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lavoro pubblicato giovedì 14 luglio 2016
ultima lettura venerdì 21 giugno 2019

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Le vite e i giorni (capitolo quinto)

di elisabettastorioni. Letto 346 volte. Dallo scaffale Fantascienza

A palpebre chiuse, si confondono i colori, le pupille si scontrano con i vasi, li figurano in fattezza di agglomerati di astri, di galassie. I sensi si redistribuiscono la priorità e si acuisce il tatto, l'udito, l'equilibrio. Ma il forte dolore.....

A palpebre chiuse, si confondono i colori, le pupille si scontrano con i vasi, li figurano in fattezza di agglomerati di astri, di galassie. I sensi si redistribuiscono la priorità e si acuisce il tatto, l'udito, l'equilibrio. Ma il forte dolore che la mente di Rebecca dovette fronteggiare, andava oltre le sensazioni di un primo risveglio: alla luce del sole, già alto sulla volta celeste, la sua vista era insofferente ma per quanto tentasse di proteggerla chiudendo gli occhi, stringendo le palpebre, ciò non bastava ad impedirle di percepire una forte luminosità che avvolgeva i dintorni del suo corpo. Quella pungente chiarezza le feriva le membra nel cranio, le distorceva quelle del ventre e la rendeva vittima di un costante malessere. Si strofinava le tempie facendo pressione, come per cancellare a forza le pulsazioni che s'erano impadronite del suo encefalo, passava poi alla nuca. Si toccava il ventre con delicatezza, sentendo che necessitava di tale trattamento. Il mondo intorno a lei continuava a non esistere, lei costituiva tutto l'universo conosciutole, ne riempiva gli spazi, i suoi dolori ne colmavano i vuoti per cui non c'era posto. trovava qualche secondo di conforto susseguito immediatamente da uno sprofondare nell'acutezza della cefalea. Tutto questo finché non sentì dei rumori indistinti che si facevano sempre più chiari fino ad acquisire la forma di parole, senza un significato. Alessandro inginocchiato e riverso su di lei la chiamava, il suo volto segnato dalla notte e da frequenti sbadigli, le palpebre calanti, gonfie, i capelli mal disposti. La ragazza si rigirava certe volte nel sacco a pelo, il ragazzo, non avendo sortito alcun effetto il pronunciare il suo nome ripetutamente, le bloccò una spalla e la colse di sorpresa: quella aprì gli occhi di scatto e lo vide chinato su di lei. Il suo aspetto assonnato la incuriosì per un istante, poi le sopraggiunse un malessere diverso dai precedenti ed ebbe il bisogno immediato di levarsi a sedere, portarsi entrambe le mani a proteggersi la bocca. La sua coscienza assopita non le faceva pensare a nulla che non fosse rispondere prontamente ai segnali che il corpo le dava. Quando fu sicura che quel malessere fosse in parte passato, tolse le mani dalle labbra e le poggiò sul materasso a sostenersi il busto, rimase allora a fissare il sacco a pelo per dei buoni minuti senza dire nulla. Alessandro si alzò facendo scrocchiare qualche osso, alzò le braccia verso l'alto per allungare i muscoli, si perse in un ampio sbadiglio e poi guardò fuori dalla porta della stanza, la quale era aperta e lasciava intravedere alcune delle ragazze nell'altra stanza. Con gli occhi vitrei riuscì comunque a distinguere la sagoma di Isabella e Gioia che erano intente a sistemare i loro sacchi a pelo, li piegavano accovacciate a quattro zampe, prima in due e poi li arrotolavano facendo pressione con le ginocchia perché l'aria, accumulata in essi durante la notte, uscisse per quanto fosse possibile. Guardava i loro pigiami, si compiaceva della novità e dell'atmosfera così familiare che quel momento gli offriva. Sentì dunque qualche rumore prodotto da Rebecca che tentava di alzarsi ma non vi riusciva, la raggiunse e le offrì la mano per tirarla su. Ella prima lo guardò in volto con un'espressione passivamente neutra e resasi conto della mano porsa verso di lei, la afferrò e si fece leva con essa per alzarsi in piedi. Non comprese bene dove fosse il confine fra pavimento e materasso, così inciampò su di esso ma fu presa in tempo dall'amico, sostenendola con l'altro braccio ed aiutandola ad allontanarsi dal luogo in cui aveva forse trovato ristoro. Passo dopo passo le indicò il bagno parlandole sotto voce senza che lei ancora comprendesse. Quando vi furono giunti lei lo spinse fuori da esso e chiuse goffamente la porta, vi si accasciò scivolando giù, verso il pavimento, il volto appiccicato al legno della porta, un braccio intrappolato fra essa ed il suo busto, cominciò a respirare piano, con ritmo e si osservò la mano destra lasciata in ammollo sulle cosce. I suoi pensieri cominciarono a popolarle la mente fino ad allora vuota d'istinto : la mano le ricordava l'accaduto di qualche giorno prima. Rifletteva sugli usi che ne faceva, gli oggetti che afferrava, ciò che strappava, pressava, spingeva con le dita, i tasti del pianoforte. Le venne alla memoria una delle sue lezioni di strumento con la madre, quand'era ancora piccola, come lei le faceva ripetere le scale, su e giù per la tastiera, quella del do maggiore che non le piaceva perché non aveva né diesis né bemolle e lei preferiva i tasti neri. Mimò con le dita una scala di un'ottava, s'immaginò che fosse quella del mi maggiore, se ne compiacque, ripensò all'ultimo pezzo che aveva studiato e le giunse una certa malinconia per il suono dello strumento ma d'un tratto l'immagine di uno spartito ricolmo di nero le fece ripensare a ciò che provava : i suoi dolori alla testa si mescolarono alla confusione che quell'immagine le causava, rifletteva sulle conseguenze che avrebbero conseguito alla lettura di uno spartito complesso. La nausea le si fece più presente quindi decise di concentrarsi sul dolore che aveva provato alla mano quel giorno, cercò di concentrarsi su di esso e le venne come un subitaneo sprazzo di luce l'immagine di quell'uomo che aveva intravisto nel parco. Ne ricompose il ricordo a piccole parti, soppesando ogni particolare "Bibi, tutto a posto?" la interruppe Alessandro avvicinatosi alla porta, la sua voce penetrava bassa e calda nel legno e ne veniva opacizzata. Rebecca abbassò il capo sospirando, si lasciò cadere i lunghi capelli neri fino alle ginocchia, quindi si alzò in piedi con movimenti pesanti e squilibrati, afferrò il bordo del lavandino nei pressi della porta e si portò vicino allo specchio : l'eyeliner le si era in parte cancellato solo su una delle palpebre mentre l'altra ne aveva mantenuto più o meno la medesima corposità di colore di quando l'aveva applicato. Grazie alla luce limpida che proveniva da una finestra, il colore giallo le si rifletteva sulla pelle palesandola in tutta la sua pallidezza, le penetrava nella cornea facendo intravedere la reale tonalità del suo iride: la pupilla marron cioccolato che si irradiava con perfezione geometrica era interrotta da alcune piccole macchie più chiare, alcune verdi altre più tendenti all'azzurro. Questi particolari erano esclusi alla vista quotidiana, la quale si presentava sempre statica a farle apparire l'iride privo di alcuna tonalità ed un agglomerato di materia oscura. Mentre si osservava gli occhi, la colse un brivido di freddo per i piedi, li acavallò uno sopra l'altro per impedire che la pianta di uno dei due fosse esposta alle piastrelle del pavimento: nonostante indossasse dei calzini, questi erano troppo leggeri per impedire che il calore del suo corpo venisse disperso nel pavimento. Aprì il rubinetto, lavò le mani e un volta sciaquatele dal sapone, portò l'acqua agli occhi, strofinò le palpebre chiuse per cercare di togliere i residui di trucco ma quando li riaprì la tinta nera dell'eyeliner le si era confusamente distribuita intorno a tutto il bulbo oculare, segnandole con impronte marcate le occhiaie ed il loro gonfiore. Raccolse più acqua con entrambe le mani e si pulì con vigore tutto il viso, strofinando più spesso intorno agli occhi per eliminare gli ultimi lasciti della serata precedente.

Isabella bussò alla porta e le chiese se stesse bene, Rebecca impegnata a tergersi il volto le rispose con versi confusi facendola preoccupare così entrò nel bagno e la trovò nel mezzo di tale faccenda, fece un sospiro di sollievo e le diede un pacca sulla spalla ringraziando la divinità perché non presentava più i malori dell'ultima volta che l'aveva veduta. Maria fece capolino sulla porta della stanza e vedendola che pareva essere sana e confortata da Isabella, le sorrise e si compiacque della notizia.

Nei pressi del cancelletto Alessandro e Samantha attendevano il resto della comitiva confabulando fra loro a basso tono. Non appena la figura di Rebecca si mostrò sulla soglia del portone, seguita da Maria, Alessandro si voltò verso la strada. Maria fece un passo verso il vialetto ed alzò il capo verso l'alto ad ammirare il clima che quella giornata offriva loro : il cielo limpido solcato da cirri ed un leggero tepore proveniente da un luogo inidentificato, una leggera brezza gelida talvolta batteva sulle guance e sulla punta del naso, ma senza causare brividi. Rebecca avanzava verso Samantha e lanciava occhiate sommesse ad Alessandro che continuava nel guardare la strada ed i dintorni del vicinato. Samantha la vide avvicinarsi e le lasciò indifferente il posto a fianco del ragazzo, mentre fece qualche passo verso Isabella per chiederle dove fosse Gioia, la quale aveva dormito in loro compagnia quella notte e la proprietaria le rispose che la ragazza se n'era tornata a casa accompagnata dal cugino un'oretta prima che loro si svegliassero.

Rebecca sfiorò con una mano una manica del giubbotto di Alessandro, ma egli non reagì. Non appena Isabella entrò nel corridoio dell'ingresso ad aprire, con l'ausilio di un pulsante, il cancelletto, il ragazzo si fiondò in strada e non si voltò indietro a salutare, né a parole né con la mano. Samantha si congedò invece con due baci sulla guancia ad Isabella, altri due a Maria e una carezza sul capo a Rebecca, poi si diresse in una direzione opposta rispetto ad Alessandro. Maria ricevette il violoncello da Isabella, poggiò le borse momentaneamente sul vialetto e con le mani libere si infilò la custodia bianca tra le spalle, sollevò le borse e spinse con una mano sulla schiena Rebecca ad avanzare ed uscire dal cancelletto. Le due salutarono agitando brevemente la mano e con un sorriso si avviarono nella direzione da cui la sera prima erano provenute. "Perché va così veloce?Non ci aspetta?" chiese Rebecca all'amica, ella sospirò e fissò lo sguardo avanti "Bibi, è incazzato per ieri" le confessò. Strofinandosi la fronte con una mano corrucciò le sopracciglia e tacque. Entrambe rimasero in silenzio, certe volte interrotto da monosillabi o singole parole e si mantennero a debita distanza da Alessandro il quale camminava velocemente di fronte a loro.
Quella domenica era fresca e priva di impegni, si prospettava improduttiva soprattutto per la ragazza che ancora presentava certi sintomi tipici che seguono lo stato di ubriachezza. Ella sentiva che non avrebbe avuto la forza di prendere alcuna iniziativa riguardo allo studio, quindi si rassegnò inizialmente con piacevole disobbedienza a godersi una giornata di ozio. Tuttavia non poteva lasciar fuori dai suoi pensieri il comportamento assunto da Alessandro nei suoi confronti da quando l'aveva svegliata quella mattina: era accaduto anche altre volte che egli si arrabbiasse per sciocchezze o questioni serie, d'altronde avevano avuto diciassette anni per potersi confrontare in svariate occasioni. Ciò che le si presentava ora era invece un atteggiamento freddo, non percepiva alcun rancore nei suoi confronti per cui potesse prevedere come avrebbe potuto affrontarlo : adesso Alessandro la ignorava con disinvoltura e dimostrava quasi di non curarsi della sua salute come faceva Maria, non le rinfacciava i rimproveri che la sera precedente gli aveva, o credeva di aver sentito pronunciare, non le offriva alcuna ragione per iniziare un confronto e quindi risolvere la questione. Egli si limitava a non darle alcuno spunto per parlare, si era chiuso in sé e la trattava come un'estranea, l'aveva accompagnata a casa e salutandola come avrebbe fatto con una qualsiasi conoscenza, con la quale non avesse confidenza alcuna, s'era diretto in direzione del proprio appartamento. Rebecca non aveva avuto il coraggio, di fronte a tale freddezza, di parlare dell'accaduto ed era rimasta a bocca secca di fronte al portone del complesso in cui abitava, osservandolo allontanarsi e svoltare l'angolo senza alcuna esitazione. Quasi attendeva che egli si voltasse e tornasse indietro con il volto corrucciato dalla rabbia, o che almeno avesse dimostrato di provare sentimenti di un certo spessore, ma nulla di tutto ciò avvenne. Rimase a riflettere per qualche secondo nel medesimo luogo, poi si voltò guardandosi attorno e posò gli occhi sul parco. L'uomo che ricordava avervi visto all'interno ora vi entrava, indossando gli stessi abiti che gli aveva visto indosso il giorno precedente, ne rimase un poco sorpresa e le prese il sospetto nei suoi riguardi, facendole sorgere diverse domande. Quell'uomo la intravide e cambiò subito corso in sua direzione: colta dalla paura cercò freneticamente le chiavi ed aprì il portone d'ingresso e lo richiuse velocemente dietro di sé, voltandosi a vedere se egli l'avesse seguita ma notò, fra le losanghe del vetro, che s'era fermato nei pressi del parco, rivolto nella direzione del complesso. Non attese molto alla porta che se ne andasse via, cosa che avrebbe desiderato, poiché egli non si mosse e rimase a fissarla attraverso il portone dell'ingresso o almeno così le parve. Si affrettò su per le scale e suonò al campanello di casa.

Suo fratello le aprì e la lasciò entrare nel corridoio ritornando alle sue faccende interrotte "Mamma e papà?" gli chiese la sorella "Sono ad una mostra di non so cosa" rispose lui dalla sua stanza da letto "Ultimamente non li trovo mai in casa" pensò fra sé Rebecca, mentre poggiava lo zainetto a terra e si svestiva del giubbotto. Nell'appartamento si udiva un certa musica proveniente dal salottino che la ragazza riconosceva essere quella di un gioco "Ma stai rifacendo Assassin's Creed?" chiese ad alta voce Rebecca. Dopo qualche secondo, quando Marco spuntò dalla sua camera e si intravide attraversare il corridoio per entrare nel salottino, le rispose "E' il quarto, non l'avevo finito questa estate". La ragazza appese l'abito ad un pomello libero ed afferrò lo zainetto dirigendosi verso la stanzetta in cui ora si trovava Marco "Posso stare a guardarti?" rimanendo sulla soglia della porta. Il fratello, già posizionato sul divano e piegato in avanti per essere più vicino allo schermo della televisione, premeva velocemente i tasti del joystick nero "Se non hai niente da fare" rispose distrattamente. Rebecca lasciò lo zainetto vicino al divano e prese posto a fianco del fratello, il quale si voltò a guardarla e rimase sorpreso dal suo aspetto "Ma cosa avete fatto ieri sera? Sei ridotta male..." le fece perplesso "Niente di che, sono solo io messa così" si concentrò sulla schermata del menù su cui diversi quadranti si illuminavano e poi strisciavano via a sostituirsi con altri "Hai bevuto tanto?" continuò il fratello mentre selezionava alcuni materiali da acquistare, tra cui del legno e della stoffa "Un po'" sviò il discorso Rebecca protendendosi in avanti allo stesso livello di Marco. Quando si uscì dal menù, la schermata si spostò su di una nave settecentesca che solcava delle acque fra isole di piccole dimensioni "Quand'è che i marinai cantano?Mi piacciono le canzoni piratesche" chiese Rebecca in tono scherzoso "Non l'ho mai capito: ogni tanto mentre navighi partono, certe volte no..." ed il fratello schiacciò due tasti in rapida sequenza che fecero prendere il largo alla nave e raggiungere una discreta velocità "Ma non eri arrivato già al tempio maya o quello che era?" lo interpellò nuovamente la sorella "No, perché ero appena arrivato al villaggio degli assassini, quello dove mi dicono su perché ho rubato i vestiti al tizio" spiegò Marco "Quindi non hai ancora visto il teschio...aspetta, ma allora perché guidi la nave?Dove devi andare?", il fratello si fermò e la guardò stupito "Ma come fai a sapere 'ste cose?" la ragazza strinse le spalle e sorrise "Ci ho giocato con Ale, l'ho finito...almeno la storia, poi le missioni non le ho fatte, però..." la interruppe l'altro "Ma allora tu mi aiuti, perché adesso mi hanno detto che si fa difficile". I due fratelli trascorsero così la tarda mattinata a concentrare le loro menti su come proseguire il gioco. All'ora di pranzo i genitori rincasarono e il padre si occupò di preparare il pasto per tutti. Nel frattempo Rebecca aveva riacquistato un colorito più roseo in volto, così non le venne chiesta alcuna spiegazione o fatto alcun rimprovero riguardo alla notte precedente; le venne chiesto invece se si fosse divertita e chi vi aveva partecipato.

La famiglia tutta riunita intorno al tavolo della cucina, si distribuiva le pietanze quando qualcuno lo richiedeva, versava l'acqua nei bicchieri, si puliva la bocca con i tovaglioli e faceva tintinnare le posate mentre si cibava. Nel suono di questo rito erano incluse anche le frasi brevi e concise intorno alla giornata, al tempo e qualche volta si discuteva di politica ed economia. Al contrario di ciò che la madre aveva stabilito più volte, quasi per suo capriccio, il padre parlava del suo lavoro, ne discuteva con i figli e spiegava loro di quali faccende s'era occupato in quella giornata. Ma quel giorno era una domenica, quindi entrambi i genitori si trovarono concordi nel parlare della mostra che avevano avuto l'occasione di ammirare, ne descrivevano le opere, l'ambiente in cui queste erano state esposte e la gente che si era presentata. Si trovarono in sintonia per la maggior parte dei dettagli se non per qualche impressione su cui erano in disaccordo. Esprimevano i loro pensieri con pacata soddisfazione mentre all'esterno imperava un improvviso temporale che non aveva lasciato traccia dei suoi preparativi : si sentivano le voci, i rumori del pranzo, i tuoni e la pioggia che batteva alla portafinestra della cucina, era tutto mescolato in una moderna sinfonia diretta da un compositore dall'annale esperienza nel dirigere ma che nel solcare i pentagrammi di uno spartito non dimostrava alcun talento. I tuoni si fecero sempre più cupi, i fulmini non ne davano preavviso e si nascondevano in luoghi remoti, per loro fortuna, dalla loro dimora. Quella confusione cominciò ad infastidire Rebecca, le bussò alle orecchie facendole ritornare dei dolori fino a poco prima scordati, così si alzò dal tavolo della cucina prima di aver terminato il pasto, scusandosi mise il proprio bicchiere e le due posate nel lavello, poi si diresse al salottino. Lì trovò che la stanza era stata conquistata dalla luce cupa del fortunale, si avvicinò alla portafinestra coperta da tende bianche con sottili ricami e le scostò per poter vedere al di fuori, dove la pioggia cadeva diritta non sospinta dal vento. Il suo vicinato aveva perduto i colori e ogni casa aveva acquisito un certo grigiore, ogni cosa era sbiadita e rifletteva le tonalità delle nubi. Sul balcone che partiva dalla cucina fino ad arrivare alla stanza da letto dei suoi genitori, le gocce si infrangevano pesanti e venivano poi sparse in ogni direzione sottoforma di gocce più piccole, sul vetro della finestra al contrario si accasciavano come stanche e scivolavano lente alcune volte, altre spinte dal peso delle loro compagne, si affrettavano a raggiungere il pavimento piastrellato del balcone. Il respiro di Rebecca si materializzava e condensava sul vetro rendendole la vista difficoltosa in quel punto, poiché il suo alito tendeva a salire, caldo, sostituendosi all'aria fredda che affiancava la finestra. Osservava lo scenario immobile e sentiva crescerle dentro una certa nausea al solo guardarlo, tuttavia, come colta da uno strano masochismo, non volle staccare lo sguardo dall'immagine e piuttosto cominciò a fissare meglio i dettagli. Ad un certo punto i suoi occhi si soffermarono sul basso, dove però il mirare le era ostacolato dalla presenza del balcone, l'immagine in quel luogo veniva rifratta dalle sbarre nere.

I suoi occhi, dopo tanto osservare si adattarono e non riuscirono più a mettere a fuoco ciò che avveniva in basso, quindi, percependo un certo fastidio, si distaccò dalla finestra. Con la coda dell'occhio vide qualcosa in direzione del parco, ma non essendo sicura di cosa avesse visto, ritornò alla finestra avvicinando il volto al vetro, tuttavia l'immagine le risultò ancora una volta sfocata, tentò di alzarsi in punta dei piedi per poter evitare l'impedimento delle sbarre e quasi ci riuscì: scorse la sagoma di una persona aggirarsi vicino all'altalena del parco e poi svanire in direzione del muro. Quel punto, situato dal lato opposto dell'altalena, era coperto da tutti i lati poiché si trovava protetto dal muro di mattoni che in parte racchiudeva il parco stesso e da due alberi dal tronco spesso e dalla chioma bassa. Si figurò che potesse essere ancora l'uomo che aveva veduto già due volte aggirarsi attorno a quel parco che non poteva essere in alcun modo speciale o di particolare interesse per un individuo di quell'età: non pareva un senzatetto giacché era abbigliato di vestiti che parevano nuovi, sebbene fossero troppo leggeri per la stagione, come aveva precedentemente notato, non l'aveva mai veduto nei dintorni e perciò poteva essersi appena trasferito nel vicinato. Restava comunque sospetto il suo comportamento e Rebecca non riusciva a trovare alcuna ragione perché lui dovesse recarsi così spesso al parco: fu in quell'istante che le sorse un pensiero preoccupante che lo vedeva un drogato il quale aveva trovato in quel luogo il posto perfetto per non essere veduto da alcuno. Tuttavia non ricordava di aver mai visto siringhe nei pressi delle radici degli alberi e solitamente, seppure la manutenzione di quel luogo verde fosse stata abbandonata da parecchi anni, un vecchio si recava lì a far pulizia del fogliame caduto sul terreno o in generale teneva il parco.
Rebecca decise ugualmente di chiedere al resto della sua famiglia, ancora impegnata con il pranzo, se mai avessero sentito voci sull'avvento di un nuovo vicino negli ultimi tempi, ma nessuno fra loro aveva alcuna informazione a riguardo. Andò nel corridoio e prese il suo cellulare da una tasca del giubbotto, lo sbloccò ed aprì l'applicazione per le chiamate che la portò subito sulla schermata dei preferiti dove figurava il contatto di Alessandro, poche chiamate più giù. Esitò con il pollice tenendolo sospeso sopra la scritta del suo nome, sospirò e prese coraggio: premette sul nome e si portò in un gesto celere l'apparecchio all'orecchio mentre s'incamminava verso il salottino e chiudeva la porta. Il telefono squillava e continuò a farlo per circa un minuto e proprio mentre Rebecca era in procinto di arrendersi e terminare la chiamata, sentì la voce di Alessandro, flebile, risponderle chiedendole cosa volesse "Scusa se ti ho chiamato, ma è troppo difficile da spiegare via messaggio" dall'altro capo il ragazzo rimase in silenzio attendendo che lei continuasse "Stavo guardando fuori, vicino al parco e...Ecco è dall'altro ieri che c'è un tizio che gira vicino al parco"
"Mi hai chiamato per questo?"
"E' importante, prima mentre entravo in casa mi stava per seguire"
"Senti non ho tempo da perdere con le tue pare mentali, ciao" e riattaccò senza lasciarle il tempo di rispondere. Stizzita ed insieme comprensiva dell'atteggiamento dell'amico, si pentì d'averlo chiamato e cercò di rincuorarsi da sola per quanto riguardava il mistero intorno all'uomo. Infilò il telefono in tasca e si sedette sul divano. La stanza s'era scurita e la luce proveniva solo dalla finestra che lasciava trapelare quella che le nuvole riflettevano. Si portò la mano destra davanti al petto e cominciò ad osservarla mentre muoveva le dita lentamente, le unghie tagliate in malo modo la facevano sorridere, ricordandole quanto Maria se ne prendesse cura nonostante il suo maestro le proibisse categoricamente di tingerle o trattarle in qualsiasi modo, ma a lei, pur mantenendole corte, piaceva tenerle a posto. Passò poi ai solchi che le percorrevano più o meno profondi il palmo e la parte interna delle dita fino ai polpastrelli dove intravedeva le impronte digitali, la linea che si incurvava a partire da poco sotto l'indice e le tagliava quasi tutta la mano in due parti fino a dividersi in altre due linee di cui una più profonda. Subito sotto quest'ultima ve ne era una sottile e tagliuzzata che si scorgeva di più solo al piegare il pollice verso il palmo: la si vedeva terminare in una sfocatura a metà percorso verso la base della mano. Si era sempre chiesta per quale motivo suo fratello avesse quella stessa linea profonda e ben disegnata tanto che si notava non appena si posava gli occhi sulle sue mani, mentre lei ne possedeva una così fioca e quasi mancante. Un tuono la sorprese e le spostò lo sguardo verso la finestra che ancora scoperta dalla tenda, lasciava trapelare l'immagine dell'esterno.

Trienæ scrive alla sua cara compagna:

Molto mi duole separarmi da lei e da ogni cosa che la riguardi poiché passai un così lungo tempo ad addomesticarmi ai suoi usi e alle sue dolci parole , che ora mi pare di dover inizare una nuova esistenza non avendola più accanto a me. Le raccomando di non serbare ricordi distorti della nostra dipartita dal luogo che per sua intercessione ci ospitò senza richiedere alcuna rinuncia. Mi perdonerà se non ho adempito a tutti i compiti che mi aveva commissionato o se non ho tentato in ultima speranza di rimediare ai falli da me commessi in quel tempo. Molto ho da dirle in questa missiva e convengo che ella sia in bisogno di tali informazioni più di quanto non faccia mostra. Se ella ricorda del nostro primo incontro converrà che la nostra conoscenza non è stata dettata dal fato bensì dalla sua innata attitudine per gli intrighi, per i sotterfugi e la menzogna e qualora ritenga che queste qualità le siano attribuite nel male, si ravveda dei suoi pensieri e consideri questi dei semplici frutti dell'amirazione che nutro per il suo operato. Le informazioni che son certo le saranno utili riguardano l'esperto di erbe e medicamenti che ora l'ha in cura e ne paleseranno certi suoi affari i quali mi son stati riferiti da un tale su cui pongo la mia fiducia da tempo ormai immisurato. Quell'alchimista, quel masnadiere di nascoste fattezze, la ha ben incastrata in certi suoi tranelli da cui desidero ardentemente che lei si liberi e potrebbe anche parle che codeste notizie siano fasulle ma che legga con attenzione ché non si ravveda poi di ciò che le riferii tempo addietro. Egli si serve della mia amata compagna al fine di alimentare le sue speranze per dei lavori che io non posso dire di conoscere, egli la circuisce per ricavarne dati utili ai suoi esperimenti e le provoca danni inutili alle membra, ingiustificati e degni d'un oltraggioso sadismo. Non attenda che le sue ragioni la portino sulla retta via ma la si convinca che le mie parole siano veritiere poichè è lui che proferisce menzogna contro il mio sincero desiderio di salvarla. Quando le giungeranno tali notizie, non ponga troppa attenzione a ciò che può dire lei stessa per averlo veduto, giacchè se egli mente, e ne son oltremodo sicuro, l'avrà fatto più e più volte in sua presenza mentre non appena volta il guado altrove trama insidie contro di lei. Mi dia retta ed abbandoni quel luogo sacrilego in cui si nasconde dai miei occhi: non ho da chiedere le ragioni di tale comportamento e non lo farò. Trovi il modo di fuggire e sarà salva.



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