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lavoro pubblicato lunedì 20 giugno 2016
ultima lettura martedì 16 luglio 2019

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Le vite e i giorni (capitolo secondo)

di elisabettastorioni. Letto 348 volte. Dallo scaffale Fantascienza

La via in cui dimorava era più larga delle altre e permetteva che una fila di auto prendesse posto sul lato destro di essa, a fianco del marcia...

La via in cui dimorava era più larga delle altre e permetteva che una fila di auto prendesse posto sul lato destro di essa, a fianco del marciapiede. L'altro lato era un continuum di case di vecchia data, palazzine il cui ingresso dava sul marciapiede e che si ergevano per pochi piani. Poco prima che giungesse a destinazione, lanciò uno sguardo al parco giochi dove da bambina passava del tempo con Alessandro, suo amico di infanzia e che ancora le era confidente.
Il parco era di piccole dimensioni, quanto bastava per qualche albero, uno le cui radici alzavano una parte del marciapiede, gli altri addossati al muro di mattoni che lo delimitava dalla parte opposta, probabile resto di un qualche antico edificio. Vi erano anche un'altalena vissuta, i cui tubi erano stati scorticati della loro vernice e le giunture poco oleate, ed una di quelle piscine di sabbia che tanto aggradano ai bambini; anche questa presentava i bordi imprecisi e segnati dal tempo, il legno in parte scurito ed in parte schiarito dalle intemperie.
Proseguendo lungo il marciapiede raggiunse il portone del complesso in cui abitava, dove prendevano posto solo tre appartamenti dalle medie dimensioni. Estrasse le chiavi tintinnanti dalla tasca sinistra della giacca ed aprì un po' a fatica il primo portone a vetrate, tipico di epoche passate, con bordi color oro sbiadito. Spinse l'anta che cigolò sonoramente, facendo forza con le gambe che piegava leggermente ed entrò nell'atrio, il quale era tutto in penombra e la cui unica fonte di luce proveniva dalle vetrate sulle scale. Salì a piccoli e veloci passi i gradini fino ad arrivare al primo piano e si trovò subito dinanzi la porta dell'appartamento di famiglia, di fattura più recente di tutto il resto della palazzina. Con ancora in mano le chiavi e la mano destra nascosta nella tasca, ancora un po' dolorante, le fece passare a una ad una velocemente fra le dita finché non trovò quella giusta. Per aprire il portone fu costretta ad usare anche la mano destra al fine di tirare la maniglia verso di sé. Una volta aperto lo richiuse con una piccola spinta del gomito, poggiò le chiavi in un'apposita ciotola posta su di un comò, e si diresse verso la cucina percorrendo il corridoio corto fino a svoltare a sinistra, dove si apriva una stanza di medie dimensioni. I mobili stavano tutti da un lato, a sinistra, il frigo era compreso fra il muro e l'inizio della cucina, nell'angolo più a sinistra della stanza ed aveva la caratteristica singolare d'aprirsi verso la parete. Al termine della stanza vi era una porta finestra che dava su di un balcone, ed al muro destro si appoggiava un tavolo rettangolare non troppo ingombrante con quattro sedie. Il colore preponderante era quello del legno poiché i mobili erano all'antica, rustici ed il tavolo con le sedie richiamava una simile tonalità.
Arrivata in cucina lasciò a terra, vicino al tavolo ed al muro la borsa e ritornò in corridoio dove, prima del comò e sullo stesso lato, stava un appendi abiti: si tolse ed appese la giacca su uno dei pomelli liberi e fece ritorno in cucina. Lì trovò, poggiato sul piano da lavoro, un piatto di pasta ricoperto con della pellicola, lo sollevò da una parte, con l'altra mano tolse a pezzi il materiale trasparente e liberò il piatto da ogni costrizione. Lo trascinò verso sinistra dove trovava posto il microonde e apertolo ce lo infilò dentro. Fu in quel momento che sentì distintamente il rumore dello scarico del bagno messo in funzione ed ipotizzò giustamente che fosse suo fratello. "Marco, sei tu?" chiese a gran voce "No, babbo natale!" rispose una voce maschile occlusa dalle pareti "Allora dov'è il mio regalo?" incalzò lei ma senza ricevere risposta. Nel frattempo aveva regolato la potenza in watt, determinato il tempo ed avviato il microonde; si aveva dunque un rumore simile a quello di un piccolo taglia erba che si senta in lontananza.
Marco uscì dal bagno che si trovava a fianco della cucina e poggiando il gomito sullo stipite della porta rimase ad osservare, come in trance, il piatto di pasta che girava nella casella illuminata del microonde. "Meh?" lo interpellò la sorella ma Marco non si mosse né diede segno d'essere stato destato. Egli s'era già cambiato d'abito ed indossava una felpa sbiadita che pure gli stava corta sulle braccia ma non sull'addome, di colore bordeaux, e dei pantaloni della tuta blu scuro, di tessuto pesante. Si passò una mano fra i capelli abbassando il capo fino a sfiorare lo sterno con il mento, li scosse con vigore e con l'altra, rialzata la testa, si coprì uno sbadiglio vistoso. "Dov'è la mia porzione di pasta?" fece mentre ancora terminava lo sbadiglio " Eh non lo so, se non lo sai tu" lo liquidò Rebecca poggiandosi sul banco da lavoro ed incrociando le braccia, ogni tanto lanciava occhiate al microonde ed al contatore di tempo su di esso.
"Portami dalla nonna" si ricordò d'un tratto lei e giungendo le mani come per una preghiera "Cosa?Ah..." rispose un po' spaesato Marco. Riavutosi da un momento di smarrimento scosse la testa in segno di dissenso "Non ho tempo"
"Ma te ne prego, ho i pantaloni da lei!"
"Ti ho detto che devo studiare"
"Ma due minuti non ti costano nulla e poi i pantaloni mi servono per domani, per la festa di Carlo"
"Ho compito di latino domani, prendi l'autobus"
"Ma ci metto un decennio con l'autobus e anch'io ho da studiare!"
Rebecca fece una pausa e poi, avendo riflettuto su argomentazioni valide da usare contro di lui, sbottò "Ma per una versione non serve a niente studiare il giorno prima"
Marco parve visibilmente infastidito "Ma...che ne sai tu, io ho la maturità...ripasso la grammatica". In quel momento suonò il microonde per avvisare che il tempo di cottura era scaduto; Rebecca premette il pulsante di spegnimento, aprì lo sportello e ne estrasse il piatto che poggiò sul tavolo; infine richiuse lo sportello del microonde.
"Ma hai riscaldato la pasta senza prima lavarti le mani e apparecchiare?" la sorella sbuffò e si batté l'indice sulla fronte quindi oltrepassò la porta della cucina diretta in bagno ma, come avendo avuto una rivelazione, fece un passo indietro e appoggiandosi allo stipite della porta minacciò con l'indice il fratello, che nel frattempo s'era seduto alla tavola "Quella non è per te, chiaro?Non me la mangiare" in risposta, Marco continuò a fissare il piatto con sguardo vuoto e le braccia lasciate in ammollo lungo il corpo "Sì... Sì..." con tono svogliato.
Erano oramai le due meno dieci, ma fuori dall'abitazione l'umidità e il grigiore dell'acqua sospesa in centinaia di migliaia di goccioline, s'addensavano togliendo la vista anche dell'altro lato della strada. L'insolita nebbia occultava anche allo sguardo più acuto la presenza di una qualsivoglia forma di vita o opera artificiale.
Nella stanza del bagno, si avvicinò al lavandino, sul lato sinistro, sopra il quale era appeso uno specchio rettangolare dai bordi fini e lucidi, con l'intento di lavarsi le mani, ma un pensiero la immobilizzò proprio quando era in procinto di sollevare la maniglia del rubinetto. Guardò la sua mano, la osservò portandosela più vicina al viso e la girò prima mostrandosi il dorso, poi il palmo, la chiuse a pugno e la aprì più che poté, distendendo le dita. Non notò nulla di strano o sospetto, eppure quel dolore non le risultava solo come un ricordo sbiadito, era vivido nella sua mente in quanto non aveva mai avuto esperienza, prima di allora, d'averne provato uno simile. Si chiese se non avesse qualche cosa a che fare con i medicinali che le erano stati prescritti di recente, tuttavia non aveva le conoscenze mediche per rispondersi.
Ignorò temporaneamente i suoi ragionamenti e si terse le mani con il getto d'acqua, con una mano prelevò del sapone dall'erogatore alla sua destra e condivise il liquido con l'altra mano. Strofinò energicamente, grattando con le dita fra i solchi delle stesse nelle reciproche mani, le risciacquò dunque ed abbassò la maniglia del rubinetto per interrompere il flusso d'acqua. La mano destra dava segni di irrigidimento, come se al suo interno la muscolatura fosse vittima di fermentazione lattica.
Si chinò verso l'asciugamano alla sua sinistra e se lo passò fra le mani, battendo e strofinando i dorsi ed i palmi.
Oramai non riportava più i sintomi riscontrati in precedenza ma si propose di parlarne col medico, se se ne fosse rimembrata, nella prossima visita. Da un paio d'anni era stata affidata ad un neurologo di giovane età, il quale non poteva far altro che sottoporre Rebecca ad esami e controllare che i valori fossero nella norma. Oltre che ad un neurologo era stata affidata ad un cardiologo, un gastroenterologo e vari altri specialisti che come l'ultimo assegnatole non avevano raggiunto alcun risultato di sostanziale rilevanza. Rebecca soffriva di varie patologie che non parevano aver fra loro alcun nesso: era allergica a diversi alimenti comuni, fortemente intollerante ad altri, soffriva di un'insolita aritmia cardiaca che tuttavia non le impediva di intraprendere attività sportive anche impegnative. Il suo caso, come quello del suo amico d'infanzia Alessandro, il quale presentava i medesimi sintomi, erano un mistero che perdurava dalla loro nascita; non fecero differenza anche specialisti di rinomato talento. Tuttavia, tra i tre e i quattordici anni, entrambi ne serbavano una ferrea memoria, erano stati affidati ad un chirurgo pediatrico appena giunto in città per motivi familiari. Egli fu l'unico a riuscir a trattare, in parte, alcune delle anomalie che periodicamente si manifestavano nei bambini, e tra i molti benefici che portò loro, ci fu la dieta a cui entrambi i preadolescenti furono costretti e a cui si attenevano anche anni dopo. Questo chirurgo li seguiva con dedizione, tanto che girarono voci sul suo conto, che fosse giunto nell'ospedale appositamente per trattare quei due pazienti, che lui conoscesse in realtà lo strano morbo di cui soffrivano i bambini. La sua dipartita fu tanto fallace quanto il suo giungere all'ospedale e lasciò detto agli infermieri del reparto pediatrico che si assicurassero che i medici che l'avrebbero succeduto tenessero conto del suo operato e del metodo con cui aveva interpretato la sintomatologia.
Rebecca ed Alessandro lo chiamavano dottor Momo, un nomignolo che lo stesso chirurgo aveva loro suggerito, una volta interpellato dai bambini; egli diceva che in giapponese significava pesca e che questo era il suo frutto preferito. Dal carattere spiritoso e giocoso, faceva comunque trapelare un certo riserbo quando si trattava di questioni personali: nessuno conosceva la sua età se non una segretaria alla quale era stata richiesta estrema riservatezza ; della sua famiglia non vi era alcun dato, nemmeno nelle schede che lo riguardavano. Persino tra i frequentatori compulsivi dei vari reparti ospedalieri, nessuno aveva uno straccio di notizia intorno al suo essere all'infuori dell'ambiente sanitario e non potevano che addurre supposizioni inverosimili o che risultavano false dopo pochi giorni. Molti bambini erano passati per il suo bisturi ma di lui avevano conosciuto solo quel lato tecnico che pure non ricordavano a causa dell'anestesia. Erano quei due a destare il suo interesse, a trattenerlo la notte in sorveglianza anche quando gli veniva offerto il riposo a casa, li preferiva ad altri pazienti e se ne prendeva cura con dedizione; tuttavia non dava l'impressione di nutrire amore paterno, bensì quell'intenso interesse di uno scienziato alle prese con un curioso ed irrisolvibile fenomeno. Fra i colleghi non godeva della fama di essere portato per le relazioni con i pazienti più piccoli, ed anche con quelli adulti, come con i parenti, risultava parecchio rigido e poco incline al tatto nel comunicare esiti comuni se non addirittura nefasti. Aveva inoltre un inconfondibile accento che poteva ricordare quello tipico dell'Alto Adige, da dove infatti lui sosteneva di provenire, ma alle volte pronunziava certi suoni che non sono da considerarsi pertinenti alla lingua tedesca od al suo dialetto trentino: gli si sentiva emettere delle r arrotolate tipiche dell'americano, l tipiche del turco e così via. Il suo modo d'esprimersi in italiano era corretto grammaticalmente ma talvolta risultava pesante o difficile alla comprensione, in compenso il suo tedesco era molto fluente: ciò che destava sospetto era la sua totale ignoranza dell'inglese, del quale diceva d'aver sentito parlare e di continuare a sentirlo citato ogni giorno, nelle pubblicità, ma di cui non capiva se non un paio di termini. Egli si giustificava, a chi gli chiedeva se non l'avesse studiato nemmeno all'Università, rispondendo che non essendogli mai servito, non aveva sentito il bisogno di impararlo e che non aveva tempo per rimediare a quell'età.
Rebecca vi era molto affezionata, i sentimenti di fiducia e riconoscenza che provava nei suoi confronti erano palesi, ma non era così per Alessandro il quale non lo aveva in simpatia e faticò a chiamarlo Momo, continuando a riferirsigli con il cognome, Schäfer che molti faticavano a pronunciare correttamente mentre quel bambino dall'insolita e precoce maturità, lo diceva con spontaneità, quasi fosse una comune parola italiana. Alessandro, freddo con il chirurgo, risultava alquanto protettivo nei confronti della compagna di sorte e cercava di tenerla quanto più distante da lui che potesse: la richiamava al gioco o al riposo, ogniqualvolta Schäfer le rivolgeva la parola o la accompagnava in gite esplorative nelle altre stanze del reparto; quando era loro d'andare a sottoporsi ad esami, preferiva fosse un'infermiera che conosceva piuttosto che il chirurgo. L'affezione che provava per entrambi e soprattutto per Rebecca, a parer suo, preferendola tra i due, gli stava stretta e lo infastidiva oltre modo, non per un sintomo di gelosia ma poiché non gli aggradava che tale atteggiamento provenisse da un individuo misterioso tale era Schäfer.
Un giorno, quando Rebecca s'aggirava all'età di tredici anni, sua madre si era recata al solito in ospedale per avere notizie di alcuni esami più rilevanti dell'usuale e prese l'occasione per parlare privatamente col chirurgo "Posso chiederle come è riuscito a farli migliorare? Altri specialisti hanno provato e..." indugiò la madre "Vede, ho agito per tentativi, non ho più degli specialisti" rispose lui col suo singolare accento "Ma qualcosa lei saprà, insomma, mia figlia e Alessandro sono gli unici con questi sintomi?"
"Non proprio, deve sapere che possono esserci altre persone che li hanno, ma che non sono mai andati in ospedale e vivono bene" la signora lo squadrò perplessa "Cosa intende dire con vivono bene?"
"Le spiego: se Rebecca e Alessandro non venivano in osp...fossero venuti in ospedale, loro avrebbero vissuto come bambini normali. Forse col tempo avrebbero visto delle stranezze ma non sono in pericolo di vita"
"Vuole dire che se non avessi portato mia figlia qui sarebbe comunque stata bene?" concluse la madre e subito affermò scocciata "Tanto vale che la tolga dalle cure" ma Schäfer la interruppe subito "No, le cure non sono inutili: si ricorda la scorsa settimana cosa è successo? La dieta che ho prescritto toglie quel problema, però più tardi ci potrebbero essere altri problemi"
"Altri problemi?" ripeté allarmata
"Rebecca non sta avendo la sua menarca, potrebbe essere sterile". La madre rimase per un momento basita alla notizia inaspettata, rilasciò la schiena sulla sedia e poggiando il gomito destro sul poggiolo si mise la mano in fronte, coprendola. Il chirurgo, sedutole di fronte non capì subito il peso delle parole che aveva pronunciato e se ne pentì in ritardo
"Mi scusi, devo avere parlato male" si scusò alla fine, ma ciò non bastò.
La sera stessa, tornata a casa e trovatavi la figlia, le si era fissato in mente il proposito di verificare se tale circostanza fosse plausibile o meno: accompagnò Rebecca in bagno e chiuse a chiave la porta per assicurarsi che nessuno entrasse. Le chiese con serietà ed insistenza se mai avesse visto nulla di strano sulla sua biancheria ma la figlia negò onestamente, in parte intimorita dall'atteggiamento irruento della madre ed in parte non comprendendone il motivo. Si accese una discussione come dal nulla, una parola seguì l'altra e d'un tratto, invasata dalla foga della rabbia, la donna confessò alla figlia la ragione che le tendeva l'animo come la corda d'un violino: se non avesse avuto mestruazioni nel prossimo paio d'anni sarebbe stato certo che il suo utero era sterile. Rebecca non fu né colpita dalla notizia né particolarmente ferita da essa: non considerava di certo di dar vita ad una prole a quell'età e non possedeva abbastanza lungimiranza da sentirsi risentita per un futuro a lei sconosciuto. Tuttavia rimase per un momento inerme ed incapace di dare una risposta efficace, biascicò qualche sommesso ma e null'altro. La discussione terminò lì, tra le mura del bagno e non vi uscì se non quando Rebecca ebbe sedici anni: entrambe, madre e figlia, si recarono a fare i dovuti esami e risultò, come si era temuto, che Rebecca non possedeva alcun ovulo e ciò stava a significare che non l'aveva mai posseduto fin dalla nascita. La madre s'alterò contro il ginecologo, accusandolo insieme agli altri medici che l'avevano avuta in cura, di non aver controllato prima poiché, se così fosse stato, tale notizia non sarebbe giunta così in ritardo. La figlia cercò di placare le accuse giacché riteneva inutile avventarsi su chi non aveva colpe: la sorte che l'aveva costretta a visite periodiche presso gli edifici dell'ospedale tanto da poterlo considerare come una seconda casa, la sua particolare dieta che a chiunque altro sarebbe risultata insalubre e incapace di garantire un corretto apporto energetico, era totalmente avulsa dalle responsabilità di quei medici che non ne conoscevano e non riuscivano a trovarne le cause. Il ginecologo che in quel periodo l'aveva in cura, aprì comunque alla possibilità, per quanto utopica, che negli anni successivi il corpo della ragazzina si sarebbe aggiustato autonomamente.

Rebecca tornò in cucina e notò a colpo d'occhio la forchetta adagiata sul bordo del piatto, levò dunque lo sguardo su Marco che era intento ad aprire una scatoletta di tonno vicino al lavello. "Non mi avrai mica assaggiato la pasta?" chiese lei, il fratello fece forza sul coperchio che finalmente si staccò dalla scatoletta ed esalò un profondo respiro "La tua pasta non mi piace, non sa di niente, ti ho solo lasciato la forchetta là" Rebecca si diresse verso la cucina ed aprì uno sportello in alto, accanto al frigo: prese un bicchiere che andò subito ad appoggiare sul tavolo a fianco del piatto. Aprì poi un altro sportello a fianco del lavandino, in basso, da cui estrasse un tovagliolo ed anche questo lo lasciò sul tavolo; si fermò per un istante a contemplare quest'ultimo attendendo che si ricordasse di cosa mancava. Marco le diede la risposta, ancora fermo al banco con la scatoletta in mano "Non hai messo la tovaglietta, anzi, già che ci sei..." prese da un cassetto alla sua destra una tovaglia azzurra, un po' sbiadita "Apparecchia anche per me". Rebecca prese in mano il tessuto e lo poggiò sul tavolo a fianco di tutto il resto, sollevò il piatto e la forchetta e li sistemò sopra il banco e fece lo stesso con il bicchiere, poi stese la tovaglia mentre suo fratello la osservava inerte. I due si cibarono di quello che trovarono, nessuno dei fratelli aveva cura di prepararsi un pasto vero e proprio.

"Non ti costa nulla portarmi dalla nonna"
"Ci vai domani, guarda che nebbia fuori, io non guido così"
"Va bene, ma se arrivo in ritardo domani è colpa tua"
"Vacci in bici allora" suggerì stanco il fratello, così da far terminare le preghiere della sorella "Tu, scherzi?" Marco non alzò il capo dal piatto e rigirò il suo cibo con la forchetta.
Quella giornata se ne passava lentamente, forse il suo ritmo era dettato dalla staticità della nebbia, densa ed umida, la pesantezza delle gocce rallentava il tempo, ne deformava il fluire.
Il giorno seguente, per sua grande fortuna, non aveva molto da studiare: erano segnate nell'orario lezioni come quella di inglese, di storia in cui il professore avrebbe spiegato per la durata di ben due ore, di storia dell'arte ed infine letteratura italiana. Nonostante alcune volte, sebbene capitasse sempre più di rado, tentava di utilizzare questo tempo che le era dato in disposizione per studiare in vista della settimana seguente, scelse di godersi la giornata e si mise come obbiettivo di terminare quel libro che ormai aveva attirato polvere sopra il comò. Da quando era entrata alle superiori, riteneva che avrebbe avuto sempre il tempo per dedicarsi alla lettura, che si sarebbe ugualmente impegnata negli studi e nulla di tutto questo si realizzò: studiava ma non con costanza, non solo per sua negligenza, ma soprattutto perché non c'era il tempo di applicare il metodo ideale, ogni volta che si decideva a capire a fondo ciò che studiava, finiva per dilungarsi oltre modo e con un'unica materia, lasciando tutto il resto ancora da iniziare ad un'ora piuttosto tarda. Sentiva pesante su di sé quella stanchezza che ogni anno, nel medesimo periodo, le sopraggiungeva: nel mese che la separava dalle ferie intorno al giorno di Natale, percepiva i chiari segni dell'esaurimento, poiché ripeteva, con ostinata convinzione, quel ciclo che iniziava con buoni propositi a settembre e che cominciavano già a crollare a circa due mesi dal termine del primo trimestre. L'estate era troppo lunga e non appena s'imponeva di mettere a frutto quei tre mesi di pausa, veniva il turno di serate con gli amici, giornate passate nell'ozio ed infine l'ansia del ritorno sui banchi.

Riprese la giacca dall'appendi abiti, afferrò le chiavi ed uscì avvisando Marco. Appena fu sul pianerottolo si ricordò d'aver scordato il cellulare e sbuffando riaprì il portone di casa. Suo fratello le chiese malamente che cosa avesse dimenticato ma lei non vi fece caso e, rovistato nella borsa che usava per scuola, se ne uscì di nuovo ma questa volta senza dire nulla. Scese le scale in fretta e spinse con la spalla il portone: all'esterno, una massa d'aria fredda le avvolse il volto quasi soffocandola e per un istante non riuscì ad inalare che acqua; tossì, una, due volte, ma il processo si ripeteva, così si coperse la bocca ed il naso con una mano e cominciò a camminare svelta in direzione dell'appartamento di Alessandro. Dopo all'incirca una decina di minuti eccola arrivata di fronte ad un altro portone del condominio dove dimorava l'amico. Questo, al contrario di quello in cui lei abitava, era piuttosto recente, lo si poteva giudicare dalle finiture delle finestre e dalla costituzione dei balconi. Rimase ad aspettare per qualche secondo ma nessuno sembrava rispondere, quindi tentò di suonare un'altra volta ed ancora nulla. Attese dei minuti, strofinandosi le braccia reciprocamente con le mani, come per produrre calore e finalmente udì, distorta dall'apparecchio, la voce di Alessandro "Che c'è?" le chiese pacato -l'aveva riconosciuta dal dispositivo video di cui il citofono disponeva- "Posso salire su?" disse in tono supplicante. Si udì un suono secco ed il portone si aperse con uno scatto, Rebecca sgusciò dentro l'atrio e cominciò a salire le scale a grandi passi, poi due gradini alla volta rallentando il ritmo e rampa dopo rampa raggiunse il terzo piano. Alla porta dell'appartamento, lasciata aperta, non vi era nessuno di guardia e lei entrò chiudendosela alle spalle. Rimase per un po' a scrutare l'interno della casa forse per controllare che tutto fosse rimasto tale e quale all'ultima volta in cui vi era stata e così era. Non si mosse e attese che fosse Alessandro a darle il permesso di introdursi più in là, temendo di coglierlo in vesti o situazioni imbarazzanti, inoltre, da un paio di settimane sospettava egli si trovasse in una relazione non proprio consueta, quindi preferiva non dover confermare tali dubbi cogliendolo con le mani nel sacco. Alessandro possedeva un carattere particolarmente maturo per la sua età, manteneva segreti i suoi affari personali anche con Rebecca e dimostrava un atteggiamento disilluso nei confronti delle bravate che talvolta la compagnia dei suoi amici proponeva di attuare. Questa sua maturità veniva scandagliata da improvvise esplosioni di infantilismo, come quando preso da rancore verso Riccardo, uno dei suoi più cari amici, per essersi cibato della sua merenda, egli lo ignorò per qualche giorno. Per l'aspetto che si ritrovava combinato al carattere, molti e soprattutto molte lo giudicavano altezzoso o, come in gergo, uno che se la tira : il volto allungato ed ovale, ben proporzionato era accoppiato ad un naso lineare che formava un angolo perfetto col profilo del viso, gli occhi erano forse un poco sottili e insieme a delle sopracciglia arcate ed appena accennate, lo rendevano piacente ma ispiratore di una certa freddezza. Le labbra sottili erano spesso chiuse ed i bordi leggermente incurvati verso il basso. Nel complesso possedeva dei tratti delicati, quasi femminili, compreso il collo il quale era fino e lungo, tuttavia la corporatura, pure in apparenza esile, si dimostrava atletica. Un dettaglio che, a parere di Rebecca, s'addiceva molto a tutti questi tratti, erano i capelli lisci, tenuti sempre corti sulla nuca e di media lunghezza sulla fronte a creare un ciuffo che non raggiungeva le sopracciglia, lasciandole scoperte alla vista. Quando Alessandro provò a lasciare che la sua capigliatura raggiungesse le spalle, intenzionato a sperimentare un nuovo aspetto, Rebecca si era opposta con fervore a tale cambiamento.

Vedendo che l'amico non la raggiungeva alla porta, si decise a fare qualche passo in avanti, si guardò intorno timorosa e dunque si tolse le scarpe che lasciò vicino all'uscio. "Ale? Posso venire avanti?" chiese all'aria, poiché non lo scorgeva in nessun angolo del salotto "Aspetta, sistemo una cosa e arrivo...tu siediti intanto" rispose una voce in un'altra stanza. Rebecca si tolse quindi la giacca e la distese ordinatamente sul bracciolo del divano alla sua sinistra, si sedette al centro di questo e si batté con le mani le ginocchia. "Scusa ma mandarmi un messaggio, no?" chiese la voce di Alessandro "Ehm...mi sono dimenticata" esitò lei. Quindi lo vide arrivare dalla sua stanza da letto, con indosso gli stessi abiti che aveva con molta probabilità usato la mattina a scuola. Alessandro si fermò dietro il divano, poggiando i gomiti sullo schienale ed incurvando la schiena "Sì però Bibi, la prossima volta mi avvisi, va bene?"
"Che nascondi?" le fece lei con un sorriso malizioso "Ma proprio niente, stavo sistemando camera mia" Rebecca batté leggermente con la mano sul posto a fianco del suo "Siediti, su" ma lui non accettò l'invito "Volevi dirmi qualcosa?"
"Niente di particolare, oggi non avevo niente da studiare quindi...". Alessandro drizzò la schiena ed inspirò "Io invece ho da fare" e fece per tornarsene nella sua stanza "Devi sistemare la camera? Ti aiuto io" Rebecca si alzò dal divano e cercò di seguirlo "No grazie, ci manca solo questo"
"Ma cos'hai?É successo qualcosa?" gli chiese preoccupata, lui si fermò sulla porta della sua stanza e attese che l'amica lo raggiungesse "Niente..." iniziò guardando in basso ed infilando la mano destra nella tasca dei pantaloni "Ma io avrei da studiare sai?" questa scusa non convinse Rebecca, tuttavia ella lasciò correre e gli chiese di quale materia si dovesse occupare "Latino, ho due versioni per domani e interroga". Ella lo guardò con sufficienza alzando le sopracciglia e fece una lieve smorfia con le labbra "Ma perché le hai lasciate tutte e due per oggi? Vabbeh ti aiuto io..." terminò sbuffando "Hai anche altro per caso?"
"Sì, ho da fare fisica, ma quella la faccio da solo non è difficile". I due si recarono in salotto e sedettero sul divano uno a fianco all'altro, Alessandro aveva portato con sé il versionario, un vecchio quaderno di brutta copia e l'astuccio. Appena preso posto si ricordò di aver dimenticato il dizionario ma Rebecca lo fermò per un braccio facendolo sedere "Ti aiuto io, facciamo un po' d'esercizio senza". Alessandro la guardò con stupore poi con un'espressione che reclamava pietà "Non ci voglio mettere un secolo a farle" al contrario l'amica lo rassicurava con un sorriso calmo "Se troviamo difficoltà lo vai a prendere, va bene?". Alessandro aprì il versionario sulla prima versione, il cui numero era segnato a matita e a fianco del quale era incollato un segnalibro trasparente di colore giallo. Rebecca gli si avvicinò fino a far aderire il suo fianco a quello dell'amico ed iniziò a leggere il titolo: La vita dopo la morte. Non appena cominciò a scorrere le prime righe del testo in latino, il suo volto fu preda di continue smorfie via via più accentuate "É difficile?" le chiese Alessandro allarmato e lei, dopo poco riflettere abbandonò le braccia sulle gambe "É l'Arpinate, è lui, lo riconosco"mosse lo sguardo sui bordi in alto della pagina ed aggiunse "Oh guarda, c'è pure scritto: Cicerone" e scandì il nome dell'autore ed oratore latino. Anche Alessandro si abbandonò ad espressioni di dissenso, ma in fine riuscirono a tradurre senza molta fatica e terminarono la versione in un'oretta, aggiustando la resa dove necessario. "Era un'epistola e stranamente non era molto difficile" concluse Rebecca "Io da solo non l'avrei fatta, avrei usato internet"

"Ma se ti interrogava domani e tu l'avevi copiata? T'imparavi la traduzione a memoria?"
"Come al solito" rispose lui facendo spallucce "Ci credo che prendi sempre un sei tirato in versione"

"Non mi servirà il latino, mi basta non essere sotto" e si abbandonò sullo schienale del divano iperestendendo il capo, aveva gli occhi indirizzati verso il soffitto ma in realtà non vedeva nulla poiché la mente era occupata a formulare pensieri d'ogni sorta, a distrarsi e trovare svago dopo lo sforzo compiuto. Il suo encefalo cominciò a divagare liberamente per qualche secondo finché non trovò una questione che gli destava interesse e si concentrò su quella, dove convogliò tutta l'attenzione. Pensava le parole che i suoi stessi pensieri gli suggerivano, connetteva sintagmi e periodi e li sovrapponeva cercando di comporre un discorso di senso logico intorno al problema su cui si stava arrovellando. Alla fine di ogni processo, come un computatore che tenti di decodificare un file criptato, quando giungeva ad un vicolo cieco, tentava un'altra strada, finché non gli venne l'idea di parlarne con Rebecca che le sedeva a fianco, ma scartò subito questa possibilità quando valutò quale sarebbe potuta essere la sua reazione. La immaginò alterarsi o sorprendersi della sua scarsa moralità, del semplice fatto che avesse voluto discuterne con lei o, forse peggio, della sua approvazione passiva ma che avrebbe celato una più dura critica inespressa nei suoi confronti. Innanzitutto non provava alcun piacere nel condividere questioni personali, anzi ciò lo infastidiva parecchio persino quando si trattava della sua amica d'infanzia, in secondo luogo gli pareva stupido coinvolgere un estraneo in un affare che non lo toccava particolarmente, infine non voleva rischiare di perdere il rispetto che sapeva Rebecca provava per lui. Tacque e chiuse gli occhi inspirando profondamente "Sei stanco?" una pausa "O vuoi dirmi qualcosa?"

"No, sono solo un po' stanco".
All'improvviso Rebecca si batté una mano in fronte "Ecco cosa dovevo fare : finire I Malavoglia !".



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