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lavoro pubblicato giovedì 4 agosto 2016
ultima lettura mercoledì 2 settembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Storie da pazzi

di nomoss. Letto 339 volte. Dallo scaffale Umoristici

C’è un posticino poco lontano da casa mia, un circolo ricreativo, abbarbicato sopra una placida collina dal lato opposto del paese. Molto spesso mi ci fermo a dormire, poi faccio colazione e lunghe passeggiate nel parco che circonda la p...

C’è un posticino poco lontano da casa mia, un circolo ricreativo, abbarbicato sopra una placida collina dal lato opposto del paese. Molto spesso mi ci fermo a dormire, poi faccio colazione e lunghe passeggiate nel parco che circonda la proprietà. È un posto esclusivo; in pochi sono ammessi, anche se non è proprio perfetto. Diciamo che lo frequento per necessità, non avendo un lavoro ad impegnarmi la giornata.

Questa mattina mi trovo nel salone principale e sto seduto di sbieco ad un tavolo con le gambe stiracchiate, tutto preso a giocherellare con uno stuzzicadenti tra le labbra e ad osservare con disgusto alcuni soci; guardano la TV, dall’altro lato del salone, accasciati su poltrone maleodoranti e sbavando senza ritegno.

Dall’altro lato di quel tavolo ovale e con un piede ballerino c’è Alfredo, un ragazzo più giovane di me, con un cespuglio di capelli bruni in testa e due occhi grandi, neri e profondi come un pozzo senza fine.

Non ci conosciamo da molto, forse un paio di settimane, ma ci siamo trovati subito d’accordo su alcune cose, specie sulle discutibili attività ricreative e la scarsa compagnia femminile.

La cosa che ho apprezzato fin da subito di lui è che ha un carattere mite e socievole. Certo a volte si dimentica quel che dice e ha l’abitudine di ripetere le parole due volte (in questo è un po’ simile ad un personaggio di Peake, di cui però non ricordo il nome). Ma a parte ciò è proprio un caro ragazzo.

C’incontriamo a quel tavolo ogni mattina, tra la colazione e il pranzo, e cerchiamo di far passare il tempo, diversamente da alcuni che se ne corrono in giro a gridare Dio solo sa cosa oppure a farfugliare con i muri per poi sbatterci la testa fino a sanguinare.

Un cameriere con uno strano camice bianco con righe rosse sui fianchi stretti ed una penna che sporge dal taschino ci porta due tazze di caffè bollente, le appoggia al tavolo e ci fissa entrambi, con occhi spenti e annoiati.

Alfredo ed io ci guardiamo: lui abbozza un sorrisetto ironico mentre io scuoto la testa, invitandolo a fare altrettanto. Il cameriere non si scompone, si gratta un po’ i capelli a spazzola, tira su col naso e deglutisce, poi se ne torna in cucina.

? Allora, allora? ? dice lui.

? Allora cosa? ? rispondo io.

? Hai detto che mi raccontavi quella storia, quella storia sul potere, sul potere.

? Ah, è vero, m’ero quasi scordato.

Giro la sedia e lo guardo dritto in faccia; un filino di bava inizia a scendergli dall’angolo destro della bocca. Prendo un fazzoletto dalla tasca dei pantaloni e glielo porgo. Lui lo prende e lo appoggia sopra la tazza fumante.

? Ho preso coscienza di questo potere, dico io, di far cambiare idea alle persone, la mattina del quindici agosto dell’ottantanove. Lo ricordo bene quel giorno, una domenica, perché era il mio sesto compleanno.

? Ma dai , ma dai? C’era il clown, il clown?

Una gocciolina di bava abbandona le sue labbra carnose e precipita sul tavolo. Io scuoto la testa, poi mi perdo nei dolci ricordi. Infine alzo gli occhi verso il soffitto bianco e poroso e riprendo parlare.

? Insomma, accompagno mia madre a prendere la torta, e cosa scopro?

? Cosa scopri, cosa scopri?

? Beh, che è alla frutta: fragole, lamponi, ananas e la memoria ha per fortuna cancellato il resto. Ho sempre odiato le torte alla frutta. Quindi cerco in tutti i modi di convincerla a cambiarla con una alla crema, ma lei si rifiuta: “la frutta fa bene, e con questo caldo…”, dice.

? A me piace la frutta, la frutta, ? m’interrompe Alfredo.

? Sì, lo so che ti piace… ma una torta! ? dico io.

? Anche, anche, ? risponde lui. Altre goccioline scendono giù a congiungersi con la sorella smarrita.

? Lasciamo stare… arriva il pomeriggio e gli amichetti di scuola invadono casa mia. andiamo a giocare nel giardino ma io non ho ancora digerito la scelta sulla torta, e mi sale l’ansia al pensiero di dover spegnere le candeline e servire quella robaccia a tutti gli invitati. Allora cosa faccio?

? Cosa faccio, cosa faccio? ? chiede Alfredo.

? Salgo nella mia cameretta e lì, nascosto da tutti, entro nella testa di mia madre e cerco di convincerla a cambiare torta.

? Incredibile, incredibile! ? dice lui

? Già, davvero, ? rispondo io. ? Finisce che poco dopo lei mi chiama per soffiare sulle candeline. Scendo e la vedo mentre mi fa l’occhiolino, con un sorrisetto maligno sulle labbra. Mi sono già preparato al peggio, quando raggiungo la tavolata e cosa ci trovo appoggiata in mezzo?

? La torta, la torta?

? Sì, la torta… ma una torta alla crema, guarnita con profiteroles e confetti colorati. Son così felice che per prima cosa abbraccio le gambe di mia madre e le sussurro: “Allora ti ho convinta!”. “Sì”, dice lei.

E da allora ho affinato questo mio potere sempre di più. Ho fatto e riesco a fare cose incredibili, sai?

? Tipo, tipo?

Mi viene voglia di impressionarlo, fargli strabuzzare gli occhi dallo stupore, quindi chiamo il cameriere, che ora è intento a giocare a solitario seduto ad una scrivania lì vicino. Lui si avvicina, sempre con l’aria di chi non ha alcun interesse nella vita e mi guarda, stringe le labbra e contrae tutti i muscoli del volto ambrato.

? Cosa vuoi? ? mi chiede.

? Cosa ne dici di tornartene un po’ in cucina? ? dico io.

? Ma per chi mi hai preso? ? risponde lui.

Io mi concentro, socchiudo gli occhi dallo sforzo e tengo lo sguardo incollato al suo. Lui inarca le sopracciglia, fa uno sbuffo, poi se ne va in cucina e ritorna poco dopo con due bicchieri di plastica pieni d’acqua e qualcosa stretto nel pugno sudato.

? Ecco, divertitevi, ? dice lui. Apre la mano e ci consegna un oggetto rosso e poroso ciascuno, con la lettera E stampata in mezzo. Io prendo il mio, l’appoggio sulla lingua e lo faccio scendere in gola con un po’ d’acqua. Alfredo mi guarda e fa altrettanto.

Poi il cameriere se ne torna tutto mogio a sedersi alla scrivania e riprende la sua battaglia personale, mentre io osservo trionfante il mio amico. Una pozza viscida inizia a scendere dal tavolo verso i suoi pantaloni.

? Hai visto, gliel’ho fatta! ? dico io.

Lui non risponde, assorto dalle linee di luce che si flettono oblique sulla parete opposta, accanto alla finestra sbarrata.

? Non importa. Mi sento un po’ stanco…



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