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lavoro pubblicato lunedì 27 giugno 2016
ultima lettura sabato 12 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

In ginocchio

di VinceRobertson. Letto 468 volte. Dallo scaffale Pensieri

Una delle cose che mi fanno sembrare superstizioso è la mia assurda teoria sui luoghi. Per raggiungere la scuola o il lavoro si è spesso...

Una delle cose che mi fanno sembrare superstizioso è la mia assurda teoria sui luoghi.
Per raggiungere la scuola o il lavoro si è spesso costretti a percorrere sempre la stessa strada e col tempo ho iniziato a dare importanza ad alcuni luoghi che, senza un apparente motivo, catturavano il mio interesse inconsciamente.
La città non è molto grande, quindi per un motivo o per l'altro si entra in contatto con alcuni dei luoghi che si vedono durante il percorso.
Ecco la mia teoria: ogni luogo abituale che cattura la mia attenzione prima o poi sentirà il peso del mio corpo sul suo pavimento.
Intendiamoci, non sono così idiota da averla formulata dal nulla; questa affermazione è nata in seguito a degli avvenimenti simili che, ripetuti nel tempo, hanno stimolato il mio naturale istinto alla superstizione.
Così accadde una sera, tempo fa, quando entrai in una strada stretta e isolata che aveva sempre esercitato un certo fascino su di me, qualcosa di simile all'impulso perverso di cui parla E.A. Poe per intenderci.

Io e i miei due amici eravamo ubriachi.
Non abbastanza da vomitare, ma abbastanza da parlare a vanvera.
Stavamo camminando su un viale che, percorso per intero, connette il centro alla periferia.
Ad un certo punto, stanchi, ci fermammo e ci sedemmo su un muretto.
Non mi dilungherò troppo nel descriverli, vi basterà sapere che X aveva organizzato la serata e che Y aveva appena ricevuto l’ennesimo “no” da una ragazza.
Questa volta la prese davvero male.
Intendiamoci, non sono uno di quei vermi che pensa che una ragazza debba dire di sì ad ogni “bravo ragazzo” che non tenta di ucciderla, ma un no è pur sempre un no.
Erano parecchi mesi che era innamorato di lei.
Innamorato forse è una parola grossa, ma in quel lasso di tempo avevo assistito al calo vertiginoso della sua media scolastica, della sua attenzione e del suo ottimismo, così avevo fatto due più due.
Seduto sul muretto mi voltai e rimasi non so quanti minuti a fissare una stradina buia che proseguiva verso una zona a me ignota.
Non ero mai stato in quella strada, e il resto lo sapete.
- E se andassimo laggiù? -
Ero ubriaco, avevo una scusa.
X e Y mi seguirono senza esitazione (o senza farci caso).
La strada correva lungo una serie di complessi scolastici e universitari ed era tremendamente isolata. Doveva essere l’ingresso per le auto dal retro degli edifici o qualcosa di simile.
Superammo una serie di edifici, poi finimmo nel buio.
Non era un buio totale e si riuscivano a distinguere l’asfalto della strada e qualche albero.
Restammo in silenzio per almeno dieci minuti.
Nella quiete si riuscivano a distinguere dei suoni di gufi e pipistrelli, probabilmente distorti dall’alcool.
Per chi vive in città è abbastanza strano.
X camminava ondeggiando in una danza contorta ma ritmata, Y correva a scatti e io camminavo senza criterio. Tutti, comunque, ci guardavamo intorno.
Y inciampò, cadendo di faccia a terra.
Scoppiammo a ridere come degli idioti ma cercammo comunque di rimetterlo in piedi.
Appena rialzato scoppiò a piangere.
La caduta era solo una scusa.
Ci sono delle persone che non assoceresti mai al pianto (i famosi “non ti ci vedo proprio a piangere”) e Y era una di quelle.
Mi sentii uno schifo perché questa situazione contorta mi fece quasi sorridere, come se fosse una di quelle battute assurde con il finale a sorpresa.
X aveva intuito anche lui il motivo e gli si avvicinò.
Non riporterò le parole esatte poiché erano confuse e prevedibili, anche se brutalmente oneste. In una qualsiasi altra occasione e in un qualsiasi altro gruppo il mio amico sarebbe stato deriso, perché un maschio non può provare sentimenti.
L’alcol è l’unico modo, l’unica scusa, per esprimere liberamente sé stessi senza essere giudicati.

“Vabbè, è ubriaco…”
“Poverino, ha bevuto!”
“Con tutta quella birra…”

Non ho mai capito perché gli uomini si vergognino di avere dei sentimenti che non siano l’odio o l’attrazione sessuale, non ho mai capito perché dobbiamo interiorizzare tutto e far sempre finta di essere più forti degli altri pur sapendo di non esserlo.
Così molti di noi adottano questa soluzione squallida, così molti di noi bevono e piangono, bevono e piangono.

In quel groviglio orribile di lacrime e birra, Y prese un fazzoletto e si pulì il volto con un movimento tremolante della mano.
Tornò subito a camminare a intermittenza e a ridere, così capii che non era veramente ubriaco. Io invece lo ero, così lo assecondai e riprendemmo quella danza macabra e divertente che avevamo lasciato in sospeso.
I gufi e i pipistrelli continuarono a far rumore, l’alcol continuò a fare effetto e la strada continuò ad essere buia.
Proseguimmo dondolando, vagheggiando e parlando del più e del meno senza nessi logici né censure, toccando ogni argomento possibile in una conversazione.
Gli alberi diminuivano e la strada si illuminava gradualmente.
Riconobbi con un po’ di delusione la via all’uscita della strada.

Eravamo arrivati nel quartiere dove abitava Y e così lo seguimmo verso casa.
Abitava in un palazzo sul lato destro di una strada lunghissima che proseguiva perfettamente dritta, senza che si potesse vederne la fine.
- Allunghiamo di troppo, ti va bene se ti lasciamo all’angolo ? - gli chiese X.
Y era d’accordo, così noi proseguimmo per la nostra strada e iniziammo ad elaborare una nuova tattica per nascondere l’ubriachezza ai nostri genitori.
Camminando, mi voltai per dare l’ultima occhiata al mio amico.
Y si era inginocchiato e tendeva le dita verso il fondo di quella lunga via, come se stesse cercando di afferrare qualcosa di materiale ma irraggiungibile.
Poi abbassò le mani e, rimanendo in ginocchio, si abbracciò.




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