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lavoro pubblicato venerdì 17 giugno 2016
ultima lettura giovedì 7 maggio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Rifiorirà il tuo tempo: capitolo 16

di vecchiofrack. Letto 508 volte. Dallo scaffale Amore

CAPITOLO SEDICI: UNA SERATA RICCA DI DUBBI Quando Alexander tornò sotto il portico le poltroncine erano vuote, lanciò uno sguardo nel verde del giardino fino ad arrivare in fondo, lungo il filare d’abeti del confine, non vide nessun...

CAPITOLO SEDICI: UNA SERATA RICCA DI DUBBI


Quando Alexander tornò sotto il portico le poltroncine erano vuote, lanciò uno sguardo nel verde del giardino fino ad arrivare in fondo, lungo il filare d’abeti del confine, non vide nessuno e capì: Carlo era andato dalla moglie.
Allora raccolse i bicchieri dal tavolo e lentamente si avviò verso la cucina.

Carlo, seduto sulla poltrona accanto al letto, aspettava in silenzio che la moglie si riavesse dal sonno indotto dai sedativi.
Non vedeva l’ora di comunicare alla moglie la bella notizia, e nell’attesa fantasticava, immaginando futuri scenari di benessere e felicità accanto ai suoi cari, nella sua nuova vita.
Quando lei aprì gli occhi, lo colse con lo sguardo perso nel vuoto e la mente altrove.
“Cosa stai pensando?”, chiese, con voce stanca.
“Ti sei svegliata... come va?”, rispose, girando lo sguardo su di lei.
Maria, guardandolo, notò qualcosa di diverso dal solito trasparire dal suo sguardo: una serenità interiore che credeva oramai perduta per sempre, e capì: “E’ andato tutto secondo i tuoi piani, finalmente dopo tanti anni sei riuscito a realizzare il tuo sogno.”, disse, cercando di incrementare il tono della voce, dando così forza a quella che era un’affermazione che abbisognava comunque di una risposta.
“Si!” esclamò Carlo, posando le sue mani su la destra che lei teneva distesa lungo il corpo sopra le lenzuola: “Da oggi, nostra figlia avrà un'altra possibilità, cerchiamo di non sprecarla.”, concluse commosso con voce rotta, fra le lacrime.
“Non fare così, non voglio vederti piangere.”, lo redarguì amorevolmente Maria: “Noi faremo il possibile, come l’abbiamo sempre fatto in questa vita, per renderla felice; ma alla fine chi deciderà sarà il fato, il destino, la sorte, chiamala come vuoi tu!”, sospirò appoggiando stancamente la testa sul cuscino, provata da quella frase troppo lunga da pronunciare, tutta d’un fiato, per le sue esigue forze.
Carlo, la guardò preoccupato, stringendole la mano attese in silenzio che recuperasse un po’ di forze.
“Ora che tutto è andato bene, devo dirti una cosa.”, riprese Maria, appena recuperato un briciolo di forza.
Carlo, la guardò perplesso: “Dimmi!”, esclamò.
“Ho deciso di non prendere più medicine!”.
“Lo sai cosa significa questo, vero?”, gli chiese Carlo, ormai rassegnato al peggio.
“Lo so! Ma è arrivato il momento, ho portato avanti la mia vita fin oltre il dovuto per aiutarti moralmente a realizzare il tuo… no, è giusto dire, il nostro sogno… spero di esserci riuscita.”.
“Certo che ci sei riuscita! Nei momenti di difficoltà, quando tutto sembrava andare storto, io venivo da te, mi bastava guardarti, anche senza dialogare, per ripartire con più forza di prima.”.
“Sono felice di esserti stata utile.”.
“Utile?!”, esclamò sorpreso Carlo: “Mi sembra riduttivo, io userei un altro aggettivo; indispensabile… insostituibile. Ma non basta, non ci sono aggettivi in grado di esprimere quello che penso, cercherò di fartelo capire con una sola frase; sei stata la donna della mia vita… e lo sarai per sempre!”.
Lunghi attimi di silenzio invasero la camera, dopo quelle poche parole che raccontavano di un amore infinito: capace di migrare dal presente al passato per rigenerarsi nel futuro.
La commozione impediva a entrambi di riprendere il filo di un qualsivoglia dialogo: la scarica di patos emozionale aveva saturato le loro menti.
Carlo raccolse i pensieri e giocò l’ultima carta per convincerla a desistere: “Sei consapevole che senza le medicine, potresti andartene in meno di due giorni?”.
“Lo so! Ma cerca di comprendermi, non ce la faccio più a continuare in queste condizioni.”.
“Sai anche che io ti seguirò, subito dopo!”.
“Sarei felice, se non lo facessi… lascia che la vita segua il suo percorso naturale.”, lo pregò Maria.
Carlo scosse il capo, strinse ancora più forte la mano di Maria e rispose: “Non posso… ho vissuto abbastanza, questa vita non mi può dare nient’altro… ed io, non ho nient’altro da dare a lei.”.
Poi, capendo che quell’inutile discussione intristiva la moglie facendola stare ancora più male, si alzò, la baciò sulla fronte e con una scusa si congedò: “Devo andare al centro di collegamento, mi aspetta Alexander.”.
Maria, abbozzò un sorriso sofferto: “Non sei credibile quando menti, vai pure dove devi andare, ci vediamo più tardi.”.
Carlo, a testa bassa e in silenzio, come un bambino scoperto a rubare la marmellata, si avviò verso la porta, mentre Maria, sdraiata sul letto, accennando un sorriso a labbra strette, lo accompagnò con lo sguardo fin oltre la porta.

Alexander, dopo aver mangiato un boccone in cucina, era uscito in compagnia dei due cagnolini per la quotidiana passeggiata fino al parco del cimitero, rientrò dopo mezz’ora e attraversando la corte si diresse verso il giardino.
Appena oltrepassato il portoncino, le due bestiole iniziarono a guaire, strattonando con forza i guinzagli dalle mani di Alexander.
Un comportamento che non lo sorprese più di tanto, con il tempo aveva fatto l’abitudine all’isteria delle due bestiole nel momento in cui percepivano la vicinanza di Carlo o della moglie; infatti, girandosi vide Carlo seduto sotto il portico, allora si abbassò e lottando qualche attimo per tenerli a freno li sganciò dai guinzagli; appena liberi i due cani partirono a razzo, raggiunsero Carlo e in un baleno gli furono addosso, cercando di arrampicarsi su per i pantaloni.
Alexander, si avvicinò sorridendo: “Pensavo fosse in camera con la signora Maria, non ha ancora pranzato... vuole che le porti qualcosa?”.
“Non ora, porta i cani in casa e torna qui, ti devo parlare.”, rispose Carlo, visibilmente incupito.
“E’ successo qualcosa alla signora Maria?”, chiese preoccupato Alexander.
“No, non è successo niente, porta via i cani poi ne parliamo!”, rispose con tono deciso Carlo.

A fatica Alexander riuscì a staccare le bestiole dai pantaloni di Carlo, poi, mettendoseli sotto le braccia, uno a destra l’altro a sinistra, li portò in casa; preoccupato dallo strano comportamento tenuto da Carlo, li sistemò velocemente accanto alle loro cucce e tornò precipitosamente da lui.

“Mi dica?”, esclamò, appoggiandosi con le mani alla spalliera della poltroncina davanti a lui.
“Siediti!”, rispose Carlo.
Alexander scostò la poltroncina, si sedette e rimase in attesa, osservandolo in volto con crescente preoccupazione.
Dopo qualche attimo di silenzio, Carlo ruppe il ghiaccio: “Mia moglie ha deciso di non prendere più medicine… vuol lasciarsi morire.”.
Alexander sbiancò in volto, lasciò cadere la testa all’indietro, fino ad appoggiarla allo schienale, e guardando in alto, sommessamente, esclamò: “Mio Dio, è dunque arrivato il momento!”.
“Sai cosa significa questo?”, chiese Carlo.
Alexander, scuotendo il capo, assentì.
“Che al massimo entro due giorni ci lascerà!”, concluse Carlo, dicendo ciò che Alexander non aveva avuto il coraggio di pronunciare.
Dopo qualche altro attimo di silenzio, Alexander si sentì dire quello che sperava di non udire mai: “Ora, sai cosa devi fare… chiamali! E di loro di preparare tutto per questa sera.”.
“E’ sicuro... non è meglio aspettare?”, rispose Alexander, in un timido tentativo di convincimento.
“Aspettare cosa?!”, replicò in modo aggressivo Carlo: “Quando lei se ne andrà, dovrò essere pronto a seguirla... non voglio restare in questo mondo un giorno in più di quanto ci resterà lei! Ti prego di non insistere oltre... fai quello che ti ho chiesto!”.
“Come vuole, spero solo che Dio abbia pietà per la sua anima.”, concluse, con un tono dimesso, Alexander.
“Guarda che se Dio esiste, è molto più buono della rappresentazione che né da la tua… e altre religioni.”, chiosò, Carlo.
Il rombo del motore di un autocarro all’interno del cortile attirò l’attenzione dei due, Alexander lanciò uno sguardo oltre il portoncino e informò Carlo: “E’ arrivato il carro attrezzi a prendere la macchina, devo andare.”.
“Aspetta!” esclamò istantaneamente Carlo, bloccandolo mentre si stava alzando. “C’è tempo, prima fai la telefonata che ti ho chiesto e portami la risposta. Nel frattempo caricheranno la macchina, poi li seguirai e controllerai che il lavoro sia eseguito a regola d’arte.”.
“A regola d’arte... bruciare una macchina a regola d’arte, mi giunge nuova.”, esclamò ironicamente Alexander, mentre si alzava per entrare in casa, bofonchiando: “bruciare a regola d’arte… morire a regola d’arte… ma vivere a regola d’arte no eh?”.

Carlo, lo seguì con uno sguardo carico d’affetto; aveva ben compreso il perché di quel brontolio sarcastico, serviva a scaricare la tensione accumulata nel vano tentativo di convincerlo, se non a recedere, perlomeno a rinviare quella telefonata.

“Ecco fatto!”, esclamò Alexander, con un tono tutt’altro che allegro: “Saranno qui domani mattina alle nove… ora posso andare?”.
“Non prenderla in questo modo, lo sapevi benissimo che il momento sarebbe arrivato.”, disse Carlo, intristito, oltre che per tutto il resto, nel vedere il suo fedele amico non farsene una ragione.
“Le sarei grato se non tornassimo sull’argomento!”, rispose Alexander con un tono risoluto, così raro per la sua indole servile da riuscire a sorprendere lo stesso Carlo.
“Come vuoi, vai pure a fare il tuo lavoro.”, chiosò Carlo, visibilmente dispiaciuto per quell’inaspettata reazione.

Alexander, senza pronunciare una parola e a testa bassa si avviò verso il cortile, seguito, o forse è meglio dire, con addosso lo sguardo commosso di Carlo.

Isacco impiegò il doppio del tempo normalmente necessario per rientrare in centro.
Aveva guidato senza fretta, guardandosi attorno, con la mente pregna dei mille pensieri regalategli da quelle due intense giornate.
Guardava il verde dei campi e pensava a come raccontare quell’incredibile storia, ma allo stesso tempo gli tornava alla mente l’incontro con quel personaggio straordinario che rispondeva al nome di: Armando Torri, nel suo magnifico casale su in collina.
I pensieri si accavallavano in continuazione nella sua mente, arrivò alla periferia, grigia e sporca, dove gente di ogni razza, con lo sguardo perso di chi vive alla giornata fra miseria e disperazione, si muoveva in modo disordinato lungo le vie, senza una meta apparente.
E il pensiero corse agli incantevoli panorami, aspri e selvaggi, del Gran Paradiso, a quelle marmotte che, ferme accanto alle loro tane, sparivano all’unisono fiutando il pericolo.
E allo stesso tempo, pensava a quel vecchio contadino incontrato tre giorni prima, che manuteneva i canali d’irrigazione come se il fatto di doverli abbandonare da lì a poco non lo riguardasse.
Giunse, infine, ai piedi della grande torre e lentamente scese con la macchina all’interno delle sue viscere, fino a raggiungere il parcheggio sotterraneo dove, l’unica luce, era quella artificiale indotta dall’uomo.
Sistemò con cura l’automobile all’interno del proprio posto auto, spense il motore e prima di scendere rimase immobile per cinque minuti, con le mani appese al volante e gli occhi fissi sul muro di cemento grigio di fronte a lui, pensando a tante, troppe cose in una sola volta.
Forse cercava, in quel breve lasso di tempo, di mettere un po’ d’ordine nella confusione che, l’accumularsi di eventi tanto forti da toccare le corde più profonde dei sentimenti, aveva lasciato nella sua mente.

“Ciao Isacco! Sei appena arrivato?”, chiese Chiara, vedendolo avvicinarsi con tracolla da un lato e borsa in mano dall’altro.
“Sì, sono passato un attimo per sentire se ci sono novità.”.
“No, tutto tranquillo.”, rispose Chiara, guardando un attimo lo schermo del PC: “Tu piuttosto, hai trovato qualche spunto interessante per il tuo articolo?”, chiese incuriosita.
“In questi due giorni, ho incontrato dei personaggi straordinari… con la loro tenacia sono riusciti a realizzare qualcosa di così strabiliante, che è quasi impossibile credere sia vero.”.
“Di cosa si tratta?”, insistette, sempre più incuriosita, oltre che dal racconto dal tono quasi estatico di Isacco.
“E’ impossibile da spiegare in due parole… devo prima riordinare bene le idee, trovare il modo giusto per raccontare questa storia senza essere preso per credulone o visionario… o, peggio ancora, per uno spara frottole!”, rispose, passando a un tono preoccupato.
“Non puoi accennarmi qualcosa, a grandi linee?”.
“Meglio di no! Saprai tutto al momento opportuno, ora vado a casa, devo riposare e riflettere, poi inizierò a buttare giù qualche idea.”.
“Come vuoi, se chiama qualcuno, cosa devo dire?”.
“Dì che non ci sono, non voglio essere disturbato… anzi! Fai così, dì che non ci sarò nemmeno domani, passerò la giornata a casa; ho bisogno di tranquillità per poter scrivere l’articolo, ci vedremo fra due giorni.”, concluse Isacco.
“D’accordo, ciao e buon lavoro.”, rispose Chiara, leggermente preoccupata dallo strano comportamento di Isacco.

Dopo essersi rinfrescato si era sdraiato sul letto, ma non riusciva ad addormentarsi, i pensieri continuavano ad accumularsi nella sua mente in un modo così intricato da non riuscire a venirne a capo.
Non potendo parlare dell’arma, non riusciva a trovare il modo per iniziare il racconto in maniera credibile.
Cercava di concentrarsi su tutto il resto, lasciando da parte i ricordi dell’arma laser; ma dopo pochi istanti quei pensieri tornavano prepotentemente a sovrastare gli altri.
Eppure lo doveva trovare il modo per scrivere l’articolo in maniera credibile lasciando fuori la storia dell’arma laser, per non inguaiare Alexander e l’ingegnere, ma soprattutto, perché aveva dato la sua parola d’onore a Carlo.
Alla fine si alzò dal letto e, spostandosi in soggiorno, lanciò una rapida occhiata fuori dalla finestra, in direzione del centro cittadino, poi prese il dischetto dei test delle sfere e, assieme a quello appena tolto dalla videocamera, lo sistemò nel caricatore del videoregistratore.
Prese il telecomando dal piano della credenza, si spostò all’indietro fino a raggiungere il divano, si lasciò cadere sopra e iniziò a visionare i filmati.
Guardò e riguardò il filmato dei test molte volte, cercando una ragione plausibile all’improvvisa scomparsa delle sfere dallo schermo, temeva che una volta mandati in rete qualcuno scoprisse qualche trucco a lui sconosciuto rovinandogli la reputazione di giornalista serio e corretto.
Non era facile per nessuno accettare l’unica spiegazione su dove erano potute finire quelle sfere, e lo sapeva bene, ma se voleva essere credibile con i suoi lettori, doveva prima di tutto convincere se stesso del motivo per cui le sfere come per incanto a un certo punto sparivano dallo schermo.
Proseguì per un’ora buona a ripassare i filmati, alternandoli con le registrazioni audio degli incontri con Carlo, alla fine, esausto, decise di prendersi una pausa, schiacciò il pulsante del telecomando e il videoregistratore iniziò a leggere le tracce del secondo dischetto.
Lo schermo da prima divenne nero, poi iniziò a rimandare le riprese fatte da Isacco in quei due giorni.
Le immagini iniziarono dalla vista del caseggiato e del cortile di Carlo; un brivido corse lungo la schiena di Isacco, quando sullo schermo iniziarono a scorrere le stupende immagini riprese salendo il passo e poi sul pianoro del Nivolet.
Rivedere quelle immagini, due giorni dopo aver vissuto quei posti straordinari, gli metteva addosso una strana sensazione di euforia mista a malinconia, fece scorrere il filmato avanti e indietro molte volte e quella, per certi versi, piacevole sensazione perdurava, anzi, aumentava d’intensità.
Alla fine alzandosi di scatto dal divano bloccò l’immagine sullo schermo, nel punto in cui si vedevano i due laghi artificiali incastonati tra le cime: brulle quelle più vicine e innevate quelle più alte e lontane.
Toccò lo schermo, quasi volesse entrarvi per diventare tutt’uno con il paesaggio e, quasi gridando a bassa voce, esclamò: “E’ bellissimo, incomparabile, devo assolutamente tornarci!”.
Tornò a sedersi sul divano e proseguì, facendo scorrere in avanti il filmato, fino al punto dove iniziavano le immagini riprese a casa di: Armando Torri, mentre gli mostrava la proprietà.
Posti bellissimi anche quelli, ma visti dopo tanta natura allo stato brado, di una bellezza così sconvolgente da far piangere di gioia, finirono per passare davanti al suo sguardo senza quasi lasciare traccia nella mente, oramai satura di cotanto splendore.
Alle otto di sera chiamò il ristorante, ordinando la cena in casa per le nove, poi iniziò a battere sui tasti del computer cercando di abbozzare qualcosa.
Scriveva e cancellava in continuazione, non gli riusciva di trovare l’ispirazione, la chiave per iniziare il racconto in modo convincente.
Alla fine rinunciò, spense il computer e in attesa della cena si sdraiò sul divano, rimandando la stesura dell’articolo a un altro momento.
Alle nove e trenta, dopo avere cenato, riascoltò le registrazioni delle conversazioni, la voce di Carlo e il suo tono pacato risultava incredibilmente forte e incisiva: uscendo dagli altoparlanti il suono rimbalzava sulle pareti della stanza come in una cassa armonica aumentando artificialmente il volume della voce.
Mentre ascoltava la registrazione, Isacco guardava fuori dalla finestra le torri illuminate.
- Cosa faranno alla sera su quelle colline. -, pensò, guardando oltre le torri e i confini della città, fino a perdersi con lo sguardo nel buio della campagna; si era rammentato di avere intravisto da quelle colline la sagoma delle torri e ora, guardando da una di esse cercava un segnale, una luce in lontananza, qualcosa che confermasse la presenza di quelle colline.
Ma era tempo sprecato, perché la sua finestra guardava a nord, mentre quelle colline si trovavano a sud, e Isacco lo sapeva benissimo, ma in quella sera di confusione totale, preso dai suoi pensieri, ci passò sopra.
E allora comprese: come un detenuto nella sua cella vede l’azzurro del cielo da una minuscola finestra sognando la libertà da quell’unica prospettiva, così lui, prigioniero della torre e delle proprie paure, riusciva a vedere la libertà nell’unico posto dove potesse cadere il suo sguardo, nel centro dell’anello.
“E’ mai possibile mettere in dubbio quarant’anni di certezze in due soli giorni? Ho seguito alla lettera i consigli di mio padre, non ho mai abbandonato il centro della città: luogo ideale dove vivere sereni e sicuri, secondo i suoi dettami. E sono andato ancora oltre i suoi consigli, passando gran parte della mia esistenza rinchiuso in questa gabbia, prigioniero delle mie paure. E ora… quello che ho visto, le storie di vita che ho ascoltato, le persone che ho conosciuto in questi due giorni, hanno scalfito le mie certezze sconvolgendomi nel profondo. Arrivato a questo punto, non so più cosa pensare, sono confuso, avrò fatto la scelta giusta? O avrò sprecato metà della mia vita, bivaccando, prigioniero di questa città?”, diceva fra se, riflettendo a voce alta, guardando dalla finestra con sguardo assente il centro brulicante di vita.
Era talmente preso a cercare di capire dove stava la ragione, da percepire la registrazione dei dialoghi con Carlo, diffusi dagli altoparlanti nella stanza, come un fastidioso chiacchiericcio.
Allora si scostò dalla finestra, spense l’audio e accese il videoregistratore, si sedette sul divano, piegandosi in avanti appoggiò i gomiti sulle ginocchia, tenendo lo sguardo fisso sullo schermo e manovrando il telecomando con la mano destra faceva scorrere avanti e indietro le immagini, bloccando e zumando sui particolari più significativi della proprietà di Armando Torri; dal casale ripreso sia all’esterno che all’interno, fino alle viti che, ordinate in lunghi filari, scendevano decorando i fianchi della collina, interrompendosi un attimo, giusto il tempo di lasciar passare la strada sottostante, per poi riprendere la corsa dritta e impetuosa fino al fondo valle.
Concentrandosi su quelle immagini la mente si era come svuotata, finalmente libero dai pensieri che lo assillavano, iniziò a fantasticare su come sarebbe cambiata la sua vita se avesse accettato la proposta di Armando: -certo per mettere su famiglia quel posto è l’ideale, per i bambini quello spiazzo in cima alla collina dove sorge il casale sarebbe il massimo, potrebbero giocare liberi e indisturbati accanto alla casa, fuori da ogni pericolo. -, pensava.
E mentre le immagini continuavano a scorrere, Isacco prese dalla scrivania la documentazione fornitagli da Armando e iniziò a sfogliarla distrattamente, fino ad arrivare alla perizia sul valore della proprietà.
Lasciò scorrere rapidamente lo sguardo sulle voci tecniche, giungendo rapidamente al valore finale,
con un rapido calcolo mentale divise il valore a metà, ottenendo la somma richiesta da Armando.
“Si può fare!”, esclamò alla fine richiudendo il dossier, spense il videoregistratore, si alzò dal divano e girandosi guardò la gigantografia del duomo appesa alla parete, ripetendo: “Si può fare... ma non da solo... quello è il posto giusto dove creare una famiglia, ma prima di decidere devo capire se Sara è disposta a condividere con me un percorso di vita, tanto esaltante, quanto impegnativo.”.
Prese il cellulare dalla scrivania e tornò a sedersi sul divano, digitò il numero di Sara, portò l’apparecchio accanto all’orecchio e, dopo pochi istanti, udì la voce di Sara: “Isacco?!”, esclamò sorpresa.
“Ciao Sara, allora com’è andato il fine settimana al lago?”, chiese Isacco, fingendosi interessato, ma in realtà lo fece solo perché dopo l’ultimo burrascoso contatto, temendo una reazione scomposta, non sapeva in quale modo iniziare il dialogo.
“Molto bene, abbiamo trascorso due fantastiche giornate, eravamo alloggiati in un bilocale immerso nel verde, in un paesino da cartolina appena sopra al lago… una tranquillità! Al mattino, camminavamo per cinque minuti lungo un sentiero nel bosco e arrivavamo giù al lago. Dopo cena, facevamo quattro passi per le viuzze del paese, niente macchine, l’unico rumore era quello dei nostri passi, delle nostre voci e dei pochi residenti seduti fuori dalle case a conversare. Quando rientravamo, si guardava un po’ la televisione e, massimo alle undici, si andava a letto. Credimi, è stata veramente una bellissima esperienza, due giorni fuori dal caos cittadino mi hanno ritemprata. Mi sento... come dire... più leggera! Rilassata!”, rispose con un tono carico d’entusiasmo Sara, concludendo con una domanda: “Tu piuttosto! Eri fuori città per lavoro, com’è andata?”.
“Abbastanza bene, ma adesso lasciamo perdere il lavoro. Ascolta, ho bisogno di vederti, ti devo parlare di cose molto importanti... quando ci possiamo vedere?”.
“Quelle cose importanti… riguardano forse noi due?”, chiese, facendosi improvvisamente seria.
“Noi due… e il nostro futuro.”, confermò Isacco dopo un attimo di esitazione.
“Penso di aver capito! Ma per non lasciarmi tutta la notte a macerarmi su cosa dovrai dirmi, potresti essere più chiaro?”, insistette Sara.
“Saraaa!!! Non fare la bambina, se ti dico, noi due e il nostro futuro, sai benissimo a cosa mi riferisco!”, rispose spazientito, alzando il tono della voce, Isacco.
“Non ti arrabbiare, io lo posso anche immaginare ma finche non lo sento dalla tua viva voce, non posso esserne certa.”, replicò Sara, con il solito tono dolce usato per calmare Isacco quando, durante le loro interminabili discussioni sul futuro, perdeva la pazienza.
“Parleremo di matrimonio... di figli! Di famiglia! Va bene così? Ora, se non ti spiace, chiudiamo la discussione.”, concluse, scandendo bene le parole, Isacco.
“Ok! Discussione chiusa!”, esclamò Sara, cercando di celare dietro a un tono di voce moderatamente contenuto, la gioia di quel momento atteso da anni, poi proseguì: “Allora ci vediamo domani mattina, va bene per tè?”.
“No! Domani starò in casa tutto il giorno a lavorare, devo scrivere l’articolo e non so ancora da che parte iniziare.”, rispose Isacco, preoccupato per quello che lo attendeva.
“Dal tono della tua voce, percepisco che qualcosa ti assilla, ne vuoi parlare?”, gli chiese Sara, cercando di far pesare il suo aiuto morale.
“Ho per le mani una storia fantastica, ma non so come raccontarla, è talmente fantastica da poter essere presa per fantascientifica. Io sono in possesso di filmati, ho un’intervista con il protagonista principale di questa vicenda, ma devo assolutamente trovare il modo per descrivere il tutto in maniera credibile, è tutto il giorno che mi arrovello ma non sono nemmeno riuscito a trovare le parole giuste per iniziare.”, si sfogò Isacco, esternando tutta la sua impotenza.
“Tu che hai in mano i filmati e l’intervista, ci credi?”, chiese decisa Sara.
“Ho riflettuto per l’intera giornata, ho guardato e riguardato i filmati, e alla fine sono giunto a una conclusione; è tutto incredibilmente vero... sì, io ci credo!”.
“E allora... dove sta il problema? Non stare a macerarti inutilmente, scrivi quello che senti con semplicità, non pensare a giochi di parole, non cercare prose ardite nel tentativo di rendere più appetibile agli occhi dei lettori il racconto, loro ti conoscono bene e dalla sincerità delle tue parole capiranno che è tutto vero. Viceversa, se cambierai la tua prosa, non si riconosceranno più nel loro giornalista di riferimento.”, concluse, invitandolo a essere se stesso, Sara.
Quelle parole ebbero l’effetto di una rivelazione: “Hai ragione, farò quello che so fare, quello che ho sempre fatto: scrivere quello che ho dentro, senza curarmi delle critiche!”, replicò convinto Isacco.
“Molto bene, ora torniamo a noi, quando ci possiamo incontrare?”, chiese ancora Sara, riproponendo la domanda che, perdendosi nei meandri della discussione, non aveva ottenuto risposta.
“Domani sera a cena, qui a casa mia… ti va bene?”.
“Ok! Ci vediamo domani sera, come mi devo vestire?”.
“Metti quello che ti senti, tanto staremo in casa… o preferivi uscire?”.
“No! Mi va benissimo, se dobbiamo parlare di noi, preferisco evitare di farlo in posti affollati.”.
“Allora d’accordo, ci vediamo domani sera alle otto, buonanotte Sara.”, concluse Isacco.
“Buona notte Isacco.”, rispose Sara.
Isacco si alzò dal divano, posò il cellulare sulla scrivania e guardò fuori dalla finestra, in direzione del cielo stellato.
- Chissà dove sarà la sfera in questo momento. -, pensò, correggendosi subito dopo, - no, messa così è sbagliata, la sfera è lì sopra la mia testa, ma non la posso vedere perché da quasi un giorno sta viaggiando nel passato. -.

Quasi allo stesso momento, Carlo, seduto sotto il portico, guardando il cielo sopra al giardino si poneva gli stessi interrogativi.
“E’ tardi, a quest’ora di solito è già a letto.”, disse Alexander, sorpreso nel trovare Carlo ancora seduto sotto il portico.
Carlo girò lo sguardo alla sua sinistra, vide la lunga ombra che Alexander, fermo sulla porta del salone illuminato, proiettava sul pavimento del portico, ed esclamò: “Che ci fai lì dietro... vieni a sederti qui!”.
Alexander avanzò, e si sedette accanto a lui.
“Guarda che cielo stellato.”, disse Carlo.
“E’ uno spettacolo!”, esclamò convinto Alexander.
Rimasero in silenzio a contemplare il cielo, ognuno perso nei propri pensieri, fino a quando, Alexander non ruppe l’incantesimo, dicendo: “Sono quasi le undici e mezzo, non è stanco?”.
“Lasciami assaporare fino in fondo questi momenti, potrebbe essere la mia ultima possibilità di godere di tanta bellezza.”, lo rimproverò Carlo.
“Non è detto, la scelta dipende da lei.”, replicò Alexander, cercando come al solito di riportare il dialogo su quello che più gli stava a cuore; convincere Carlo a recedere dalla sua decisione.
“Lascia perdere Alexander.”, gli intimò Carlo, intuendo dove voleva arrivare: “So, dove vuoi andare a parare, ma questa sera non ho nessuna voglia di discutere con te, non riuscirai mai a farmi recedere, mettiti il cuore in pace e rimani con me in silenzio ad ammirare il cielo, o se preferisci, vai pure a dormire.”.
Alexander non se la prese, comprese dal tono amichevole che quelle parole non volevano essere un rimprovero, rimase ancora qualche minuto seduto in silenzio, poi salutò Carlo: “Buonanotte, io vado a letto.”.
Ricevendo in cambio un cenno di assenso con il capo.
Si alzò, e andò a dormire, mentre Carlo rimase seduto a guardare il cielo riflettendo sul suo futuro dopo la morte, fino a quando, infreddolito e vinto dalla stanchezza, alle due di notte si alzò e si ritirò nella sua camera.

CONTINUA



Commenti

pubblicato il venerdì 17 giugno 2016
AnnaRossi, ha scritto: E' bello ritrovarti...ciao
pubblicato il venerdì 17 giugno 2016
vecchiofrack, ha scritto: Grazie, è bellissimo ricevere il ben ritrovato da un'amica di penna... un grandissimo abbraccione! Ciao Anna

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