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lavoro pubblicato sabato 2 luglio 2016
ultima lettura giovedì 6 febbraio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Un virus chiamato uomo

di AnitaVeln. Letto 618 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Il dottor Martin camminava nervoso lungo il corridoio, picchiettando con i piedi sul pavimento di linoleum verde scuro. Si mordeva il labbro superiore, arricciando quello inferiore, e, di tanto in tanto, si toglieva gli occhialetti rotondi che portava ...

Il dottor Martin camminava nervoso lungo il corridoio, picchiettando con i piedi sul pavimento di linoleum verde scuro. Si mordeva il labbro superiore, arricciando quello inferiore, e, di tanto in tanto, si toglieva gli occhialetti rotondi che portava sul naso, li strofinava contro il tessuto ruvido del camice, e poi li rimetteva al loro posto. Lo faceva sempre quando era agitato, e, visto come si era risolta la situazione, aveva tutte le ragioni per esserlo. La faccenda era capitolata, queste erano le testuali parole del suo superiore. Non c'era più niente da fare, forse, se non aspettare, e cercare di non farsi prendere dal panico per non accelerare il processo che era già in corso. Questo aveva detto il capo, seduto sulla sua comoda poltrona girevole, masticando un sigaro all'angolo della bocca. Questo, e niente più. No, pensò tra sé e sé il dottor Martin, dando un'altra bella ripulita alle lenti spesse, ha detto anche qualcos'altro: che era facilmente preventivabile. Ora lo ricordava perfettamente, e si sorprese del fatto che stava per dimenticarsi la parte più importante, quella che gli aveva letteralmente gelato il sangue nelle vene e fatto increspare la pelle in onde di terrore. Sul momento, davanti al capo, non aveva potuto protestare, né mostrarsi impaurito (come effettivamente era), perché sarebbe stato sconveniente; ma adesso era solo, non c'era nessuno che percorresse quel corridoio anomalo e stranamente lunghissimo, quindi poteva lasciarsi andare ai pensieri, e alla paura. Ripensò con più intensità a quelle parole che gli erano sovvenute solo da poco, e a quanto fossero terribilmente vere. Forse era quella la cosa che lo spaventava di più dell'intera faccenda: non tanto l'imminente sterminio (ma il capo preferiva chiamarlo debellamento, o, al massimo, disattivazione, perché faceva più scientifico) che avrebbe seguito quella straziante condizione di countdown, quanto il fatto di dover ammettere che avevano rischiato sapendo di fallire. Ormai era inutile negarlo e, per quanto gli costasse imporlo anche a se stesso, doveva farsene una ragione: anche un bambino di cinque anni, che nulla sapeva di tecnologia, software, virus e quant'altro, avrebbe potuto capire che la situazione non si sarebbe potuta risolvere che in un'apocalisse. E forse, sotto sotto, lo sapevano tutti, fin dal principio.

Già, il principio. Difficile riavvolgere il nastro adesso, vero? Gli eventi erano gradualmente precipitati verso la catastrofe. Camminando a passo svelto per il corridoio, i cui pannelli laterali si illuminavano di cento spie diverse al suo passaggio, il dottor Martin si ritrovò a pensare a come si era potuti arrivare a quel punto. Si ritrovò a ripensare all' intera faccenda, come la chiamava il suo superiore. Conveniva con se stesso sul fatto che fosse impossibile riaggomitolare il filo degli eventi fino al principio, ma pensava, comunque, che non gli sarebbe costato tanto sforzo cercare di capire. In fondo, non dovevano fare altro che aspettare, giusto? Bene, e lui avrebbe atteso pensando.

Il suo inizio – non quello universale, che probabilmente era un punto talmente tanto indietro nel tempo che nessuno di loro avrebbe potuto ricordarlo – risaliva più o meno al giorno in cui la Sequenza era stata avviata. Così la chiamavano: la Sequenza. Sarebbe dovuto essere un grande progetto. E, in fondo, prima che tutto iniziasse a dissolversi come fumo tra le dita, lo era stato. C'era una quantità enorme di lavoro dietro quell'idea così ambiziosa, e, allo stesso tempo, così terribilmente pericolosa, che nessuno, al di fuori degli addetti, avrebbe potuto neanche immaginare. Il concetto era semplice: trasformare l'Emisfero Nord della Terra in un gigantesco generatore di forze, mentre avrebbero mantenuto il Sud come fonte di energie e beni primari (in particolar modo, acqua e cibo). Non sarebbe stato difficile, dal momento che il Nord aveva già da tempo raggiunto il livello massimo di industrializzazione. L'opera di disboscamento era iniziata anni prima, qualcosa come agli albori del ventunesimo secolo, e la ricostruzione delle aree ormai spoglie era stata avviata già da allora. Centinaia di ettari di terra inutile e ormai sfinita dalle carestie (ce n'erano state molte, causate dall'innalzamento improvviso delle temperature) e dagli ingegnosi esperimenti dell'uomo, sarebbero stati ricoperti da pavimenti intelligenti e pannelli informatici di ultima generazione. Avevano iniziato con piccole aree disabitate e disboscate, ma poi erano andati oltre: dove un terremoto devastante o uno tsunami impietoso avevano distrutto città, porti e campagne, loro avevano impiantato i loro congegni elettronici, senza preoccuparsi di ricostruire. No. A cosa sarebbe servito? Anzi, a volte i cataclismi naturali erano un valido aiuto all'opera di ristrutturazione del Nord. E così, piano piano, divorando intere foreste e sfigurando il volto delle città sopravvissute, avevano rivestito tutto. Al momento non c'era un singolo centimetro di terra che non fosse coperto dal loro linoleum verde scuro, su cui poggiasse l'enorme Struttura formata da laboratori, pannelli, macchine, corridoi multifunzionali. Era stato un lavoro grandioso. Grandioso davvero. La Struttura in sé per sé, comunque, era solo un pretesto. Ciò che davvero era importante era quello che c'era sopra: un enorme alimentatore elettronico, una cupola invisibile ma potentissima che generava una quantità infinita di vettori e di forze elettriche che si dipanavano nelle varie direzioni, lungo i paralleli e i meridiani della Terra. Era logico che, per alimentare e mantenere vivo un campo magnetico grande come quello servisse un quantitativo esorbitante di energia, che veniva prodotta nel locali interni alla Struttura.

Il dottor Martin si passò una mano sulla fronte, per asciugarsi il sudore, e continuò a camminare, mentre un occhio meccanico si staccava dalla parete di destra, cadendo a terra con un clangore agghiacciante. Tutto stava andando in pezzi, non solo il loro progetto, ma anche la Struttura stessa.

Non poteva negare, nonostante tutto, che avessero svolto un ottimo lavoro. Quando anche le ultime aree verdi avevano lasciato il posto ad altri modem e ad altri apparecchi, l'opera poteva dirsi conclusa, e fu proprio allora che la Sequenza era stata finalmente attivata. Tutte le apparecchiature erano state messe in funzione, una distesa di luci psichedeliche che avevano illuminato metà della Terra per anni, visibili dalle stazioni spaziali e dalle sonde che gravitavano intorno ad essa. E quante meraviglie scientifiche avevano avuto luogo là dentro, sotto un cielo che era stato sostituito da un soffitto polivalente in grado di riprodurre, su semplici schermi, la luce del sole e della luna, in tutte le loro miliardi di gradazioni? Al dottor Martin si riempivano gli occhi di lacrime al solo pensiero: quanti progetti, scoperte, miglioramenti avevano visto la luce in quegli anni, e a quanti di loro avrebbero dovuto rinunciare dopo tanto lavoro! Pensare che, una volta arrivata la fine, tutto quel progresso sarebbe stato nuovamente distrutto gli riempiva il cuore di dolore.

Per i primi decenni, tutto si era svolto secondo il loro piano, e, davanti a tanta bellezza e a tanto sviluppo, nessuno si era reso conto del rischio altissimo che stavano correndo, e che, a breve, avrebbero pagato a caro prezzo. Certo, tutti, essendo scienziati tra i più brillanti del pianeta, sapevano che sfidare la Natura troppo a lungo sarebbe stato un errore, ma, arrivati ad un certo punto, non erano stati più in grado di fermarsi. Il paradosso era che sarebbero stati debellati – come piaceva dire al capo – dalla loro stessa creazione. Erano andati avanti con il loro magnifico progetto di ristrutturazione senza tener conto della regola più basilare, che un qualsiasi adolescente conosce: che ogni computer, cioè, viene prima o poi attaccato da un virus. Ed ecco che, a voler sfidare la Natura così a lungo, loro stessi si erano trasformati nell'infezione che doveva necessariamente essere sconfitta. Non si parla di virus biologici, di quelle piccole creaturine in grado di infettare e riprodursi alle spalle di altri organismi – quelli non esistevano quasi più, dal momento che metà delle specie viventi erano state sterminate per far posto alla gigante Struttura e alla Sequenza – ma di un cosiddetto malware. Il virus dei computer. E dal momento che vivevano in un elaboratore dalle dimensioni titaniche e che tutto, intorno a loro, era elettronico, si erano trovati di fronte ad un gran bel problema. Quando era cominciata a circolare la voce di una possibile insurrezione delle macchine, nessuno vi aveva dato molto peso; era un'ipotesi probabile, sì, eppure pensavano tutti di essere in grado di mantenere il controllo. In fondo, già dai primi momenti della sua creazione, la Struttura aveva mostrato segni di debolezza, piccoli cedimenti o sobbalzi elettrici, che tuttavia erano stati riparati facilmente; con il passare del tempo, invece, i crolli del sistema erano diventati sempre più frequenti e più difficili da sistemare, finché la Struttura non si era trasformata in qualcosa di ingovernabile. Un gigantesco mostro elettronico, guidato da un cervello autonomo, che era sfuggito alle mani dell'uomo, il quale era diventato il nemico da eliminare. Tutt'ora non si erano scoperte le cause del virus, né le sue origini, ma, a quel punto, avrebbe avuto importanza? Non c'era davvero più niente da fare, e, stretto in una cinghia di rimorso, il dottor Martin dovette appoggiarsi alla parete metallica per non cadere. Si slacciò il nodo della cravatta, e prese due belle boccate d'ossigeno, prima di riprendere a camminare. In lontananza si udì il grido strozzato e acuto di un allarme, poi una serie di ordini impartiti da una voce che non seppe riconoscere, seguiti da un trambusto ovattato. Tutto aveva l'impressione di accadere molto lontano da lui, quasi in un altro tempo. Solo qualche mese prima, il suono di un allarme – fosse anche solo quello che annunciava la pausa pranzo – lo avrebbe fatto sobbalzare. Ora, invece, non aveva più alcuna importanza. Avevano riparato quello che era stato possibile riparare, e avevano rallentato il processo di disattivazione quanto più gli era stato possibile. Ora lasciavano semplicemente che le cose seguissero il loro corso, come sempre accadeva in Natura, e che tutto andasse come doveva andare. Sì, avrebbero potuto spegnere quell'allarme che strombazzava in lontananza, ma a che scopo? Tanto sarebbe finita lo stesso. Erano un virus, lo dovevano riconoscere: non solo dal punto di vista umano, potremmo dire, con tutti i disastri che avevano generato alla povera Terra, ma anche dal punto di vista strettamente fisico. Erano fastidiosi elementi estranei che occupavano uno spazio quasi totalmente infetto. La gigantesca cappa di energia che li sovrastava sarebbe crollata, e avrebbe portato con sé i resti di quegli ometti in camice bianco.

Dopo aver dato una rapida occhiata alle sue spalle, per essere sicuro che nessuno dei sensori si fosse attivato in risposta all'allarme, il dottor Martin proseguì lungo il corridoio dal pavimento verde scuro, che gli ispirava una macabra somiglianza con il Miglio Verde dei bracci della morte, nell'America di moltissimi anni prima. Un braccio meccanico si sporse dalla parete, e tentò di afferrarlo, in un ultimo, disperato tentativo di trovare una risposta. La Struttura soffriva, come se si fosse accorta che, da lì a poco, sarebbe collassata. Il dottor Martin si scansò appena in tempo per evitare che le dita di metallo si stringessero attorno al suo avambraccio, e proseguì.

Sospirò, e decise di smettere di pensare. Sperò che, forse, quelli che sarebbero sopravvissuti avrebbero imparato la lezione, e non avrebbero ripetuto il loro sbaglio. In fondo, non era stato un completo disastro, vero? L'Emisfero Sud era ancora florido e avrebbe potuto risollevare le sorti del Pianeta, e il Nord sarebbe potuto essere ripopolato, un giorno. Certo, ci sarebbero state conseguenze gravissime, forse addirittura un capovolgimento del magnetismo terrestre (era possibile, avevano calcolato, visto l'enorme sbalzo elettrico che sarebbe seguito il crollo della Struttura), ma non sarebbe stata la fine. Magari avrebbero piantato nuovi alberi, e sarebbero cresciute nuove foreste. Il dottor Martin si sorprese a pensare di non averne mai vista una: quale spettacolo si era perso! Magari sarebbero dovuti passare molti anni, prima di vedere nuove forme di vita al Nord, ma sarebbe successo, ne era sicuro. In fondo, l'uomo era un animale talmente straordinario che avrebbe trovato una nuova maniera di sopravvivere. La trovava sempre, nel bene o nel male. Era vero, loro avevano fallito, avevano osato troppo, e sarebbero stati puniti per questo, ma le generazioni a venire sarebbero state più prudenti. L'importante era capire l'errore: un errore che era cominciato da tempo, molto prima di lui, e che aveva portato, nell'indifferenza generale di un'umanità dedita solo alla smania di potere e di controllo, ad una conseguenza più che prevedibile. L'uomo aveva deturpato la Natura, credendo di poterla sostituire da quell'immensa capsula elettronica, che ora si stava giustamente ribellando al suo creatore, disfacendosi sotto i loro occhi con il passare dei giorni. Ormai mancava davvero poco, prima che il sistema collassasse e si autodistruggesse, questione di giorni, forse anche ore. Ora che aveva riconosciuto il suo errore e provava una cocente vergogna e un grande disgusto verso se stesso e la sua presunzione, il dottor Martin si accorse di una cosa stupefacente: che non si meravigliava che fosse finita così e che, tutto sommato, non gli dispiaceva affatto. Certo, rimpiangeva di non essere stato abbastanza attento, e gli bruciava dover perdere tutti quegli anni di lavoro e fatica, ma riconosceva che, in fondo, si trattava solo di un ammasso di cavi e schermi senza un'anima. Avrebbero detto addio ad un'accozzaglia di ferraglie, computer e server infetti.

Quello che avevano perso prima, in fondo – gli alberi, le foreste, gli animali – era stato molto più importante.




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