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lavoro pubblicato mercoledì 27 luglio 2016
ultima lettura martedì 5 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Lo strano caso del signor Barlow

di AnitaVeln. Letto 461 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Un futuro non molto lontano. Lo Stato, onnipresente, che vede e sa tutto. La paura e l'isteria che schizzano a livelli sempre più alti. Allarmi terrorismo. Minacce nucleari. La tecnologia e i social network che diventano indispensabili strumenti di contro

-Sono spiacente, Kev-, esordì il dottor Munch, stampandosi sul volto un'espressione desolata che non sembrava molto autentica, e restituendo la carta di credito al suo cliente.

-Ma come è possibile!-, esclamò l'uomo, sbuffando e alzando gli occhi al cielo, segno incontrovertibile, per chi lo conosceva, di imminente irritazione.

-Non sei nel sistema, Kev-, spiegò con voce calma il dottor Munch, agitando le mani, -e il registratore non riconosce la tua carta-.

L'uomo, un tipo alto e possente di nome Kevin Barlow, lo guardò contraddetto, e sembrava faticare non poco a trattenere la sua rabbia. Le guance gli si erano arrossate, e delle spesse vene pulsanti erano apparse sul suo collo massiccio. Teneva le mani strette a pugno, distese lungo i fianchi, mani rozze e callose di operaio.

Aprì la bocca per dire qualcosa – probabilmente un insulto: il signor Barlow era particolarmente famoso nel quartiere per essere un tipo piuttosto irascibile – ma poi la richiuse, forse riconoscendo che la situazione fosse già di per sé abbastanza critica. Nella farmacia calò il silenzio, interrotto solo dai rumori della strada, che giungevano ovattati attraverso le finestre semi-aperte, e il ticchettare irrequieto di un orologio appeso al muro, dietro al bancone.

-Non c'è niente che io possa fare?-, domandò il signor Barlow, con voce spazientita, evitando di incrociare lo sguardo del farmacista.

-Hai qualche altra carta di un familiare registrato?-.

-No. Non ho che mia moglie, che non si alza dal letto da mesi. Infatti, quelle medicine sono proprio per lei-, rispose secco, accennando ad un paio di flaconi pieni di pasticche azzurre che giacevano sul bancone.

-Mi dispiace-, disse il dottor Munch, frettolosamente, passandosi una mano tra i capelli bianchi sempre più radi, -ma non c'è altro modo-.

-Io non capisco-, sbottò il signor Barlow, -fino a ieri ha sempre funzionato-.

-Lo so, Kev, ma ultimamente le regole si sono irrigidite. Non è colpa mia-, aggiunse il farmacista, quasi a volersi scusare di qualcosa, poi continuò:- ad oggi, se non sei registrato in rete, non puoi fare praticamente nulla. È come se per lo Stato non esistessi-.

Il signor Barlow emise un altro sbuffo sonoro e spazientito, ma non disse nulla. Agitava un piede sul pavimento, creando una sorta di eco al ticchettare delle lancette. Teneva le braccia incrociate sul petto, e il suo viso era più rosso che mai. Sembrava una bomba che stesse per esplodere, e Dio non voglia che lo facesse proprio in quel momento, quando nella farmacia non c'erano altre persone e la sua rabbia si sarebbe sfogata solo sull'esile dottor Munch.

-Ebbene-, esordì dopo un po', rompendo il silenzio e scongiurando il pericolo di un'aggressione, -mi registrerò al sistema il più presto possibile. Ma per adesso, mi servono quelle medicine urgentemente. Coraggio, Ed, siamo amici dall'infanzia. Fammi solo questo piccolo favore-, disse, mostrando un sorriso forzato e patetico.

Il dottor Munch ci pensò su per un attimo, poi rispose, facendosi scuro in volto:- mi dispiace, Kev. Sai quanto sia profonda l'amicizia che ci leghi, ma sono già più di due mesi che vendo a credito, e che tu prometti di crearti un profilo in rete. Ora, il tuo tempo e il tuo credito si sono esauriti-.

-Questo cosa diavolo significa?-, proruppe Barlow.

Il dottor Munch, con estrema lentezza, come di un animale che si prepara all'attacco della sua preda, alzò la cornetta del telefono che era sul bancone, e se la portò all'orecchio destro. Contemporaneamente, spinse un numero sulla pulsantiera. Barlow lo osservava esterrefatto e spaventato.

-Il sistema si è irrigidito-, ripeté il dottor Munch, aspettando che qualcuno rispondesse all'altro capo dell'apparecchio, -e da qualche giorno è legge segnalare tutti coloro che non sono registrati-. Passarono alcuni secondi, poi il volto del dottore si illuminò d'improvviso:- sì, pronto-, disse, stringendosi il telefono contro l'orecchio, -sono il dottor Munch. Parlo con la centrale di polizia? Sì, benissimo. Vi chiamo per avvisarvi di un uomo che non risulta registrato al sistema... sì, è qui nel mio negozio... certamente. Sì, lo conosco. Perfetto. Aspetto il vostro intervento-. Riabbassò la cornetta, il volto inspiegabilmente soddisfatto, e la ripose al suo posto. Barlow aveva osservato la scena immobile, senza proferire parola. Nei suoi occhi scuri era apparsa un'ombra, una strana miscela di terrore e sorpresa.

-Cosa...-, cercò di dire, ma al primo tentativo gli uscirono solo rantoli convulsi. Deglutì, e si schiarì la voce, il volto pallido e imperlato di sudore, -cosa mi hai fatto?-.

-Sono spiacente, Kev-, rispose il dottor Munch, in tono indifferente e freddo, -ma era mio dovere avvertirli della tua situazione. Non preoccuparti. Sistemeranno tutto loro. Arriveranno a breve. Intanto, perché non fai un giro in negozio? Abbiamo ricevuto proprio oggi una nuova collezione di scarpe ortopediche. Vai a dar loro un'occhiata, vuoi?-.


Come promesso, gli agenti arrivarono nel giro di mezz'ora, durante la quale il signor Barlow si era agitato nel negozio, come un animale in gabbia. Aveva tentato di chiedere spiegazioni al farmacista, che gli aveva risposto suggerendogli di stare calmo e di attendere; aveva inoltre elencato, con tono monotono e nasale, una serie di leggi e norme, che l'operaio aveva capito a stento.

Quando gli agenti entrarono nel locale, fuori dalla farmacia si era creato un gruppetto di curiosi che, alla vista di una volante, si erano radunati per ficcare il naso. Il signor Barlow vedeva le loro facce dai vetri delle finestre, facce tonde e curate, gli occhi scintillanti al sole e le bocche spalancate e sorprese.

Il dottor Munch fece entrare gli agenti, e si chiuse la porta alle spalle, affiggendo il cartellino con la scritta “chiuso”. Erano in tre: un giovane sulla trentina, con i capelli biondi e il viso immaturo, che indossava la divisa della Polizia Informatica, che si appostò davanti alla porta, sull'attenti. Non doveva essere che una recluta. L'altro era un uomo più anziano, con un paio di baffi ben curati e un completo grigio, il cui accessorio più eccentrico era senza dubbio una cravatta color menta che gli conferiva un aspetto più giovanile. L'ultima era una donna, che indossava un tailleur con pantaloni neri e aveva i capelli legati in una coda di cavallo. Tutti e tre avevano il distintivo appuntato sulle giacche.

-Sergente Katie Novak-, disse la donna, che doveva essere la più alta in grado tra i tre, -lui è il detective Donald Morello, e l'agente Carter-, concluse, indicando prima l'uomo in giacca e cravatta e infine il novellino piantonato sulla porta, con fare sbrigativo. -Dunque-, riprese, guardandosi intorno, prima di fissare gli occhi color ghiaccio sul dottor Munch, -diceva che un suo cliente non risulta registrato al sistema-.

-Esattamente-, rispose il farmacista, in tono deciso.

-Deve essere lei-, disse il sergente, rivolgendosi finalmente al signor Barlow. Annuì, ritraendosi. Nessuno aveva mai visto quell'operaio iracondo farsi improvvisamente così timoroso.

-Ebbene?-, domandò il sergente, alzando il sopracciglio destro.

-Sono un bravo cittadino-, piagnucolò il signor Barlow, abbassando gli occhi, -non ho mai fatto del male a nessuno. Io non sapevo che... che...-.

-Va bene, va bene, basta così. Cosa ne dice di venire a spiegarci tutto in centrale? Forse si sentirà più a suo agio-, propose l'uomo in giacca e cravatta. Si scambiò uno sguardo d'intesa con il suo superiore, che annuì distrattamente. I due fecero poi un cenno al ragazzone dietro di loro, che si avvicinò a Barlow e, sorreggendolo con un braccio intorno alle spalle, lo invitò a uscire. Prima di lasciare il negozio, si voltò verso il dottor Munch.

-Cosa mi succederà adesso?-.

-Non preoccuparti, Kev. Sistemeranno tutto. Ti creeranno un account così non ci saranno più problemi. Credimi, ti ho fatto un favore-, rispose il farmacista.

Il signor Barlow venne condotto alla macchina, che attendeva nel cortile con il motore ancora acceso. Si accomodò sul sedile posteriore, mentre la piccola capannella di curiosi lo fissava da ogni parte. I due agenti scambiarono ancora qualche parola con il dottor Munch, poi uscirono e raggiunsero anche loro la macchina.

L'ultima cosa che il signor Barlow vide, voltandosi, prima che partissero verso la centrale, fu il volto del farmacista che si sporgeva dalla finestra, un volto improvvisamente tetro e preoccupato, come di qualcuno che ha appena scoperto una terribile verità.


Arrivati alla centrale, gli agenti scortarono il signor Barlow nella sala degli interrogatori. Era una stanza quadrata, di piccole dimensioni, con muri spessi e grigi, cosparsi di crepe, e munita solo di un tavolo d'acciaio con tre sedie e un vetro divisore di quelli speciali, che permettono di vedere solo da una parte, come in una moderna rivisitazione del Panopticon di Bentham. Il dominio e il controllo sul malcapitato erano assicurati. Sul soffitto correvano due lunghe luci al neon, dalle quali pendevano alcuni cavi elettrici scollegati.

Il signor Barlow venne introdotto nella sala, e gli venne indicato di attendere. L'uomo possente e rude che era sempre stato, si era ora trasformato in un ometto tremante, che scrutava i nuovi ambienti in cui veniva immesso con un misto di meraviglia e paura. Sudava copiosamente, e i suoi occhi sembravano sempre essere sull'orlo del pianto. Era, se così si può dire, la trasposizione contraria della storia del dottor Jeckyll e del signor Hyde: lui, che era sempre stato Hyde – forte, impulsivo e feroce – si era ora ridotto ad essere il paradosso di se stesso, un omino pallido, debole e silenzioso.

La prima ad entrare fu il sergente Novak. Si sedette su una delle sedie all'altra parte del tavolo, rispetto a dove si era accomodato lui, e lo scrutò con occhi di lince, senza proferire parola. Teneva le mani intrecciate sul tavolo, e si era sciolta i capelli. Poco dopo arrivò anche il collega, il detective che pareva essere il poliziotto buono tra i due, che rimase in piedi, appoggiato con la schiena al vetro divisore.

-Allora, signor...-, esordì la donna, cercando tra le carte e i fascicoli che teneva sul tavolo il suo nome, -...Barlow; vuole spiegarci la situazione?-.

-Io non so cosa dire-, cominciò il sospettato, ma il detective Morello lo interruppe.

-Forse vuole che gliela spieghiamo prima noi, e lei poi tenterà di chiarire?-, disse, con aria apprensiva. Il signor Barlow annuì timidamente.

-Bene-, commentò il sergente, sospirando, -le cose stanno così: come lei saprà bene, è obbligatorio essere registrati al sistema, ossia avere un profilo, un account, sui social network, o sulla rete in generale. Lei non ne possiede alcuno, per cui significa che per lo Stato non esiste. Ora, vuole per favore spiegarci come questo sia possibile?-.

-Mia moglie è malata-, ribatté il signor Barlow, ignorando la domanda e preso dal panico, -io devo tornare da lei-.

-Lo farà, non appena ci avrà fornito una spiegazione-.

-Non so cosa dire. Lavoro tutto il giorno per uno stipendio da fame, e devo badare a mia moglie. Sapevo che fino a poco tempo fa, essere registrati in rete non fosse obbligatorio, ma solo consigliato -.

-Questa non è una giustificazione. E poi, le leggi cambiano-, disse la donna, in tono accondiscendente.

-Cosa devo fare? Crearmi un profilo? Va bene, lo farò, ma voi lasciatemi tornare a casa-, implorò il signor Barlow.

-La faccenda non è così semplice, signore. Ci sono delle regole da seguire, e lei non lo ha fatto. Per esperienza sappiamo che chi non si iscrive in rete, lo fa perché ha qualcosa da nascondere, e non vuole essere tracciato-, spiegò il detective Morello. Gli occhi del signor Barlow correvano da una parte all'altra della stanza, occhi impauriti e preoccupati.

-Non è così! Io sono una brava persona!-, esclamò, in preda al panico.

-E io le credo. Ma, come è evidente, ha tentato di sfuggire al controllo statale, infrangendo la legge-.

-Ma questo è assurdo! Solo perché non vado su Internet!-.

-Le leggi non le scriviamo noi, signor Barlow-, disse il detective Morello, tentando di calmarlo, -le facciamo solo rispettare. Al giorno d'oggi, esistere nel mondo virtuale è una condizione imprescindibile per esistere anche nel mondo reale. E di lei, nel web, non c'è traccia-, concluse, alzando le braccia e arricciando il labbro inferiore.

Il signor Barlow ricadde sulla sedia, rilassando le braccia lungo il corpo. Non rispose, ma si lasciò semplicemente ricadere all'indietro, stremato. Il suo volto si era arrossato, e le vene del collo e delle mani si erano fatte ancora più spesse. Sul viso gli si era dipinta un'espressione insolitamente placida, seppur ancora segnata dalla paura e dall'angoscia. Era la faccia di un uomo che si stava arrendendo. Come in uno scritto kafkiano, il signor Barlow riconobbe all'istante che, davanti all'enorme apparato burocratico e legislativo che irrompe nella vita dell'uomo, schiacciandolo, opprimendolo e perseguitandolo, l'unica soluzione possibile era la rassegnazione. La situazione era assurda, e, proprio per questo, nessuno sforzo razionale avrebbe potuto raddrizzarla; per cui, non appena recuperò la capacità di parlare, il signor Barlow pose semplicemente, con una voce carica di arrendevolezza, la domanda che avrebbe voluto fare ai burocrati da molto tempo, e che riaffiorò alle sua labbra solo in quel momento:- che cosa volete da me?-.

-Come le ho detto, la faccenda è complicata. Noi siamo i primi a rammaricarci quando queste situazioni si verificano, ma, Santo Cielo, signor Barlow, perché diavolo non ha rispettato la scadenza imposta dalla legge e non si è registrato in rete?-, domandò il detective Morello, isterico.

-Ho avuto altro a cui pensare-, si giustificò, ripensando alla moglie malata, alle corse in ospedale e ai turni distruttivi del lavoro. In quei momenti – quando si trovava seduto fuori dalle sale operatorie, pregando che tutto andasse bene, o quando faceva una fila interminabile alle poste per riscuotere il suo misero stipendio – registrarsi online come il governo aveva imposto di fare era l'ultimo pensiero che gli passasse per la testa. Ma cosa ne sapevano loro della vita reale? La verità era che il signor Barlow non voleva crearsi un profilo sui social network. In fondo, a cosa sarebbe servito inventarsi una vita virtuale e fittizia, quando la sua esistenza reale era già abbastanza gretta e miserabile? E poi, a dirla tutta, non capiva nemmeno perché fosse tanto importante: aveva solo una vaga percezione di quanto gli interessi economici delle grandi multinazionali informatiche contassero in quella faccenda, e di quanto fosse vitale per lo Stato, viste le continue minacce terroristiche, da una parte del globo, e nucleari, dall'altra, controllare assiduamente ogni suo cittadino.

-D'accordo-, convenne il sergente Novak, sbuffando, -non ci resta altra scelta che procedere con l'immatricolazione-. Scambiò uno sguardo d'intesa con il detective alle sue spalle. Il viso del signor Barlow si contrasse nuovamente, e i suoi sensi, che si erano momentaneamente assopiti e tranquillizzati, tornarono in una condizione di allarme. Quella parola, immatricolazione, unita allo sguardo serio e severo dei due agenti, non gli piacque per nulla. Le due cose insieme erano una brutta combinazione.

-Cosa significa?-, domandò, cauto.

-Siamo davvero spiacenti-, esordì il sergente Novak, con voce grave. Il signor Barlow la invitò con lo sguardo a proseguire, evidentemente spazientito. Ne aveva abbastanza delle loro scuse, e, allo stesso tempo, non se ne faceva nulla del loro dispiacere. -Ecco cosa faremo: la inseriremo finalmente nel sistema, ma non con la procedura standard. Non verrà registrato in nessun social network, ma il suo nome verrà inserito nei database della polizia. Sarà bollato come “criminale informatico”, e resterà nei registri per circa vent'anni, in modo che lo Stato possa controllarlo. Se in questo periodo non commette alcun altro reato, il suo nome scomparirà dagli archivi e verrà poi convogliato nella rete protetta, dove si creerà un profilo, come tutti gli altri-, spiegò la donna.

Il signor Barlow ascoltò con pazienza il sergente, stretto in una morsa di terrore sempre più forte e crescente. Un paio di lacrime sopraggiunsero ai suoi occhi, e le sue mani si strinsero l'una contro l'altra, con fare supplichevole.

-Come sarebbe a dire? Io non sono un criminale! Non voglio finire nei vostri archivi! Io non...-, tentò di spiegare, ma la sua voce era rotta da mille sussulti.

-Questa è la procedura. Se non vuole finire nel database della polizia, può fare ricorso. A quel punto si andrà al processo, e i vent'anni canonici potrebbero trasformarsi in trenta, quaranta, forse anche per sempre. Deve sapere, signor Barlow, che i tribunali non sono molto clementi con questi tipi di reato; viste le circostanze e la precarietà della situazione politica attuale, chiunque non si registri nel web e sfugga al controllo statale è un individuo sospetto, anche se, come lei, in molti casi si tratta solo di persone comuni che si sono dimenticate di accedere online. E, le assicuro, i giudici mostrano sempre il pugno duro in queste circostanze, perché il rischio di mandare a casa un vero attentatore o una spia è troppo forte, e nessuno vuole prendersi questa responsabilità. Purtroppo, la situazione internazionale è altamente instabile e pericolosa, e i continui allarmi terrorismo hanno fatto schizzare l'isteria generale alle stelle. È naturale che nessuno voglia mostrarsi clemente con chi elude il controllo-, disse il sergente.

Il signor Barlow rimase in silenzio, trattenendo moti di sofferenza tra le labbra e sulle rughe della fronte. La prospettiva di essere bollato per vent'anni come un criminale era terribile, ma quella di subire una condanna per trent'anni, o, peggio ancora, l'ergastolo, gli faceva accapponare la pelle.

-Cosa mi succederà quando entrerò nel database?-, chiese, timoroso. Sentiva come se il suo intero futuro fosse racchiuso nella risposta a quella domanda. O forse no. Forse il suo futuro se lo era già giocato da un pezzo.

-Per vent'anni verrà controllato assiduamente. Ogni suo movimento, ogni suo prelievo bancario, ogni suo acquisto verrà esaminato. Le verrà imposto un coprifuoco da rispettare, e non potrà lasciare la città, per nessuna ragione. Due volte al mese degli agenti verranno a controllare se rispetta le regole: perquisiranno casa sua, e le faranno degli esami tossicologici e attitudinali. Non potrà partecipare ad eventi pubblici, e, con tutta probabilità, verrà allontanato dal posto di lavoro-, affermò il detective Morello.

-Cosa? Non posso perdere il lavoro! Chi baderà a mia moglie? Chi le comprerà le medicine?-, sbottò il signor Barlow, piangendo.

-È altamente probabile che verrà separato da sua moglie. Sono procedure standard, signor Barlow, pensate per criminali, terroristi, narcotrafficanti o potenziali assassini. Lo scopo è quello di controllarli ininterrottamente e, allo stesso modo, di isolarli dal resto del mondo. Un uomo solo è meno pericoloso-, intervenne il sergente Novak.

-Ma io non sono un omicida, né una spia, né un attentatore! Non sono niente di tutto ciò! Deve esserci un'altra soluzione-, piagnucolò.

-Mi dispiace, ma non c'è. Come le ho detto, sono procedure standard. Nessuno si aspetta che un semplice operaio finisca invischiato in questa situazione. Sono giorni di terrore-, terminò il sergente, con il volto tetro, come se avesse rivelato una tragica verità.

-Non può essere! La mia vita è rovinata!-, gridò, coprendosi il viso con le mani. Non poteva neanche immaginare come sarebbe stata la sua vita da quel giorno in poi: nei prossimi vent'anni, gli si prospettava un'esistenza da reietto, da recluso. Avrebbe perso tutti i suoi amici, il suo lavoro, e nessuno lo avrebbe più guardato per strada senza provare paura e diffidenza. Ogni volta che si fosse presentato in un ufficio per prelevare dei soldi, o per chiedere un prestito, glielo avrebbero negato, perché la sua carta sarebbe stata tracciata come quella di un delinquente. Qualora avesse tentato di ottenere un lavoro, sarebbe stato allontanato, perché sul suo curriculum sarebbe apparsa la terribile condanna. Chiunque avesse digitato il suo nome su Internet, di lì ai prossimi vent'anni, lo avrebbe trovato in mezzo a quelli di contrabbandieri, spie, pedofili, stupratori, assassini, terroristi, persone che avevano commesso stragi, omicidi, truffe. Avrebbe dovuto subire l'umiliazione di essere perquisito in casa sua, proprio come un criminale, come se avesse qualcosa da nascondere. Avrebbe perso sua moglie, e chissà cos'altro. Non poteva permetterlo, ma, Dio, era così impotente, così indifeso contro un sistema tanto vasto e tanto crudele... si sentiva intrappolato in una situazione più grande di lui, in un qualcosa che non aveva scelto e dal quale non riusciva a liberarsi. Avrebbe potuto lottare, ma a che scopo? Tutto era perduto.

Riacquistò la fermezza e la calma. Si ricompose, emergendo dalla sedia dove era sprofondato. Si ripulì il sudore dal viso con la manica della giacca, e deglutì molte volte, prima di riuscire a emettere suoni sensati. Guardò in faccia i suoi aguzzini, poi si corresse; no, non erano loro i suoi aguzzini. Loro era due semplici funzionari, due burocrati, non più importanti o privilegiati di lui, costretti a servire un sistema in cui, ed era evidente, non credevano davvero.

Non provò odio verso di loro, e nemmeno verso se stesso.

-E sia-, disse semplicemente, posando le mani sul tavolo, con i palmi rivolti all'insù, e sospirando.

Ora si era arreso davvero. Ora sarebbe arrivata la fine.


La procedura di immatricolazione nei database della polizia durò circa due ore. Il detective Morello gli stette vicino per quasi tutto il tempo, mostrandogli una compassione e una vicinanza umana che mai si sarebbe aspettato da un poliziotto. Il suo cordoglio e il suo rammarico erano sinceri. Lo vedeva dai suoi occhi. Non poteva dire lo stesso del sergente Novak, la quale, a momenti di sentito dispiacere, alternava attimi di freddo distacco e di completa diffidenza. Il signor Barlow pensò che fosse dovuto alla sua condizione di donna al potere: era afflitta per lui, ma, allo stesso tempo, per via dell'incarico che ricopriva, non poteva mostrare queste sue fragilità.

Verso le tre del pomeriggio, tutto era stato sistemato, e il signor Barlow fu finalmente libero di andare. Gli consegnarono il braccialetto elettronico – con cui lo Stato avrebbe potuto seguire ogni suo spostamento – e un plico immenso di fogli in cui gli venivano descritte tutte le sue limitazioni, e le regole che avrebbe dovuto seguire per i prossimi vent'anni della sua vita. Burocrazia, pensò il signor Barlow, alla vista di quella pila di documenti: mi stanno condannando per non essere iscritto in rete, eppure, dove tutto è controllato dal mondo virtuale, sono loro i primi a sprecare tutti questi fogliacci. Sorrise amaramente, forse in primo vero sorriso dall'inizio della giornata.

Quando uscì, era un uomo diverso. Tutto era cambiato, anche se, teoricamente, tutto era ancora al suo posto: il cielo era ancora azzurro ed era ancora sopra di lui; il parco era ancora verde, e i bambini vi giocavano ancora come sempre era stato; la sua macchina era lì dove l'aveva lasciata, e l'aria aveva lo stesso odore di smog. Ciò che era diverso era dentro di lui: era entrato in quella centrale da uomo libero e rispettato, e ne usciva da criminale sottoposto ad un regime di libertà vigilata e di controllo costante. Ecco cos'era cambiato: non le cose stesse, ma la prospettiva delle cose. D'ora in avanti avrebbe dovuto guardare il mondo da un'angolazione diversa, e questo lo spaventava a morte. Tutto quello che fino a qualche minuto prima era scontato – ogni singolo sfizio che poteva essere tranquillamente soddisfatto, ogni vizio che poteva essere tenuto nascosto, ogni desiderio che si sarebbe potuto velocemente realizzare – ora era stato messo in discussione: così, per i prossimi vent'anni, se avesse avuto voglia di una pizza, ci avrebbe dovuto pensare due volte prima di entrare in un ristorante affollato, e di pagare con la sua carta, che avrebbe mostrato a tutti la sua sentenza. Cosa avrebbe detto a sua moglie, rientrando a casa? Forse che, di punto in bianco, si ritrovava sposata con un criminale altamente pericoloso? Oppure che presto si sarebbero dovuti dire addio?

Nessuno poteva capire la sua sofferenza. D'un tratto, si sentì sperduto, isolato, straniero nella sua stessa casa, abbandonato da tutti. Guardò la strada; lì, alla fine della via, c'era l'Inferno stesso pronto ad accoglierlo. Al momento, non sapeva dire se e quanto sarebbe stato capace di resistere.

Percorse il lungo viale alberato, respirando quell'aria che ora appariva come pestilenza alle sue stesse narici. Si fermò sotto l'insegna di un casinò. Un casinò dove non sarebbe più potuto entrare per molto tempo. Davanti alla porta, in un angolo, c'era una telecamera, che dava sulla strada, e che stava guardando lui. Pensò che si sarebbe dovuto abituare a quella sensazione di essere spiato, perché da quel momento in poi la sua vita sarebbe stata scrutata da milioni di telecamere e di occhi diversi. Osservò l'apparecchio, e provò soltanto un moto di disgusto e, al tempo stesso, di ilarità. Già. Tutto era così assurdo! Che cosa poteva fare, se non ridere amaramente e sarcasticamente, da solo, in mezzo alla piazza, in faccia ad una stupida telecamera, per come si erano messe le cose? Ah-ah-ah! E mentre rideva come un folle, capì improvvisamente che, dietro a quell'apparecchio, il suo vero aguzzino – lo Stato, quella gigantesca macchina fiscale e pedante che opprimeva i suoi cittadini – lo stava osservando e, magari, stava anche lui ridendo soddisfatto della sua sventura. Sì, doveva essere così: dietro a quell'occhio meccanico si nascondevano in realtà file e file di burocrati superbi, di politici arroganti e di viscidi amministratori, che guardavano con occhi famelici la loro ultima preda. Presto si sarebbero cibati di ciò che gli rimaneva, gli avrebbero portato via tutto, spolpandolo fino all'osso.

Distolse lo sguardo, e, in preda ad un terrore profondo, si incamminò verso casa. Eccomi servito, pensò, ecco l'agnello da sacrificare, il capro espiatorio da rendere alla vostra arroganza. Io sono come il cameriere che ha disturbato la vergine cuccia, che ha calpestato la sua coda quasi sacra, e che per questo deve essere punito.

E non poté fare altro che ridere di nuovo, mentre dietro i muri, la Bestia placava la sua fame, sazia per ora della sua ultima vittima.




Commenti

pubblicato il giovedì 28 luglio 2016
IrisDiSospiri, ha scritto: Straordinario, bellissimo, originale! Il titolo mi ha colpito subito e così anche l'introduzione. Scrittura fluida e d'effetto. La storia è geniale. Ironico e tragico allo stesso tempo. Fa riflettere........ da condividere

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