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lavoro pubblicato domenica 3 luglio 2016
ultima lettura martedì 22 settembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Breve Canto D'un Merlo Indiano

di DOMENICO DE FERRARO. Letto 343 volte. Dallo scaffale Poesia

                  Breve Canto D’un  Merlo Indiano  Stanco nel senso  d’età perdute  , con  la morte  che tarda avanza  , illuminato in  un raggio di...

Breve Canto D’un Merlo Indiano

Stanco nel senso d’età perdute , con la morte che tarda avanza , illuminato in un raggio di sole che penetra nella terra, nelle ossa sepolte nel campo abbandonato dietro
il camposanto ,nel fiore che sboccia dal cranio che pende sul crinale del placido meriggio. Ammiro nel silenzio da questa finestra , oltre te che preghi in questi giorni afosi , adducente al progressivo senso ,in mille fantasie ,prolassi anali , misteri polizieschi , finzioni, biologiche , chete
nell'emozione che svaniscono in un crescendo di allegre note . Avanzi intellettuali ,immondizia morale , inizia la grande danza della demenza senile. Incapace di congiungere l'atto all'atto per brevi tappe filologiche , poemi d’ epoche remote , conclusioni che si fanno avanti nel tempo che scorre in astruse parole legate dietro il carro d’apollo solcante il cielo condotto da ignude vestali. Dove termina il nostro sapere ? dove termina questo amore che allarga il cuore, spinge ancora a credere a non lasciare i bimbi da soli al sole.


Avrei voluto essere qualcosa altro , forse la voce gracchiante che sento in questo mattino d’ un merlo indiano che sisca gioioso dentro la sua gabbia, ma la morte con le sue mani pelose, dai lunghi artigli, con la lingua fora è venuta ad uccidere la nostra libertà ,la nostra voglia di vivere in un anonimo ristorante a Dacca .
La sola colpa di non conoscere le tante parole d’un Dio comune. Restare in bilico su questo mondo ingordo , orbo, meditabondo , vagabondo, in cerca della sua personale felicità . Ora vorrei incominciare a capire perché ò muorto aspetta ancora fore a porta con un mazzo di sciore in mano.
A morte ci ha trovato rassegnati entrambi , ignari di chi siamo in quest'ammore, potevamo essere migliori , forse fratelli nella fede ,nella storia che mò te conte.


C'è steve una volta ,una vecchia che viveva contenta con la sua morte , ogni giorno con ella abballava una bella tarantella , la stringeva coppe allo pietto, piatto suo , non la lassava mai , gli faceva mille carezze, gli comprava ò zucchero ed il caffè , gli faceva il brodino con i tubetti.
La vecchia e la morte erano compagne , amiche, amante, la vecchia la voleva bene alla sua morte e la morte la ricambiava con mille promesse . “Non ti preoccupare , quando verrà lo turno tuoi te facce fare una bella morta, sei contenta ?
la vecchia era contenta , chiagneva , rideva, cantava, sperava e sopra la tavola metteva tanti fiori d'arancio.
E come la rota delle stagioni, la notte smontò e lo jorno arrivò bello e buono in una dummeneca di luglio , mentre lo merlo siscava solagno l'aria soia nella gaiola appesa al muro , la morte si pigliò ch'ella che sempre gli era appartenuta, la vita della povera vecchiarella. Fu in un lampo , una scossa , all'intrasatte sé la portò in cielo mezzo a due angeli, la vecchia contenta di volare via s'addormentò con tra le mani una croce ed in bocca una piccola preghiera per tutti i vecchi che non tengono ne denti , ne parenti .

Ora luce vedo in fondo a questo tunnel un lampo , un amore confuso ,oltre ciò che ti dico ,oltre il nostro cammino ,con la speranza, con questa umile preghiera che lassa sale fino al cielo , che sboccia giuliva, mostrando la sua colorata corolla. Ah infima speme , stretto solco ove io piantai il seme malvagio d’ un genio malvagio , lungi da me prole abbietta , che ingrata rosica le ossa di questa storia, oltre l'imago ed oltre ogni sorte che c’attende , sul filo del rasoio noi pendiamo inermi nel vuoto, in un amore che non sa dare, che non lega l'umano al divino, che volge il viso verso la sera che tarda , appresta a non raccogliere ciò che abbiamo mietuto. Oh sorte ,mesta estate bella e procace dai seni gonfi di latte, dal sorriso giocondo. Viaggi dentro di noi , balli e canti , apri la porta ad altre storie nell’errare di genti che lungo l'africo avanzano , impietosi ,sporchi , laceri, fuggiaschi, con stretto sotto l'ascella il cranio dei loro avi.



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