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lavoro pubblicato martedì 21 giugno 2016
ultima lettura giovedì 19 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Camille

di virgi888. Letto 619 volte. Dallo scaffale Amicizia

Gocce di pioggia scivolano lente sul vetro della finestra, odore di terra bagnata, Camille respira profondamente , chiude gli occhi e ricorda.Il lungo viale, gli scalini saliti con fatica, quel vecchio grigio edificio che sarebbe stato la sua casa fi...

Gocce di pioggia scivolano lente sul vetro della finestra, odore di terra bagnata, Camille respira profondamente , chiude gli occhi e ricorda.

Il lungo viale, gli scalini saliti con fatica, quel vecchio grigio edificio che sarebbe stato la sua casa fino alla maggiore età. Già la maggiore età per lei che non si era mai sentita bambina. Nata da una madre senza nome e senza un volto.

Non poteva averne memoria perché allora era troppo piccola ma le piaceva immaginare la scena che non si stancava mai di sentirsi raccontare.

Lo vedeva mentre scaricava i bidoni dell’immondizia, Ugo netturbino, quella sera non particolarmente frettoloso, aveva notato un piccolo fagotto fatto con pezzi di stoffa posto accanto ad un cassonetto, tra cartoni e vetri rotti, si era sfilato gli spessi guanti e si era chinato su di esso, con delicatezza ne aveva sollevato un lembo. Le mani gli tremavano ma sentiva in cuor suo che c’era qualcosa, qualcosa di importante lì dentro. Così Ugo la vide, per la prima volta la vide, la piccola Camille con gli occhi spalancati e il nasino all’insù, la pelle bianca come la neve. Ugo ne rimase subito incantato e quando vide quella piccola sporgenza sulla spalla sinistra la sfiorò con le dita con delicatezza e anche quella piccola gobba gli apparve come qualcosa di straordinario e di meraviglioso. Sorrideva mentre calde lacrime gli scivolavano lungo il viso per l’emozione. La strinse al petto per scaldarla mentre, abbandonati bidoni e ramazza, correva verso l’ospedale più vicino.


Ne era passato di tempo, Camille era divenuta una giovinetta molto graziosa, lunghi capelli biondi ornavano un viso regolare dai lineamenti perfetti e i suoi occhi sembravano due piccoli laghi di montagna. Per Camille essere gobba non era stato un problema, anzi a volte raccoglieva i capelli in una lunga treccia lasciando scoperta la spalla sinistra e si rimirava allo specchio sentendosi in qualche modo diversa e nonostante tutto straordinariamente bella.


Era capitato che dei ragazzini la prendessero in giro, e che alcuni di loro per dimostrare coraggio, le toccassero la gobba per poi scappare via. Impresa che ritenevano in cuor loro rischiosa considerate le superstizioni che aleggiano sulle donne gobbe foriere di sventura per chi incautamente avesse anche solo sfiorato la loro gobba. Ma l’impresa li lasciava più sconcertati che soddisfatti, nonostante la giovane età sentirsi vili fa sempre un certo effetto. Ma Camille restava indifferente, niente la feriva, anzi la sua deformità le tornava utile, teneva lontane le persone mediocri e le faceva avvicinare quelle migliori, quelle che andavano oltre l’aspetto fisico, in questo modo Camille pensava di avere uno strumento in più rispetto alle altre ragazze e di questo se ne compiaceva.


Era fine inverno e l’area si riempiva piano piano di odori nuovi, quando Camille raggiunta la maggiore età si preparava a lasciare l’istituto. Particolarmente portata per le attività artistiche aveva imparato a suonare diversi strumenti musicali, a dipingere e a ricamare. Fu quest’ultima attività che la rapì completamente.


La sera prima di andare a dormire spesso si attardava china su un ricamo da ultimare, le dita veloci e sicure lavoravano fili lucenti di seta creando merletti e ricami incantevoli. La fama dei suoi lavori si era sparsa così velocemente che non c’era signora che non desiderasse possederne uno. In cambio lasciavano libere offerte all’istituto mettendo il denaro signorilmente chiuso in una busta con scritto sopra sottolineato “per Camille”.


Preparò con cura la valigia e vi mise i pochi vestiti che possedeva, piegati con meticolosa attenzione. C’era anche una foto di media grandezza tenuta da una cornice di legno chiaro, la guardò come aveva fatto altre mille volte, raffigurava lei bimbetta accanto ad Ugo chele teneva la mano sorridendo. Passò lentamente le dita su quel volto magro, un po’ scuro, le ricordava la fuliggine, non aveva mai capito se era la sua carnagione naturale o quel colore era dovuto al lavoro di netturbino svolto nei quartieri più sordidi della città. Ripose il ritratto tra due maglie in modo che fosse al sicuro. Ora era pronta, aveva raccolto i suoi lunghi capelli in una bella treccia, aveva indossato un grazioso cappellino e le scarpe nuove, non restava che andare. Gli ultimi saluti, un commiato non particolarmente emozionante con la signorina Marie la direttrice, donna robusta e di poche parole che le strinse la mano e le porse un pacco di buste tenute da un nastro colorato. Fu una delle poche volte che le sorrise <queste sono tue> disse <per il tuo lavoro, non li ho contati ma credo dal peso che sia una bella somma che ti sei meritata e che ti potrà tornare utile ora che vai via>. Si abbracciarono come non avevano mai fatto in tanti anni, poi Camille con la sua valigia e il pacco di buste sotto il braccio si diresse verso l’uscita. Non si voltò nemmeno una volta mentre si allontanava. Alla fine del viale, accanto il cancello, c’era lui ad aspettarla, Ugo con il suo vestito migliore le porse la mano e insieme si incamminarono verso casa.


Nell’aria c’era profumo di fiori, la primavera stava arrivando e col suo dolce tepore sembrava avvolgere ogni cosa. Quando entrò in casa Camille restò senza fiato. A coprire il divano, le sedie , il tavolo e persino le pareti c’erano alcuni dei suoi lavori più belli, ricami e merletti che Ugo aveva comprato per adornare quella che sarebbe stata la loro nuova casa.



La pioggia si è fatta più lieve, Camille guarda il fiume scorrere silenzioso, in giro pochi passanti.


Si rivede accanto al letto di Ugo nei suoi ultimi giorni, leggere ad alta voce i racconti che lui amava tanto, di solito trattavano di angeli, di stelle, di pianeti lontani e di viaggi attraverso l’universo infinito. Lui credeva, anzi ne era fortemente convinto, che alcuni esseri umani fossero in realtà angeli che per vari motivi avessero perso le loro ali, ma che alcuni di essi le tenessero celate, ben nascoste agli occhi dei comuni mortali. Si era convinto, diceva lui per averlo visto in sogno, che nella piccola e come soleva ripetere graziosa gobba di Camille ci fossero delle belle ali ben ripiegate pronte ad essere utilizzate al momento opportuno.


Un giorno mentre ascoltava con gli occhi socchiusi, Ugo dalla pelle color fuliggine aveva disteso le sue ali ed era volato via verso i suoi amati spazi infiniti.


La loro casa era divenuta un atelier frequentato dalle signore più eleganti della città.



La pioggia ora è cessata del tutto e il sole fa capolino tra le nuvole, Camille non ama perdersi nei ricordi ma quello è un giorno speciale. Un giorno da ricordare. Quando Ugo aveva incontrato Camille sotto la luce debole di un lampione in una strada di periferia, accanto a vecchi cartoni e vetri rotti.


Camille guarda la sua immagine riflessa nel vetro della grande finestra e non può fare a meno di osservare la sua piccola gobba e di sentire una voce sussurrare : <sono le tue ali Camille> < sono solo le tue splendide ali>.



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