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lavoro pubblicato sabato 23 luglio 2016
ultima lettura lunedì 30 novembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

./Monologo

di AlmaDemoni. Letto 558 volte. Dallo scaffale Pensieri

Ricordo il tempo. Sì, quel tempo. Invadente e logorante come l’aria guasta di questa stanza. Nel cubo della mia vita e vergogna, io ricordo il tempo...

Ricordo il tempo. Sì, quel tempo. Invadente e logorante come l’aria guasta di questa stanza. Nel cubo della mia vita e vergogna, io ricordo il tempo. Si tratta di due piccoli minuti. Quei penetranti e velenosi minuti in cui ho visto il mio volto riflesso nelle sfumature opache di uno schermo. Cerco di ignorare la consapevolezza del mio stesso degrado; un decennale, sottile decadimento che è stato irradiato da due, miserabili minuti. L’acido sapore del caffè che mantiene in funzione il mio meccanismo, la luce bianca che si infrange sul pavimento tra mille sfumature cerulee, l’odore polveroso e metallico che pervade tutto, la fredda scrivania che scivola sotto le mie dita e infine lo scricchiolio incessante dei circuiti instancabili della Tecnologia. Tutto ciò che i miei danneggiati sensi riescono a percepire è incredibilmente amplificato, da quando ho vissuto quei maledetti minuti. Ma cosa è accaduto? Perché sono bastati centoventi secondi a distruggere la bolla di vetro che il mio cervello aveva col tempo edificato? Ora vi dirò cosa ho visto. O meglio, ora vi dirò cosa non ho visto. Il buio e il silenzio. Perché in realtà il ricordo di quel tempo è collegato alla straziante fatica di non riuscire a trascorrerlo. Due minuti in cui tutto, la mia vita e la fabbrica del disagio in cui ero incastrato hanno smesso improvvisamente di funzionare. Ogni cosa si è spenta in un cortocircuito rivelatore, lasciandomi solo con me stesso. In questo bieco futuro in cui mi ritrovo collocato si può parlare ancora di solitudine? Solo il buio me l’ha restituita, mentre il silenzio mi perforava le orecchie e il tempo mi rubava ogni certezza. Tutto questo nei vorticosi momenti di distacco dalla connessione del mio sistema in miniatura. Così dopo soli tre secondi già indagavo sulla misteriosa scomparsa della pazienza di un uomo. La pazienza, o semplicemente la capacita di sentir filtrare il tempo attraverso la pallida pelle di chi non è più capace di aspettare. L’ intera struttura del mio corpo non faceva che suggerirmi di aggrapparmi freneticamente a una qualsiasi luce artificiale, nel disperato tentativo di schivare quelle gravi lancette che torchiavano le mie arrugginite spalle. Ed è sotto quello stormo di metallici avvoltoi che tra queste quattro, fredde mura ho scorto un ingenuo raggio di luce che da una fessura tentennava irregolare verso l’interno. Ecco, io mi sentivo come quel flemmatico pulviscolo che solo guardando attraverso un fascio luminoso si riesce a scorgere. Uno di quei lenti granelli che non riescono a fermarsi e che svolazzano insignificanti, succubi del disordine dei piccoli movimenti. In quel momento ho scorto il mio volto. Quel frammentario raggio illuminava quanto bastava per rispecchiarmi in quel dannato vetro da cui non distoglievo mai lo sguardo prima del buio. Uno schermo senza vita, che rifletteva un viso irriconoscibile. Il primo minuto avanzava. Incapace di attenderlo ho iniziato una ricerca disperata di ogni singolo dettaglio che i miei occhi riuscissero a scorgere in quell’uomo, o ciò che ne rimaneva. Assomigliavo a quella macchina infernale, prosciugato e ridotto a un ammasso di ferraglia nella catena di montaggio che la mia vita era diventata. All’inizio del secondo minuto mi sono ricordato dell’essere umano e della carne, di quando ci si accorgeva dello scorrere del mondo. Ora i miei elettronici pensieri mi rammentano l’origine della nostra caduta, o perlomeno i sentori di essa. I relitti di quel passato in cui si cominciava a non riuscire più a osservare un paesaggio, ad ammirare un quadro, ad aspettare un mezzo per più di qualche minuto, senza sentire il bisogno di distrarsi. Ed è così che quei pochi minuti di impazienza diventavano il simbolo di una spasmodica ricerca di attività mentale, di una vita in perenne eccesso di velocità, di uomini inconsapevoli di gettare nell’oblio un oceano di particolari che attendevano timidamente di essere scoperti. Del mondo non rimaneva che un filtro scolorito già allora, ed oggi, una scatola grigia. Ogni stanza è adibita a un compito, ogni compito è adibito a un uomo, ogni uomo è destinato a una macchina che aiuta l’uomo a svolgere la sua mansione. Prima di questa disarmante oscurità, mai mi ero accorto di tale disumanità. Una spia sul generatore di emergenza si è accesa improvvisamente, indicandomi che a breve sarebbe tornata la luce a mostrarmi l’obbrobrio della mia condizione. Allo scoccare del terzo minuto si è illuminato tutto nuovamente, ma la macchina aveva bisogno di un ultimo, fatidico sforzo prima di avviarsi. Sapevo che una volta in funzione, tutto sarebbe tornato all’anormale normalità e il tempo avrebbe eroso il ricordo di quei tre, magnifici minuti che tanto mi avevano donato. Sentivo l’urgenza di trascrivere tutto ciò che avevo provato in quell’oscurità, di creare una prova dell’umanità che mai mi ero reso conto di aver perduto. Non c’era alcun modo di farlo. Lo schermo cominciava ad accendersi. Ho concesso un ultimo sguardo alla mia piccola realtà. Non c’erano modi con i quali potessi interagire con la macchina in questione: potevo solo osservarla svolgere il mio compito. Sorridendo mi rendevo conto di non avere più nemmeno dieci secondi per chiedermi quale fosse allora il mio scopo in quell’ambiente degenerato, per pentirmi di aver permesso alla tecnologia di impormi il suo dispotico amore. Speravo che la mia memoria e i miei sensi riuscissero in qualche modo a farmi rivivere l’esperienza di quei fatidici tre minuti, come in un monologo che ravvivasse la consapevolezza del mio degrado, che appesantisse la percezione di esso, che in un attimo di lucidità mi ricordasse il tempo. Sì, quel tempo.



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