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lavoro pubblicato martedì 28 giugno 2016
ultima lettura martedì 17 settembre 2019

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Le vite e i giorni (capitolo terzo)

di elisabettastorioni. Letto 511 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Il giorno seguente, al suono dell'ultima ora, non ci fu un membro della classe che non fosse colto da un senso di redenzione, per essere stato reso li...

Il giorno seguente, al suono dell'ultima ora, non ci fu un membro della classe che non fosse colto da un senso di redenzione, per essere stato reso libero dalla costrizione del banco e invitato ad assaporare l'aria dell'esterno. Nella stagione invernale, come in quella estiva, non vi era occasione che l'aula fosse un luogo sano ed eccellesse per pulizia ed igiene: s'accumulavano ogni sorta di batteri e polvere in quantità oltre il tollerabile, sia tra le veneziane che non avevano mai mostrato il loro vero colore, che negli angoli remoti della stanza, dietro l'armadio, tra i banchi e la cattedra. Quando uno studente si presentava a scuola con semplici ed innocui malanni stagionali, ecco che l'aula diveniva un pullulare di germi ed agenti infettivi tali da rendere un raffreddore una piaga contagiosa; in men che non si dica la lezione diveniva una composizione lirica di fazzoletti e nasi colanti.

L'esterno accolse gli studenti con una temperatura più rigida rispetto al giorno precedente ma anche più secca, cosicché l'umidità si fece più rada, scongiurando l'avvento della nebbia. Il cielo era sempre ricoperto di nubi di media densità le quali, ad intervalli, lasciavano trapelare qualche raggio solare.
Rebecca, Valeria e Stefano si avviavano fuori dal cortiletto antistante l'ingresso, quando l'ultimo intravide una figura familiare che ben presto riconobbe. Questa si fece avanti ad incontrare i tre, una donna sulla cinquantina, dagli abiti scuri e con diverse borse di tela sulle spalle "Rebecca, eccoti: senti, avevo il cellulare senza soldi e così sono venuta qui direttamente" sbottò cercando di riprendere fiato "Mamma che ci fai qui?" si fermarono tutti e tre i ragazzi, Rebecca le si fece più vicina mentre gli altri due rimanevano poco più indietro "Vai ad accompagnare la nonna a messa?"
"Cosa? Ma perché?" chiese incredula "Non può andare da sola, lo sai, solo per oggi" la figlia fece per interromperla ma la madre l'anticipò, visibilmente di fretta "Senti, io oggi ho le prove col trio e non so quando torno sta sera"
"Ma allora Marco? Perché non mandi lui?" protestò "Marco ha da studiare, tu oggi sei libera, dai"
"Ci sta campando con questa storia della maturità, non è che stia studiando più di prima"
"Fammi un favore, solo per questa volta, OK?" concluse la madre, e salutata la figlia ed i due dietro di lei, s'affrettò nella direzione da cui era provenuta.
Rebecca rimase a guardarla mentre svaniva tra gli studenti e fece roteare gli occhi. Valeria e Stefano le si fecero nuovamente vicini e la spinsero ad incamminarsi includendola fra di loro.
Mentre camminavano, i due continuarono un discorso che avevano probabilmente intrapreso mentre Rebecca discorreva con la madre, ma ad un certo punto ella si sentì in dovere di interromperli per sbrogliare un dubbio "Vale, ma tu vieni sta sera?" parlò in modo quasi inquisitorio "Ho da fare oggi" tagliò corto l'amica : Rebecca era ben consapevole dell'inimicizia che si rinnovava tra Maria e Valeria ad ogni loro incontro e temeva che, avendo Carlo, una comune conoscenza, invitatele entrambe, la serata sarebbe stata intrisa di tensioni fra chi parteggiava per una o per l'altra.
La preoccupazione che le era sorta quando la madre le aveva parlato di accompagnare la nonna nel tardo pomeriggio, riguardava il poco tempo che le sarebbe rimasto per prepararsi alla festa di Carlo : in primis doveva recarsi con altri amici più stretti alla casa di Isabella, dove si sarebbero riuniti prima dell'orario indicato per la serata ed Isabella avrebbe poi mostrato loro la strada per la casa di Carlo che, a quanto lei sosteneva, si trovava nelle vicinanze.
La messa era alle sei, chissà per quale ragione sua nonna Elisabetta era convinta che l'ultima messa fosse sempre la più indicata, in più si doveva addizionare il tempo impiegato a piedi e dall'autobus per recarsi dalla basilica di Santa Giustina alla casa dell'anziana e poi verso quella di Isabella.
Giunti alla fermata del tram, Rebecca si congedò dai compagni e lasciò che Valeria salisse sul mezzo appena giunto e che Stefano si recasse alla fermata del suo autobus. Rimase ad attendere sulla piattaforma in solitudine, vedeva la gente che si accumulava su di essa, alcuni gruppi di ragazzini rumorosi, qualche impiegato d'ufficio, ma invece di notare chi attendesse il tram o chi ne scendesse o chi ancora vi saliva, osservava con innocua curiosità le finestre della palazzina di fronte a sé, i dettagli che non aveva mai preso in considerazione in tutti quei giorni, susseguitisi uno dopo l'altro per anni, in cui ella si recava alla medesima ora, un giorno alla settimana ad un ora più tarda, a quella fermata del tram incurante di tutto il resto; si rendeva conto d'aver posato gli occhi mille e mille volte sullo stesso panorama senza mai tentare di volgere il guado altrove. Si ricordava bene gli abiti che Valeria indossava, il colore della sua giacca le era impresso nei ricordi ma non i dettagli, se poi provava a cambiare visuale si trovava di fronte ad un'immagine nuova, differente e le sembrava di trovarsi in quel luogo per la prima volta.

Sfilò il cellulare dalla tasca ed inserito il codice di sicurezza, aprì l'applicazione che utilizzava per la corrispondenza e selezionò quella che condivideva con Alessandro, dunque digitò . Ricevette subito una risposta che leggeva

lei subito sviò il discorso
. Ed infatti dopo qualche minuto giunse un altro tram che non trasportava un gran numero di passeggeri, al contrario dei precedenti. Rebecca cercò l'amico con lo sguardo mentre entrava nel mezzo e lo vide appoggiato alle spire nere tra una carrozza e l'altra del tram. Lo raggiunse e gli si mise innanzi; lui senza degnarla d'uno sguardo continuava a digitare sul suo cellulare. "Ascolta: noi andiamo da mia nonna, la accompagnano, prendiamo l'autobus, la riaccompagnamo a casa e poi a piedi andiamo a casa della Isa" cominciò Rebecca senza salutarlo e riuscendo a fargli alzare il capo in posizione eretta e nascondere il cellulare in tasca "Bibi, guarda che da tua nonna alla Isa, a piedi, sono almeno quaranta minuti" si lamentò Alessandro "E allora prendiamo l'autobus" fece spallucce in rassegnazione, lui incrociò le braccia sul petto "Bibi...tu sai dov'è la casa di Carlo?"
"No, non lo so...ma andiamo dalla Isa, ce la facciamo dai" insistette lei e così fu deciso : Alessandro si arrese alla proposta, per lui poco conveniente, ed i due si diressero a casa di lui per condividere il pranzo.
Quando Alessandro e Rebecca si trovavano a pranzare insieme, potevano essere ben contenti di non dover assistere al proprio vicino che, ignaro dei due, si cibava di una gran varietà di piatti. Tuttavia entrambi non provavano un intenso desiderio nel guardare cibarie a loro interdette, si trattava piuttosto di una curiosità, a lungo coltivata, dell'assaggiare, del sentirne il gusto; la loro salivazione non aumentava alla vista del cibo e vedevano pietanze come i dolci più come delle opere artistiche che culinarie.
Terminarono di pranzare alle due passate ed indecisi sul da farsi, si proposero di recarsi al parco, teatro dei loro pomeriggi d'infanzia.
Presero posto sull'altalena rivolgendo le spalle alla strada e stettero lì a contemplare il muro di mattoni ricoperto quasi interamente da piante rampicanti.
La linea che avrebbero dovuto prendere per raggiungere la casa di nonna Elisabetta, aveva la sua fermata più prossima ad un quarto d'ora di cammino dal parco, l'autobus passava alle cinque e mezza, orario che entrambi avevano già bene in mente. Il viaggio sul mezzo sarebbe perdurato per meno di dieci minuti, permettendo loro di essere appena in tempo per raggiungere la basilica e prendere parte alla messa.
Nel frattempo non sapevano bene come trascorrere quel tempo che rimaneva loro, ben due ore e mezza che si prospettavano senza progetto alcuno.
"Sei andata a fare gli esami ieri?" ruppe il silenzio Alessandro "No, ancora ad inizio settimana"
"Niente di nuovo?"
"É palese ormai che io sia sterile" egli si voltò a guardarla con perplessità "Non ne eri già certa?" lei spostò col piede qualche sassolino della ghiaia posta al di sotto dell'altalena "É mia madre soprattutto a non accettarlo, io non ho progetti per una famiglia ora, tutto quello a cui posso pensare adesso é finire l'anno, continuare a seguire la dieta, e così... Arrivare al diploma sana e salva, sai cosa intendo" colorò le ultime parole di una flebile risata. Alessandro tacque ed il silenzio calò fra i due. Poco dopo fu lui a romperlo di nuovo "Non è colpa nostra Rebecca" sentenziò e l'amica rise "Quando mi chiami così mi vengono i brividi" e simulò dei tremori strofinandosi le braccia e stringendosele al petto "Sul serio, non è colpa nostra" cercò di riportare serietà soppesando il tono della sua voce. Cadde nuovamente il silenzio."Per caso..." azzardò lei "Hai qualche problemino del genere anche tu?" finì la frase con un sorriso malizioso ma il suo sguardo intanto palesava una certa insicurezza mescolata alla paura per la risposta che avrebbe ricevuto; non aveva ponderato con cautela la scelta di porgli quella domanda ed ora se ne pentiva, però, allo stesso tempo, tremava per la curiosità. Egli le rivolse uno sguardo ch'era un concentrato di sentimenti di vario genere: si potevano distinguere l'incredulità, l'incomodo e la ferrea volontà di non risponderle; così fece.
Rebecca fu presa da un certo imbarazzo che cercò di oltrepassare immediatamente "E se avessimo i giorni contati?" Alessandro sogghignò con indifferenza "Se fossimo destinati a morire a venti o trent'anni?"
"Non abbiamo una malattia mortale"
"Tu che ne sai? Magari è una di quelle malattie che hanno un lungo periodo di incubazione e poi boom!" alzò il tono della voce nel pronunciare l'ultima parola e mimò allargando le mani un'esplosione.
"Non siamo malati"
"E allora perché continuano a farci esami?"
"Ti dico che non siamo malati"

"Ma non ci terrebbero sotto farmaci per niente" a quel punto Alessandro sbottò indispettito "Non abbiamo niente che non va, non siamo malati" si alzò di scatto dell'altalena facendola dondolare all'indietro, fece qualche passo in avanti ed infilò le mani nelle tasche del suo giubbotto. Le labbra di Rebecca si schiusero un poco, il suo respiro creò una leggera nube che volò via, seguendo la direzione per le sue compagne. Egli si fermò eretto continuando a voltarle le spalle, si intravedeva il capo muoversi talvolta in direzione dell'albero a destra, della piscina di sabbia a sinistra.

"É successo qualcosa ieri?" disse la ragazza a voce bassa, timidamente. Lo vide abbassare la testa, respirare profondamente e non proferire parola.
Passavano i minuti, il sole faceva capolino tra qualche nube che ancora si faceva strada nelle sfere più alte dell'atmosfera, i raggi erano ora d'un ocra acceso e donavano sfumature dorate a tutto ciò che incrociavano. Lì, nel parco, non giungevano se non sulla cima dei due alberi che primeggiavano per altezza e sui capelli di Alessandro.
Rebecca s'alzò a sua volta dall'altalena e andò ad accovacciarsi vicino alla piscina di sabbia, tenendo le ginocchia unite ed una mano dentro la tasca del giubbetto, mentre con l'altra cominciò a disegnare cerchi sula sabbia: usava tutte le quattro dita più lunghe tracciando più linee contemporaneamente, poi le piegava verso il palmo a lasciare che fosse solo l'indice l'artefice dei suoi disegni.
"Quando vedo mia madre, certe volte penso di non essere sua figlia: insomma, cosa dovrebbe determinare la nostra parentela?" pensò la ragazza a voce alta, Alessandro guardò nella sua direzione voltando il capo di scatto "Cosa vuoi dire?" la interpellò cercando di nascondere una certa paura "Io...non lo so, certe volte la guardo e non mi pare di essere sua figlia, è difficile da spiegare, ma forse è che lei è sempre via per i concerti" concluse Rebecca, continuando a giocherellare con la sabbia "Deve essere perché non era molto presente" concordò il ragazzo "E anche adesso non è che lo sia molto" continuò la ragazza "Però le assomigli" aggiunse lui "Tu dici? A me non pare : mio fratello é più simile a lei, anche se ha un po' di mio padre". Terminarono il discorso e rimasero in silenzio : non vi era bisogno di parlare, poiché l'intimità che esisteva fra di loro faceva sì che tali momenti fossero ancora più necessari al loro rapporto. Il silenzio era rinvigorente, lasciava che la fatica delle parole fosse abbandonata, per lasciare spazio ai pensieri, più leggeri ed onesti.
Un poco dopo le tre del pomeriggio decisero che non fosse produttivo rimanere nel parco a far nulla, così tornarono al chiuso, salendo per l'appartamento di Alessandro. Scelsero un vecchio DVD dalla piccola collezione a fianco del lettore, e si sistemarono comodamente sul divano a guardare un film che ad entrambi aggradava e che avevano visto più volte. Si trattava solo di un diversivo per occupare il tempo e per non pensare ai crucci che si andavano accumulando nelle loro menti. Ad un certo punto del film Rebecca pensò di andarsi a preparare l'abbigliamento per la serata presso Carlo e fece una breve sortita a casa propria. Quando fu sulle scale nell'atrio, sentì il portone dell'appartamento sbattere e dei passi frettolosi, una voce femminile che si congedava bruscamente e dunque si vide arrivare di fronte la ragazza di suo fratello. Questa neppure la salutò, scese velocemente i gradini zampettando e ignorò, mentre la superava, Rebecca che era rimasta imbambolata a metà della rampa, appoggiata al muro. Ella non tentò nemmeno di fermarla o di richiamarla, dopo qualche secondo e realizzato l'accaduto, finì gli ultimi gradini ed aperse il portone di casa. Non trovò nessuno nel corridoio, chiamò per verificare che uno dei suoi genitori non fosse in casa, quindi si diresse spedita verso la camera di suo fratello che trovò chiusa. Tentò di aprirla facendo forza sulla maniglia ma era stata chiusa a chiave, bussò e chiamò Marco senza ricevere alcun segnale. Dopo poco ragionare sulla soglia della sua porta, s'arrese ed entrò in camera sua, la quale si trovava alla sua destra. Aprì i cassettoni vicino al letto, poggiati sul muro alla sua destra, ne valutò il contenuto e cominciò a rovistare con calma, spostando i vari capi contenuti all'interno , sollevò un abito con entrambe le mani e lo alzò al livello del vuoi viso. Lo fissò per qualche secondo e si disse scontenta della scelta, poiché era troppo sofisticato per una serata come quella che le si prospettava. Dopo molto valutare optò per una paio di jeans di un blu neutro, che abbinò ad una camicia verde bosco ed una giacca dal modello elegante ma dal tessuto in cotone, di colore cachi. Avrebbe indossato le medesime scarpe che aveva indosso, dunque raggruppò i tre capi che aveva scelto e cercò una busta in tessuto per poterveli infilare dentro. Fatto ciò mise la busta dentro ad uno zainetto nero che lasciava sempre a fianco della scrivania e andò in bagno dove prese alcuni trucchi, tra cui un eyeliner ed un mascara; infilò lo spazzolino dentro un contenitore da viaggio apposito, che trovò dentro il mobiletto sotto al lavandino, e stipò il tutto dentro lo zainetto ordinatamente.
Mentre era intenta a preparare ciò che le serviva, il suo pensiero andava al fratello, s'arrovellava chiedendosi che cosa fosse accaduto e della gravità dello stesso, giacché Marco non le aveva permesso di entrare. Uscì di casa senza dire nulla, a passo lento per poter ragionare o forse con la piccola speranza che suo fratello la richiamasse per spiegarle tutto. Si dispiaceva all'idea che quei due, dopo anni passati insieme, pur con i loro alti e bassi, dovessero giudicare terminato il loro rapporto ma temeva, dati i sospetti, precedentemente illustrati, maturati in lei e in altri conoscenti della coppia, che il rischio di una rottura fosse dietro l'angolo.
Raggiunto l'esterno del complesso, s'incamminò per fare ritorno a casa di Alessandro, controllò l'ora sul cellulare e si rese conto di aver tardato più del previsto : erano già le cinque e sette minuti. Così decise di fermarsi e chiamare l'amico per chiedergli di raggiungerla al fine di guadagnare del tempo utile; egli concordò e riagganciò.
Quel giorno, pensò ironicamente, era la seconda volta che lo attendeva per recarsi in qualche luogo. Liberò la mente che le si stava infarcendo di ansia e tentò di riprodurre quell'esperimento in cui si era autonomamente cimentata nel primo pomeriggio: si guardò intorno, cercò un nuovo punto di vista per cui le sarebbe stato rivelato un nuovo panorama. Vide la conformazione del tetto di alcune case, si soffermò su quello più vicino a lei e cominciò ad osservarne i particolari, notò le grondaie, il colore sbiadito delle tegole, qualcuna pendeva poco più di altre. Quando fu soddisfatta spostò l'attenzione intorno a sé, alla stradina stretta e a senso unico che si apriva alla sua sinistra ma non trovandovi nulla di particolarmente nuovo, si voltò indietro verso il parco e lì vide la sagoma di un uomo, ne vide solo la schiena ma poteva notare anche a quella distanza che il suo abbigliamento era alquanto leggero per le temperature di quel giorno: lei, poco sofferente al freddo, si trovava comunque avvolta da delle piume d'oca seppur esigue, mentre quello era unicamente coperto da una giacca in pelle corta, di quelle che aveva visto nei film datati anni ottanta. Pensò che forse, dato il ritorno della moda di quell'epoca, non dovesse essere poi così inusuale vederne una, ma fu stupita ugualmente della resistenza al freddo che quell'uomo doveva avere.
Sovrappensiero, non udì i passi di Alessandro che le sopraggiungeva alle spalle e fu per un attimo sorpresa di vederlo al suo fianco. I due si avviarono in direzione della strada principale, dove avrebbero atteso l'arrivo dell'autobus. Mentre passavano di fronte al parco, dall'altra parte della strada, Rebecca lanciò lo sguardo per verificare se quell'uomo fosse ancora lì, ed infatti lo vide rivolto verso l'albero più vicino alla strada e le cui radici sollevavano in parte il marciapiede. Anche lui si voltò a guardarla, come accortosi del suo sguardo e per qualche secondo si osservarono a vicenda, poi Rebecca si rese conto di star fissando uno sconosciuto e staccò gli occhi dall'uomo. Per quanto riuscì a vedere, non solo la giacca era leggera come aveva ben giudicato, ma sotto di essa non vi era altro che una maglietta bianca che, ad un primo sguardo, non pareva essere di un tessuto abbastanza coprente.
Non si curò molto di quell'individuo, non si chiese che cosa ci facesse nel parco o perché fissasse l'albero ; fu riavvolta da tutti i pensieri che riguardavano sua nonna Elisabetta e la serata da Carlo. Raggiunta la fermata più vicina alla casa della parente anziana, i due scesero dal mezzo e si incamminarono. Giunsero di fronte ad una casetta di modeste dimensioni e dalle mura antiche, suonarono al campanello e non appena si aprì, valicarono il cancelletto in ferro arrugginito. La casa dall'esterno pareva la dimora di qualche fata nella radura di una qualche foresta incantata, il recinto che delimitava il fronte della proprietà era fine e delicato, si poteva dire inutile al fine per cui era stato costruito, le finestre erano d'una fattura particolare ed abbellite dalle tende che si intravedevano dall'interno. Una volta di fronte alla porta principale, dovettero attendere che nonna Elisabetta la aprisse per loro e dopo qualche minuto furono dentro. L'anziana si scusò subito dichiarando ch'era a sistemare certe sue cose nella stanza da letto e che aveva fatto fatica a liberarsi dalle faccende; era stato il marito ad aprire loro ma, senza nemmeno farsi presente sulle scale, se n'era fuggito sul retro della casa. I due sfoggiarono una velata apprensione, abituati a quell'atteggiamento: il nonno non era sempre stato sfuggente ed intollerante, ma da quando il figlio maggiore, uno zio di cui Rebecca non aveva mai veduto nemmeno una foto, era passato a miglior vita, era caduto in depressione e non rivolgeva più la parola ai parenti od ad altri che non fossero sua moglie, se non per strettissima necessità. Elisabetta li invitò a sedersi al tavolo della cucina e provò ad offrir loro dei biscotti che aveva preparato quella mattina. Entrambi rifiutarono la gentile offerta e Rebecca le spiegò, ribadendo d'averlo fatto presente più volte, che il latte o le uova proprio non erano loro concessi. L'anziana signora se ne dispiacque a tal punto che per rimediare offrì loro delle mele, venutole a mente che di quelle si potevano tranquillamente cibare. Non li fece attendere e dopo qualche minuto, non avendo ancora Rebecca terminato il suo frutto, l'amico non l'aveva neppure toccato, furono nuovamente all'esterno. Su sua indicazione, presero una stradina che l'anziana conosceva bene e in una decina di minuti sbucarono su di un lato della basilica, da dove si intravedeva già uno scorcio di Prato della Valle. Camminando in fretta arrivarono alla base delle scale, dove furono costretti a rallentare per attendere che Elisabetta riprendesse fiato. Rebecca la incitava spiegandole che la messa sarebbe iniziata di lì a poco ma i limiti fisici dell'anziana, le impedivano di salire la scalinata con velocità. Entrarono da una delle porte laterali più piccole e superata quella della seconda entrata, si ritrovarono nella navata centrale della basilica. Era passato molto tempo dall'ultima volta che Rebecca era giunta a visitare quel luogo di culto e il ricordo che ne serbava, si parla dell'interno, era alquanto sbiadito. Entrambi alzarono il mento e lo sguardo alle arcate delle navate, indugiavano nel passo per desiderio di ammirare la bellezza architettonica che li circondava, ma Elisabetta si affrettava verso l'abside e li costrinse a seguirla. La messa, in certi orari, si svolgeva nelle catacombe, per permettere ai visitatori di aggirarsi per la basilica senza interrompere la funzione religiosa, tuttavia la predica ed i canti, venivano trasmessi tramite delle casse audio, anche al piano superiore; mentre zampettavano per dirigersi verso le scale, si udiva già la voce del parroco.
La predica fu lunga ed impegnativa e quando giunse il momento dei canti fu un sollievo per i due ragazzi, poco abituati a questo tipo di attività. Vi era un canto in particolare che Rebecca preferiva e con cui si divertiva poiché prevedeva delle gestualità; le era piaciuto fin da bambina quando nonna Elisabetta l'accompagnava a messa come parte delle attività da compiere il pomeriggio dopo scuola, tenendole compagnia finché i genitori di lei erano indaffarati per questioni di lavoro. Rebecca era sostanzialmente cresciuta sotto l'egida dell'anziana di cui era stata in compagnia per tutta la settimana scolastica, godendo della presenza della madre solo in certi fine settimana in cui lei, non occupata in concerti o prove in preparazione di questi ultimi, se ne stava a casa ad attenderla quando ritornava da scuola, accompagnata dal padre.

Tutti i presenti cominciarono ad intonare un halleluja che s'accompagnava allo scuotere delle mani verso l'alto, alternato al toccarsi le spalle. La ragazza scherzava e agitava le mani più del necessario, rivolgeva sorrisi canzonatori ad Alessandro, invitandolo ad unirsi a lei, ottenendo solo dei rimproveri da parte di questo. Egli eseguiva i gesti con fiacchezza, attendendo con impazienza che la funzione finisse. Terminata, s'accodarano ai fedeli nell'uscire dalla stanza sotterranea ed erano pronti ad uscire dalla basilica, ma nonna Elisabetta si fermò dinanzi ad una delle nicchie delle navate laterali, dove stava appesa al muro una rappresentazione sacra dipinta. Sotto di essa, a guardia dei pochi scalini che separavano la nicchia dalla navata più larga, vi erano delle candele bianche accese su delle panche tipiche per la preghiera. L'anziana prese una di quelle candele accese ed infiammò il doppino di una spenta, dunque s'inginocchiò di fronte ad essa giungendo le mani. " Nonna, cosa fai? Non abbiamo tempo adesso, hai già pregato abbastanza" Rebecca le andò vicino accovacciandosi e picchiettandole su di una spalla "Prego perché tu guarisca, e anche per Alessandro" le sussurrò la nonna tenendo gli occhi chiusi. Alessandro le attese con le mani nelle tasche del giubbotto, lo sguardo pietoso e compassionevole; l'amica gli rivolse a sua volta uno sguardo che chiedeva perdono per l'inconveniente.

All'uscita dalla basilica le temperature erano scese di poco, ma quanto bastava a far provare qualche brivido. Nonna Elisabetta non portava alcuna sciarpa e la giacca che indossava era forse troppo leggera, così Rebecca le circondò le spalle con un abbraccio per infonderle calore: l'anziana era di bassa statura tanto che la punta del suo capo le arrivava al petto.
Vista la situazione, Alessandro pensò dunque di donare la propria sciarpa all'anziana che lo ringraziò di cuore dopo aver rifiutato un paio di volte la sua generosa offerta. Attraversarono la strada che circondava il Prato ed oltrepassarono un piazzale, dove erano state segnate in bianco sull'asfalto, delle corsie per la corsa, le quali si chiudevano a formare un piccolo percorso. Svoltarono a destra e proseguirono lungo l'argine della canaletta che delimitava la parte più interna del Prato, passando a fianco dei quattro ponti che costituivano l'accesso alla fontana, posta al centro della piazza. Tutt'intorno si ergevano, lungo due circonferenze, una più esterna ed una più interna, ai limiti della canaletta, delle statue d'un bianco inscurito, che rappresentavano personaggi rilevanti della storia patavina di tutte le epoche: si trattava soprattutto di docenti universitari, letterati e condottieri. Ogni ritratto poggiava su di un piedistallo su cui vi era inciso, in latino, il nome ed il contributo alla città.
In direzione del duomo di Padova, si trovava una delle due fermate del tram che conducevano al Prato : mentre si erano avviati per far ritorno alla dimora della nonna, il padre di Rebecca le aveva telefonato richiedendo che l'anziana prendesse parte alla cena presso di loro, per rimediare al lungo tempo in cui non era stata invitata; ciò fu per i due ragazzi una fortuna, così non avrebbero dovuto riaccompagnarla ed allungare il tragitto.
Alla fermata Elisabetta li congedò, dicendo loro che se la sarebbe sbrigata autonomamente, che non era vecchia a tal punto da essere scortata ovunque andasse e tentò di restituire la sciarpa al ragazzo senza buon esito. Giacché i due dovevano utilizzare il tram per recarsi a casa dell'amica, ma in direzione opposta, attesero con lei che il suo mezzo arrivasse ed una volta assicuratisi che vi fosse salita senza alcun problema, attraversarono sulle rotaie del tram per raggiungere l'altra banchina.
Rebecca chiese ad Alessandro per quale ragione non avesse portato nulla con sé, accorgendosi che non possedeva altro che gli abiti che indossava; lui le rispose che non gli era necessario null'altro che non avesse già con sé, comparandosi ad un certo filosofo.

Tra i presenti si contavano otto persone : oltre a Rebecca ed Alessandro, prima di loro erano giunti Gioia, Riccardo, Michela, Isabella, Samantha e Gianmaria. Se ne stavano seduti nel salottino, Samantha e Rebecca da un lato, su di un divanetto a fianco del caminetto acceso, Gioia e Michela in fronte a loro su di un altro divanetto dalle simili sembianze, Alessandro e Riccardo erano appartati tra la cucina e l'ingresso mentre Isabella si trovava al piano di sopra.
Riccardo era un giovane robusto, dalla presenza importante nonostante non fosse più alto del suo amico, il volto gentile e gioioso indicavano un'indole solare, abbinata ad una capigliatura folta, scura e dai ricci piccoli ed annidati. Godeva della fama d'aver avuto un unico amore nella sua vita, se di questo si può parlare a quell'età, e questa giovane che gliel'aveva ispirato non l'aveva mai corrisposto, rendendolo un eterno infelice. Non si poteva dire di lui che fosse attraente, tuttavia coinvolgeva chi gli stava attorno col suo carattere tanto da lasciare un segno indelebile nella memoria di chi l'avesse incontrato. In quel particolare periodo, altresì chiamato pubertà avanzata, si trova che la bellezza esteriore ed i canoni stabiliti dalle comuni usanze dell'epoca, facciano di un giovane la sua fortuna o sfortuna nelle relazioni sociali. Quei pochi che si distinguono per il loro carattere dirompente, scandagliando ogni omogeneità, si conquistano una certa fama e un'amicizia solitamente più sincera e disinteressata.
Alessandro trovava in lui ciò che non riusciva a trovare in se stesso, si poteva ben dire che i due erano uno l'opposto dell'altro e perciò si completavano a vicenda. Un simile discorso egli l'aveva proposto anche a Rebecca che tuttavia l'aveva liquidato con perplessità, giudicandolo totalmente insensato.
Al suono del citofono, Isabella scese in gran corsa le scale ed irruppe al piano terra con passi pesanti, scostò i due che si erano parati tra lei ed il portone di casa, raggiunse il citofono e premette un pulsante. Rebecca, sentito il frastuono prodotto dalla ragazza si alzò dal divanetto e raggiunse i due ragazzi alla soglia del salottino, trattenendo una certa ansia mista a curiosità. Tutti sembravano condividere tali sentimenti. Isabella aprì il portone, fuori la fioca luce proveniente dal salottino si disperdeva nell'oscurità, interrotta da qualche lume posto qua e là intorno al cancello della bifamiliare, Riccardo accese la lampada a muro posta vicino all'ingresso premendo un interruttore, così da illuminare la sagoma che si appropinquava alla casa, percorrendo il vialetto formato da mattonelle. La sagoma si rivelò essere Maria con in spalla, coperto dalla custodia rigida e d'un bianco lucido, il suo violoncello. Le si leggeva in volto la fatica di trasportare lo strumento e le tre borse di varie dimensioni che le occupavano mani e braccia. Isabella l'accolse all'interno facendole strada e chiudendo il portone alle sue spalle, i due ragazzi si spostarono per permetterle di entrare nel salottino, dove l'attendeva il resto della compagnia; Rebecca la seguiva alle spalle.
Al suo ingresso fu circondata da saluti, tra cui qualcuno pieno d'entusiasmo o sorpresa per il suo arrivo. Ella poggiò prima le borse più leggere in un angolo tra il muro a destra ed il divanetto, poi consegnò la borsa più pesante a Rebecca che s'era offerta d'aiutarla, infine si levò dalle spalle lo strumento addossandolo al muro più vicino con cautela.

Riprese fiato ed andò a sedersi vicino a Michela "Scusate per il ritardo, ho avuto una giornataccia" Rebecca le toccò il braccio, posandovi la mano sopra "Hai avuto prove oggi, vero?" Maria sprofondò tra i cuscini del divano e lo schienale "Prove con l'orchestra dei piccoli...e sai cosa?" si voltò verso l'amica mantenendo la posizione "Il mio maestro mi ha fatto fare lezione oggi, perché lunedì non c'è". Mentre le due parlavano, gli altri si intrattenevano in altri discorsi di vario genere a voce bassa "E se andassi al musicale? Così ti potresti..." Rebecca non terminò la frase a causa dell'espressione assunta dalla ragazza che la fece pentire, in parte, d'aver espresso quel pensiero "Bibi, non so se voglio fare la violoncellista nella vita"

"Ma all'Università ormai ci vai anche con altri diplomi, non è più come una volta: se cambi idea, puoi sempre fare il test di ammissione" colse l'occasione per redimersi da ciò che aveva iniziato a dire in precedenza, ma sembrò non convincerla delle sue argomentazioni "Non ti servirà a nulla il latino ai concerti"

"Parli proprio tu, che ti piace il latino?" si sollevò in un istante un certo dissenso fra i presenti, tra cui si espresse Michela "Ti piace il latino Bibi? Scherzi?" la squadrò con sguardo inquisitorio, in parte con biasimo scherzoso "Tuttavia apprezza l'immensa ricchezza lessicale del greco, non è vero?" intervenne Gianmaria, proponendo un tale sorrisetto complice, Gioia, che sedeva vicino a Michela le diede man forte "Certo, se fa il classico non lo può odiare, ma persino piacerle? Rebecca, di' che vai bene e basta". Gianmaria si strinse le mani reciprocamente sul ventre "Ma credo che se una materia non piace, almeno un po', non si può andare bene" si fece serio, prendendo a cuore la questione "Io per esempio non vado bene in matematica perché non mi piace e anche perché non la capisco molto" aggiunse "Tesoro, però se non la capisci non ti piace, se non ti piace non provi nemmeno a capirla, cioè: è un circolo vizioso" Samantha espresse la sua opinione gesticolando e sistemandosi i capelli biondi. Mentre parlava s'era eretta col busto, aveva incrociato le gambe ed era avanzata con le natiche sul cuscino del divanetto; Maria sorrise alle parole della vicina, in un'espressione di simpatia. "Se siamo tutti qui, allora possiamo andare da Carlo, che ne dite?" sbottò Isabella irrompendo nel salottino con tono più alto, sorprendendo tutti assorti in riflessioni meta-filosofiche.



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