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lavoro pubblicato venerdì 17 giugno 2016
ultima lettura venerdì 22 maggio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Rifiorirà il tuo tempo: capitolo17

di vecchiofrack. Letto 460 volte. Dallo scaffale Amore

CAPITOLO DICIASETTE: I CORVI POTATORI DI MORTE Alle nove di mattina, leggermente in ritardo rispetto al suo solito, Carlo, seduto sotto il portico stava consumando la prima colazione, quando Alexander, esibendo un’espressione insolitamente cupa, ...

CAPITOLO DICIASETTE: I CORVI POTATORI DI MORTE


Alle nove di mattina, leggermente in ritardo rispetto al suo solito, Carlo, seduto sotto il portico stava consumando la prima colazione, quando Alexander, esibendo un’espressione insolitamente cupa, lo raggiunse, fermandosi in piedi davanti a lui senza fiatare.
“E’ arrivato?”, esclamò Carlo, intuendo il motivo di quell’espressione corrucciata.
“Sì, sono in due.”, confermò Alexander.
“Accompagnali qui!”, ordinò Carlo, mentre spostava al lato del tavolo la tazza della colazione.

Alexander entrò in casa e, poco dopo, si ripresentò davanti a Carlo in compagnia di due uomini prestanti lugubremente abbigliati: vestivano in total black, scarpe e occhiali compresi.
Uno dei due teneva in mano una valigetta, pur essa nera, - ora capisco l’espressione di Alexander, non hanno certo l’aspetto di chi è venuto a spandere felicità. -, pensò ironicamente squadrandoli, risalendo lentamente con lo sguardo, dalla punta dei piedi fino alla cima dei capelli.
- Due corvi neri aleggianti sopra la loro preda. -, questa fu l’impressione che ne ricavò, dopo averli ripassati con lo sguardo una seconda volta.
“Siamo dell’agenzia!”, disse l’uomo con la valigetta senza aggiungere nient’altro, né il nome dell’agenzia, né il proprio.
- Che personaggi pittoreschi… anzi, caricaturali. -, pensò ancora, Carlo, colpito sia dall’abbigliamento che dal modo poco ortodosso usato per presentarsi, mentre con il cenno della mano li invitava ad accomodarsi, esclamando: “Prego!”.
Visto il lavoro svolto dai due, contrario alla sua etica, Alexander, quando Carlo lo invitò a sedersi a sua volta, rifiutò e accampando una scusa tornò all’interno della casa.
L’uomo con la valigetta la posò sul tavolo, la aprì e ne trasse dei fogli, li appoggiò sul tavolo e iniziò dicendo, con un tono distaccato: “Veniamo subito al dunque!”.
Poi, indicando i fogli spiegò: “Questi moduli, servono per il consenso informato, prima di proseguire li deve leggere e firmare.”.
“Me li dia!”, esclamò senza esitare Carlo, allungando la mano.
L’uomo glieli porse, senza aggiungere altro.
“Ha una penna?”, chiese Carlo, dopo aver dato una rapida scorsa ai moduli.
L’uomo prese una penna dalla valigetta e gliela porse, Carlo firmò i fogli e restituì il tutto, l’uomo rimise penna e fogli nella valigetta e la richiuse.
“Ora come procediamo?”, chiese tranquillamente Carlo.
“E’ semplice, il mio assistente le farà un’iniezione endovenosa, immettendo all’interno del suo circolo venoso un microchip contenente meno di un microgrammo di una sostanza particolare, poi le consegneremo un telecomando, a quel punto il nostro lavoro sarà concluso, Starà a lei decidere se e quando farne uso. Una volta premuto il telecomando, il microchip rilascerà la sostanza nel circolo venoso.”, rispose l’uomo, con il solito tono monocorde e lo sguardo inespressivo celato dietro gli occhiali scuri.
“Quanto tempo passerà prima... ”, chiese Carlo, senza pronunciare l’ultima parola, quasi a volerla esorcizzare.
“Prima che giunga la morte!”, completò la frase l’uomo.
“Prima che giunga la morte!”, replicò Carlo.
“Meno di un minuto, lei non proverà nessun dolore, si assopirà e passerà a miglior vita senza accorgersene.”.
“Mi vengono i brividi.”, esclamò Carlo.
“Se non se la sente, possiamo soprassedere.”.
“No! Non ha capito, intendevo dire che mi vengono i brividi nel sentirla spiegare come evolverà la faccenda. Parla di dare la morte, con il tono di un venditore porta a porta intento a spiegare al potenziale cliente, sciorinando stancamente per l’ennesima volta la lezioncina memorizzata, le eccezionali prestazioni di una batteria di pentole.”, concluse Carlo, senza acredine.
“Prima di agire, la devo informare su come si svolgerà il tutto, è il regolamento! In quanto al tono, è stato studiato da un team di psicologi, secondo loro è meglio mantenere un certo distaccato per non coinvolgere emotivamente il cliente, già stressato di suo per la scelta estrema che si accinge a compiere. Mi creda, per noi è la prova più difficile da superare prima di ottenere la licenza a operare.”.
“Non la stavo colpevolizzando, era una considerazione personale. Sono certo che lei è uno dei migliori nel suo ramo, ma secondo me gli psicologi sbagliano... un pochino di umanità, non guasterebbe.”.
“Riferirò la sua rimostranza a chi di dovere.”, esclamò l’uomo, non variando di un millimetro né il tono, né l’espressione.
- Non c’è niente da fare, li hanno istruiti bene i commessi viaggiatori della morte, nulla riesce a scuoterli, chissà se fuori dal lavoro, in famiglia, ritroveranno un po’ di umanità? -, pensò Carlo.
Rassegnato e deluso da quelle risposte, chiuse la discussione in modo drastico: “E’ inutile continuare, è un dialogo fra sordi... faccia quello che deve fare!”.
L’uomo fece un cenno con il capo; l’altro, fermo e silente fino a quel momento, tanto da sembrare un manichino, si attivò come un automa raggiunto da un impulso elettrico.
Girò la valigetta verso di sé, la aprì e prese una custodia nera chiusa da una lampo, ne trasse una siringa sigillata all’interno di un involucro trasparente, un laccio emostatico e del cotone imbevuto di disinfettante, anch’esso sigillato in un involucro trasparente.
Appoggiò il tutto sopra al tavolo, prese da una busta di plastica dei guanti chirurgici, li indossò e, sempre senza proferire verbo, fece un cenno con il capo; al che, l’altro fece da tramite con Carlo: “Se si vuole scoprire un braccio, possiamo procedere.”.
Carlo arrotolò fin quasi alla spalla la manica sinistra della tuta, porse il braccio all’uomo con la siringa e girò lo sguardo dall’altra parte.
Passarono una ventina di secondi, l’uomo, terminato il suo lavoro, rimise nella valigetta i guanti, il laccio emostatico e la siringa vuota.
Di seguito, dalla stessa, trasse una piccola scatola nera; simile a quelle usate dagli orefici per porvi gli anelli e, sempre in silenzio, la passò al più loquace dei due.
“Abbiamo terminato, può abbassare la manica.”, disse a Carlo che, con lo sguardo rivolto dall’altra parte, attendeva la fine dell’operazione.
Si girò, tolse il cotone dal braccio, controllò che non uscisse più sangue, srotolò la manica coprendosi il braccio e rimase in attesa di ulteriori istruzioni.
“Ecco, questo è il telecomando.”, proseguì l’uomo, porgendogli la piccola scatola: “Quando riterrà opportuno farne uso, apra la custodia, al suo interno troverà posizionato un pulsante rosso, basterà premerlo… e da quel momento avrà inizio la sequenza di rilascio della sostanza nel circolo venoso.”.
Carlo prese la scatoletta, la aprì, guardò il pulsante senza esprimere emozioni particolari, la richiuse e appoggiandola sul tavolo, esclamò: “Bene! E’ tutto?”.
“E’ tutto! Il nostro lavoro è terminato; da ora, lei è padrone del suo destino!”, chiosò l’uomo.
“La ringrazio per la fiducia, ora scusate, ma prima di passare a miglior vita ho del lavoro da sbrigare.”, disse congedandoli, usando un tono sarcastico.
I due uomini si alzarono e rimasero immobili, in attesa che qualcuno, Carlo o Alexander, li accompagnasse all’uscita.
“Potete uscire dal portoncino del giardino.”, precisò Carlo, indicandolo ai due.
L’uomo più ciarliero, forse temendo che Carlo provando disistima nei suoi confronti si rifiutasse di stringergli la mano, allungò timidamente il braccio, mostrando per la prima volta una crepa nel suo comportamento standardizzato.
- Toh! Gli è scappato un pizzico di umanità. -, pensò Carlo, intuendo il disagio dell’uomo.
Allora allungò il braccio, strinse con forza la mano al primo e al secondo uomo, salutandoli con sarcasmo: “Come ci salutiamo... sicuramente non con un arrivederci... penso che un addio, sia più consono alla circostanza!”.
I due non mossero un solo muscolo del volto, non un accenno di sorriso, sembravano pietrificati, senza ricambiare il saluto si voltarono e si allontanarono, inseguiti dallo sguardo sarcastico di Carlo fin oltre il portoncino, - se avessero insegnato loro un minimo d’educazione, e un filo meno di psicologia, forse il loro comportamento ne avrebbe guadagnato in umanità. -, pensava in quei frangenti.
Quando i due scomparvero alla vista, prese il telecomando dal tavolo, lo rigirò fra le mani e lo fissò per un attimo prima di infilarselo nella tasca della tuta, poi si alzò incamminandosi in direzione della camera della moglie.

Seduto sulla poltrona accanto al letto di Maria, attese con apprensione e in silenzio che il dottore terminasse di misurarle la pressione.
“E’ bassa… troppo bassa.”, esclamò il dottore, scuotendo il capo.
“Forse è perché sta dormendo.”, cercò di giustificare quei dati preoccupanti Carlo.
“Vorrei rispondere di sì, ma purtroppo, non è così.”, rispose il dottore: “Il polso è debole, il respiro affannoso… non so se riuscirà a riprendersi.”.
“Pensa sia giunta l’ora?”, chiese Carlo, tradendo con una leggera increspatura della voce la sua preoccupazione.
“Penso proprio di sì.”, confermò prontamente il dottore.
“Quanto tempo ci rimane?”.
“Vedo che non ha cambiato i suoi piani.”, rispose stizzito il dottore, poi, guardando per un attimo Carlo, proseguì: “A sua moglie restano ancora ventiquattro, massimo quarantotto ore… a lei invece, se riesce a ragionare, molto di più!”.
“Dottore, per favore! Le sembra il momento adatto per le prediche... pensi a fare bene il suo lavoro e lasci che sia io a decidere del mi destino.”, replicò innervosendosi Carlo.
Il dottore si rabbuiò, chiuse la valigetta, si alzò dalla sedia e concluse: “Arrivati a questo punto, il mio lavoro è terminato, il destino di sua moglie è nelle mani di Dio. E sarebbe buona cosa che vi lasciasse anche il suo!”.
“Mi scusi per il tono.”, disse Carlo, capendo di essere andato oltre con il tono e le parole: “Cerchi di comprendere, non sono momenti facili, anche perché in troppi vogliono sindacare sulle mie scelte… non le chiedo di approvarle, ma almeno di rispettarle.”.
“Vede signor Mara, ci sono due ostacoli insormontabili che m’impediscono, sia di approvare… che di rispettare la sua tragica scelta; l’etica professionale… e soprattutto, la mia fede in Dio... io le ho detto come la penso, e non tornerò mai più sull’argomento, ma dentro di me, spero fermamente in un suo ravvedimento… ora la saluto, tornerò nel primo pomeriggio.”, chiosò pacatamente il dottore.
“Arrivederci, a oggi pomeriggio, dottore.”, disse salutandolo Carlo.

Passò una buona mezz’ora accanto al letto della moglie addormentata, aspettando il suo risveglio, ma purtroppo ciò non avvenne.
Allora realizzò che: sì, quel sonno l’avrebbe accompagnata fin oltre la soglia della vita, quei pensieri lo rattristarono, ma allo stesso tempo lo confortò l’idea, guardando il viso disteso di lei, che non stesse soffrendo in quelle ultime ore.

Alexander schiuse leggermente la porta, giusto lo spazio per infilarvi la testa e guardare all’interno.
Carlo lo vide, e con il cenno della mano lo invitò a farsi avanti.
Alexander entrò, accostò delicatamente la porta e avanzò, fermandosi in piedi accanto al letto, dal lato opposto a quello dove si trovava Carlo.
“Ho incontrato il dottore mentre usciva.”, disse sottovoce, temendo di disturbare il sonno di Maria, poi la guardò con dolcezza, come si guarda una persona cara: “A me sembra stia riposando tranquillamente… forse il dottore si sta sbagliando.”, bisbigliò fra se, cercando di autoconvincersi.
Carlo, guardandolo, comprese che a momenti avrebbe potuto cedere alla commozione e, con tono fermo, lo rimbrottò: “Se devi piangere, ti prego di uscire! Non c’è nulla per cui piangere! Primo perché lei non vuole vedere gente costernata accanto a se! E secondo, perché lei ha vissuto la sua vita in modo pieno, nonostante tutto, riuscendo anche a creare qualcosa di bello che la ricorderà per sempre.”.
“La fattoria del sorriso!”, esclamò rinfrancato Alexander.
“La fattoria del sorriso!”, confermò Carlo, proseguendo: “E tu, dovrai portare avanti la sua opera. Tornerai in Salvador come presidente della fondazione, per occuparti in prima persona dei bambini della fattoria.”.
“Spero di essere all’altezza del compito.”, rispose dubbioso Alexander.
“Lo sarai, non esiste persona più degna per svolgere quel compito.”, lo rincuorò Carlo.
Alexander, annuendo lo ringraziò per la fiducia a modo suo: regalandogli un sorriso.
“Bravo! Ora vorrei vederti sorridere anche dopo quello che ti sto per dire. Devi andare in comune, loro sono già in possesso dei permessi firmati dalla questura, chiedi l’esumazione della salma di mia figlia per oggi pomeriggio, poi fai sistemare i resti nel contenitore stagno della capsula, quando tutto sarà finito… sai cosa intendo vero?”.
“Lo so, ma non riesco a parlarne con il sorriso sulle labbra, come farebbe piacere a lei.”, rispose rabbuiandosi Alexander.
“Non importa, continuerò io. Quando io e mia moglie ce ne saremo andati, chiuderai i nostri corpi negli altri due contenitori stagni e, assieme a quello contenente i resti di mia figlia, senza nessuna cerimonia li imbarcherai sull’aereo per la Cina…”.
“Per favore non mi ripeta tutto… mi vengono i brividi a sentirla parlare delle sue esequie.”, lo interruppe Alexander, precisando: “Lo so benissimo quello che dovrò fare, anche se avrei preferito portare le salme in chiesa per una benedizione prima d’imbarcarle.”.
“Non se ne parla!”, confermò Carlo: “Farai benedire la salma di mia figlia oggi stesso, perché così desidera mia moglie, poi quando verrà il momento, chiamerai il parroco e farai benedire anche lei.
E poi basta! Tutto finirà li!”.
“E per lei?”, lo punzecchiò Alexander, pur sapendo già la risposta.
“Per me niente! E non perché non creda in Dio, anzi, dopo tutto quello che ho appreso durante questa lunga avventura, non credo affatto che un meccanismo perfetto come l’universo possa essersi creato per caso. Sono le religioni e chi le professa a non essere credibili, perlomeno ai miei occhi.”.
“Questa risposta mi soddisfa, credere che l’universo non sia stato creato dal caso, significa credere in Dio. Io rispetterò le sue volontà, accompagnerò le salme in Cina… ma un attimo prima di rinchiuderle nella capsula, pregherò Dio per sua figlia, sua moglie e, anche se non lo desidera, per lei. Non può negarmi di darle un ultimo saluto, a modo mio.”.
Carlo guardò intensamente, con occhi lucidi carichi di affetto, quell’uomo così ostinatamente sicuro del suo credo, da sfidarlo apertamente, dicendogli in faccia ciò che avrebbe fatto anche contro la sua volontà.
“Fai ciò che ritieni giusto mio buon Alexander, chissà mai che Dio ti ascolti.”, chiosò commosso Carlo, poi, prima di scadere nel pianto, lo licenziò: “Ora vai a fare quello che ti ho chiesto, ci vediamo più tardi.”.
Alexander lanciò un ultimo sguardo a Maria, e senza aggiungere altro si allontanò dal letto, si girò e uscì dalla camera.

Aveva dormito bene quella notte Isacco, la telefonata con Sara e i suoi consigli su come scrivere l’articolo l’avevano tranquillizzato.
Si era alzato più tardi del solito, alle nove di mattina era ancora seduto al bancone della cucina a consumare la solita colazione: coca cola con cornetto.
Al termine, stranamente allegro, osservò il tempo guardando fuori dalla finestra: “Ancora caldo e afa, non vuol proprio saperne di finire questa lunghissima estate.”, disse fra se.
Si sedette alla scrivania, accese il PC, appoggiò i gomiti sul piano, unì le mani davanti a se e iniziò a pensare l’introduzione dell’articolo.
- Prima di iniziare, devo fare una cosa. -, pensò, mentre si accingeva a digitare sulla tastiera.
Prese il cellulare, e digitò il numero di Armando Torri.
“Signor Armando Torri?”, esclamò, quando la voce inconfondibile dell’uomo giunse al suo orecchio.
“Sono io… lei chi è?”.
“Sono Isacco Giunti, si ricorda... ero su da lei, ieri, assieme al signor Carlo Mara.”.
“Ah! Si! Mi dica.”.
“Volevo chiederle se è disposto a ricevermi domenica?”.
“Non ci sono problemi, mi trova sempre qui.”.
“Va bene, allora ci vediamo domenica mattina, alle nove.”.
“Ha già dato un’occhiata alle carte?”, chiese Armando.
“Ho già visto tutto, ne parliamo domenica… volevo aggiungere, che porterò una persona con me.”.
“Va bene, chi è il suo legale?”, chiese ancora, sorridendo, Armando.
“Nooo!!! Ma quale legale, porterò la mia fidanzata, vorrei mostrarle la proprietà.”, rispose, sorridendo a sua volta, Isacco.
“Sono certo che le piacerà!”, lo rassicurò Armando.
“Ne sono certo anch’io, adesso la saluto, ho del lavoro da sbrigare.”.
“Allora buon lavoro, ci vediamo domenica… Ah! Dimenticavo, resterete a pranzo da me!”, disse Armando, con tono sicuro.
“Non vorremmo disturbare.”, obiettò Isacco.
“Nessun disturbo, ci tengo in modo particolare a far assaggiare a lei e alla sua fidanzata, le specialità dell’oltre Po!”.
“Allora d’accordo, arrivederci a domenica.”.
“A domenica!”, concluse Armando.
Isacco spense il cellulare, lo posò sul tavolo e, rilassato, iniziò a battere sui tasti con vigore.
Le frasi scorrevano veloci e senza intoppi sullo schermo, la confusione del giorno prima era sparita come per incanto dalla sua mente, e le idee scivolavano svelte dal cervello alla punta delle dita, fino a raggiungere la tastiera e apparire sotto forma di scrittura sullo schermo del PC.

Alle due del pomeriggio, Carlo era ancora seduto accanto alla moglie, in quelle ore l’aveva lasciata solo un attimo per impellenti bisogni fisiologici.
Alexander, preoccupato, lo raggiunse: “Come sta andando?”, chiese.
“Come prima… se ne sta andando, piano piano.”, rispose, rassegnato, Carlo.
“Sono già le due, le devo portare il pranzo in camera?”.
“Non ora, non ho fame, forse più tardi… se ne avrò voglia ti chiamerò.”, rispose Carlo, facendogli capire di volere restare solo con la moglie.
“Va bene, per qualsiasi cosa mi trova in giardino.”, disse Alexander, congedandosi.
“Ah... ricordati di portare fuori i cani, in tutto questo trambusto, ci stavamo dimenticando della loro passeggiata quotidiana.”, disse Carlo, richiamandolo quando, dopo aver aperto la porta, stava oramai lasciando la camera.
Alexander fece cenno di sì muovendo il capo, poi uscì e richiuse la porta.

Alle quattro del pomeriggio, appena rientrato dalla passeggiata in compagnia dei cani, Alexander girava nervosamente, avanti e indietro sotto il portico, sempre più preoccupato per le condizioni di Maria, e anche per quelle di Carlo che non lo aveva ancora chiamato, quando vide sopraggiungere trafelato dal portoncino, Giorgio.
“Ho appena saputo di Maria, come stanno veramente le cose?”, chiese.
“Siamo prossimi alla fine!”, esclamò, un intristito Alexander.
“E Carlo come sta?”, continuò Giorgio.
“Non lo so, da questa mattina è accanto a lei, a dire il vero sono leggermente preoccupato, non mi ha ancora chiamato.”, rispose Alexander.
Giorgio ci pensò un attimo, e trovò la soluzione: “Accompagnami da lui, voglio vedere Maria!”.
Alexander lo accompagnò fino alla porta della camera: “Aspetta qui.”, disse, quindi entrò e richiuse la porta.

Si avvicinò a Carlo e, abbassandosi, gli sussurrò all’orecchio: “C’è qui fuori Giorgio, posso farlo entrare?”.
Carlo annuì, allora Alexander si portò accanto alla porta, la aprì, fece entrare Giorgio e la richiuse.
I due avanzarono, fermandosi in piedi davanti al letto.
“Sta dormendo?”, chiese a bassa voce Giorgio.
“Sta dormendo.”, confermò Carlo.
“Ha saputo della riuscita del lancio?”, proseguì Giorgio.
“Si! L’ha saputo… e subito dopo la bella notizia, ha deciso che era un buon momento per lasciare questo mondo.”, concluse amaramente Carlo.
“Almeno con la certezza di potersi giocare un'altra possibilità, per se e la sua famiglia, se ne andrà serena.”, chiosò Giorgio.
“Speriamo di aver eseguito tutto il programma senza errori, e che la sfera non incontri qualche intoppo durante il suo lungo viaggio.”, continuò Carlo, esprimendo tutti i suoi dubbi e le sue paure.
“Non devi avere dubbi.”, lo rincuorò Giorgio: “Ho controllato tutto cento volte prima del lancio, ti posso assicurare che niente è andato storto. E ora che si trova nel corridoio temporale, la sfera non potrà incontrare interferenze di nessun genere, e filerà diritta come una spada fino al suo obiettivo.”.
“Non prendere quello che ho detto come un segno di sfiducia sul tuo operato, so che hai lavorato al progetto con capacità e cura maniacale, per questo sono certo della riuscita, ma una punta d’insicurezza è insita nel mio carattere; è stato sempre così, per ogni cosa che abbia fatto nella mia vita.”, si giustificò Carlo.
“Posso comprendere l’incertezza prima che la sfera s’infilasse nel corridoio temporale, ma ora no... niente e nessuno la potrà distogliere dalla sua missione.”, insistette nel suo lavoro di convincimento Giorgio.
“Dio lo potrebbe... se lo volesse... ”, esclamò, quasi automaticamente, Alexander, senza distogliere lo sguardo dal letto, attirando l’attenzione degli altri due.
“Se esistesse!”, replicò infastidito Giorgio: “Io sono un ingegnere, e credo a quello che dimostrano i miei calcoli… e fino ad ora, nessun calcolo matematico è riuscito a dimostrarne l’esistenza.”.
“Lasciamo stare Dio!”, disse, intervenendo con decisione, Carlo: “Sono argomenti troppo alti e difficili da affrontare, per tutti, credenti e non!”.
“Ha ragione, allora diciamo che se Dio avesse voluto fermarci, l’avrebbe fatto prima di farci conoscere i segreti del tempo... e chiudiamo la discussione!”, ribatté Alexander, guardando negli occhi Giorgio in un gesto di sfida, non accettando compromessi sul tema della fede, anzi, cercando come al solito di far prevalere le proprie convinzioni.
“Chiudiamola qui!”, esclamò Carlo, sospirando, e proseguì cambiando argomento: “Senti Giorgio, come ti avevo promesso anni fa, presto entrerai in possesso del cinquanta per cento della società, hai già deciso cosa farai? Venderai e ti ritirerai, o continuerai nel tuo lavoro di ricerca?”.
“Mi pare di cattivo gusto parlarne in questo contesto.”.
“E perché? Fra pochi giorni io e mia moglie non saremo più fra voi, questo lo sappiamo benissimo tutti. A me pare ipocrita non parlarne.”, insistette con decisione, senza tradire nessuna emozione, Carlo.
“Come vuoi… sarò sincero, in questi ultimi tempi ho pensato spesso a cosa fare quando sarei entrato in possesso del cinquanta per cento della società. Vendere, incassare un bel gruzzolo e ritirarmi in campagna con mia moglie e i miei figli, o continuare nel mio lavoro cercando di espandere ulteriormente il giro d’affari della società? La prima soluzione era alettante, avrei smesso di lavorare, basta calcoli e arrabbiature, mi sarei occupato a tempo pieno dell’educazione dei miei figli. Ma poi ho pensato; ho dedicato tutta la mia vita a questo lavoro e mi diverte ancora molto, in fin dei conti sono sempre riuscito a conciliare gli impegni pubblici con quelli privati, sono sempre stato presente quando i miei figli reclamavano la mia presenza, riesco anche a ritagliarmi qualche scampolo di tempo per delle belle cavalcate in mezzo ai campi, per occuparmi dell’orto e del giardino. E poi, in campagna già ci abito. Inoltre ho lasciato in sospeso quel vecchio progetto di viaggio, non nel passato ma nel futuro, penso sia giunto il momento di riprenderlo e testare le mie teorie. Alla fine di questa lunga riflessione, mi sono chiesto; riuscirei ancora a conservare l’entusiasmo per questi piccoli piaceri quotidiani se diventassero routine? E non finirei per pentirmene se oggi abbandonassi tutto, senza provare a inseguire il mio grande sogno? La risposta è stata… non lo so! Così, per non sbagliare, ho deciso di lasciare le cose come stanno… almeno per un certo periodo di tempo.”.
Dopo quella lunga e articolata risposta, Carlo cercò di fare suo il ragionamento di Giorgio, per capire come avrebbe agito al suo posto.
Dopo avere elaborato mentalmente entrambe le soluzioni, replicò: “Io avrei fatto un'altra scelta, ma conoscendo la tua pignoleria prima di prendere una qualsiasi decisione, so che avrai ponderato bene i pro e i contro, optando per la soluzione migliore, per te e la tua famiglia.”.
“Ti ringrazio!”, esclamò Giorgio.
“E poi, se ti dovessi stancare, puoi sempre vendere tutto e dare una nuova svolta alla tua vita.”, chiosò Carlo.
“E’ vero.”, disse Giorgio sorridendo, poi guardò l’orologio: “Scusate, devo andare, mi aspettano al centro di collegamento, devo assegnare le ultime mansioni prima di partire per la Germania.”.
Si tacque un attimo, e proseguì, correggendosi: “Forse non è il momento opportuno… rimanderò il viaggio a un'altra data.”.
“E perché mai? Pensi forse che la tua presenza possa cambiare il corso degli eventi?”, gli chiese con una punta d’ironia Carlo.
“No, questo no, ma vorrei esserti d’aiuto, anche solo moralmente, in questo momento.”, si giustificò Giorgio, con tono contrito.
“Il tuo aiuto, morale e non solo, è stato indispensabile da quando ci siamo conosciuti fino a oggi. Ed io ti sarò per sempre debitore, è solo grazie a te se ora posso affrontare il passaggio più arduo della vita, sereno, senza rimorsi o rimpianti per il passato… ma per te questo è il momento di pensare al futuro, la missione in Germania è basilare per lo viluppo della società, non puoi rinviare un appuntamento calendarizzato da tempo e decisivo per il tuo domani, solo per vedere morire un uomo di ieri…”, concluse Carlo.
“Ma veramente…”, replicò Giorgio, iniziando una frase che non riuscì a completare perché Carlo con un tono infastidito lo fermò, quasi aggredendolo: “Ora basta parole! Voglio rimanere da solo accanto a mia moglie! Uscite dalla camera e andate a fare il vostro lavoro!”, concluse, licenziando entrambi.
Alexander cercò di interloquire ancora una volta ma Carlo lo zittì, fissandolo negli occhi e portandosi l’indice davanti alla bocca.
A quel punto, entrambi compresero di non dover più nemmeno fiatare e assecondarono il suo desiderio, uscendo in religioso silenzio dalla camera.
Carlo rimase solo a vegliare la moglie, deciso a restare accanto a lei fino alla fine… e anche oltre.

Isacco, seguendo i consigli di Sara, aveva scritto l’articolo d’istinto senza preoccuparsi dell’impatto che avrebbe avuto sui lettori, riuscendo a terminare il lavoro prima del previsto.
Visibilmente soddisfatto, controllò l’ora sul PC; erano da poco passate le sette di sera.
Gli rimaneva ancora un’ora per prepararsi all’incontro con Sara, spense il PC, si alzò dalla scrivania, sistemò i piatti sopra al bancone e se ne andò a farsi una doccia.

CONTINUA



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