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lavoro pubblicato lunedì 27 giugno 2016
ultima lettura giovedì 15 agosto 2019

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Tentativi di dialogo.

di BrunoMagnolfi. Letto 429 volte. Dallo scaffale Generico

27 giugno 2016 - Tentativi di dialogo Va bene, le dico: sto fermo, non faccio niente, se vuole smetto persino di pensare. Lei mi guarda ...

27 giugno 2016 - Tentativi di dialogo

Va bene, le dico: sto fermo, non faccio niente, se vuole smetto persino di pensare. Lei mi guarda con una certa serietà, peraltro inadeguata alla mia ironia, ed aspetta ancora un po’ prima di uscire dalla stanza con tutte le provette, probabilmente proprio per vedere se riesco davvero a rispettare le sue regole, anche se poi sembra decidere di allontanarsi almeno di qualche passo fuori dalla porta, tornandosene indietro subito dopo però, magari soltanto per rendersi conto se sono rimasto ancora fermo allo stesso posto, immobile, proprio come mi ha detto; oppure se sia il caso per lei di intervenire più duramente, come d’altronde ha già fatto altre volte con me. Attendo qualche minuto su questa sedia, devo lasciare agire il farmaco, mi ha detto sia la dottoressa che la sua assistente, poi torno a guardare le mie mani, quasi per un moto spontaneo di autocommiserazione: forse vorrei mettermi addirittura a piangere, ma subito rifletto come non sia proprio il caso di fare una cosa di quel genere davanti a loro due, anche perché ho ormai deciso da tempo che non devo mai più lasciarmi andare a sensazioni così basse e prive di personalità, che peraltro non servono a niente ed a nessuno.

Hai visto, mi dice con voce bassa l’operatore intervenuto mentre sistema gli attrezzi dell’ambulatorio: l’hai fatta arrabbiare, e alla dottoressa non succede neppure di frequente. Io tengo gli occhi bassi: forse non volevo neppure mostrarmi troppo contrariato per questa ennesima e lunga visita medica, per quei prelievi così invadenti e fastidiosi, quell’essere trattato una volta di più come una cosa qualsiasi, un oggetto in mano alla scienza, giusto per lasciar comprendere a qualcuno quali saranno i prossimi pezzi di me pronti a guastarsi, in questo organismo ormai così fragile, logorato dagli anni, in cui tutti gli elementi sembrano preparati a rendere difficile sia la loro singola sopravvivenza, che quella di tutto il resto del corpo. A volte non lo sento neppure più mio, questo corpo, così asciutto, ormai, cascante e pieno di rughe, per me irriconoscibile, anche se mi dicono tutti che non devo mai pensare cose di quel genere.

Invece vorrei essere ancora capace di meravigliare qualcuno in qualche maniera, mostrare una parte di me che non sia così scontata come tutti sembra che pensino. Eppure adesso qua dentro non conta più niente la mia vita, le mie esperienze, i miei ricordi, le mie sensazioni passate. Vorrei tornarmene a casa, penso certe volte, piuttosto che stare ancora in questo ospedale per vecchi; ma anche questo pensiero non ha molto senso: sono quello che sono, mi ripeto certe volte, in qualunque luogo io mi trovi. Poi l’operatore mi prende sottobraccio e mi porta fuori da questa stanza orribile. Parlare con qualcuno significa ripercorrere con i discorsi sempre le medesime cose di ogni giorno, gli stessi argomenti consunti che non servono più a niente, e così la maggior parte delle volte scelgo di starmene completamente in silenzio. Eppure vorrei esprimermi, spiegare cosa sento, dire a qualche persona che abbia voglia di ascoltarmi come sono per davvero, e come sia tutto diverso certe volte, rispetto a ciò che appare.

Torna la dottoressa, proprio quando mi sono spostato nel salone a rilassarmi, e mi chiede con decisione come stiano andando le mie cose; prendo tempo, rispondo giusto qualcosa privo quasi di un senso compiuto; ma subito dopo le sparo che la mia testa è confusa, e non riesco più ad avere dei giudizi definitivi sulle persone che mi circondano, tanto che in qualche caso non so proprio cosa pensare anche di me, visto che in altri tempi normalmente avrei evitato il più possibile qualsiasi contatto con certi individui, ma che adesso, oltre a doverli subire, mi trovo quasi a cercarne il loro appoggio. Lei resta perplessa, è chiara la mia provocazione, ma lei non vuole raccoglierla. Così mi guarda, sorride leggermente, mi tocca un braccio e dopo se ne va. Non lo so, penso, ma forse qualcosa potrebbe anche cambiare, prima o poi, tra me e questa persona.


Bruno Magnolfi



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