la sua natura: è un incantatore, e i suoi poteri non possono rimanere celati per sempre.

2. IL PICCOLO AMUS

Quella sera d’Autunno fu una fortuna che Godric portasse con sé la sua bacchetta, perché a Cornerhollow accadde qualcosa che non si sarebbe mai aspettato.

Se ne stava tranquillamente tornando a casa dopo un pomeriggio speso a pescare con i suoi amici nel lago vicino al villaggio; i capelli castano chiaro al vento che gli arrivavano fino alle spalle, le quali, erano coperte da un pellicciotto bruno che indossava sempre sopra il suo mantello grigio nelle stagioni fredde.

I venti del Nord si facevano sempre più frequenti e costringevano chiunque potesse permetterselo ad indossare pellicce e lane pesanti che potessero in qualche modo schermare il gelo. Godric era un ragazzo muscoloso, ma nonostante il suo fisico temprato dal freddo, doveva fare ben attenzione a coprire con cura ogni parte del corpo perché le malattie virali potevano trasmettersi con estrema facilità date le critiche condizioni di vita generali della popolazione.

In tutta la durata del pomeriggio lui non aveva preso neanche un pesce e il suo amico Faron lo aveva deriso mostrandogli invece la sua bella trota di due chili e mezzo. Così, camminando, rifletteva su un possibile incantesimo che gli permettesse di rifarsi della sconfitta; ma dopo averci pensato un po’ si ricordò che negli appunti del padre non c’era niente riguardante la pesca; allora bisbigliò tra sé e sé «Forse potrei anche allenarmi con la canna da pesca».

Godric abitava in una decorosa dimora in pietra dove i suoi genitori si erano trasferiti da ormai vent’anni o più. Essa si trovava nella parte Nord-Est del villaggio e per arrivarci avrebbe dovuto attraversare la via delle locande, le quali, quasi ogni sera, si riempivano di contadini, artigiani, stallieri e viandanti che si ubriacavano e festeggiavano. Godric non sapeva cosa festeggiassero, ma sicuramente avevano un buon motivo, pensava lui vedendo tutti quei tipi sempre così allegri.

Le giornate si stavano accorciando e il sole, che si affrettava sempre più a scomparire dietro la fitta foresta ad occidente, era ormai quasi tramontato, così Godric, vedendo l’oscurità prendere il sopravvento sulla debole luce del sole autunnale, iniziò ad allungare il passo mentre osservava le movimentate taverne e locande che, per quanto potevano, tenevano in vita Cornerhollow in quelle ore del giorno, o meglio della sera. Gli mancavano meno di venti metri, dopodiché avrebbe girato a destra e in due minuti sarebbe arrivato a casa; ma la sua attenzione fu improvvisamente catturata dall’urlo di un bambino proveniente dalla traversa poco più avanti sulla sinistra.

«Lasciami!» disse una vocina stridula.

Godric, dopo un istante di riflessione, si immaginò da dove giungesse il grido. Era sicuramente la locanda di Oswald. Lui le conosceva bene tutte e quella non era di certo la più raccomandabile; solitamente i frequentatori più assidui erano soldati di ronda poco curanti del buon costume o qualche curioso viandante che passava casualmente da Cornerhollow per fermarsi un giorno o due; senza contare chiaramente le numerose prostitute che erano parte integrante dei servizi offerti dalla locanda. La curiosità e il suo spirito d’avventura lo colsero e abbandonò subito i pensieri per precipitarsi a vedere cosa stesse accadendo.

Nella penombra Godric scorse due figure. Dovevano essere un uomo ed un bambino, l’uno, grassoccio e di media statura, stava tenendo l’altro per un braccio e aveva appena urlato severamente «Questo non è posto per te moccioso, te l’ho ripetuto un milione di volte, vattene!».

L’altro era un bambino che a giudicare dalla statura non aveva ancora raggiunto i dieci anni e dai vestiti sudici che indossava sembrava proprio un povero orfanello agli occhi di Godric.

«Ma ho fame!» replicò il bambino. «Non so dove andare».

«Non è un mio problema! I tuoi genitori avrebbero fatto bene a pensarci prima di mettere al mondo uno stupido marmocchio come te e poi abbandonarlo» disse l’uomo per niente sobrio mentre nell’altra mano brandiva una bottiglia; poi prese e con un gesto violento strattonò il piccoletto allontanandolo dall’ingresso della locanda. Il bambino, che a giudicare dall’esile ossatura non poteva pesare più di quaranta chili, fu scaraventato a qualche metro dall’ingresso e cadde a terra; poi, rialzatosi, fece per andarsene.

Normale amministrazione a Cornerhollow pensò Godric. Stava per voltarsi e continuare per la sua strada, ma dopo pochi secondi giunse alle sue orecchie una flebile melodia; si girò a guardare e vide che il bambino si era nuovamente avvicinato e stava tornando verso l’entrata della locanda. Godric notò che era proprio lui a provocare quel suono, stava infatti emettendo un debole ma penetrante fischio e con molta calma avanzava verso la soglia. L’uomo, che un attimo prima lo aveva spinto via, sembrava ora non vederlo, nonostante fosse ancora in piedi, pareva completamente esanime; i suoi occhi erano ben aperti ma stavano fissando un punto nel vuoto. Il piccoletto, nella tranquillità più totale, lo aveva ormai superato e si accingeva ad entrare nella taverna quando Godric, che fino ad ora aveva solo assistito alla vicenda, esclamò «Ehi ragazzino! Cosa stai facendo a quest’uomo?».

In realtà sapeva già di cosa si trattasse, era chiaramente un incantesimo, ne era certo, ma era rimasto sbalordito nel vedere un bambino evocarlo con una tale semplicità e per di più fuori da una locanda nel suo villaggio, Cornerhollow, un posto in cui gli unici incantatori erano lui e la sua famiglia. Evidentemente non era più così da qualche tempo pensò.

Il bambino, un po’ per l’oscurità, un po’ per il panico, non si era accorto della presenza di una terza persona. Non appena avvertì la voce di Godric, si girò di scatto verso di lui e lo fissò per un breve istante; era chiaro che non fosse preparato a questo. Il suo respiro si fece affannoso per il timore e non fu più in grado di emettere quella melodia ipnotica con cui era riuscito ad eludere il goffo individuo.

Il suono cessò, e il ragazzino, con il terrore negli occhi, si immobilizzò per qualche istante. Così Godric fece per avvicinarsi, ma prima che potesse muoversi, una voce tuonò «Maledetto marmocchio! Cosa mi hai fatto? Sei un incantatore oscuro?» era l’uomo, era tornato in sé e ora sembrava totalmente furioso.

Godric scorse nel suo volto un’espressione di terrore. Era un uomo comune e come tutti gli altri non sapeva assolutamente come difendersi di fronte ad un incantatore; tuttavia il suo stato di ebbrezza di certo non gli permetteva di giungere a conclusioni razionali a riguardo, e mosso forse dall’istinto, ritornò alla carica afferrando con veemenza il piccolo ora indifeso, ma questa volta per il collo. Lo alzò da terra e lo incollò al muro retrostante, poi disse «Adesso me la paghi lurido marmocchio, ti faccio vedere io come si trattano gli incantatori oscuri come te, ti prenderò a calci fino a quando non riuscirai più ad alzarti».

Il piccoletto, stretto nella morsa, ora pareva veramente terrorizzato, non vedeva più alcuna via di fuga. Ma in quel momento giunse un aiuto da chi non si aspettava di certo.

«E sta un po’ zitto!» disse Godric all’uomo grassoccio mentre stava già impugnando la sua arma. «Animus Comis» ¹ disse ancora, e con un rapido gesto agitò la bacchetta dalla quale fuoriuscì una piccola scintilla che raggiunse rapidamente il malcapitato ubriaco.

L’uomo lasciò immediatamente la presa e la sua espressione cambiò di colpo, spuntò un sorriso ebete sul suo volto. Si guardò un po’ intorno come se si fosse dimenticato dove si trovasse, poi si accorse del bambino vicino a lui; allora, lentamente, gli si fece vicino e con un’impareggiabile gentilezza si rivolse a lui dicendo «Ma cosa ci fa un bel bimbetto come te in giro a quest’ora? Non sai che è pericoloso?».

Il bambino, ancora spaventato, non si mosse e non fu in grado di rispondere, ma guardò Godric con espressione incredula.

«Sei qui forse per mangiare nella locanda?» fece l’uomo grassoccio sempre con estrema cordialità.

Il piccoletto con un cenno del capo annuì.

«Non essere timido allora. Vieni, vieni pure» disse l’ubriaco, e gli aprì la porta con modi alquanto servili.

Il bambino colse quindi la fortunata seppur strana occasione. Ringraziò con un piccolo sorriso di cortesia e si affrettò ad entrare.

«Non così in fretta ragazzino!» disse Godric sorridendo tra sé e sé. Si affrettò anche lui verso la porta ma si fermò un attimo a guardare l’uomo grassoccio che era ancora lì soddisfatto della buona azione appena compiuta, così fece «Buonasera Signore». Poi raggiunse il piccoletto e mentre si accingevano ad entrare assieme gli disse «Cosa vorresti mangiare ragazzino?».

All’interno della locanda si respirava un intenso odore di stufato di capriolo che dettò subito la scelta dei due giovani appena entrati, i quali, dopo averlo fiutato, si guardarono entrambi compiaciuti e proseguirono. L’ambiente, che ospitava non più di sei grandi tavoli, era molto affollato. Vi era poca luce, ma dall’ingresso si potevano scorgere almeno una trentina di figure in movimento; c’era così tanta confusione che i due faticavano a farsi strada tra ubriachi e prostitute in euforia.

Godric, mentre proseguivano, fece «Sai…» ci pensò un attimo e poi chiese «Ehi! Qual è il tuo nome ragazzino?».

Il piccoletto, che guardava dritto al bancone, rispose prontamente «Amus, Amus Sörensen».

«M…» fece Godric «Deduco che tu e la tua famiglia non siate di Cornerhollow. Comunque stavo dicendo, Amus, su una cosa aveva ragione quell’uomo là fuori, questo non è davvero posto per te sai?...ah, il mio nome è Godric, Godric Gemgold».

Il bambino, che adesso sembrava preso esclusivamente dall’odore dello stufato, fece «Io ho solo fame».

«Lo so» riprese Godric «Ma è pericoloso per te entrare qui dentro da solo».

«Per me non è pericoloso» fece lui.

«Ah si? Ne sei così sicuro? Avrai al massimo dieci anni e se non fossi intervenuto io là fuori te la saresti vista davvero brutta» commentò Godric.

«Io ho undici anni» ribatté lui. «E non avevo bisogno di te, me la cavo sempre da solo».

«Beh, non mi era sembrato proprio così» fece Godric sorridendo. Ma poi giunsero al bancone e con tono sostenuto, vi batté il pugno e disse «Ehilà Oswald! Come te la passi? Doppia porzione di stufato di capriolo per me e per il ragazzino, per favore!».

Oswald, un uomo piuttosto robusto e anziano, ci mise un po’ a voltarsi anche se aveva già riconosciuto Godric dalla voce, ma rimase perplesso nel vedere da chi era accompagnato, quindi chiese subito «Ehi! Chi è il nanetto lì con te?».

Amus sembrò neanche aver sentito e arrampicandosi sullo sgabello si sedette al bancone in attesa del suo cibo.

Godric disse «Un orfanello credo, è mio amico».

«M… capsico» rispose Oswald senza stupirsi minimamente. «E cosa vi porto da bere?».

Godric si girò prima verso gli altri avventori della taverna fissando le loro traboccanti birre, poi guardando Amus fece rassegnato «Acqua, acqua grazie». Aveva raggiunto da poco i diciassette anni ma nel suo villaggio, e molto probabilmente anche in quelli vicini, si iniziava a bere vino e birra già a undici o dodici anni e difficilmente poi si smetteva; d’altronde erano le uniche bevande differenti dall’ acqua che Godric potesse assaggiare nel suo villaggio, e molto probabilmente anche in quelli vicini.

Volendo poi proseguire il discorso, si girò di nuovo verso il piccoletto e, pur sapendo l’argomento dolente che avrebbe toccato, chiese «Dove sono i tuoi genitori?».

Amus non si mostrò così turbato dalla domanda e disse semplicemente «Non ci sono» come se fosse abituato alla situazione ormai da tempo.

«E dove sono?» incalzò nuovamente Godric. Non poteva credere che quel ragazzino se ne andasse in giro da solo.

Amus ora sembrò pensare più seriamente alla domanda e con aria dubbiosa rispose «Non lo so. Mi hanno abbandonato quasi un anno fa» poi abbassò il capo.

Godric apprese la situazione e allora con tono compassionevole fece «Dovranno essere stati molto in difficoltà per averlo fatto. Sai che la carestia sta uccidendo molte persone in tutto il regno, e anche fuori da quanto dicono i francesi».²

«È così» rispose lui. «Erano molto poveri, non volevano mai usare gli incantesimi per rubare agli uomini comuni, ma io devo farlo, altrimenti morirò!».

Godric notò una certa rassegnazione nel volto di quel biondino che ancora non raggiungeva il metro e mezzo; chissà come aveva fatto a sopravvivere fino ad ora dovendo elemosinare o rubare i pasti necessari alla sopravvivenza da un giorno all’altro, rischiando inoltre di essere scoperto mentre usava i suoi incantesimi. Provò grande compassione per lui.

Poi, cambiando totalmente espressione, come se quello fosse un argomento che stava cercando di dimenticare, Amus chiese «Mi insegni quell’incantesimo che hai utilizzato poco fa? Animus domis?».

«Sssssssh» fece Godric «Parla piano, altrimenti qualcuno potrebbe scoprirci».

Ma nel frattempo era arrivato lo stufato tutto fumante e i due, con l’acquolina in bocca da diversi minuti, presero a divorarselo rapidamente. Tra un boccone e l’altro Godric riprese l’argomento a bassa voce «Si dice Animus Comis» disse. «È un incantesimo pericoloso. Mio padre mi ha raccontato di averlo utilizzato più di dieci volte contro suo cugino Millard da piccolo, e dice che alla fine era rimasto totalmente rimbambito per più di un mese».

Amus scoppiò a ridere e disse «Sì sì, voglio impararlo allora!».

«E va bene» rispose Godric sorridendo. «Se avrò tempo te lo insegnerò un giorno». Quel ragazzino sembrava un tipo davvero simpatico e Godric si mise ad osservarlo mentre divorava il suo piatto piombatogli dal cielo. Poveretto, non sembrava passarsela per niente bene, chissà da quanto tempo non si permetteva un pasto simile. Godric parve riflettere sulla questione, forse lui avrebbe potuto dargli una mano, lo avrebbe voluto. Così, assumendo un’aria molto cordiale, avanzò la sua proposta «Che ne diresti di venire a stare da me per qualche giorno?» gli chiese. «I miei genitori sono molto gentili, la mia sorellina un po’ meno, ma sono certo che ti troveresti molto bene. Poi potremmo andare a Londra e cercarti una sistemazione in una buona famiglia. Mio padre ha molte conoscenze lì sai?».

Amus continuò a mangiare ma sembrò valutare la proposta.

«Ci sono molte famiglie benestanti a Londra e molti non riescono ad avere figli, così mi ha detto lui. Non ti piacerebbe avere una nuova famiglia?».

«Sì» rispose Amus non molto convinto.

«Allora è deciso!» fece Godric soddisfatto. Sapeva di potersi permettere almeno questo, i suoi genitori fortunatamente erano entrambi di nobili origini e anche se vivevano a Cornerhollow potevano contare su un cospicuo patrimonio e sicuri appoggi familiari sia a Londra che in altre città del regno.

«Potremmo allenarci insieme» riprese Godric. «Io lo faccio quasi tutti i giorni. Bada bene, cerco sempre di non essere visto da nessuno, altrimenti sarebbero guai, ma ho trovato un posticino molto discreto e non lontano dal villaggio; potresti farmi compagnia a volte. In fondo sei l’unico a cui possa dirlo, mio padre non vuole neanche che io mi alleni con gli incantesimi fuori da casa».

Amus, che intanto aveva pulito l’intero piatto, si girò ora in attesa verso di lui, con un’espressione in volto che diceva «Cosa facciamo ancora qui?».

Godric sorrise tra sé e sé, quindi si sbrigò a terminare la propria porzione di stufato, poi tirò fuori tre pence³ dal suo borsello in cuoio appeso alla cinta e li appoggiò sul bancone. «Andiamo» disse al piccolo Amus e voltandosi un attimo verso Oswald alzò un po’ la voce e fece «Ci vediamo presto vecchio!».

«Lo spero ragazzaccio!» rispose Oswald con tono amichevole.

Mentre uscivano Godric ripensò alla scena di poco prima, c’era un particolare che non gli era ancora chiaro, perciò chiese al piccoletto «Ehi Amus! Ma tu non hai una bacchetta?».

Il ragazzino, che forse si aspettava quella domanda, alzò di poco il mantellino, che a giudicare dalle finiture sicuramente poco tempo prima era appartenuto a qualcun altro, e mostrò legata alla cinta una piccola bacchetta malandata, ma la ricoprì subito e disse «Non la so usare ancora».

«Come sarebbe a dire? I tuoi genitori non te lo hanno mai insegnato?» chiese Godric stupito.

«I miei incantesimi sono diversi dai tuoi credo» rispose lui.

Godric sembrò rimanere sorpreso, di certo non era al corrente dell’esistenza di incantesimi evocati senza bacchetta; tutti quelli che aveva studiato nel libro e negli appunti del padre ne richiedevano l’utilizzo accompagnato da formule latine, che tra l’altro gli risultavano parecchio fastidiose da apprendere.

«Beh, non importa» disse Godric mentre camminavano verso casa. «Ti insegnerò io ad usarla. Vedrai». Ma dopo pochi passi dovette fermarsi, perché Amus gli stava tirando il mantello. Si voltò allora e il ragazzino lo fissò per qualche istante senza dire nulla, poi con un sorriso sincero dipinto in volto lo guardò dritto negli occhi e disse «Grazie di tutto».

Passarono più di venti secondi in cui Godric rimase immobile, poi, come se si fosse risvegliato da un breve sonno, fissò il vuoto innanzi a sé.

Amus era scomparso proprio davanti ai suoi occhi, completamente svanito nel nulla e lui non riusciva ad immaginare neanche come avesse fatto. Probabilmente il piccoletto aveva evocato ancora un incantesimo ipnotico quando lui si era voltato, oppure lo aveva fatto proprio mentre lo stava fissando negli occhi. Ciò che era certo era che non gli aveva dato neanche il tempo di accorgersene.

Godric tirò un breve sospiro e scosse il capo. Che peccato! Avrebbe voluto poter conoscere meglio quel ragazzino. Aveva provato una strana felicità nell’incontrare per la prima volta qualcuno come lui. La cosa lo aveva fatto sentire meno solo e più normale in un villaggio totalmente estraneo agli incantesimi come Cornerhollow. Si girò e continuò a camminare, poi sorridendo pensò «Quel piccoletto me l’ha fatta proprio sotto il naso».

Per gli appassionati di arti magiche…

¹ Animus Comis: È un incantesimo di derivazione latina che tradotto significa “Animo Gentile”; chi ne viene colpito subisce un repentino cambiamento di stato d’animo che induce positività e cortesia. L’utilizzo ripetuto sullo stesso soggetto può causare temporanee perdite di memoria.

Per gli studiosi di storia…

² La Grande carestia: Erano tempi difficili per l’Inghilterra; la carestia iniziata quasi due anni prima stava distruggendo molti dei raccolti. Né la Chiesa né il re Edward II avevano i mezzi per contrastarla, anzi era noto che lo stesso re faticasse a trovare del pane che potesse sfamare lui e le sue truppe durante i suoi viaggi; così preferiva restarsene nella propria fortezza a Londra e da lì cercare di governare. La Chiesa dalla parte sua stava perdendo molto potere, le preghiere dei vescovi e del Papa stesso sembravano non aver alcun risultato. Così era aumentata a dismisura la criminalità; i banditi che saccheggiavano i villaggi si erano moltiplicati; le famiglie più povere non sopravvivevano agli inverni; vi erano anche episodi di infanticidio e qualcuno afferma addirittura di cannibalismo (ma non ci sono testimonianze certe a riguardo).

³ Il conio: La moneta in uso nell’Inghilterra del tempo era il penny (plur. pence) che fu introdotto nel 785; i suoi multipli erano lo scellino pari a dodici pence e la libra pari a venti scellini.


Commenti

pubblicato il venerdì 12 agosto 2016
JeanRenaud, ha scritto: Nonostante alcune lungaggini non necessarie all' economia del racconto, scrivi bene e hai indubbiamente del talento, se non altro nell'esposizione degli eventi. Sulle vicende in sè e sul loro sviluppo è prematuro un giudizio, trattandosi solo del secondo capitolo. Inoltre è da apprezzare la scelta dell'ambientazione storica, scelta coraggiosa e singolare che potrebbe indurre facilmente ad incongruenze ed errori, che però finora sono stati abilmente evitati. Data la tua giovanissima età sarebbe un peccato non coltivare e sviluppare il tuo innegabile talento, che in mezzo a tante banalità lette su questo sito, è come una boccata dì ossigeno. Saluti al prox lavoro.

Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: