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lavoro pubblicato mercoledì 22 giugno 2016
ultima lettura domenica 31 maggio 2020

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Sala d'attesa

di virgi888. Letto 411 volte. Dallo scaffale Generico

36 gradi all’ombra. Lascia alle sue spalle una giornata assolata e calda entrando nel padiglione B. Percorre il lungo corridoio grigio male illuminato che porta alla sala d’attesa. Una stanza quadrata senza finestre, su tre lati sedili d...

36 gradi all’ombra. Lascia alle sue spalle una giornata assolata e calda entrando nel padiglione B. Percorre il lungo corridoio grigio male illuminato che porta alla sala d’attesa.

Una stanza quadrata senza finestre, su tre lati sedili di metallo, alle pareti qualche manifesto che a grandi lettere proclama l’importanza della prevenzione.

Rumore lieve d’aria condizionata.

Si siede mentre la sala comincia a riempirsi.

Le guarda una ad una entrare e prendere posto. Anna biondissima, il trucco forte nascosto in parte da grandi occhiali scuri.

Wanda che ha imparato ad intrecciare coloratissimi foulard e a farne copricapo bizzarri che ricordano le donna africane, coi grandi orecchini che tintinnano ogni volta che muove la testa.

Sofia che tiene stretto al petto un libro che peraltro non apre mai. Ha le mani piccole con dita sottili da ragazzina ed in testa un berrettino di quelli di cotone fatto all’uncinetto.


Maria è la più anziana, gonna e camicetta, sulle spalle una giacca leggera. Ha gli occhi chiari di un azzurro incredibile.


Flavia con un tupè scuro trattenuto sulla fronte da un foulard a fiori che ricorda le pettinature anni 70. Ha il volto leggermente abbronzato e sulle labbra un bel rossetto arancione.


Non si parla molto nell’attesa e le poche parole vengono pronunciate sottovoce quasi sussurrate, non c’è un motivo particolare ma si parla piano quasi si fosse in chiesa o comunque in un luogo di culto. Sta di fatto che per sentire bisogna aguzzare l’udito e non sempre è facile capire di cosa si stia parlando, e allora ecco che si sporgono tutte dal lato di chi parla e poi dal lato di chi risponde e così via, dando vita ad un movimento di insieme un po’ buffo se si osserva dal di fuori.


Nel padiglione B passa il tempo aspettando di essere chiamate per la terapia detta sperimentale, proprio così sperimentale, una parola asettica che sa di moderno, di tecnico e di avveniristico, ma in realtà si tratta di un tentativo di cura quando non esiste altra possibilità. Esito non sicuro ma tanto che avete da perdere, dice loro il medico sfoderando un bel sorriso rassicurante.


E così trascorre il tempo nella sala d’attesa del padiglione B. Il grigio della stanza poco illuminata scompare sotto i colori delle stoffe di Wanda, si sente il loro sussurrare, qualche risata.


Le piace osservare le sue compagne, ascoltare le loro chiacchere. “Non potevo avere compagnia migliore” si dice. Passeranno i giorni, forse qualcuna non si presenterà, ne parleranno brevemente, non è bello parlare di chi non c’è. Non c’è posto per la tristezza nella sala d’attesa del padiglione B, dove nessuno parla ad alta voce, dove gli sguardi si incrociano veloci, dove non si ha voglia di tornare.


Oggi quelli sono solo i suoi ricordi, la cura sperimentale per lei ha funzionato e bene o male la sua vita continua, tra controlli e farmaci di mantenimento.


Ma a volte, da sola, quando attorno c’è silenzio, socchiude gli occhi e le rivede, una per una come allora.


In quella sala d’attesa dove ha trascorso tanto tempo, dove i colori e i sorrisi riuscivano a rischiarare le ombre create dalla luce del neon un po’ troppo consumato. Le piace ricordarle come esseri di un mondo a parte, di un mondo dove non esistono i sogni, ma dove la realtà può essere colorata con tutti i colori possibili, con tutti i colori dell’arcobaleno.



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