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lavoro pubblicato martedì 9 agosto 2016
ultima lettura lunedì 18 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Lautrect

di davedonn. Letto 348 volte. Dallo scaffale Pulp

LAUTRECT Ubaldo era rimasto solo dopo la morte dei genitori e gli sembrava impossibile conoscere una donna, non sapeva dove cominciare ed invidiava questo mondo dove tutti trovavano facile vivere, Ubaldo invece si faceva prendere dall'ansia del g...

LAUTRECT


Ubaldo era rimasto solo dopo la morte dei genitori e gli sembrava impossibile conoscere una donna, non sapeva dove cominciare ed invidiava questo mondo dove tutti trovavano facile vivere, Ubaldo invece si faceva prendere dall'ansia del gioco della scopa: tutti ballano, balla anche Ubaldo e si passano la scopa i ballerini, Ubaldo rimane con la scopa in mano.

Il tempo trascorre lentamente come una leggera nebbia sopra il fiume, poi improvvisamente diventa veloce, tempo dal sapore acido, Ubaldo prende ad annaspare, al poveruomo sembra di affogare e nessuno che lo aiuti, la sua casa però lo osserva, è una dimora sinistra dai vecchi interni, è rimasto l'antico corridoio che ad Ubaldo ha fatto sempre paura dai tempi dell'infanzia.

Lungo la via che costeggia il fiume si nasconde un bar anonimo e molto sporco all'esterno, annerito dalla pigrizia. Ha un piccolo ingresso perché a nessuno venga in mente che quel locale possa essere attivo.

Dirige la baracca un certo Parigi: tipo alto e voluminoso con un discreto giro vita sostenuto da una voce profonda resa così dal catarro. Il locale è avvolto dal fumo come secoli indietro, sembra che il tempo si sia fermato da quelle parti e fuori scorre il fiume, lentamente.

Ogni tanto qualcuno gli ricorda: “ Perché ti chiamano Parigi?”

Parigi non risponde, pensa: “ Deve essere uno nuovo.”

Perché tutti conoscono la storia di Parigi anche Genio che è poco perspicace, Genio che poi diventerà Lautrect.

Ubaldo ha mollato i film terrificanti alla televisione sembra sia tornata quella innocente indole a spaventarsi e negli ultimi tempi la zona del fiume è stata interessata da visite violente di bande di ladri che non si fanno scrupoli : picchiano, possono uccidere.

Ubaldo odia il bar di Parigi che non si trova proprio vicino, le urla senza grazia raggiungono l'appartamento di Ubaldo che sono ovattate, non possono infastidire anzi alcuni si sono assuefatti a questi riti della notte e si addormentano sulle note stonate suonate da queste vite perdute.

Ubaldo no, non si abituerà mai, rimprovera Parigi per questa sua scelta di aver dato vita a questo locale perché si ricorda di un bravo pittore che è stato l'omone che aveva una mano stranamente leggera e con questa creava quadri delicati che facevano sognare e tutto lo spazio interiore si colorava di azzurro.

Adesso c' è invece il bar dove Parigi ha deciso di rinchiudersi e quel bar pensa Ubaldo, è un nido di vespe della notte intenzionate a pungerlo, pungere il povero Ubaldo.

Ci sono molti corpi solitari che vanno a bere da Parigi. Entrano, escono poi rientrano. Senza un perché, sono vuoti, aspettano che il tempo tramonti come la nebbia lungo il fiume.

Talvolta sembra che questi miseri corpi che non hanno età ma appaiono molto anziani, si soffermino a guardare le umide acque del fiume e seguano le malinconiche nebbie che sfiorano il letto del fiume.

Qualcuno penserà: “ Gli anni che passano...”

Qualcuno di loro, questi bevitori, anche Ubaldo si lascia sfiorare da certi rimpianti, Ubaldo con la vista dalla sua casa cammina lungo il fiume, segue i malinconici fumi umidi.

Parigi è Parigi perché è stato un pittore e la capitale francese è anche il centro della pittura più fastosa, quella che può rapire tutte le menti e l'uomo Parigi ha riscaldato le pareti del suo locale trasformandolo in una galleria di Impressionisti e post-impressionisti. C'è anche Lautrect, il frivolissimo pittore basso ma non nano, triste storia ma nessuno dei bevitori ne è a conoscienza forse neanche Parigi saprebbe bene raccontare la biografia di questo pittore.

Occorre dire che il locale medesimo ha la forma di un atomo: si nota il nucleo forte di un gruppo di amici, sempre loro e sempre a canzonare Genio, il più sfortunato della pattuglia che appare fuori luogo, sembra gentile in realtà è timido; vorrebbe possedere quella cosa là, la forza di lasciarsi andare, accompagnarsi a sigari, alcolici che si trovano dentro bottiglie che somigliano ai fanali di vecchie auto e si sente quel piacevole rumore di vetro, di bicchieri, di persone che si muovono e parlano e il fumo si estende misterioso.

Attorno al nucleo ruotano gli elettroni, le anime isolate che entrano, escono dal locale, rientrano e talvolta si fermano e partecipano alla distruzione psicologica di Genio. I deboli fanno gruppo, funziona così.

Ubaldo ha paura, la solitudine gioca brutti scherzi. Gli avevano consigliato il cane; troppo complicato con gli esseri animati, Ubaldo ha optato per la pistola, possiede oggi un fascinoso revolver, ha preso lezioni di tiro perché Ubaldo ha sempre avuto questo spirito professionale e per questo esegue anche regolarmente la manutenzione alla sua elegante arma. Avrebbe preferito l'automatica l'hanno convinto ad orientarsi sulle armi a tamburo che sono più semplici da gestire per via della meccanica meno ricca di accessori, forse avrà meno colpi il revolver ma quanto bastano.

Ubaldo si sente un po' più sereno in compagnia della sua arma, meglio di quei cani giganti il suo revolver.

I frequentatori del bar di Parigi non sono grandi osservatori però quel ritratto in bella mostra speculare al profilo di Genio non poteva non essere notato.

Molti dissero: “ Chi è ?”

Parigi spiegò: “ Lautrect, pittore francese”

“ Ma è Genio” tutti conclusero.

Genio da quel momento, da quella illuminazione collettiva, smise di chiamarsi Genio, diventò Lautrect il pittore basso ma non nano, le sue gambe non erano cresciute il suo busto sì, buona parte dei quadri esposti nel locale di Parigi erano riproduzioni delle opere di questo autore lontano che adesso viveva nella persona di Genio che sentiva una forza interiore crescere in lui e i suoi amici magicamente seguivano Genio cioè Lautrect, avevano smesso di canzonarlo.

Lautrect vivente adesso teneva le carte in mano con sicurezza spadaccina e gli occhi avevano smesso di abbassarsi, sostenevano facilmente il peso del mondo, a Genio Lautrect venne una pazza idea neanche mirabolante ma i suoi compagni, gente semplice, incuriositi da questa nuova versione del loro amico, si lasciarono trasportare come fiori di bosco dal vento malandrino, dal destino burlesco, da Genio Lautrect che era divenuto tutto questo.

Andarono per condomini quella sera ed altre sere ancora perseverarono nel coltivare questa inedita passione i buontemponi, andarono a suonare campanelli nella notte ed erano sempre notti nere e senza stelle che nascondevano le menti malate e Genio Lautrect si esibiva nel suo circense delitto, faceva uscire dalla bocca e proveniva da un pozzo profondo la frase maledetta: “ Io sono la morte.”

Semplice e crudele allo stato cristallino.

Capitò di mandare via di testa una donna di mezza età che viveva tutta sola nella sua dimora in compagnia di molti gatti ma gli amici non videro tutti questi particolari poi entrò nell'elenco dei perseguitati una coppia di anziani, rispose lui al citofono, voleva risultare duro ma la sua voce vibrava di emozione, Genio Lautrect risultava veramente convincente.

Il gruppo di amici finì poi a casa di Ubaldo. Scoprirono questo luogo tranquillo si potrebbe dire introverso per via della vegetazione rampicante che copriva tutta la costruzione e dava quell'impronta di rifugio dove avrebbe potuto vivere soltanto un soggetto intimorito dal mondo e dalla notte cioè un soggetto ideale pensarono gli amici e Genio Lautrect.

Ubaldo era proprio così, una fiamma spenta dal vento e la pistola sempre vicina. Arrivò questa voce cavernosa, Lautrect stesso si meravigliava della sua voce e Ubaldo si impressionò e si arrabbiò che è una strana mistura. Prese la pistola, ovvio e cominciò a farla ballare tra le mani, indeciso e pericolosissimo ma tutto finì senza conseguenze.

Ci avevano preso gusto gli idioti, tornarono da Ubaldo le sere successive e in uno di questi furibondi dopocena, Ubaldo riuscì a scorgere e riconoscere i tipi quali avventori del bar mentre si credevano veloci e stavano scappando dal luogo del delitto come bambini cattivi che avevano rubato la marmellata.

Ubaldo aveva avuto sempre una grande memoria per le persone, i particolari inutili, memorizzava tutto che è anche uno spreco ma in questo caso tornò utile e meditò la sua vendetta, non sapeva come, ma si sarebbe vendicato, la paura della prima volta che fecero lo scherzo era lontana, Ubaldo decise che avrebbe dovuto frequentare il bar di Parigi, erano stati amici un tempo neanche lontano, Ubaldo e il grosso Parigi, certo ad Ubaldo proprio pesava entrare in un bar.

Decise una sera che veniva giù una discreta pioggia, quella che fa rumore e sembra gioiosa, Ubaldo pensava: “ Una sciagura, dovrei tornare indietro sono tutto bagnato e questa sera con la pioggia dovrei star tranquillo, i bastardi non verranno finiranno il loro tempo a carte in questa serata e poi è così tutto rumoroso.”

Aveva un cappello che dava sul colbacco, reduce da mode remote, Ubaldo poteva sembrare elegante se non fosse stato ridicolo e poi aveva questa materia anziana di tutto il suo fisico, sembrava molto più vecchio ma in questo aveva molto in comune con il resto dei frequentatori del bar, forse si trattava di un'unica generazione congelata nel tempo e fuori il fiume lento, silenzioso.

“ Ubaldo...! “ esclamò Parigi sorridendo.

Ubaldo era stato riconosciuto, rispose al saluto molto sobriamente, sentiva di essersi perso molte puntate di quella vita che scorre, non era abituato a sentirsi chiamare.

Parigi aggiunse : “ Sono sorpreso e felice per la tua visita.”

Ubaldo dichiarò: “ Mi sentivo solo.”

Quando la verità è anche la menzogna più plateale ma nessuno aveva a saperlo delle intenzioni vendicative di Ubaldo, neanche Ubaldo sapeva bene come procedere ma sentiva che avrebbe in qualche modo chiuso il cerchio.

I due amici o qualcosa del genere si avviarono al banco bar, Parigi parlava del suo locale, presentava quella che riteneva la sua bella idea ,ad Ubaldo non interessava tutta la faccenda.

Trascorse del tempo secondo questa modalità piuttosto vuota. Ubaldo teneva sotto controllo il gruppo di amici dove c'era Lautrect, giocavano a carte, nessun sospetto, Ubaldo risultava un perfetto sconosciuto che si stava intrattenendo con il proprietario del locale.

Parigi tirò fuori dal suo portafogli una foto che definì memorabile. Si notavano ma la foto era rovinata dal tempo, Parigi ed Ubaldo molto più giovani; Ubaldo chiese senza troppa convinzione e cercava di non perdere mai di vista il gruppo di amici, dove si trovassero, lui, Ubaldo e Parigi ma questo proprietario del bar con i quadri proprio non si ricordava.

Poi capitò tutto velocemente anche Ubaldo risultò decisamente rapido ed ebbe molta fortuna.

Chiaro non fu mai perché Parigi decise di spostarsi, forse chiamato da clienti o richiamato da che cosa, comunque Parigi abbandonò il portafogli sul tavolo.

Ubaldo non avvertii il vecchio amico, pensò velocemente, che avrebbe dovuto consegnare subito l'oggetto, che avrebbe potuto eseguire quell'operazione successivamente, invece finì per organizzare un astuto intrigo al caldo del bar fuori pioveva fragorosamente.

Intanto gli amici giocavano beatamente a carte, sembravano fanciulli ingenui ma erano pur sempre cattivi soggetti; Lautrect ogni tanto lasciava sguardi compiaciuti a quello che ormai riteneva il suo autoritratto, insomma c'era una bella armonia e festa di bicchieri e persone che si incontravano nelle voci, l'unica anima in pena era Ubaldo.

Ma il portafogli cambiò il destino.

Ubaldo si diresse nel punto del locale dove si trovavano gli indumenti pesanti, fuori faceva freddo, insieme alla pioggia era Inverno.

Ubaldo conosceva il cappotto di Genio Lautrect e nella tasca fece scivolare l'arma del destino, il portafogli benedetto pensò Ubaldo.

Intanto Parigi aveva fatto per un po' le sue cose, cioè i suoi giri, intendiamoci, parlato con dei clienti che lo avevano consultato, Ubaldo risultava lontano e non afferrava i dialoghi, scorgeva soltanto la ginnastica delle bocche che si muovevano, avrebbero potuto parlare o masticare, non gliene avrebbe potuto importare di meno, Ubaldo rimaneva concentrato sulla vendetta, il piano diabolico che andava organizzando e fu aiutato dalla fortuna.

Parigi continuò ancora per un po' nei suoi giri, diede ordini veloci ai suoi dipendenti ed Ubaldo osservava, scopriva il suo vecchio amico in pose insolite, gli sembrava un estraneo così salito nel trono di comando.

Poi Parigi tornò da Ubaldo, si scusò per essersi bruscamente allontanato, disse: “ Dovere”

“Non ti preoccupare” rispose Ubaldo e la sua voce risultò distante ma Parigi non notò la sfumatura.

A questo punto Ubaldo realizzò il suo passo di danza magistrale, pregò Parigi di ritirare fuori la foto dal portafogli perché adesso si ricordava di particolari importanti che avrebbe dovuto necessariamente rivelare.

Parigi cercò il portafogli nella sua tasca e si accorse del furto, pensò subito ad un furto, non si ricordò di averlo lasciato in bella mostra nel bancone, la fortuna aiutò Ubaldo e tutto si svolse in fretta con Parigi che perse la testa, carico di violenza e maleducazione, prese ad urlare e a convincersi che il ladro si doveva trovare ancora all'interno del locale.

Ordinò che nessuno sarebbe potuto uscire dal locale, avrebbe fatto chiamare la polizia, qualcuno gli fece notare che forse il ladro se ne poteva essere andato, la gente usciva, entrava, quello era il clima, ma Parigi guardò con sospetto queste voci critiche che non furono aiutate per via di queste loro esternazioni ed Ubaldo era sempre più soddisfatto di come si andava mettendosi tutta la faccenda.

Parigi come impazzito si diresse nella zona dove si trovavano raccolti gli abiti pesanti, gli sembrava impossibile che il ladro potesse essere stato così ingenuo da sciegliere un nascondiglio ovvio e dove altrimenti? Di certo non avrebbe potuto tenerlo con se.

Ma sì, il ladro sarà già lontano, no è ancora dentro, sento il suo cuore battere di paura... tutti pensieri, un treno, correvano dentro la testa di Parigi ed Ubaldo osservava un uomo sfaldarsi, venir giù sotto la tempesta, fuori pioveva con forza .

Parigi mise le mano su tutti i cappotti, qualcuno protestò e tutto si svolse in velocità e violenza.

Parigi entrò anche dentro il cappotto di Genio Lautrect e Ubaldo si sentì in Paradiso.

Immaginò le grandi dita del suo amico che toccavano il portafoglio.

Il portafogli tornava a casa, sarebbe tornato a casa anche Ubaldo, la giustizia avrebbe trionfato perché esiste un'estetica della vita, un ordine per le posate quando si apparecchia la tavola.

Seguirono scene concitate, silenzio, grande imbarazzo tra gli amici di Lautrect e Genio Lautrect non si era ancora reso conto che si sarebbe parlato di lui.

“ Faresti meglio a confessare subito” urlò Parigi, rivolgendosi allo sconosciuto proprietario del cappotto, Parigi non si ricordava che l'indumento fosse di Genio Lautrect.

Genio non esitò, confessò di essere lui che indossava quel cappotto; mente confusa, pensava che fosse capitato chissà che cosa al suo cappotto.

Parigi feroce perché pensava, vigliacco, tutti sono vigliacchi, pensava di affondare nel burro, di non trovare resistenza in quel essere così infelice, Parigi gli fece vedere il portafogli.

“ Questo è mio”

“ Allora?”

“ Allora sei un ladro e non sei per niente simpatico con questo tuo atteggiamento”

Genio Lautrect non capiva che tipo di atteggiamento avesse, gli amici guardavano perplessi, pronti ad abbandonarlo.

Seguì un lungo silenzio anche la pioggia aveva concluso il suo Carnevale ed i bicchieri avevano smesso di tintinnare, le bocche cucite, un pianeta stava per esplodere.

Invece Parigi abbassò i toni, mistero... quali ombre affollarono la mente del grosso signore del bar, non è dato saperlo.

Forse era soddisfatto, si era sfogato, aveva riavuto il suo portafogli e poi non era cattivo, Ubaldo conosceva bene il suo amico.

Parigi rinunciò ad avvertire la polizia, molti presero ad avviarsi, alcuni dissero che la notte chiamava, loro dovevano rispondere. Chissà... sentivano di trasgredire, erano stati rapiti dai ritmi neri della serata.

Ubaldo non sapeva se ritenersi soddisfatto o forse non sarebbe stato preferibile un epilogo più cruento, molti temevano che Genio Lautrect cadesse in grande depressione, Parigi non aveva minimamente accennato alla possibilità di non volerlo più nel suo locale.

Parigi sbuffando tornò da Ubaldo per farsi raccontare di questi particolari relativi alla fotografia ma Ubaldo tirò corto, era stanco, ancheper lui era finita la serata e naturalmente non avrebbe avuto niente da dire perché era stata una sua invenzione quella dei particolari per distruggere Genio.

Ubaldo quella sera fece soltanto poche riflessioni poi si addormentò sereno, sognò di trovarsi in una romantica baita avvolto nel suo bel piumone e il mondo per un breve periodo smise di urlare.

Nessuno aveva compreso che cosa fosse capitato nella testa di Genio, tutti erano certamente preoccupati compreso Parigi che non era crudele e adesso a mente fredda, si trovava fuori del locale nella notte buia e il clima era gelido ed umido, la nebbia era scomparsa, il cielo era nero senza stelle, senza speranza e Parigi si era pentito, temeva di aver esagerato, si preoccupava per Genio e non capiva perché il tipo si fosse comportato in quel modo e poi continuava a pensare ad Ubaldo, che gli era sembrato sempre assente durante la serata e apparentemente impegnato in altro piuttosto che stare con i piedi nel locale .

Nessuno aveva capito Genio che sentiva di essere sempre più quel personaggio pittore, che aveva il talento e faceva cosa trasgressive: scendeva dal quadro nel locale di Parigi ed andava a prostitute e beveva come una spugna uccidendosi lentamente con l'alcol e il sesso infetto ed avrebbe potuto rubare anche il portafogli di Parigi, perché no?

“ Forse sono stato veramente io a rubare il portafogli, non ricordo ma deve essere andata così”

“ Sì, sono io il ladro “

“ Che cosa dici, Genio?”

“ Niente, niente.”

“ Quello ci preoccupa “ dissero gli amici di Genio e tutti si incamminarono stanchi nel buio della notte.

Tutti si ritirarono in casa, tutti meno Genio che quella sera con la sua auto si fece il giro del mondo.

Era euforico, era felice non sentiva il freddo che era pungente, freddo di notte, freddo di Inverno.

Genio uscì dal suo piccolo territorio, dal fiume noioso con le nebbie che sfioravano l'acqua, Genio si portò in altura in strade pericolose per la sua vecchia francesina che non teneva bene il tdrreno nelle curve.

Sono strani i Francesi, erano bizzarri una volta come fabbricavano le automobili: sembravano uscire da garagi di cattedrali, i garagi nelle chiese... queste carcasse cigolanti, tutti vetri e carrozzeria di guglie che conferivano quell'aria di gotico ed ironico che soltanto nello spirito francese riesce a fondersi così mirabilmente.

A Genio piacevono questi modelli per spostarsi con il cambio al volante.

Tutti si preoccupavano per Genio che era divenuto la persona più felice sulla terra e stava facendo il giro del mondo quella sera riflettendo sulla sua immortalità, voleva anche iniziare a dipingere.

Prestava scarsa attenzione alla guida perché esercizio quotidiano ma quella sera si trovava in territorio ostile.

Maledette curve, beffardo destino, fu tutto così veloce che Genio detto Lautrect per via della sfacciata somiglianza con il pittore impressionista, non fece in tempo neanche a cambiare espressione del viso: passare dal sorriso compiaciuto all'orrore puro perché uscì di strada, dentro la sua ridicola cattedrale gotica.

Nessuno si accorse dell'incidente perché capitò in zona inviolata, lontana dalla città.

Si sentì un terribile scricchiolio, la macchina cadde dall'alto di un monte nero e sotto c'era il mare ignoto.

Sembrano quei rumori finti gli scricchiolii di lamiera in questi casi e si ferma anche il tempo per chi avesse voluto assistere al macabro teatro della vita e per Genio Lautrect il tempo si fermò per sempre.

Nei giorni successivi erano tutti disperati e più che sfiorati dai sensi di colpa: gli amici, maligni, ma pur sempre amici, Parigi che non era cattivo e pensava di aver esagerato quella maledetta sera con la storia del portafogli.

“ Perché maledetto stupido mi hai rubato il portafogli, come ti è saltato in mente?”

… Poi finì per arrabbiarsi con la pioggia che gli bagnava il nasone, Parigi, un soggetto fatto così e prese tutti i suoi quadri che portavano la firma di Lautrect e li scaraventò nel fiume. Confusi tra le nebbie finirono tutti gli amori proibiti e le bevute oceaniche e la vita pazza di un pittore che non era nato nano ma aveva una malattia che impediva alle sue ossa di riconnettersi in caso di frattura e si ruppe entrambe le gambe che non crebbero ma il busto si perché normale sviluppando un essere sproporzionato.

Maledetto destino e forse sì aveva proprio motivo per arrabbiarsi il grosso proprietario del bar perché... beh! Ci siamo dimenticati Ubaldo...

Nella sua casa fredda e vuota Ubaldo aveva saputo, i sensi di colpa rivestirono di spine di ferro l'intero corpo di Ubaldo.

L'uomo aveva sperimentato il dolore dei rimpianti, la tranciante soluzione che offre la solitudine ma non conosceva la morte che lascia il rimorso nella mente.

Pulì la casa con maniacale dedizione, afferrò la sua bella pistola fresca di manutenzione, il revolver, significa pistola a tamburo e si tolse la vita.




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