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lavoro pubblicato domenica 19 giugno 2016
ultima lettura mercoledì 11 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

A whole new era - Capitolo I

di martybonnie. Letto 252 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Nella notte stellata di New York, il silenzio era ormai parte integrante di ogni incrocio, di ogni muro. Non c’era il benché minimo rumo...

Nella notte stellata di New York, il silenzio era ormai parte integrante di ogni incrocio, di ogni muro. Non c’era il benché minimo rumore che facesse presagire una qualsiasi forma di vita.
Senza nessuno che provvedesse all’energia elettrica la città era immersa nel buio; Times Square senza i suoi luminosi cartelloni pubblicitari aveva un che di spettrale e minaccioso. Nessun taxi si vedeva all’orizzonte e la pista di ghiaccio del Rockefeller Center, ormai scongelata, era deserta.
I baracchini dei venditori di hot- dog erano vuoti ed alcuni semi distrutti.
La Città che non dorme mai sembrava come morta.
All’improvviso un rombo squarciò il pesante silenzio e da una strada laterale del quartiere di Chinatown sbucò una grossa motocicletta che ruggendo rumorosamente si diresse a tutta velocità verso Central Park lasciandosi dietro una scia di fumo nerastro. Il sidecar trasportava due grosse taniche di benzina piene fino all’orlo.
Con uno stridio di gomme la moto si fermò ma non si spense. Dal sellino di pelle scese un uomo sulla quarantina.
Indossava una canotta nera e giacca e pantaloni mimetici e degli scarponcini militari. Si sistemò lo scolorito cappellino dei Red Sox e rimase ad ascoltare eventuali rumori e a scrutare il panorama spettrale illuminato solo dalla luce della luna.
Dopo qualche minuto l’uomo si riscosse e risalì in sella sgommando.
Dopo un centinaio di metri imboccò una strada laterale per evitare il grosso cadavere di un dragone di cartapesta che giaceva scomposto sulla via principale.
Quando raggiunse Madison Square Park la luce del faro della moto catturò un’ombra nella notte, ma quando si fermò bruscamente non riuscì a vedere nulla di insolito.
Scese dal sellino, prese dal sidecar una torcia e si diresse dove credeva di aver visto l’ombra. Fece vagare la luce in ogni angolo ma non vide nulla di sospetto. Si passò una mano sugli occhi e sospirò. Probabilmente la stanchezza e la fame gli avevano giocato un brutto scherzo. Spense la torcia e tornò alla sua moto, salì e si allontanò velocemente da quella zona troppo esposta.


*



Dopo ore di viaggio a piedi non credeva che avrebbe raggiunto mai Parigi.
Si era fermata per un po’ a Chartres per fare scorta di cibo, acqua e qualsiasi cosa potesse essere ritenuta utile in qualche modo. Aveva perso tempo cercando delle pile per la torcia e la piccola radiolina che portava con se ormai da tre anni. Era il suo portafortuna.
Trascorreva un’ora al giorno vagando di stazione in stazione nel tentativo di scovare qualche segno di altri esseri umani ma finora era rimasta delusa. In tre anni non aveva incontrato neanche un animale, sembrava che tutto fosse stato spazzato via.
Tutto tranne lei. Aveva sperato che nelle città più grandi fosse scampato qualcuno.
La solitudine cominciava a schiacciarla. Cercava di riempire il tempo cantando, inventando storie divertenti, parlando alla sua radio o agli alberi e cespugli che incontrava. La notte si infilava nel suo sacco a pelo e cercava di prendere sonno prima dell’alba, cosa che succedeva raramente. Aveva preso l’abitudine di prendere dei sonniferi, per fortuna le farmacie erano ancora ben fornite anche se era tutta roba in scadenza.
Ogni sera ripeteva il mantra ad alta voce, “Io mi chiamo Pauline, ho ventisette anni e vengo da Agen nella regione dell’Aquitania. Vivevo con mia madre, mio padre e mio fratello maggiore. Avevo un cane di nome Bennie che sbavava dappertutto e…”.
Alla fine raggiunse la periferia di Parigi che non sentiva più i piedi. Si guardò le scarpe, erano ormai sfasciate e sporche di terra e segnate da innumerevoli graffi. Avrebbe dovuto cambiarle appena possibile. Emise un sospiro tremolante e si incamminò verso il centro della città.
Passando accanto a un negozio di alimentari si specchiò nella sudicia vetrina, quello che intravide la depresse. Una ragazza piuttosto alta con il viso segnato dalla stanchezza e la tristezza, i capelli crespi e la carnagione olivastra. I vestiti non erano suoi, felpa e pantaloni da uomo, trovati in un negozio mezzo vuoto.
Disgustata da quello che aveva visto colpì con un pugno la vetrina che esplose con un fragore quasi inaspettato nel silenzio. Il dolore e lo shock di vedere la mano coperta di sangue vennero subito dopo. All’improvviso scoppiò in singhiozzi e si piegò sulle gambe stringendosi la mano al petto. Pianse tutte le sue lacrime finché non si sentì esausta.
Lasciò andare un sospiro e si rimise in piedi. Con la mano sana si asciugò gli occhi. Dalla tasca dei pantaloni prese l’ultimo fazzoletto rimasto e si tamponò le ferite. Doveva trovare una farmacia al più presto.
Si incamminò con passo decisamente più leggero verso la sua meta.



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