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lavoro pubblicato venerdì 22 luglio 2016
ultima lettura martedì 16 luglio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Storia di montagna

di davedonn. Letto 465 volte. Dallo scaffale Viaggi

Una storia di montagna Questa notte il clima è rigido, freddo, di quelli cattivi di fine Inverno che contengono i primi turbamenti della primavera. Ho notato che le prime ombre della sera sono andate a nascondere gli alberi che sono già...

Una storia di montagna

Questa notte il clima è rigido, freddo, di quelli cattivi di fine Inverno che contengono i primi turbamenti della primavera. Ho notato che le prime ombre della sera sono andate a nascondere gli alberi che sono già fioriti; sembrano così insolenti! Hanno voluto darsi quel malinconico viola sulle foglie, adolescenti che fremono per divenire adulte ,e a me non è mai piaciuta questa smodata voglia di vivere, per consumarsi poi, questa è la conseguenza e poi penso, sì, adesso, proprio non capisco o forse non desidero spiegare, perché penso, del tipo, ricordo e conto quanti anni sono trascorsi ed anche all'epoca, nei monti faceva freddo, e non so dove sei finita misteriosa amica, compagna in un breve tempo e in un piccolo mondo antico raccolto ed annodato dalle sciarpe.

Quelle sciarpe legavano tutto: insieme al freddo confondevano le frasi non dette, i gesti non compiuti e si attaccavano alla lana dei cappelli le idee più misteriose che evaporavano dalle nostre menti così galoppanti a cucinare romanzi complicatissimi.

Ero arrivato in fretta e contro la mia volontà, desideravo un'altra destinazione perché avevo ascoltato, raccolto le voci di corridoio, di colleghi canta sventure: “ Chi sarà lo sfigato che prenderà la via dei monti?”

Ma sono belli i monti, ritrovai un ambiente simile a quello accademico che ricordavo sereno e un po' malinconico, sarà per via dell'altura che tutto rallenta e per questo sembra che ti debba lasciare il mondo alle spalle; il silenzio sfida i clacson, dissi proprio così ad Erica, adesso ricordo, sì Erica , un bel nome rigido, ed era della sua misura, la “ bimba” vi scivolava dentro.

Ero narcotizzato dalla mia nuova esperienza, ero ancora giovane, troppo presto mi ero cacciato dentro le responsabilità professionali, ma è la vita, sembra dannatamente lento il tempo, ti chiedi che lunghi i tramonti estivi, poi gli anni si mettono a correre bizzarri ed inghiottono esperienze , persone anche umani che ritieni posseggano la magia dell'eternità. Sei sciocco e troppo lento, avresti dovuto chiedere e subito, forzare quel mistero timido che sembra la vita che in realtà ti sta provocando, quella vita usa gli stessi incantesimi delle donne, brevi sorrisi di sole dentro la sottile, costante, pioggia.

E ricordo che fu un anno molto piovoso. Si fece vedere sempre una pioggia sporca di sabbia fredda che non trovò mai il coraggio di spingersi verso fragorosi temporali liberatori ma rimase sempre a condire le ore, torturare la mia pazienza.

A tutti bagnava il viso la pioggia, ad Erica la pioggia bagnava il suo volto e questo mi piaceva perché la pioggia che aveva questo suo carattere noioso quando si incontrava con il musetto di questa riservata signorina e un po' misteriosa come l'avevano giudicata i colleghi, la pioggia si trasformava nella gioia luminosa, l'acqua che ride, sì, che ride, proprio così.

Poi ridevo anch'io, che faccio sempre fatica, rideva Erica ma brevemente, trovava sempre tutto esagerato e si limitava, tornava a nascondersi anche con me si rendeva indisponibile e forse era per questo che attirava così tanto interesse dei miei colleghi i quali osavano spingersi nel torbido, nel volgare e per questo motivo avrei voluto litigare con loro ma io sono un debole e tutti tornavamo nei nostri santuari dove ci costringevano ad esibirci in virtuosismi retorici.

Erica era una nostra sottoposta, l'unica che io ricordi, di sesso femminile, aveva questi compiti umilianti del fare le pulizie, a lei era concessa l'ala nuova della fortezza, molto fredda e dagli interni moderni dove ogni piccolo rumore o voce riceveva un'amplificazione minacciosa.

“ Ti ho sentito urlare, non ti ascoltano, mi dispiace” disse così, usò un tono basso ma sicuro e riuscì a vincere la timidezza, fu lei per prima a rivolgermi la parola.

Era capitato più volte di guardarci e sorridere, nessuno dei due aveva provato a rompere il ghiaccio, io non so quale sia la mia malattia: timidezza o l'assenza di vita perché posso anche incantarmi a guardare la vita come fosse un quadro e gli altri si fanno strane idee ma io è come se fossi arrivato prima di partire.

Si presentò come Erica e si disse molto preoccupata per la mia difficoltà nel tenere la ciurma. Mi era stata affidata una squadra di cadetti agguerriti, mi sentiva divorarmi nella mia insoddisfazione e le dispiaceva ed io neanche mi ero accorto di aver alzato la voce come aveva rivelato Erica perché non rientrava nelle mie abitudini urlare.

Iniziò così una strana danza che io ancora oggi vorrei ricordare come il valzer ma che non è stato proprio questo ballo o forse sì, però soltanto per poco tempo poi la vicenda si è inerpicata e caduta dentro una musica stonata e suoni senza un ordine dove molti quesiti sono rimasti insoluti.

Fui molto veloce che non è il mio genere e mi sembrò impossibile che tutto andò per il meglio, invitai Erica ad uscire con me.

“ Bene, vada per dopodomani” rispose Erica, piegò leggermente la testa che aveva minuta e inghiottita sotto capelli lunghi e scuri, e fece un brevissimo sorriso di rara dolcezza femminile che non aveva niente di morboso ma era sincero e pulito come il pane fresco.

Portava sempre pantaloni io non avrei mai voluto indossare classiche diavolerie ma il mio capo aveva consigliato un abbigliamento più autorevole perché con il mio stile sportivo potevo confondermi con i miei cadetti e non serve urlare e la giacca e la cravatta finirono per rimanermi attaccate anche dopo il lavoro, era divenuto quello stile classico il mio nuovo portamento.

Erica chiese: “ Dove?”

Sicuro di fare la scelta giusta e di allontanarsi dalla fortezza, risposi: “ Vada per le valli”

Che sono poi le terre basse, non sono proprio vicine al paese che ospita la fortezza, che ospitava il nostro lavoro, e sono terre lambite dal mare e da altre acque, del fiume che ha una certa imponenza come il vento spesso presente da quelle parti, un vento gelido come nel grande Nord.

Erica disse : “ Sì”.

Risultò soddisfatta e mi spiegò che la destinazione che io avevo scelto era in realtà una meta fissa per gli abitanti del paese che ospitava la fortezza, sì perché Erica era di quelle parti ed era solita scendere dal monte per avventurarsi nelle terre basse. Ogni futile pretesto tornava utile, Erica come tutti, saliva in macchina, affrontava il viaggio nei pomeriggi bui di Inverno, scendeva per la strada deserta e silenziosa che ai lati ogni tanto incontrava piccoli boschi tenebrosi sferzati dal vento, boschi che si animavano e che ti avrebbero reso inquietante la guida fino all'arrivo.

Mi capita di viaggiare molto, l'aereo è diventato il mio divano volante, dormo in cielo, trovo che sia bellissimo, uno stato che ti purifica ma a me non ha tolto ancora i ricordi, certe storie insolute mi accompagnano nei miei voli e una volta a terra cerco invano luoghi simili a quelle valli che in fondo vidi per poco tempo ed ingenuo ogni volta mi illudo di ritrovare l'innocenza perduta che ha la forma di bar, di persone dai lineamenti familiari che il caso può farti trovare anche a latitudini lontane e delle volte sotto la pioggia mi fermo e straniero fingo di guardare attorno, in realtà mi perdo e nessuno parla la mia lingua.

Mi bagno il cappello, ho un bel cappello; le persone che vestono classico, da allora non ho più abbandonato questi abiti, una scelta quella di non modificare più niente da allora, dico , le persone che vestono classico, è un piacere vederle sporcarsi, e rovinarsi, trovo armonici i contrasti.

La nostra prima uscita fu incantevole, dove non devi correggere neanche una virgola.

Erica aveva i soliti pantaloni, questa volta un modello di velluto non gli abituali jeans e si era truccata, solitamente presentava un viso pallido e mi aveva confessato di avere una perenne febbre; la questione mi preoccupava e mi piaceva il suo modo di fare stanco.

“ Apprezzo il tuo nuovo modo di vestire, sei naturalmente elegante e quindi adatto al classico ma allo stesso tempo sembri un adolescente che si è vestito a festa” mi confessò.

A me fece molto ridere la storia, anche Erica rise e la pioggia le bagnò il naso, si toccò con il dito per verificare chissà che cosa ed io consigliai di cercare un locale, sarebbe stato bello passeggiare, scoprire le bellezze che la città nascondeva ma avevamo tanto tempo, almeno così credevo.

Pescammo un posto delizioso, ebbi il vago sentore che Erica conoscesse il locale e le dissi, mi sembra, se ci fosse già stata, lei rispose: “ Che dici? Scherzi?”.

Dunque avevo proprio formulato la domanda ma la risposta fu strana e la pioggia aveva aumentato di intensità, poteva fare veramente male adesso anche se non aveva ancora raggiunto la potenza di un temporale e il pomeriggio buio di Inverno si era fatto ancora più buio e a me piaceva tutto questo.

Sono partito da una capitale europea, non è importante il suo nome, è stato un volo veloce ed ho raggiunto i confini del mondo, si sente proprio che sei alla fine da queste parti, ti avverte il vento, insolente e in compagnia di una pioggia leggerissima e spinosa quasi tagliente, forse ti troverò bimba, forse non ti ho mai conosciuta per quella che eri.

“ Mi piace proprio” confessai.

“ Decisamente gradevole” confermò Erica.

Insomma la locanda era di nostro gusto. Ci eravamo messi a correre per via della pioggia e in breve tempo finimmo per perderci tra le vie strette che si trovano vicino il fiume che si nota appena perché coperto dalle case: piccole costruzioni antiche in stile povero e vicino si apre un lungo paesaggio di abitazioni signorili che sembra impossibile si possa trovare da quelle parti, per Erica erano le cristalline, le dimore delle fate del vetro per via delle grandi vetrate che hanno queste case eleganti che sembrano tuffarsi nel fiume grigio di notte.

Entrammo di fretta e un po' bagnati e fui colpito dall'ingresso: era l'antro delle fate, in legno massiccio, poteva essere l'apertura di una caverna o l'accesso ad un passaggio segreto.

Subito trovammo un ambiente buio ed accogliente, si riuscivano appena a scorgere i tavoli in stile rustico illuminati torbidamente da candele avvolte in gusci di nebbia.

C'erano pochi clienti perché le ore della notte erano ancora lontane, io ed Erica eravamo fuori tempo e nel toglierci gli abiti provocammo una piccola pioggia magica di numerosi bacilli luminosi caricati di elettricità tanto che il barman ci ironizzò sopra, fu simpatico, disse: “ Agenti contaminanti?”

Ci sistemammo in un tavolo che aveva la veduta fuori: proprio in quel punto un lampione illuminava il buio e si poteva controllare l'intensità della pioggia, per chi fosse interessato.

“ Ma hai gli occhi azzurri!”

“ Ti sei accorto soltanto adesso?”

Ed aggiunse ma non era delusa, disse: “Voglio credere che sei troppo introverso e questo mi basta.”

Ero, sono introverso, era introversa Erica e mi piacerebbe capire la differenza con la timidezza e ad Erica cresceva uno strano rosso nel suo viso, si notava perché la ragazza era sempre molto pallida, mi preoccupava la sua febbre.

Erica si sedeva sempre, non saprei come dire, come i miei abiti classici, molto formale evitando di accavallare le gambe, avevo già notato le sue abitudini osservandola nella fortezza.

Poteva indossare maglie attillate o abbondanti, avrebbe fatto poca differenza perché i seni erano veramente piccoli ma a me poco importava, il suo viso riempiva tutta la mia immaginazione, mi piaceva, Erica aveva risvegliato il mio interesse per le donne.

Mi parlò della sua febbre, mi trasportò in un mondo esotico perché mi racconto di quella malattia che è la malaria.

Temeva di averla contratta e qui mi perdo perché non ricordo, tutto è baluginante, il pensiero oggi come la luce allora dentro la locanda, la luce di una candela incamiciata ed Erica parlò, narrò, ed io preso da uno strano torpore, persi il filo; mi arrivarono molte storie, che era Erica assistente alla poltrona odontoiatrica, forse venne punta da un ago e così contrasse la malattia ma sentii parlare anche di aids e tutto era ambientato sopra le Alpi, in una imprecisata località dell'Europa Centrale.

“ Parlami di te” mi disse.

“ Sai, c'è poco da raccontare” le rivelai, nessun segreto mordeva la mia anima ed in effetti parlai poco quella sera di me ed anche tutte le altre volte fu più un fare che un dire tipo rincorrersi pericolosamente sul terreno ghiacciato, Erica che cade ma non si fa male soltanto un pochino ed io che le tolgo lo scarpone e le massaggio il piede e lei che si fa rossa in viso.

“ Che maleducati!” disse Erica.

Mi fece notare, in effetti si sentiva il caratteristico cattivo odore, dei clienti che non ci erano troppo vicini, stavano fumando.

La ragazza aggiunse: “ Non so che cosa ci trovino, il tabacco a me non è mai piaciuto.”

“ Hai ragione” le risposi.

Fui felice di scoprire che avevamo questo disprezzo del fumo in comune, Erica non risultava contaminata dall'esistenza che sembra dolce ma nasconde l'amaro.

Intervenne il barman, gentile ma deciso e tutto si concluse in fretta, i clienti non fecero particolari commenti, qualche verso e ritornò l'armonia.

Tornammo spesso in quel locale, ci piaceva e non volevamo rischiare ed io non avrei mai voluto che la quella storia finisse.

“ Ciao, Rodrigo.”

“ Che piacevole sorpresa, ti trovo magnifica, Erica.”

E volando con lo sguardò si fermò alle dita, questo Rodrigo disse: “ Ottima scelta di smalto...”

Erica aveva deciso per un verde chiaro, piaceva anche a me, scelta forte d'accordo, insolita, ma ci stava.

“ Anticipa la Primavera” feci notare, inventandomi un sorriso; forse parlai troppo piano, non ricordo e l'ambiente quasi buio non mi faceva distinguere bene questo Rodrigo, poi si avventurarono altri che erano insieme a questo amico di Erica, Erica aveva amici.

Rodrigo presentò questi che erano con lui, c'erano uomini e donne, un gruppo assortito e continuava ad essere tutto confuso dalla scarsa illuminazione e dalla dannata velocità degli eventi.

Rodrigo non aveva sentito che anche a me piacevano le belle unghie verdi di Erica o forse quel discorso era già concluso, funziona così, sono un ritmo le relazioni, avei dovuto capirlo.

Rodrigo ribadì: “ Ti trovo magnifica, sei meno pallida del solito.”

Continuava a lodare la mia amica che era anche sua amica e si conoscevano da molto tempo, mi facevano sentire un intruso, Rodrigo proprio non mi pescava ma era cortese perché ogni tanto volgeva il suo viso verso di me e senza parlare sorrideva velocemente.

Mi arrivavano frecciate non so che dire, non potevano essere acide, aveva Rodrigo il controllo della situazione aiutato dalla sua mole che era notevole ed ancora resa più grande dalla scelta di indossare abiti stretti, Rodrigo sembrava scoppiare dentro i suoi vestiti e poi questo prediligere i quadri alle linee morbide, mi piaceva come genere ma su Rodrigo i quadri stavano proprio male, davano troppa corposità ai tessuti.

In un tempo molto veloce eravamo diventati una piccola comunità molto confusa: gli altri del gruppo parlavano tra loro, ogni tanto intervenivano per completare le deduzioni di Rodrigo mai a sconfessare il tipo che doveva essere un leader, si era capito, che faceva roteare leggermente il polso dove viveva un gigantesto orologio e quello evidentemente era il segnale segreto, dell'orologio che ordina ed anche il clima fuori sembrava modificarsi, inchinarsi davanti al demiurgo.

Osservavo Erica che andava lentamente cambiando, se ne stava andando da quella magia che credevo si fosse costruita per risultare eterna ma niente è duraturo, avrei dovuto saperlo e non è colpa di nessuno.

Quel pomeriggio fu soltanto l'inizio, ci furono altre uscite, diciamo divertenti, altri pomeriggi ed anche dopo cena o cene e queste furono sempre pantagrueliche che non era il mio genere e sembrava invece che Erica si trovasse bene con questi pasti abbondanti e dire che mi aveva confessato di mangiare poco la sera.

Era tutto strano, contro corrente e poi capitava velocemente. Adesso avevano cominciato a parlarmi con maggiore assiduità sopratutto gli altri di questa brigata, Rodrigo era sempre rimasto invece freddo nei miei confronti ma formalmente cortese.

Si notava una certa Carla che ogni tanto mi interrogava sul tempo cioè la pioggia, il vento, questa roba insomma, aveva equivocato sulla mia occupazione.

“ Ti vedo annoiato, è un'impressione?”

Erica era tornata per un attimo dal sottoscritto, subito avvertii una dolcezza femminile entrare dentro la pancia, mi piaceva l'intermezzo e mi disturbava e volevo rispondere violentemente a quel gesto di cortesia ed ero alla fine , confuso come adesso che osservo queste belle nuvole e penso di essere entrato nel mondo abitato da un grande signore.

Penso a quanto tempo è passato, un'enormità se cominciassi a contare tutte le nuvole e mi immagino che tutte siano sonore, che imitino le sirene di grandi navi.

“ Questa è la stanza dove si trovano gli oggetti da lavoro” spiegò Erica.

Mi fece visitare il piccolo sito dove si trovavano scope, liquidi per pulire, lavare e c'erano abiti, scarpe perché Erica e i suoi colleghi si cambiavano; era un luogo angusto e decisamente ricco e stavamo scomodi perché mi aveva invitato ad entrare, sembravo timido, mi disse: “ Vieni!”

Era delicata, mostrava una felicità in punta di piedi ed io mi sforzavo di ricordala come pochi mesi prima ma c'erano stati troppi giochi molesti, questa esistenza mi turbava...

“ Osservi le scarpe? Ci sono anche quelle dei colleghi...”

Disse così e fu come un fulmine, si perché da bambino una saetta attraversò una dimora di campagna dove ero finito per un breve periodo, e fuggì, la mia misteriosa amica.

“ Ah, ah, ah,” forse: “ Ih, ih, ih”.

Perché era molto delicata nei modi, ed io presi a rincorrerla; non c'era nessuno in quei luoghi freddi, una classe di cadetti vi teneva lezione ma in quelle ore erano impegnati, i cadetti, in altro luogo.

Ragiunsi Erica e fu un placcaggio goffo, avevo problemi con i giochi fuori età perchè ero bambino e vecchio, mi mancava il carattere per affrontare l'età di mezzo.

“ Mi sono voluta far prendere, cosa credi?”

Che cosa voleva dire, che cosa andava pensando dentro quella sua piccola testa, immaginavo la brutte acque del fiume che osservavo distrattamente quando ci lasciavamo trasportare nelle nostre noiose passeggiate serali: erano acque nere immerse nelle tenebre ma divenivano grigie perché carpite da quelle tenebre da lampioni caldi ed elettrici.

Stavo perdendo Erica era un fatto, mica debbono arrivare segnali precisi.

“ Guten Tag!”

“ Guten Tag!”

“ L'Hotel è di suo gradimento?”

Io sono Herr Doctor D, qui circola Rhum non birra, faccio brevi passeggiate nel piccolo porto dove ci sono case in legno colorato che fiancheggiano il sistema degli attracchi e ci sono tante barche ormeggiate: fitto è il noleggio ma riescono tutti ad essere silenziosi sebbene ubriachi, non so, forse il rhum, che sia invece lo iodio o il rigido chiassoso della mattina.

Brevi passeggiate sì, poi torno in hotel, sì, proprio di mio gradimento.

Cambiano le professioni, mi pagano per scorazzare, andarmene a spasso per il mondo. Mi sento un po' agente segreto e un po' mi sorge il fiato grosso nel pensare che presto dovrò farla finita con questa vita avventurosa.

...E smetterò di cercarti anche se non ti avrò trovata. Nessuno sa ma io ho sempre nascosto questa singolare missione dentro il mio lavoro ufficiale e gli spostamenti dunque in giro per il mondo hanno sempre avuto due scopi.

Siamo tornati ad una di quelle tante serate in compagnia di Erica e non solo, sempre insieme: il sign. Rodrigo, la tipa, non ricordo il nome, sì, la signorina che mi aveva scambiato per uno che studia il tempo, chissà perché e poi c'erano altri, maschi, femmine ed uno era un tipo che aveva pochi capelli, faceva il ragioniere come nei tempi antichi, oggi usano assumere le donne in queste aziende, questa era una ferramenta, forse avrà pensato: “ Gli uomini sono più rassicuranti quando devi affidargli i conti.”

In una delle sere quando si usciva dai locali, quasi sempre si trattava della locanda che io ed Erica avevamo scoperto, Giampiero, si chiamava così il ragioniere, mi confidò: “ Mi sarebbe piaciuto fare il bancario, magari il direttore.”

Non seguii Giampiero nella discussione, avevo capito che stava pensando ad alta voce, lasciai che fissasse il cielo ed io osservavo il fiume che si era fatto pieno, le acque salivano e si increspavano in un fragore demoniaco, tempo di lì a poco sarebbe arrivata la pioggia.

Giampiero cambiò discorso, avevo l'inquietante sensazione che mi volesse portare via ed Erica stava sempre più insistentemente con Rodrigo. Parlavano ad alta voce, frivolmente, come si andava trasformando la mia amica e sorrideva con sempre più frequenza, trovavo che fosse nervosissima, ma non era felice con il suo amico Rodrigo?

“ Sai, mi piace il jazz.”

Con le dita fece finta di suonare, mi spiegò, il sassofono.

Grande mimo, Giampiero... aveva l'aspetto di un noioso pantofolaio, gli dissi che a me intrigava il clarino ed anche a me piaceva il jazz, ci sono tanti tipi di jazz, talvolta mi stridevano certe musiche dentro la testa, altre volte mi facevano piangere ed altre volte ancora mi facevano entrare dentro sensazioni sconosciute, che non portano nome, sono esotiche.

Giampiero mi disse: “ Fermati.”

Provò ad imitare il suono del sassofono, Rodrigo e gli altri consigliarono di smettere, Erica insieme a loro.

Forse Giampiero ci rimase male, forse e prese ad urlare come un pazzoide nella notte deserta: “ Midnight.”

“ Figo” risposi io.

Ed Erica fece un cenno brusco consigliando: “ Lascia perdere.”

A me parlò così poi si allontanò e dimenticavo, importante, si era tagliata i capelli, le stavano benissimo, non erano cortissimi ed avevano preso un andamento riccio.

Si avvicinò a Rodrigo e le chiese una sigaretta.

Fulminato... rimasi colpito, profondamente , perché sono troppo quadrato per la vita e le persone mi sfuggono di mano.

Un gesto breve che aveva rapito la mia amica nella notte e rinchiusa nell'attimo di luce, di fuoco dell'accendino di Rodrigo, e Rodrigo aveva le dita grassocce.

Si avvicinò Erica con il suo delicato viso e mi guardò per un attimo, sono convinto.

Poi chiuse gli occhi, lentamente, come un sipario gli occhi azzurri e la ragazza che sembrava adesso un altra non Erica che avevo conosciuto, accese la sigaretta in scioltezza.

Confessò: “ Grazie, ne avevo proprio bisogno”

“ Ti riscalderà, questa sera è proprio rigido” rispose Rodrigo.

Sì, rigido e le acque del fiume erano increspate, la serata continuò noiosamente. Passai molto tempo a guardare le fate cristalline cioè le belle case eleganti che costeggiavano il fiume, sì, belle dimore eleganti e fredde e ricordo di non essere stato più in grado di proferire parola.

Si accorsero gli altri, mi dissero anche, “ Sei taciturno” fecero notare.

“ Forse sì” risposi, ma talmente piano che nessuno afferrò.

Capitava di frequente di rimanere isolati nella fortezza, in quell'ala della costruzione dove Erica svolgeva il suo lavoro.

C'era un'unica classe di cadetti per tutto quello spazio che rimaneva vuoto.

“ Che spreco” faceva Erica.

“ Che bello” ribadivo io

“ Sai, io ho capito che sei un po' aristocratico”

“ Nobile? Perché?”

“ Nobile? No, intendo aristocratico perché ti piace il superfluo.”

“ E i nobili?”

“ Ma i nobili che cosa c'entrano, sei tu che li hai tirati fuori.”

Ok! Capito? Era sempre più difficile.

Una donna nuova si muoveva sicura in quel piccolo spogliatoio dove solitamente prendevamo a parlare e a voler quasi litigare e mai ci sarebbe stato un motivo.

Come eravamo frivoli, come sono tutte le persone giovani, certe volte aprivamo anche aule vuote, sembravano appartamenti appena costruiti che sapevano di pulito ed avevano soffitti altissimi, mi trovavo dentro un teatro e mi girava la testa.

“ Come stai?”

“ In che senso?”

“ Mi riferisco alla temperatura, si è abbassata?”

“ No, ho sempre la febbre, ti vedo preoccupato”

“ Non dovrei?”

“ Non dovresti.”

Poi Erica pescò un banco vuoto nell'aula, erano tutti vuoti i banchi, io rimasi in piedi, a simboleggiare di farla finita presto ma non erano le mie intenzioni ed Erica si sedette in quel banco freddo accavallando lentamente le gambe: era un movimento, erano tutte le sue morbide parole, stava divenendo tutto così amaro.

“ Risulti troppo familiare, la febbre è piacevole se non è alta.”

“ Dovresti farti controllare” precisai, ma ero poco convinto, da incosciente mi immaginavo i paradisi offerti dalla malaria perché pensavo fosse questa la causa e mi avrebbe prima o poi infettato la bimba ed avremmo consumato insieme i piaceri ed insieme saremmo morti, “ Midnight” avrebbe urlato Giampiero.

Mi ero convinto che la storia dovesse consumarsi lentamente come una dannata guerra in equilibrio di forze dove conti i giorni e non sai quando è cominciata la vicenda: il fango, la pioggia, la neve, le stagioni e la mia barba sarebbe cresciuta, aspra, mi sarei accarezzato il mento.

Invece fu una morte rapida, istantanea, no, non so se morì qualcuno, di certo non morì, Erica, tipo la morte rapida voglio dire perché Erica non mi salutò, non mi spiegò, semplicemente uscì dalla mia vita e non era mai entrata ma la mia persona era già abituata, voglio credere e così avrà pensato Erica, sì, che il dr. D troverà di sistemarsi in un bel Hotel, avrà un bel futuro lontano da queste colline che sono alte ed inospitali.

Ci sono sempre razionali spiegazioni che rasserenano quanto sono in grado di farlo i muti.

Erica aveva terminato il contratto di lavoro, venni a sapere da altri però, non va bene .

Si sentiva una musica in sottofondo, fastidiosa, le parole mi arrivarono confuse.

“ Erica'” chiesi e mi vergognai un po'.

Il collega della mia amica che vedevo adesso per la prima volta, mi comunicò: “ Se n'è andata”.

Aveva gli arnesi da lavoro ma sembrava un altro, uno dei bar in quei luoghi americani perduti che incontri nelle strade lunghe e solitarie, che ha la noia per espressione e riesce ad annoiarsi e farti la radiografia.

“ Perché dottore la cerca? Lei capita qui ogni tanto, insegna ai cadetti, vero?”

“ Se è nuovo come fa a sapere che io insegno in questa ala della fortezza?”

“ Beh! Non proprio nuovo, c'ero già prima della sua Erica che mi ha sostituito perché io sono stato in malattia.”

Credo di essere arrossito e il tipo non si era accorto che avevo preso anche a sudare sotto la giacca, domandai al tipo che aveva i capelli grigi, poteva essere mio padre, quanto mi sembavano lontani quella volta i capelli grigi, formulai questa domanda: “ La mia Erica?”

“ Mi scusi, non era mia intenzione” disse facendosi umile.

Fui dispiaciuto per essere stato brusco e me ne andai senza dire altro e ricordo purtroppo soltanto adesso a distanza di tempo che il tipo non aveva soltanto i capelli grigi mi disse anche qualcosa, almeno credo ma sono passati gli anni e ho solcato molti cieli; voglio credere che lo sconosciuto mi abbia voluto soltanto salutare.






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