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lavoro pubblicato martedì 26 luglio 2016
ultima lettura domenica 10 marzo 2019

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Viaggio nell'Inno - la storia nell'Inno d'Italia

di IlMura. Letto 584 volte. Dallo scaffale Storia

I padri dell’Inno: Goffredo Mameli e Michele Novaro Comincia con questo articolo un progetto che covavo in testa da un po’ di tempo. Aprirò con questo primo capitolo un viaggio dedicato alla descrizione dei personaggi e degli eventi ..

I padri dell’Inno: Goffredo Mameli e Michele Novaro
Comincia con questo articolo un progetto che covavo in testa da un po’ di tempo. Aprirò con questo primo capitolo un viaggio dedicato alla descrizione dei personaggi e degli eventi presenti all’interno del nostro inno nazionale, chiamato Inno di Mameli o Canto degli Italiani. Il primo capitolo non poteva che essere dedicato ai padri dell’inno, Goffredo Mameli e Michele Novaro.
Quindi inizia ufficialmente, il Viaggio nell’Inno.

Goffredo il Paroliere

Goffredo Mameli è l’ideatore del testo dell’Inno d’Italia, che è l’opera per il quale è maggiormente conosciuto, tanto che questo inno prende il nome di Inno di Mameli, nome con il quale è maggiormente conosciuto.
Nasce nel 1827 a Genova e morirà giovanissimo, per la causa del Risorgimento, mentre combatteva con i garibaldini a difesa della Repubblica Romana. La causa della morte, avvenuta nel 1849 (quindi a soli 22 anni).
Come prima detto, la sua maggior opera, per la quale è passato ai posteri, è Fratelli d’Italia, diventato poi l’inno nazionale. Ma sicuramente, non è la sua unica opera. Oltre alla composizione dell’Inno militare, musicato poi dal celeberrimo Giuseppe Verdi, Mameli compose diverse opere molto meno conosciute. Infatti Mameli era anche un buon poeta. Le sue poesie però non ebbero molto respiro in Italia, ma molto più all’estero, dove nei circoli patriottici portarono, insieme ad altre opere di altri poeti, la causa italiana.
Una sua opera celebre - sempre musicata da Verdi- è “All’armi!”, in cui Mameli fa pronunciare dai protagonisti, il giuramento di combattere fino a quando l’Italia non sarà unita:

“Non deporrem la spada
Fin che sia schiavo un angolo
Dell’itala contrada,
Fin che non sia l’Italia
Una dall’Alpi al mar. […]”


Mazzini fu molto colpito da questo testo, tanto che fu proprio lui a chiedere a Verdi di musicarlo, in una lettera del 1848.
Grande uomo risorgimentale, che ha messo il cuore e la vita per la causa italiana, che ha vissuto la sua vita per vedere unita questa Italia, l’Italia che nel bene o nel male conosciamo oggi. Il suo più grande regalo, l’inno, che ci ha reso più che Fratelli d’Italia, fratelli in Italia.

Michele il Compositore

Conterraneo di Mameli, ma più vecchio di lui (nasce nel 1822), Michele Novaro è l’origine e l’anima della musica dell’Canto degli Italiani.
Dopo una carriera da cantante, nel 1847 arriva nelle sue mani il testo scritto da Mameli. Ne fu immediatamente colpito profondamente, ed iniziò subito la composizione.
Non molti i punti di spicco della sua carriera, se non contiamo alcune opere musicate, ma in dialetto genovese (come Ö mego pe forza).
Morì nel 1885, nella Genova che l’aveva visto nascere, ed è attualmente sepolto molto vicino a Mazzini.

L’inno di Mameli e Novaro divenne, dopo il Risorgimento e con l’Italia unita, l’inno della nazione, riconosciuto anche – ma incredibilmente solo in maniera provvisoria- nel 1946, quando l’Italia unita ma distrutta dalla guerra, doveva risollevarsi. Solamente dal 2005 l’Inno di Mameli è ufficialmente l’inno della Repubblica Italiana, anche perché è un inno unico, il nostro inno.
“dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa.”

Tutti conosciamo questa parte dell’inno, anche perché è contenuta nella strofa che solitamente cantiamo, nella versione breve dell’Inno. Ma a chi si riferisce?
A tutti credo sia noto che quello Scipio è Publio Cornelio Scipione Africano, generale romano.
Il contesto in cui si svolgono le principali vicende riguardanti questo Scipione è la seconda guerra punica (218-202 a.C). Ma andiamo con ordine. La prima guerra punica volse decisamente a favore dei romani, che riuscirono ad impossessarsi - ai danni di Cartagine, la grande nemica - della Sardegna. Come si può ben immaginare, a Cartagine la situazione non fu presa molto bene, ed iniziò a montare dentro i cartaginesi la voglia di vendetta. A crogiolarsi in questa situazione, c’era una potente famiglia cartaginese, quella dei Barca. Fu proprio un esponente di questa famiglia, il celeberrimo Annibale, a escogitare un piano per colpire Roma, missione non propriamente facile. Annibale attese il momento propizio che arrivo (almeno secondo i suoi calcoli) nel 218 a.C.
Il piano di Annibale si rivelò tremendamente efficace: partito dalla Spagna, si diresse verso l’Italia via terra, perché ben sapeva che se a Roma non venivano tagliati i rifornimenti italici, sarebbe stata un’avversaria troppo forte e tenace d sconfiggere. Passato le Alpi, riuscì ad ottenere una vittoria dietro l’altra, riuscendo a sconfiggere in una battaglia sul lago Trasimeno le truppe consolari.
A Roma si provò a reagire, ma la migliore strategia era quella che balenò nella testa di Fabio Massimo: consisteva nell’aspettare che le forze di Annibale si annientassero da sole; questo valse a Fabio Massimo il soprannome di cunctator, cioè “temporeggiatore”. Il problema di questa strategia stava nel fatto che ci voleva troppo tempo prima che iniziasse a dare i suoi frutti, portando in questo lungo tempo distruzione e morte in Italia. La strategia quindi non funzionò e la situazione per Roma era tragicamente segnata.
Ed è in questo contesto di disfatta che entrano le figure della famiglia degli Scipioni e in particolare la figura di Cornelio Scipione, che prenderà poi l’appellativo di Africano. Fu mandato in Spagna, dove subito diede prova di grandi doti tattiche, riuscendo a strappare l’attuale Cartagena all’avversario. La sconfitta dei cartaginesi in Spagna fu di fondamentale importanza, perché ruppe i rifornimenti che il fratello di Annibale, tale Asdrubale, mandava al fratello, riducendo Annibale praticamente alla disfatta.
Eletto console, Scipione preparò un’impresa diretta verso il nucleo del problema, cioè l’Africa, più precisamente Cartagine. Arrivato in Africa, assestò il colpo definitivo ai Cartaginesi con la battaglia di Zama (grazie soprattutto alla cavalleria dell’alleato africano Massinissa).
Quindi si può ben affermare che il genio tattico di Scipione (anzi, degli Scipioni) portò Roma alla vittoria della seconda guerra punica. Ma diventare eroi crea anche gelosia e da lì a poco, gli Scipioni l’avrebbero provata sulla loro pelle.
A Roma prese il via il “processo contro gli Scipioni”, nel quale – tra i vari capi di accusa dei vari Scipioni- si accusava l’Africano di trattative con il re di Siria: lui, con giusto sdegno, si rifiutò di rispondere alle accuse, ritirandosi a vita privata e morendo un anno dopo. Incredibile come un uomo che tanto aveva dato a Roma, ne abbia ricevuto simile calunnia, che lo ha accompagnato nella tomba. La calunnia di uno dei generali più grandi della storia.
“DOVUNQUE È LEGNANO”

Questa frase è nella parte dell’inno che non tutti conoscono, perché quasi mai cantata, se non in rarissime occasioni.
Come mai proprio Legnano è entrata a fare parte del testo del nostro inno. La spiegazione va trovata nel Medioevo, esattamente nel 1176. Quella ricordata nel testo dell’inno è infatti non tanto Legnano come paese, ma la battaglia di Legnano, combattuta tra l’imperatore di Germania Federico I, detto il Barbarossa, e le truppe della Lega Lombarda.
Appena salito al trono, nel 1152, i piani di Federico I erano chiari. Già da tempo la situazione di alcune città italiane era sfuggita all’amministrazione centrale dell’Impero, approfittando anche della lontananza della sede centrale, in Germania. Il Barbarossa notò fortemente questa “insubordinazione”, pensando che la situazione fosse arrivata ad un limite massimo e che era il momento di risolverla. È proprio in questo periodo di forte emancipazione dal potere centrale che nascono i primi comuni d’Italia. Nella politica del Barbarossa c’era stata sempre la fissazione di far tornare agli sfarzi dei tempi andati la ormai flebile e debole dignità imperiale.
Nel 1154, Federico I decise che il momento di agire era arrivato e discese per la prima volta in Italia: la prima mossa fu quella di negare alla città di Milano e ai milanesi numerosi diritti (diritti per i quali tra l’altro i milanesi erano disposti a pagare). Barbarossa scese a Roma, dove sciolse di autorità il potere comunale che nell’Urbe si era instaurato. Questo ultimo atto fu una esplicita richiesta di papa Adriano IV, che avrebbe sono a questa condizione, incoronato imperatore Federico I. Un altro favore che l’imperatore fece al Papa, fu l’eliminazione di uno “scocciatore”, tale Arnaldo da Brescia, che predicava contro il troppo godimento della temporalità del clero; catturato, fu arso sul rogo.
Tornato in Germania, valica di nuovo le Alpi nel 1158, puntando dritto su Milano, che nei suoi quattro anni di assenza era diventata la capitale della resistenza anti-imperiale. La pose sotto assedio e dopo poco tempo la città cedette.
I fatti di Milano non fermarono la resistenza all’Impero tanto che alcuni comuni settentrionali, riuniti a Pontida, nel 1167 crearono un’alleanza militare di difesa, che porta il celeberrimo nome di Lega Lombarda. Si stava aprendo il campo per la svolta: l’imperatore ridiscende dopo un po’ di anni in Italia – dopo essere stato in Germania per sedare le ribellioni che si erano scatenate – ma davanti non si trova più il solo baluardo di Milano, ma una nuova città, Alessandria (che prende il nome da papa Alessandro III, alleato della Lega) ed un esercito di comuni del settentrione, arrabbiati e fieri, che sventolano la bandiera della Lega Lombarda. Impaurito, Federico I Barbarossa cerca di arretrare, di tornare verso i suoi territori, ma la Lega Lombarda lo intercetta a Legnano, dove il 29 maggio del 1176 si svolgerà la definitiva battaglia. Eroicamente la fanteria della Lega respinse il potente esercito imperiale, mettendolo in fuga; lo stesso Barbarossa si salvò a fatica. La leggenda parla anche di un certo Alberto da Giussano, che ebbe con la sua “Compagnia della Morte” un ruolo fondamentale nella respinta degli imperiali.
Fu un momento molto alto della storia d’Italia: da questo momento i comuni italiani presero sempre più forza, lasciando la sua traccia fino al Risorgimento, dove il patriottismo che scorreva come un fiume in piena portò Novaro ad inserire nel testo del nostro inno questo grande avvenimento.
Proprio un fiume portò via anche la vita dell’imperatore. Morì durante la terza crociata, annegando in un dopo aver sconfitto i musulmani in Terrasanta, nel 1190. Una fine poco onorevole e forse non meritata.
“OGN'UOM DI FERRUCCIO…”

Nei capitoli precedenti sono stati descritti personaggi ed eventi che tutto sommato sono noti ai più. Oggi invece andremo nella storia di un personaggio meno conosciuto del grande Scipione, ma che dimostrò un eroismo quasi pari, se non maggiore.
Il personaggio di cui scriverò oggi è Francesco Ferrucci (1489-1530), uomo fiorentino di spicco all’epoca. Si ma quale epoca? Come al solito, un evento va contestualizzato per essere compreso appieno.
Siamo nel XVI secolo, quindi già in età moderna, in un periodo in cui il grande scontro era tra l’impero, tedesco, e la Francia. Al trono imperiale in quel tempo sedeva una delle figure più importanti dell’età moderna, l’imperatore Carlo V d’Asburgo, conosciuto per la il suo impero in cui “non tramontava mai il sole”, ad indicare l’estensione che raggiunse anche il nuovo continente americano, veramente un impero vastissimo. L’altra contendente in queste vicende era la Francia, al cui comando era presente Francesco I Valois, il grande nemico di Carlo V.
Ma come mai Germania e Francia hanno interesse in questo periodo a combattere in territorio italiano? La ragione fondamentale è che Carlo V si trovava all’interno del suo impero, due territori sotto il dominio francese, la regione di Milano e la Borgogna. Le cose si mettevano molto male per i francesi, perché l’Asburgo stava aggiungendo vittorie al suo scacchiere. Francesco I doveva risolvere in qualche modo la situazione, ed è qui che iniziano le vicende di Firenze all’interno delle faccende franco-imperiali.
Nel 1526, a Cognac, Francesco I stipula un’alleanza con varie potenze peninsulari, tra cui papa Clemente VII (Medici), Firenze e Venezia. A poco servì questa alleanza: approfittando del ritardo di azione di Francesco I, Carlo V discese in Italia con i suoi lanzichenecchi, i temibili mercenari imperiali, e nel 1527 pose a sacco Roma. Questo saccheggio indebolì notevolmente il papa, uno degli alleati del francese Francesco I. Ma la cosa più grave è che indebolì i Medici. Vedendo una debolezza, i fiorentini misero in atto un piano che probabilmente già da tempo era meditato, cioè ribellarsi alla signoria dei Medici e instaurare un regime repubblicano: ci riuscirono in pieno. In mezzo a questa ondata di repubblicanesimo si immerge il nostro personaggio di oggi, Francesco Ferrucci.
A questo punto, papa Clemente VII voltò faccia e si alleò con Carlo V, a patto che quest’ultimo lo aiutasse a riportare i Medici a Firenze. Iniziarono i problemi per la neonata repubblica fiorentina: nel 1529, Firenze fu cinta d’assedio e Francesco Ferrucci fu affidato dalla repubblica il ruolo di difensore di Empoli, l’unico sbocco di approvvigionamento di Firenze. Ma ancora Ferrucci doveva incontrare il suo nemico, Maramaldo, uomo al soldo degli imperiali. L’incontro (anzi, per meglio dire lo scontro) si ebbe quando Volterra si ribellò e la repubblica diede ordine a Ferrucci di riconquistarla. Maramaldo, che era in città, mandò un messaggero a Ferrucci, intimandogli di arrendersi; di tutta risposta, il Ferrucci fece impiccare il messaggero. Ma presto sarebbe arrivata la vendetta maramaldesca. Lo scontro tra le due forze si ebbe a Gavinana, attualmente in provincia di Pistoia, dove le forze alleate del Ferrucci stavano subendo una grossa sconfitta e lo stesso Ferrucci era gravemente ferito, praticamente in fin di vita. Catturato durante un tentativo di fuga, fu portato davanti a Maramaldo, che lo uccise.
La stessa fine del povero Ferrucci tocco anche al regime repubblicano di Firenze, morto prima di nascere veramente: nel 1530, dopo un lungo assedio, le forze unite di impero e papato ebbero la meglio, facendo tornare i Medici a Firenze. Francesco Ferrucci insomma fu l’uomo a cui il destino della repubblica di Firenze fu segnato fino alla fine.
“I bimbi d'Italia Si chiaman Balilla”

Quando oggi si pensa alla parola Balilla, subito viene in mente il fascismo, che chiamava così i ragazzi tra gli 8 e i 14 anni che entravano a fare parte della ONB (Opera Nazionale Balilla).
Ma non è questa l’origine del nome. La parola Balilla nasce infatti molto prima, nel XVIII secolo, durante la guerra di successione austriaca (1740-1748). Ma cosa significa Balilla? È un soprannome dato ad un bambino, Giovanni Battista Perasso, che fu il ragazzino che con una sassata diede il via ad una rivolta genovese contro gli austriaci.
Ma quale era il quadro europeo in quegli anni? Come mai Genova era coinvolta nella guerra di successione austriaca? Come detto, l’evento in cui si snodano le vicende è la guerra di successione austriaca. La scintilla della guerra fu un attacco da parte della Prussia di Federico II contro la Slesia, territorio sotto la dinastia asburgica, quindi sotto l’Austria. L’attacco avvenne nel 1740, quando al trono d’Austria c’era stato un avvicendamento: al trono salì una donna, Maria Teresa d’Austria. Il problema è che l’ascesa al trono di Maria Teresa non fu tranquilla, perché una serie di politiche matrimoniali organizzate da l’imperatore Giuseppe I avevano portato diversi pretendenti al trono. Ma le disgrazie della neo imperatrice non finiscono qui. Gli Asburgo hanno avuto da sempre una dinastia Europea rivale, che si era espansa nel corso del tempo tra Francia e Spagna: era quella dei Borbone. L’imperatrice Maria Teresa si trovò praticamente circondata e il suo unico alleato era l’Inghilterra, che la poteva sostenere solamente in senso economico. Ma un evento ribaltò fortemente le sorti del conflitto: finita la conquista della Slesia, il re prussiano Federico II ritorna nelle sue terre, apparentemente contento; uno smacco per i Borbone. In più, alcuni regni si allearono con la corona austriaca, tra cui il Regno di Sardegna e l’Inghilterra, questa volta in maniera attiva, perché aveva risolto i suoi problemi interni. Iniziò una guerra tra i Borbone e l’alleanza austriaca con una guerra che venne combattuta soprattutto in Germania e in Italia settentrionale.
Ed ecco che qui entra in gioco Genova. Genova venne conquistata dagli austriaci (Genova era una repubblica a se stante). Il giorno in cui il giovane Perasso entra nella storia si svolse così: dei soldati austriaci, che stavano trasportando un mortaio, si impantanarono. Così presero alcuni genovesi e li costrinsero a spingere fuori dal pantano il mortaio. Gli abitanti osservavano arrabbiati, ma restii a fare qualcosa, per paura delle conseguenze. Ed ecco che un ragazzino, soprannominato Balilla, prese un sasso in mano e rivolgendosi verso gli osservatori atterriti di quello che stava succedendo, pronunciò la frase: “Che l'inse?”, che tradotto in italiano sarebbe “Volete che cominci?”. Strinse forte il sasso e lo lanciò contro i soldati austriaci: da quel momento partì una sassaiola che costrinse i soldati austriaci a fuggire, abbandonando lì il mortaio e poi – con l’aiuto anche dei francesi – liberarono Genova dall’invasore austriaco, liberando a tutti gli effetti anche la Repubblica. Pensate la potenza del gesto di quel ragazzino, l’unico che trovò il coraggio di iniziare e che diede coraggio anche a tutti i genovesi. Dimostra quanto possono essere potenti i gesti.
La guerra di successione austriaca finì a favore dei Borboni, anzi, del Borbone di Spagna, Filippo: con la pace di Aquisgrana, la Slesia diveniva ufficialmente prussiana e l’Austria perse a favore dei Borbone di Spagna i ducati di Parma e di Piacenza; la Francia di Luigi XV rimase a bocca asciutta.
La Repubblica di Genova continuò ancora per poco la sua storia, che finì definitivamente nella scia che portò la Rivoluzione Francese. Ma la figura di quel ragazzino, del primo Balilla, grazie anche a Novaro e Mameli, rimarrà nella storia italiana, stretta forte all’inno come il sasso nella mano di Perasso, quel sasso che diede inizio alla libertà persa di Genova.


“Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.”

L’ultimo salto nel tempo lo faremo a ritroso, tornando da l’età moderna al medioevo, verso la fine del XIII secolo. È qui infatti che dobbiamo andare a ricercare quei Vespri che l’inno nomina, scendendo fino in Calabria, per poi essere traghettati in Sicilia, nella Palermo medievale.
La città è dominata da nuovi padroni, la dinastia francese degli Angiò. Per i palermitani, ma più in generale per la Sicilia, il dominio angioino era come una “Vergine di ferro”, che però al posto degli acuminati spunzoni aveva le tasse: la pressione fiscale esercitata dagli angioini era tremenda e dissanguava letteralmente il popolo siciliano. Ma non fu solo questo il motivo: Carlo d’Angiò, che aveva piani anche per l’Italia settentrionale, decise di strappare a Palermo il ruolo di capitale del regno, trasferendolo a Napoli, sul continente e quindi più vicino ai suoi scopi; un vero colpo basso per i Siciliani. La pressione francese sulla Sicilia diveniva quindi sempre più grande e l’animo dei siciliani era nero come la polvere da sparo e a farlo scoppiare bastava una scintilla. La scintilla ci fu il lunedì di Pasqua del 1282: i francesi sospettavano già da tempo le trame siciliane – Carlo d’Angiò sapeva benissimo che i Siciliani erano suoi nemici – e quindi, nel sospetto che fossero armati, mise dei militari davanti alla chiesa di Santo Spirito, a Palermo, per perquisire le persone, comprese le donne. Alcuni uomini siciliani notarono però che con le donne la perquisizione era, per così dire, troppo approfondita.
Era la scintilla che i Siciliani aspettavano: partì una rissa tra siciliani e francesi che finì con del sangue. Fu l’inizio di una immensa rivolta anti-francese, sostenuta addirittura dai nobili siciliani, che avevano conti in sospeso sia con i francesi che con il papato (alleato degli angioini) perché in pieno della rivolta gli chiesero aiuto, ma che il Papa di tutta risposta rifiutò.
La rivolta dei Vespri fu solo l’inizio, la scintilla che diede inizio ad una vera e propria guerra. L’insurrezione stava andando bene, ma da soli i Siciliani non potevano continuare a lungo con questo ritmo. Un sostegno arrivava da un’altra dinastia, rivale degli Angiò, che era quella degli Aragonesi, rappresentata da Pietro III d’Aragona.
Si apriva con il suo intervento una nuova fase della guerra, che vedeva a questo punto scontrarsi due fazioni: la fazione siculo-aragonese e quella tra papato e angioini. Quest’ultima riuscì in un primo momento ad avere dalla sua parte le sorti della guerra, tanto che papa Martino IV indisse una crociata anti-aragonese, coinvolgendo anche il re di Francia Filippo. Sempre la figura del Papa, però questa volta incarnata nel successore di Martino IV, cioè Bonifacio VIII, fu determinante: cedendo la Sardegna e la Corsica al successore di Pietro III, cioè Giacomo II d’Aragona, ottenne da quest’ultimo la riunificazione della Sicilia al continentale regno angioino. La delusione e la rabbia dei Siciliani fu enorme.
La rabbia era talmente tanta che i Siciliani non ci stavano, ed utilizzarono di nuovo la tattica della rivolta, che diede il via ad un’altra piccola fase della guerra. Alla fine i Siciliani riuscirono a liberarsi dei francesi: nel 1302 viene firmata la pace di Caltabellotta, con la quale il figlio di Giacomo II, Federico III, diventa “re di Trinacria”, separando la Sicilia dal regno continentale angioino; alla morte di questo però la Sicilia, secondo i patti, sarebbe tornata in mano angioina. Ma in realtà, mai tornò ai francesi: gli aragonesi rimasero in Sicilia, frustrando i piani di espansione dei francesi angioini.
Finisce così questo viaggio nell’inno, che ci ha portato attraverso i secoli, da l’antica Roma fino all’età moderna. Così tanti secoli raccolti in un solo testo, nel testo del nostro inno nazionale, proveniente dalla mente di Novaro – immeritatamente poco ricordato – e musicato da Mameli in quel modo straordinario. In questo testo è scritto dove i padri della nostra Italia “unita” hanno tratto i loro ideali, a cosa veramente loro credevano e a quali figure si ispiravano. Diciamo che in questi personaggi ci siamo un po’ noi, la nostra identità in quanto italiani. Dobbiamo ricordarci ogni tanto le nostre radici, perché senza radici una pianta non può crescere.




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pubblicato il martedì 26 luglio 2016
IlMura, ha scritto: È uno dei miei primi lavori, spero sia gradito.

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