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lavoro pubblicato martedì 26 luglio 2016
ultima lettura domenica 13 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Le vite e i giorni (capitolo sesto)

di elisabettastorioni. Letto 254 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Puoi leggere la storia anche qui: https://www.wattpad.com/story/61435869-le-vite-e-i-giorni-1-wattys2016

La sinfonia di rumori preannunciava di non interrompersi fino alla mattina seguente. Rebecca si era nel frattempo accucciata sulla sedia della sua scrivania e sfogliava nervosamente il libro di letteratura greca e sbuffava. Scorreva le pagine solcate da linee imprecise di grafite, alcune debolmente crescenti, altre miracolosamente parallele al testo stampato, riconosceva con gli occhi alcuni termini che vedeva sottolineati o resi più visibili da tratti colorati di pennarello o evidenziatore, a sorte. Prima passava i vari paragrafi velocemente per rendersi conto di ciò che sapeva e di ciò che non sapeva. Si diceva a mente "so di non sapere" ironicamente, provando a sdrammatizzare la situazione che la attanagliava al libro e le provocava spasmi alla mano mentre girava le pagine. La tensione le si accumulava anche sulla schiena per poi essere sciolta dal pensiero di essere a casa, la vista del letto lì alla sua destra le faceva insorgere una sensazione ancora più marcata di stanchezza. La confusione che le si creava in testa, una simil battaglia le era comune e frequente, oramai si ripeteva ogni giorno e pareva interminabile : quando incombeva un'interrogazione o un compito, ovvero ogni singolo giorno, il suo animo oscillava tra il lasciar correre ed il trascorrere il pomeriggio e la notte a fissare innumerevoli paragrafi e a struggersi; molte erano le volte in cui sceglieva la seconda, secondo un certo senso di responsabilità, ma altrettante quelle in cui si concedeva alla prima la quale prevedeva l'abbandonare le membra sul letto a fissare il soffitto, lasciando che i pensieri si accumulassero e coprissero la fronte. Tuttavia anche il distrarsi produceva ancora più ansia nei riguardi dei doveri che l'avrebbero attesa una volta ritornata alla realtà. Quel sentimento di impotenza nei confronti dell'ordine a cui era sottoposta, comprendeva tutti quei malesseri che come unica conseguenza avevano una profonda infelicità. Infatti non bastava la soddisfazione di un buon voto a ripagare la fatica consumata sui libri, giacché di frequente quel lavoro non sfociava in alcuna utilità: c'è dunque un limite alla presenza dell'inutile nella vita di una persona, benché debba essere presente tanto quanto l'utile. Ella si chiedeva di rado a quale fine stesse tendendo mentre occupava le ore della sua giornata a ragionare su aoristi, critiche di giudizio o parabole, ma queste stesse preoccupazioni spesso le impedivano di soffermarsi sulle cause; spiegava poi il suo lavoro sempre allo stesso modo: il diploma era un mezzo per il libero studio universitario. All'Università ci pensava non di rado ed oltre a costituire il suo principale obiettivo, le donava dolci fantasie nei momenti di sconforto. Immaginare sé stessa vagare per i corridoi del proprio dipartimento, discutere di ciò che più le piaceva e poter distribuire il proprio studio in maniera più omogenea, senza dover arrancare ogni giorno. Al contrario di come poteva sembrare, Rebecca non aveva alcuna precisa idea di che corso volesse frequentare, o ancor più in generale, nemmeno il dipartimento o l'ambito. Sua madre, dopo averla istruita allo studio della musica e del pianoforte, vistala restia ad un percorso in quella direzione, aveva rinunciato a qualsiasi opinione nei riguardi del suo futuro e concludeva che dovesse pestare le impronte del padre così da avere un esempio vicino ed una guida in futuro. Alla madre non toccava il pensiero che la figlia potesse compiere una scelta indipendente ed escludeva a priori certe professioni che personalmente riteneva indegne, quali la cantante, poiché esulava da una sua diretta esperienza sia che fosse indirizzata al canto classico o ancor peggio moderno, la scrittrice, poiché i libri avevano la presunzione di sapere tutto e nulla e così chi li scriveva, il matematico o il fisico, perché ella era una donna e quello era un lavoro da uomini. Il padre era ingegnere edile ma già che anche ingegnere era un sostantivo maschile, ciò non poteva essere solo un caso. Rebecca avrebbe dovuto fare l'architetto che era un mestiere più femminile e praticamente uguale a quello del padre.
La figlia non aveva mai dato ascolto alle congetture della madre e aveva intrapreso una personale ricerca di ciò che poteva interessarle tra le materie che studiava a scuola, si confrontava con i compagni e gli amici, molti dei quali si trovavano immersi quanto lei nel mare dell'indecisione.

Nel frattempo doveva concentrarsi sui versi omerici che si trovava di fronte. Tutto il resto le si nascose dietro la nuca in attesa che la ragazza chiudesse il grosso volume e con il suo pesante tonfo, coprisse l'angoscia di una possibile interrogazione per il giorno seguente. Mentre ella si concentrava nel ripasso e nello studio di nuove informazioni, la lancetta delle ore aveva toccato tre tacchette del quadro.

La famiglia si era separata, la madre era uscita nuovamente con in mano degli spartiti, il padre si era ritirato nella lettura di un libro visibilmente consumato e dalla carta ingiallita, tra i cuscini del divano nel salottino. Nella casa regnava il silenzio, dettava legge in ogni stanza assuefacendo le menti dei due familiari, ognuno confinato nella propria cella; Marco, ribellandosi al governo, infrangeva il silenzio grazie a delle cuffiette delle quali solo avvicinandosi tanto da toccarle, si poteva identificare il tipo di musica e premeva i tasti della tastiera velocemente, producendo un rumore scoppiettante simile a quello di un camino a fuoco medio. Egli scriveva al computer la sua tesina per la maturità: tra i suoi amici coetanei molti lo prendevano in giro per la sua inconsueta dedizione nei confronti di quel componimento, quando il suo impegno per la scuola era scarso. Eppure lui era stato assorbito dalla sua intenzione di frequentare la facoltà di Medicina e nulla, dal momento in cui tale idea gli si era inserita in mente, lo pareva distogliere da qualsiasi materia che non fosse filo medica. Perciò la chimica e la fisica, che erano sempre state le materie in cui aveva performato al meglio, divennero la sua principale occupazione.

Marco sembrava non avere alcuna preoccupazione dal punto di vista sentimentale, si occupava dei suoi studi e pareva non distoglierne mai lo sguardo: da un po' di giorni né Rebecca né i suoi genitori avevano avuto la possibilità di scambiare qualche parola con Elena, per cui casa Beltrami sembrava interdetta. Nonostante una tale situazione si fosse presentata più volte nell'arco degli ultimi tre anni, ora, complici l'attenzione per la maturità che affliggeva entrambi e un dissenso fra i due, era palese che per un indeterminato periodo non si sarebbero incontrati.
In quel tempo vigeva come una sospensione della vita per dar posto alla quotidianità delle azioni: il tempo trascorreva in modo oggettivo senza lasciare spazio all'estensione dell'animo fra le pieghe degli eventi.
Il pensiero di Rebecca ora si fissava sulla sua mano, poi sulla sagoma dell'uomo e la sua giacca nera in pelle, infine su Alessandro. Poiché quest'ultimo non aveva dato segni di vita per tutto il resto del giorno, decise di non curarsene troppo, si ostinò a difendere le proprie ragioni contro le sue scegliendo di attendere che fosse lui a cercarla e a far ammenda per il suo comportamento. Ciononostante, ripercorrendo con immagini ciò che era accaduto la sera precedente, che oramai le pareva un evento lontano, riteneva di poco conto il suo errore, che pure riconosceva, e la sua ragione non le dava pace nonostante i suoi sforzi di distoglierla in direzione di questioni più futili e rilassanti.
Sdraiata con la schiena che tentava di far aderire al materasso e le curve della spina dorsale che le impedivano l'azione, fissava il soffitto e godeva della vista del grigio molto scuro a causa della poca luce filtrante dalla finestra. Si domandò dunque perché quella volta in cui le chiesero se volesse cambiare il colore delle mura, giacché la stanza andava ridipinta, non avesse esposto la volontà di tingerla di una tinta diversa: forse l'aveva fatto per la funzionalità del bianco in tempo d'estate o perché non sentiva la necessità di cambiare. Ora non sapeva se possedesse il desiderio di mutare sé stessa o quello di mantenere lo stato delle cose.
Intorno alle 10:00 della sera, della pioggia e del suo picchiettare sulle finestre non c'era più il suono né l'immagine umida. Rimaneva soltanto il vento ad avvolgere la città, batteva alle mura, si accasciava sui vetri producendo un mugolio pesante e lamentoso.

Si sentì il portone di casa aprirsi e richiudersi, alcuni comuni rumori prodotti dalla madre che si levava la giacca e la appendeva, poggiava le chiavi sulla ciotola come d'abitudine. Marco la raggiunse in corridoio a passo svelto e, già irritato dall'idea di cosa i suoi occhi avrebbero visto "Gli spartiti non li puoi lasciare là" sbottò rimproverando la madre e correndo subito a raccoglierli da sopra il comò "Sono stanca, dov'è tuo padre?" sviò il discorso adocchiando nervosamente il figlio "Sarà già a letto, immagino" borbottò Marco sovrappensiero, mentre concentrava l'attenzione sull'ordine in cui disporre le partiture. Nello sfogliare, controllando meticolosamente i numeri delle battute, gli si presentarono davanti delle pagine in cui vi erano molte pause, quasi troppe, ciononostante pensava ad un accompagnamento, finché, come una cattiva nuova, vide stampato a chiare lettere "Piano Concerto No. 2 in si bemolle Op.83" con affianco, in caratteri più piccoli, scritto il nome del compositore: Brahms. Costernato per la scoperta, raggiunse la madre in cucina dove si era ritirata in cerca di ristoro per la sua sete. Portò con sé quelle pagine e poggiatele sul tavolo in modo che la scritta fosse ben leggibile alla madre, incrociò le braccia "Quando pensavi di dircelo?". Ella, che sorseggiava l'acqua dal bicchiere e se ne stava appoggiata al lavello, sospirò e si portò il braccio destro a sostegno dell'altro che sorreggeva il bicchiere. "Non l'ho nemmeno guardato ancora" si afferrò il gomito con la mano "Ho visto le correzioni, di chi sarebbero? Di Gianluca?" Marco lanciò un'occhiata furtiva ai fogli "Ascolta" cominciò la donna voltandosi e lasciando il bicchiere vuoto dentro il lavello "Ne ho già parlato con Bertasi: mi sostituisce lui in conservatorio con quelli del complementare." . "Tu pensi che mi importi qualcosa del complementare?" la attaccò appena ebbe terminato la frase ma si ravvide subito "Cioè: sì, mi dispiace ma mi interessa dove suonerai, visto che avrai già detto di sì. Come al solito." . La madre raccolse gli spartiti e uscendo dalla cucina gli poggiò affettuosamente una mano sulla spalla "Non ho deciso ancora niente" e si diresse verso la camera da letto.

Rebecca si affacciò alla porta della sua stanza e, dopo aver visto di sfuggita la madre entrare nella sua, si voltò verso Marco chiedendo con gli occhi cosa fosse accaduto: egli le si fece vicino e le sussurrò "Ne parliamo domani". Il fratello fece ritorno anche lui alla sua camera e si chiuse la porta alle spalle. Rebecca rimase sulla soglia a guardare prima alla cucina e poi ai piedi che aveva scalzi; rientrò dentro ad infilarsi delle ciabatte invernali e stringendosi le braccia si diresse al salottino. Anche qui si arrestò alla soglia e rimase a contemplare il pianoforte a muro vicino alla portafinestra. Lo strumento giaceva nell'ombra e si confondeva poiché laccato di nero, si ergeva con un'imponente cassa armonica che racchiudeva sotto la tastiera lo sgabello a due posti: sua madre l'aveva richiesto espressamente all'atto d'acquisto, con in mente il progetto di far suonare i suoi due figli dei pezzi a quattro mani. Dei suoi esasperanti tentativi di istruirli con un'educazione ferrea, non rimaneva altro che un vivido ricordo di scale, arpeggi ed ogni tipo di esercizio contemplato da vari metodi. Una settimana prima aveva deciso di verificare quanto ancora sapessero reggere le sue dita e si rese conto, senza provare per questo né disprezzo né orgoglio, che oramai quei tasti facevano parte di lei, che nonostante il tempo non si sarebbe mai scordata cosa fosse una croma come non avrebbe mai potuto dimenticare come tenere in mano una penna. Sentì sbattere in direzione della sua stanza e quel rumore fu seguito dal suono del vento, così decise di andare a chiudere gli scuri della sua finestra, ma proprio nel voltarsi cambiò idea e optò per fare lo stesso con quelli del salottino. Scostò le tende dalla porta finestra per aprirla, quando fu poco fuori sul terrazzo venne rapita dalla vista delle luci notturne e dalla danza celata degli alberi, impotenti contro il vento. Ignorò il freddo e avanzata di poco fino alla ringhiera del balcone, dopo aver guardato in alto, guardò in basso e notò che pure gli alberi del piccolo parco si stavano esibendo nella medesima danza. Così come veniva rincuorata dall'estetica di quella visuale, fu atterrita da ciò che scorse vicino all'entrata del parco: incombeva la figura di quel giovane uomo, accucciato sulla piscina di sabbia ed impegnato ad ordire qualche piano criminale. Il freddo la trapassò e non seppe più se i tremori fossero provocati dal terrore o dagli abiti troppo leggeri. Quell'uomo, quel ragazzo, sopravviveva a tali temperature senza battere ciglio, il suo sguardo era freddo, pure lui era freddo e tramava qualcosa di natura e fine ignoti, qualcosa di freddo. Qualcuno oltre a lei avrebbe dovuto accorgersene, quella presenza non era insignificante e nel caso fosse stato un drogato non poteva restare lì, perché non sembrava avere un posto dove dormire, e risultava essere un pericolo per il vicinato.
Era ora nuovamente dentro il salottino, gli scuri erano chiusi, non c'era luce nella stanza e nulla rifletteva colore. Per ciò Rebecca si affrettò ad uscire di lì, chiuse la porta e spenta la luce del corridoio con un interruttore alla sua destra, si fiondò nella sua stanza che era proprio di fronte. Si sentì al sicuro solo quando ebbe chiuso anche gli scuri della sua stanza. Per farlo era salita sul letto ed era avanzata con le ginocchia fino alla finestra. Da quella posizione si infilò velocemente sotto le coperte, spense la luce e guardò che ore fossero alla sveglia digitale alla sua destra, sopra il comodino: le 10:22 di sera. Se non si fosse addormentata all'istante, l'indomani avrebbe fatto fatica ad alzarsi, eppure il suo cervello non ne voleva sapere di assopirsi.

C'era un rumore perpetuo, si diffondeva nella casa, ne coinvolgeva tutte le parti, eppure la sua origine era sconosciuta. All'improvviso Marco irruppe nella stanza della sorella, inondandola della luce proveniente da resto della casa, che parve alla ragazza quasi divina. Il fratello tenne aperta la porta e si lamentava di qualche cosa. Quando Rebecca ebbe aperti gli occhi, si rese conto che la sveglia digitale sul comodino faceva lampeggiare alcune strane cifre; Marco se ne accorse "Ah, ecco perché: è andata via la corrente stanotte" e sventolò la mano in segno d'affrettarsi. Rebecca, pur non essendo cosciente di ciò che stava accadendo, ritenne, a buona ragione, che fosse necessario vestirsi il più velocemente possibile, rinunciando a cibo e pulizia. Raccolse da sopra il comò, che era di fronte ai piedi del letto, dei vestiti che aveva indossati solo una volta il giovedì precedente e li infilò alla bell'e meglio dopo essersi tolta di dosso quelli che aveva per la notte: erano un maglione verde acqua ed un paio di jeans scuri. Legò i capelli fino ad ottenere un chinion disordinato con l'elastico che teneva al polso destro, poi pensò con confusione e sonnolenza ancora attaccati al volto, ai libri da portare nello zainetto. Li fece stare dentro quel contenitore di tessuto alla rinfusa, senza curarsi che si procurassero pieghe alle copertine o alle pagine, scegliendo con arbitrio poco lucido quali le servissero e quali no. Marco fece nuovamente capolino alla porta della sua stanza "Dai, su, sbrigati" la incitò strappandole di mano lo zaino "Io sono giù con la macchina" e afferrate le chiavi dalla ciotola in corridoio, si lanciò giù per le scale del condominio, avendo però cura di chiudere il portone di casa non appena ne fu uscito. Rebecca cominciò a cercare con gli occhi le scarpe e ne trovò un vecchio paio in un angolo della stanza; senza farsi troppe domande le infilò ai piedi e incastrati i lacci nello spazio ai lati fra il piede e la scarpa, prese la giacca e fu subito fuori. Chiuse la cerniera mentre scendeva le scale a ritmo alternato e saltellato; a metà dell'ultima rampa si accorse di non aver chiuso il portone di casa e provvide a rimediare risalendo di corsa gli scalini appena scesi. Davanti al portone del condominio, poco più a destra, vide le luci rosse della macchina di famiglia ed il fumo che usciva dalla marmitta veloce verso l'alto. Aprì lo sportello anteriore dalla parte del passeggero e lo richiuse dopo essersi accomodata velocemente sul sedile dell'auto "Scusa, ma perché in macchina?" chiese subito dopo essersi seduta "Perché oggi devo andare a teatro...Ah ma che cazzo, non poteva parcheggiarmi più vicino? No?" cambiò discorso il fratello guardando nervosamente lo specchietto centrale. Inserì la retro marcia con un brusco movimento all'indietro e premette l'acceleratore tenendo la frizione premuta a metà, fece retrocedere per poco l'auto ed inserì la prima, facendo ruotare freneticamente il volante in senso antiorario. Ripeté il medesimo processo per un paio di volte, finché , visibilmente insoddisfatto ma stanco, uscì dal parcheggio e si immise nella stradina. "Teatro?" chiese Rebecca quando lui ebbe finito le manovre "Andiamo a vedere una cosa di Pirandello, o forse non era lui...Beh, non mi ricordo. Comunque se arrivo in ritardo...Ma guarda questo!" imprecò in direzione di un'auto bianca che non aveva dato la precedenza "Dicevo: se arrivo in ritardo mi segnano assente per tutta la giornata" si fermarono ad un semaforo rosso "Ma mi accompagni fino a scuola?" lo interpellò "Ormai, già che ci siamo" sentenziò Marco con un sospiro "Se non ci fossi stato io però, tu oggi non saresti andata a scuola"

"Ma che fortuna che ho il mio fratellino, così premuroso..."
"Se ci vado io ci devi andare anche tu: non sono premuroso, è giustizia"
Entrata nell'edificio scolastico, salì in velocità le due rampe di scale che la separavano dalla sua classe, controllando più volte l'ora sul cellulare. Era giunta giusto poco prima che la seconda campanella segnasse l'inizio delle lezioni, ma trovò comunque che l'insegnante aveva già preso posto alla cattedra e maneggiava, assottigliando gli occhi ed avvicinando il viso allo schermo, un piccolo computer portatile. Non si accorse nemmeno dell'entrata furtiva di Rebecca e , per sua fortuna, non aveva ancora iniziato l'appello. Sedutasi al suo solito posto, tra Valeria e Stefano, lasciò cadere di peso lo zainetto e senza essersi tolta la giacca, abbandonò le braccia ed il corpo ad una posizione debosciata, respirando a ritmo poco svelto. Non appena si guardò intorno ed il professore cominciò ad elencare i cognomi della classe, Rebecca notò uno strano atteggiamento da parte di Valeria: era seduta il più lontano possibile da lei e le dava per metà la schiena. A seguito di un breve ragionamento, si portò la mano destra alla fronte e imprecò "La miseria, gli appunti di chimica" si rivolse a Valeria poggiandole una mano sull'avambraccio "Mi dispiace tantissimo, me ne sono completamente dimenticata! Ti prego perdonami" ma l'amica inspirò profondamente alzando le sopracciglia e privando il braccio dal suo contatto; non disse nulla e la ignorò girando il capo dall'altra parte "Ti giuro, mi sono completamente dimenticata, non l'ho fatto apposta, non prendertela anche tu" continuò a pregarla ma senza sortire effetto. Stefano, che osservava la scena, cercò di mitizzare la situazione intervenendo "Dai Vale, oggi non ti chiama". Pochi minuti dopo il professore di chimica, alla prima ora, annunciò che avrebbe interrogato con una voce monotona e con l'utilizzo di un dito, faceva scorrere di fronte a sé l'elenco del registro elettronico "Meneghin e Marconi" disse per prima e poi aggiunse un po' perplesso "Anche tu, Turrato: ti manca il voto". Valeria sollevò il grosso e pesante volume di chimica svogliatamente, si fece strada fino alla fine della fila e si recò a fianco della cattedra come anche gli altri due alunni che erano stati chiamati. Rebecca rimase con la bocca socchiusa e per tutto il tempo che l'amica impiegò a raggiungere i pressi della cattedra, cercò di dirle qualcosa, qualsiasi cosa le fosse venuta alla mente per potersi scusare ancora una volta ed incoraggiarla, ma i suoi pensieri furono vuoti e inservibili. "Ma avrà studiato dal libro, no?" sussurrò Stefano a Rebecca, lei sotterrò il volto tra il tessuto imbottito delle sue maniche, incrociando le braccia sul banco "No...c'era un'intera parte che lui aveva spiegato e non c'era sul libro" bofonchiò, la sua voce ovattata dalla giacca che ancora teneva indosso.
L'interrogazione non fu brillante per Valeria, abituata a guadagnarsi voti di una certa levatura e quando tornò al banco, a fine dell'ora, chiese a Gianmaria che si scambiassero i posti e il ragazzo accettò nonostante non capisse la causa all'origine di una tale richiesta. "Sia lei che Alessandro sono talmente permalosi, mamma mia..." si sfogò Rebecca una volta che Gianmaria fu seduto al suo fianco "Non ho seguito: l'interrogazione è andata male per caso?" chiese il nuovo arrivato "Ha preso sei e mezzo, ma per una volta che non prende nove non le succede niente. Tutta questa ansia per i voti non la capisco e poi siamo al primo quadrimestre, non le rovina mica la media, no." continuò la ragazza mentre si toglieva la giacca e la appoggiava allo schienale della sua sedia "Però sai com'è competitiva la Vale" disse Stefano "Sì, ma non le piace nemmeno la chimica, le fa schifo questa materia: che te ne frega se per una volta ti va male? Proprio non la sopporto" incrociò le braccia e roteò gli occhi. "Anche Alessandro si è incazzato con me ieri: quel ragazzo è mestruato, signore!" aggiunse dopo una piccola pausa, Stefano rise "Li fai arrabbiare tutti Bibi"
"No, avrò anch'io la mia parte di colpa, ma tenere il muso come i bimbi...adesso ci manca solo che mi chiami in letteratura greca e sono apposto per il prossimo mese...anzi, per la prossima settimana perché con la fortuna che ho ultimamente..."
"Che tragica che sei" rise pure Gianmaria estraendo un sottile volume, sulla cui copertina compariva la parola fisica.
La giornata proseguì senza ulteriori eventi di particolare rilievo, forse alcune voci che cominciarono a girare per l'istituto intorno ad una possibile autogestione, tuttavia irrilevanti finché non confermate da una apposita circolare. Per tutta la mattinata e anche oltre, Valeria non rivolse più la parola a Rebecca, evitando il suo sguardo con ogni espediente; colei che a parer suo le aveva arrecato offesa, non si curava o almeno simulava noncuranza sulla questione e preferiva non dare troppo peso all'atteggiamento dell'amica. "I litigi fra ragazze sono talmente freddi, fan venire i brividi" aveva commentato Stefano non nascondendo una certa soggezione per essersi trovato nel bel mezzo delle due antitesi.
Una volta terminato il tempo a scuola, Rebecca uscì accompagnandosi con Stefano mentre Gianmaria si era accodato alla compagnia di altre conoscenze. Sotto i portici di una delle stradine che superavano di poco il secondo parcheggio, i due videro Maria che li attendeva di fronte alle vetrine di un piccolo negozio di musica; sulle spalle una borsa leggera e l'espressione un po' stralunata. Rebecca affrettò il passo verso l'amica e l'abbracciò circondandole il busto con le braccia ed inspirando per poi rilasciare una soffice risatina "Cosa ci fai qui? Eri a scuola?" le chiese una volta sciolta la presa su di lei "No, dovevo fare una cosa sta mattina, ehi" terminò la frase salutando Stefano con un sorriso spento, lui ricambiò con un sorriso al contrario entusiasta. "Esami al cons?"
indagò Rebecca "No, no...ehm...non ti arrabbiare però: l'ho fatto per mettere fine a quella storia" rispose celando un certo timore, l'amica attendeva che proseguisse la frase con gli occhi puntati su di lei, sforzandosi di non lasciar trapelare alcuna emozione in particolare "Ho incontrato l'idiota, ci siamo chiariti e ora è tutto finito" confessò tutto d'un fiato. La ragazza abbassò le spalle in segno di resa al sentire quelle parole, ma non la rimproverò, bensì riservò per lei parole di conforto "Beh adesso non devi più pensarci, d'accordo?". Stefano rimase un po' isolato, cercando di intrattenersi mirando le persone che passavano là vicino, per la stradina e preferì non esprimere alcun giudizio nonostante i pensieri che gli insorgevano, miscelassero rabbia ed impotenza. Riteneva che nella sua posizione un intervento sarebbe stato fuori luogo ed inopportuno: non aveva alcun diritto di giudicare ciò che non conosceva, come la relazione intercorsa tra Maria e quel tale universitario. Insultava internamente quell'uomo convinto che al suo posto egli non avrebbe mai agito a quel modo, che se fosse stato lui nei suoi panni non l'avrebbe mai trattata malamente, disegnando intorno a sé un tiburio di elogi e buone qualità che lo distinguevano nettamente, secondo il suo parere, da quell'individuo: Stefano era nel giusto, lui no.
Nella via di casa, Rebecca rimase in solitudine all'interno del tram. Si attrezzò di un paio di cuffiette che usava saltuariamente e scrollò il catalogo musicale che possedeva nel suo cellulare. Provò pena per ciò che vi trovò, dandosi la colpa di non aver provveduto ad una situazione simile e selezionò qualche brano che poteva considerarsi più di suo gusto. Si sorprese di come lei stessa avesse inserito nella memoria del suo cellulare una quantità non esigua di canzoni che non le piacevano particolarmente o che, se pronunciati i nomi delle quali ad alta voce, sarebbero risultate imbarazzanti. Era stata lei a scegliere quei brani e non si capacitava di come qualche mese dopo i suoi gusti fossero profondamente mutati. Ascoltò musica per tutto il tragitto, anche quello a piedi che dalla fermata del tram la portava a casa. Imboccò la stradina lungo la quale si trovava il condominio in cui abitava e si sentì sollevata di aver quasi raggiunto la meta. Vicino alla curva, in fondo alla via, che portava nell'altra parte del quartiere, vide Alessandro che montava una bici e, imboccata velocemente la curva, sparire dietro ad un edificio. Concluse immediatamente che quel giorno avesse preferito la bici, nonostante il meteo incerto, pur di evitare d'incontrarla in tram o lungo la strada. S'innervosì al solo pensiero: oltre a ciò che aveva dovuto sopportare per tutta la mattinata, le sue pene non erano finite nemmeno nel momento di pausa tra la fine della scuola e il pranzo, doveva gestire due dei suoi migliori amici ed il loro comportamento infantile nello stesso tempo. Ciò le richiedeva grande fatica mentale ed una certa temperanza che non riusciva a mantenere salda.
Avendo ancora indosso le cuffiette, non sentiva quasi alcun rumore provenire dall'esterno e rimaneva isolata nei suoi pensieri, non avendo per poco nemmeno la connessione visiva con l'universo che la circondava, poiché la concentrazione lo impediva. Non si accorse, passando a fianco del parco, che quell'uomo, che tanto temeva, era ancora lì e la osservava camminare, come indeciso sul da farsi. L'individuo la seguì con lo sguardo e cominciò a fare pochi passi per raggiungerla ma indugiava facendo poi un passo indietro. Rebecca intanto attraversò la strada per arrivare all'altro lato e quindi davanti al portone del condominio, ma quando vi fu innanzi, fermò la mano che rovistava nella tasca della giacca in cerca delle chiavi e rimase a riflettere per qualche secondo, guardandosi prima nel riflesso distorto delle vetrate del portone, poi rivolgendo lo sguardo in direzione della curva, al termine della via. Soppesava le possibilità di ignorare d'aver visto Alessandro oppure quella di presentarglisi sotto casa a chiedere spiegazioni. Nel mentre l'uomo aveva invece preso la decisione di appropinquarsi e stava attraversando la strada, lei si tolse le cuffie dalle orecchie, staccò il jack dal cellulare e le infilò disordinatamente nella tasca sinistra; s'incamminò in direzione della casa di Alessandro. L'uomo la vide cominciare a muoversi e la seguì aumentando i passi fino a raggiungerla e ad avvicinarsele quanto bastava per poter attirare la sua attenzione "Excuse me" disse quello, con poca convinzione. Rebecca arrestò la marcia ed ebbe timore per qualche secondo di voltarsi e quando lo fece le sue paure furono confermate: quell'uomo, che le aveva causato non poche speculazioni, era ora di fronte a lei, con indosso i medesimi abiti che gli aveva veduto i giorni precedenti, ovvero la giacca in pelle nera, la maglietta bianca sotto di essa, un paio di pantaloni scuri di un comune tessuto, non troppo larghi e delle scarpe il cui nero era consunto dall'usura. Il particolare che le saltò subito all'occhio, quando alzò lo guardo al suo viso, giacché era più alto di lei di alcuni centimetri, furono gli occhi di uno strano aspetto: le pupille, dal colore quasi bianco ma sporcato di alcune tonalità di rosa e azzurro, erano circondate da un cerchio scuro e ben tracciato. Ella non riuscì a dissimulare un piccolo sobbalzo quando li notò ma non di meno fu stupita dalla sua fronte, da cui uscivano dei ciuffi di capelli bianchi e grigio chiari, nascosti malamente da una parrucca scura. Rebecca cercò di trattenere una risata nervosa e allo stesso tempo divertita per la palese presenza della parrucca. Quando si accorse che entrambi si stavano squadrando allo stesso modo, come se lui fosse stupito quanto lei di ciò che vedeva, distolse lo sguardo altrove, in un punto imprecisato dietro le spalle dell'uomo. Perso il contatto visivo, egli continuò a parlare, sforzandosi di trovare le parole adeguate "Are you the one from back then?" spillò infine, accompagnandosi con un gesto che stava ad indicare con un dito dietro di lui "I don't speak english very well" rispose titubante Rebecca, riproducendo quasi a memoria quella frase, senza dare la giusta intonazione "Well, I'm sure you understand it though" tagliò corto lui. Prese fiato e cominciò a spiegarsi "Do you remember having experienced a strange phenomenon yesterday? Or somewhat near yesterday?" la sua pronuncia era priva di qualsivoglia accento caratteristico, corretta e scolastica "What...do...you mean?" rispose cercando di mettere in pratica quel poco che ricordava di inglese.
"I mean, your hand being harmed in any way, or feeling ticklish, something like that"

"My hand?"

"Yes, your hand. Around the time when you got off that bus"

"I...don't go with the bus"

"Go with the bus? "

"Take the bus" si corresse subito, balbettando.

"What do you call that blue and long mean of transport, then?"

"Sorry?"

"The blue thing, the one that takes you around the city"

"Oh, the tram?"

"Yeah, that one. So: is it you or not?" concluse frettolosamente l'uomo, imponendosi sulla ragazza che fu per un istante bloccata dalla pressione esercitata su di lei. Egli, resosi conto di aver usato parole un poco brusche, si corresse prontamente "Did your hand show any synthom like the ones I told you erlier?"

"I don't understand"

"Your hand..."

"Yes, my hand" e Rebecca portò fuori dalla tasca del giubbotto la mano destra, mostrandola al suo interlocutore "Can I touch it?" chiese quello non appena la vide, dimostrando uno strano entusiasmo "Please?" aggiunse ricordandosi delle buone maniere. La ragazza, titubante, inizialmente scosse la testa leggermente come per rifiutarsi, ma nel vedere la sua espressione e giudicando che non avesse intenzioni di alcun tipo, gliela offrì. L'uomo cercò di prenderla con entrambe le mani, avvicinandosi ad essa come fosse un oggetto prezioso e delicato, mentre Rebecca provava perplessità e rimpianto per aver accettato. Strinse le mani a pugno e decise di utilizzare solo la mano destra per toccare quella della ragazza, avvicinò le dita timoroso e negli ultimi istanti, rinunciando in un solo colpo alla cautela iniziale, la afferrò saldamente. Immediatamente, non appena avvenne il contatto fra le loro mani, Rebecca riprovò esattamente le stesse sensazioni che aveva provate qualche giorno prima e d'un tratto comprese a che cosa quell'uomo si riferisse: quella volta, mentre cercava di scendere dal tram facendosi strada tra i vari passeggeri, la sua mano aveva toccato qualcosa di imprecisato e quel semplice contatto, proprio come nel momento presente, le aveva provocato una sorta di scarica lungo la mano e successivamente il braccio. Anche questa volta provò dolore ma questo era più intenso della prima, le attanagliava le dita, il dorso, il palmo, raggiungeva l'avambraccio, i vasi sanguigni le pulsavano e sentiva la pressione aumentare e diminuire improvvisamente, i muscoli indurirsi e provocare spasmi a tutto l'arto. Si era allontanata di scatto e aveva afferrato con la sinistra la mano dolorante nel vano tentativo di porre fine alle sue sofferenze, digrignava i denti ma tentava di nasconderli dietro le labbra tremanti; poche lacrime cominciarono ad inumidirle gli occhi e a cercare via d'uscita tra le ciglia. L'altro apriva e chiudeva velocemente la mano, come in un esercizio per sciogliere le dita e la osservava intimorito, forse per la coscienza di essere stato lui a provocarle un tale dolore. Rebecca, mentre era impegnata a comprendere che cosa le stesse accadendo, si chiedeva il perché avesse accettato di offrirgli la mano, per quale ragione gli avesse rivolto la parola invece di ignorarlo e continuare per la casa di Alessandro, azione che sarebbe risultata più sana e giusta. Ella si auto puniva per aver agito senza ragionare e aver preferito soddisfare la sua curiosità piuttosto che pensare alla sua sicurezza e le venne in mente di paragonarsi ad Ulisse, ricredendosi all'istante per gli stupidi pensieri che le insorgevano confusi, tra l'agonia ed il rimpianto.



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