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lavoro pubblicato giovedì 16 giugno 2016
ultima lettura giovedì 22 agosto 2019

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Le vite e i giorni (capitolo primo)

di elisabettastorioni. Letto 401 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Per quanto odioso a scriversi, non ci é dato il giorno o l'anno in cui gli avvenimenti che seguono ebbero luogo. Si riporteranno i fatti, talvo...

Per quanto odioso a scriversi, non ci é dato il giorno o l'anno in cui gli avvenimenti che seguono ebbero luogo. Si riporteranno i fatti, talvolta le opinioni inespresse degli attori. Nulla é da darsi per vero o falso.

Il vetro, visibilmente vecchio, senza più la medesima trasparenza con cui era stato presumibilmente forgiato, riusciva tuttavia a far da utile barriera contro la pioggia. Era in vero una grande vetrata divisa in sezioni per poter essere gestita più facilmente ,seppure il suono rancido che emettevano le stesse quando venivano aperte o chiuse, poteva suggerire il contrario. Ecco che uno s'alzava, maneggiava contrariato i fili della persiana e tentava di chiudere le aperture a scatto; riuscitoci chiese aiuto di fronte a se per chiudere le ante principali. Era quello un lavoro faticoso che necessitava di annuale esperienza sul campo. La ragazza seduta svogliatamente sul banco di fronte al suo prima si voltò con lentezza e mostrò un'espressione corrucciata, come di un orso che sia stato destato dal letargo, poi , come resasi partecipe dell'intenzione del compagno,si voltò di nuovo, allungò il braccio sinistro e abbassando il capo di lato per non essere colpita, chiuse la sua parte di finestra. L'operazione non piacque al docente visibilmente infastidito dall'essere interrotto: "Faceva freddo" confessò sommessamente il ragazzo riprendendo il suo posto.
"L'invettiva contro il mal costume dell'epoca risulta palese..." continuò come stesse leggendo svogliatamente l'elenco della spesa.
Le pagine del libro di testo erano qua e là sconfessate della loro purezza per opera di scritte pertinenti, quando regnava la buona sorte, o insulti di vario genere diretti ad individui di chissà quale epoca. Pochi erano i colori che si alternavano sulle pagine : un verde acqua preferibilmente trasparente, il nero del testo e il bianco lucido dello sfondo. Il tutto risultava spento e quasi proveniente da un altro mondo, copia sbiadita della realtà, per colpa del cielo che si proteggeva dalla vista della terra.
"Scortum, cosa voleva dire?"
"Puttana" rispose la vicina distrattamente, senza pensar troppo e più preoccupata di continuare a scrivere.
"Cosa?" incalzò la prima con sguardo incredulo. L'altra fermò la penna e con aria sconvolta le chiese "Cosa c'è?"
"Ti ho chiesto cosa vuol dir..." ma questa non fece in tempo a terminare la frase che la vicina la zittì con la risposta, ritornando a scrivere freneticamente "Vuol dire escort, pelle di maiale..." e le ultime parole non le pronunciò bene, mangiandosi qualche vocale.
"Meneghin, c'è qualcosa?" intervenne il professore, facendo tacere il religioso suono della spiegazione. Entrambe le ragazze alzarono il capo e subito lo riabassarono a fissare il foglio delle note o il libro.
La voce, unica ed imperante nell'aula, era quella del docente, pacata e quasi monotonica se non fosse stato per qualche accento su di un termine particolare od un rimprovero o ancora un commento personale al testo. Binardi, professore di lettere latine e greche, costituiva il più basso stimolo all'educazione che gli studenti potessero ricevere: la volontà con cui si presentava il mattino, con cui poggiava la pesante borsa in pelle sulla cattedra e con cui attraversava i corridoi, toglieva ogni desiderio di conoscenza. La spiegazione era tuttavia necessaria al conseguimento di buoni voti e non poteva certamente essere ignorata.
"Che ore sono?" bisbigliò uno "Le e cinque" rispose quella alla sua sinistra "Mamma mia quando suona?" sbuffò quello che l'aveva interpellata "Cardin, lo so che sta per suonare ma trattieniti" lo riprese Binardi. Risatine sommesse si diffusero per l'aula, qualcuno sospirò.
Cardin si alzò fra il brusio dei compagni e il fracasso di sedie spostate, socchiuse gli occhi, si stiracchiò, guardò prima verso la porta e poi verso la sua vicina che ancora scriveva qualcosa su di un foglio lanciando occhiate al libro.
"É suonata prima oggi, dev'essere la mia giornata fortunata" la ragazza che poco prima gli aveva risposto terminò ciò che stava scrivendo, o forse decise che era più saggio lasciar perdere l'impresa e si alzò pure lei spostando la sedia all'indietro mentre distendeva le gambe. "Non lo é per niente" commentò "Ho un sacco di studio arretrato e domani interroga" finì coprendosi la fronte con la mano destra "Giustificati" ribatté l'altro cominciando a dirigersi verso la porta "Una parola" anche lei lo seguì valicando le borse accasciate sul pavimento a mo' di scogli "Si giustificheranno tutti e noi saremo gli unici scemi ad uscire praticamente volontari" si lamentò scavalcando con un'agile falcata l'ultima cartella "Per una volta fallo anche tu, ne hai il diritto dopo tutto" insistette quello "Sì, così dopo mi odierà a morte". S'erano intanto avvicinati alla porta e si vedevano studenti d'ogni classe popolare il corridoio, la confusione familiare di voci, passi di scarpe, la macchinetta del caffè che erogava bicchieri di poco peso con gran fatica, invadeva le orecchie.
"Hai mai pensato di prendere ed andartene? Così, dal nulla..."
"Vuoi dire, prendo e scappo da quest'inferno chi me l'ha fatto fare a venire al classico?" fece una breve pausa ma senza aspettarsi risposta poggiò la schiena sul freddo e ruvido muro, proprio dove vi era una colonna portante. Nel frattempo Cardin aveva fatto più volte un cenno d'assenso mentre la seguiva nei movimenti, andandosi ad appoggiare pure lui al suo fianco al muro. "Ho fame" biascicò lei "Dov'è il mio cibo" in tono retorico "Eccola, la Vale sta arrivando" la rincuorò lui; ed infatti, poco più in là davanti a loro, si faceva strada la sua vicina di banco con dei sacchetti bianchi tipici dei panifici.
"Cosa mi hai preso?" la interpellò lei "Questo é per te" fece, porgendole uno dei tre sacchetti, "Quest'altro...hmm...questo lo tengo io" e trattenne entrambi i sacchetti rimasti verso il petto ridendo.
In quella giornata uggiosa in cui la pioggia bussava con pause alterne alle finestre ed alle porte, si respirava l'aria umida dell'inverno che tardava ad arrivare, per cui, solo il giorno prima, le temperature erano parse quasi primaverili.

Per quanto é dato dedurre, il periodo di cui si parla doveva aggirarsi intorno agli inizi di novembre che potrebbe pure parere inusuale, ma in un certo periodo della storia, s'è notato che il caldo tardava a dipartire ed il freddo ad intervenire sugli eventi atmosferici; questo basti a spiegare la causa della finestra lasciata aperta in tale periodo dell'anno.
Nel luogo in cui tali fatti andavano svolgendosi, situato pressappoco a metà via tra costa e monti, poggiato su di una delle pianure più estese d'Europa, la nebbia, compagna indiscussa a cui é difficile l'abitudine e ostica l'affezione, non ebbe bisogno di esser richiamata alla mente oppure nominata che già iniziava, al primo nascosto albeggiare, ad infiltrarsi per gli spazi tra gli alberi e le rare case di campagna. Dopo pochi giorni non tardò ad invadere, prima debolmente e dunque con protagonismo, la città, il centro storico e soprattutto Prato della Valle come prima vittima dell'avido inghiottire. Al respiro era nemica, impediva alle gole o alle narici di inalare l'aria e la infarciva piuttosto con fluttuanti masse umide, al che si necessitava il coprirsi con sciarpe o tessuti di vario genere per purificare quel poco fluido che si dovesse respirare.
I suoni venivano placati sia dalla esigua presenza umana al di fuori degli edifici che dall'umidità dell'atmosfera, per cui ogni rumore risultava ovattato.

Nell'aula, non appena il docente assegnato a quell'ora si fece presente e prese posto alla cattedra con spiccata disinvoltura, il silenzio cadde per un istante e fu subito interrotto da parole sussurrate, cerniere aperte e richiuse, penne poggiate o raccolte dal tavolo, una caduta da quest'ultimo raccolta dal pavimento. Per afferrarla, giacché se n'era caduta troppo lontana dal raggio d'azione delle sue mani, la proprietaria allungò le gambe scivolando verso il basso sulla sedia e con il piede destro riuscì a spingere lo strumento più vicino a lei con un colpo di tallone. Raggiunto il primo obiettivo, si risistemò sulla sedia per subito torcere il busto verso il fianco destro e chinarsi a raccogliere la penna. Per lo sforzo impiegato nella missione, la ragazza esalò un sentito respiro reggendo con mano trionfante il tubetto di plastica. La professoressa non avrebbe potuto ignorare tanto laborio ma scelse di tralasciare l'accaduto ed iniziare la lezione. Come spesso accade, nessuno s'era troppo curato del veder flettere in modi impacciati il corpo della ragazza: é un'arte anche questa che s'impara con gli anni e avendo a che fare con poco spazio.
La lezione della docente verteva su di un filosofo pre socratico di fama manzoniana "Parmenide, chi é costui?" iniziò la donna con gran fanfara e un poco gesticolando "Ebbene, miei cari quest'uomo non solo non lo conosce don Abbondio ma non lo conoscete neppure voi: e io sono qui a porre rimedio alla vostra ignoranza" sentenziò con sarcasmo ed un sospiro, forse di stanchezza; una velata risata si sparse per qualche secondo e presto si disperse. "Il τ? ε?ναι (to einai), lo sapete che cos'è, no?" incalzò. Si sentì bisbigliare, biascicare risposte accompagnate da cenni col capo, qualcuno si girava verso il compagno per avere conferme, molti s'occupavano dei propri affari. "Lo fate il greco, no? E lì , un po' di vita ragazzi! L'anno scorso eravate così attivi..." si lamentò, corrucciò il volto, gesticolò un po' e dopo una breve pausa, come avesse perso tutta la vitalità rimastale in corpo, si abbandonò ad un tono di voce più pacato e melanconico.

Se Binardi poteva vantare d'essere coerente nel dimostrare desiderio e spirito d'insegnamento, questa, di cognome Saccardi, mutava animo con frequenza di difficile sopportazione: una volta, abbattuta per la morte di un personaggio dello spettacolo, giungeva al mattino in aula con lo sguardo perso e gli occhi vissuti, che la sera precedente aveva certamente inumidito ed asciugato più volte, un'altra la nipote aveva conseguito l'agognato premio di un prestigioso concorso e a scuola giungeva con le più alte aspirazioni per le future generazioni. Gli ideali di cui s'era nutrita per tutta la sua giovinezza le erano rimasti appiccicati all'epidermide e quando subentrava la disillusione tipica dell'età che portava, inutile a dirsi che non poteva essere rivelata, si notava che questa ultima cozzava con i primi come un cane che indossi cappotti e maglioncini. Si poteva calcolare con soddisfacente precisione gli anni nei quali poteva collocarsi la sua nascita, anni di ribellioni universitarie, manifestazioni in piazza e lezioni saltate per causa della libertà.

Il giorno non faceva che protrarsi oltre modo e soprattutto la pesantezza, come un macigno da portare sulle spalle, la stanchezza che s'accumulava sugli occhi e sulla nuca, un dolore al capo di particolare intensità, si addensavano sulla persona di Rebecca. La relatività con cui il tempo ingannava gli animi, fingendo di trascorrere quando pareva di più essersi fermato, non faceva altro che esasperare la maggior parte degli individui presenti nella stretta stanza, ognuno intento a tenersi vigile ed occupato a prendere appunti, anche quando i pensieri si rifiutavano di convogliarsi su Parmenide.
In un clima di quel genere non solo era assai più difficoltoso seguire la spiegazione ma pure tener gli occhi aperti. Ma vi erano sempre uno o due studenti le quali mani e menti sembravano non conoscere tali sentimenti: essi compivano il loro dovere come fosse per loro un dono, si dichiaravano d'altra parte costretti e stanchi, quando in loro i segni di questi stati d'animo non vi erano affatto. Erano questi coloro che ligi e servizievoli, corrispondevano all'ideale dello studente, capace di dimostrare giuste e necessarie capacità in ogni materia, anche in quelle in cui lo studio dogmatico non dovrebbe sortire risultati. Tuttavia si presenta con medesima frequenza anche il tipo di alunno le quali capacità, oneste, sono accompagnate da un moderato senso del dovere e questo cerca di soppravvivere agli anni dell'educazione obbligatoria per potersi poi dedicare, con libera passione, a quegli studi in cui presenta capacità naturali.

Rebecca alzava lo sguardo talvolta, tralasciando concetti che non riteneva necessario appuntare, ed approfittava di tali momenti per osservare i suoi compagni, giudicarli nascostamente, riflettendo nel frattempo sui concetti espressi dalla docente. Non era difficile oramai, dopo un paio d'anni trascorsi con gli stessi individui, rivolgere naturalmente lo sguardo verso chi ignorava totalmente la spiegazione e chi invece incarnava la diligenza, annotando forse anche i respiri fra una parola e l'altra. Gianmaria, all'angolo della terza fila a destra, accasciato sul muro e costretto fra due pareti, una al fianco ed una dietro, s'era costruito una palizzata degna d'un castello medioevale con quello che aveva a disposizione: il pesante e spesso libro di storia dell'arte era sormontato da quello altrettanto spesso di letteratura greca e sopra ancora, pronto all'uso, quello di matematica, lucido ed intonso. Stavano a fianco di questi un berretto di lana mal appallottolato con sopra una sciarpa a colori autunnali, il tutto a creare un nascosto e confortevole ambiente dove non v'era altro che un telefono. Molte volte tutti s'erano chiesti come facesse, privo di appunti, a giungere comunque preparato alle interrogazioni, ai compiti, come facesse a non essere mai colto di sorpresa quando un professore, ragionevolmente infastidito dal suo atteggiamento disinteressato, gli porgeva un quesito in relazione a ciò che veniva spiegato. Egli, in verità, ascoltava e ciò molte volte gli era sufficiente ad assimilare quanto era necessario; ma come si potrebbe ben pensare, non tralasciava lo studio a casa.
Rebecca rimaneva affascinata da questa innata qualità e in cuor suo poteva confessare di aver provato una naturale predisposizione nei suoi confronti: ciò che era di ostacolo a molti, era tuttavia il suo carattere poco socievole e l'atmosfera che il suo atteggiamento indiscutibilmente creava. A rivolgergli anche la più semplice domanda ci si trovava in torto per averlo interpellato, oppure in errore per aver supposto che il quesito gli fosse gradito. D'altra parte partecipava alle feste, lo si vedeva citato in ogni foto pubblicata in rete, e dava l'impressione di essere conosciuto e di conoscere lui stesso gran parte della popolazione cittadina.
Anche Rebecca aveva prima provato ad avvicinarlo con la procedura che si conviene, come molti prima di lei, ma subito s'era resa conto che non avrebbe funzionato. Così tentò un approccio all'inverso: l'avrebbe evitato quanto bastasse a non risultare invadente ed allo stesso tempo a non fargli indurre il pensiero di essergli in antipatia, poi, col tempo, grazie a diverse opportunità offerte dalla socievolezza della classe, si sarebbero conosciuti e avrebbero instaurato un rapporto soddisfacente. Ciò che accadde fu però differente: Gianmaria non dimostrò alcun interesse nei suoi confronti per ben due anni, quelli del ginnasio, ma quel processo che Rebecca desiderava avvenisse con gradualità, si consumò in una sera.
Era estate ed entrambi erano stati invitati ad una serata presso una comune conoscenza, non vi erano molte persone poiché se ne potevano contare tra i presenti solo una ventina. I giochi scherzosi che si compiono in compagnia a quell'età portarono Rebecca a dimostrare la sua nota resistenza all'alcol: ella non aveva mai raggiunto un vero stato d'ubriachezza, poteva far passare litri di etanolo per la gola e non le accadeva altro che il sentirsi più allegra del solito; chiunque l'avesse sfidata era finito diritto in bagno o era stato colto da un pesante ed improvviso stato di sonnolenza. Non era certo una qualità biologicamente normale e diversi fra i suoi conoscenti più intimi, tra cui anche lei stessa, ritenevano che questa innata resistenza fosse dovuta alle innumerevoli stranezze del suo corpo, di cui si parlerà in seguito. Gian, appellativo con cui era più conosciuto, tanto che pochi avevano l'onore di conoscere il nome completo, fu incuriosito da una di queste dimostrazioni di resistenza, che sovente accadevano alla giovane nell'ambito delle feste tra amici, e provò a sfidarla. Quello fu il giorno in cui, quasi come una rivelazione, apparve a tutti i presenti un Gianmaria brillo oltre misura e di gran lunga più affettuoso e socievole di quanto non fosse mai stato nella sua vita. I due finirono per smaltire l'ubriachezza dell'ultimo, discorrendo in solitudine nel retro della casa. In un dolce estivo buio, condivisero pensieri insoliti, nonostante Rebecca non poteva ritenersi diversa dal solito, o frasi senza un senso logico e Gianmaria mostrò una parte di quel suo insormontabile carattere che rese possibile, finalmente, un amichevole approccio da parte della ragazza. Ella seppe che lui aveva molti interessi di singolare natura, tra i quali il visitare compulsivamente la cappella Scrovegni per scoprire ad ogni nuova occasione un nuovo particolare degli affreschi che non aveva notato la volta prima. Sua madre lavorava al comune e dunque gli rendeva possibili tali frequenti visite. Suonava l'arpa e studiava per conto proprio l'egiziano ma era ossessionato dal pensiero che non avrebbe mai avuto esempio della pronuncia corretta. Risaltava così il suo intento di iscriversi, dopo il diploma, al corso di archeologia. Al sentire il ragazzo sfornare questa enorme quantità di informazioni, Rebecca si sentiva vuota e senza alcun tratto interessante, ma egli, quando lei le rivelò tale sentimento, la contraddisse confessandole che l'aveva sempre ammirata per la dedizione che offriva ai rapporti sociali, cosa che lei negò fermamente confutandolo con svariate argomentazioni. Tuttavia Rebecca, dal canto suo, confessò di essere interessata alle faccende politiche, sia nazionali che internazionali ma che se ne vergognava poiché alla sua età molti vivevano crogiolandosi nella beatitudine della giovane ignoranza, e non si confaceva al suo carattere di discutere animatamente intorno a questioni di ordine politico, oltre a non avere alcuno con cui parlarne.

Ad un certo punto si stancò di prendere appunti, poggiò la penna sul quaderno e sfilò il cellulare dalla tasca sinistra della sua giacca, appoggiata sullo schienale della sedia. Abbassò le spalle cercando di nascondersi il più possibile da occhi indiscreti e sbloccò, inserendo un codice, il cellulare. Proprio in quell'istante la professoressa decise casualmente di alzarsi in piedi e lasciare il comodo posto alla cattedra; ciò segnò chiaramente il panico sugli occhi si Rebecca che procurò di nascondere furtivamente il cellulare dietro libri impilati all'angolo destro del tavolo. Accorgendosi dello svelto movimento con la coda dell'occhio, Cardin volse un'occhiata alla compagna, una alla professoressa e dunque sogghignò sottovoce. "Cosa ridi che sembra lo faccia apposta" lo rimproverò lei "Secondo me ha dei sensori o telecamere nascoste" aggiunse Cardin "É odiosa questa cosa, c'è un sacco di gente che non fa un cazzo, faccio io qualcosa e subito si alza, eh ma che cavolo"
"Vale" chiamò lui sempre bisbigliando "Vale, oh!" insistette. Valeria si voltò svogliata, beelando un eh? E lui, invece di risponderle si coprì la bocca per nascondere la risatina che quel verso, giustamente simile a quello di una pecora, aveva causato. "Stronzo" lo insultò Valeria ritornata ormai ai suoi appunti "Volevo chiederti..." proseguì l'altro "Oh, mi ascolti?" la richiamò sembrandogli che non lo ascoltasse "Sì, sì, che c'è" borbottò scocciata, questa volta senza voltarsi "La Meri, l'hai sentita più?"
"É a casa, aveva detto che stava male" si intromise Rebecca "Ancora?" fece Cardin roteando gli occhi e accasciandosi sulla sedia "Cosa ne sai tu che non hai mai avuto la ragazza" disse Valeria, sempre senza staccare gli occhi dal foglio, il ragazzo si destò e poggiando i gomiti sul banco torse il busto nella sua direzione "Ma tu che ne sai? Che non ho avuto la ragazza?" in tono di sfida "L'hai avuta?" continuò Valeria, Cardin esitò e al suo posto rispose Rebecca con una negazione. "Voi tre, un giorno o l'altro vi divido" intervenne la docente zittendoli "Soprattutto tu Zanella" rivolgendosi sbagliando cognome a Valeria "Ma io cos'ho fatto che é colpa di Stefano" si lamentò sottovoce la ragazza, mentre Cardin, con un sorrisetto compiaciuto, si risistemava diritto sul banco e prendeva in mano la penna.
Rebecca intanto scriveva messaggi a suo fratello, Marco, chiedendogli di darle un passaggio per andare a trovare nonna Elisabetta, la quale le aveva rattoppato dei pantaloni, servizio che spesso faceva sia ai nipoti che alla sua unica figlia Giulia, madre di Rebecca. Marco le negava il favore sostenendo che doveva studiare e non aveva tempo da dedicare a lei. Suo fratello aveva un annoin più di lei e si trovava in quel momento a fronteggiare l'ultimo faticoso anno di maturità, il quale lo rendeva quotidianamente e costantemente ansioso, nervoso, scontroso. Era sostanzialmente di carattere intrattabile quell'anno e lo studio che lo attendeva ogni giorno tornato a casa, l'aveva cambiato da giovane solare al pari di un vecchio scorbutico nemico dei rapporti sociali. Aveva già conseguito la patente non appena ne ebbe l'occasione, giacché era divenuto maggiorenne a gennaio, ma non offriva il posto del passeggero a nessun altro che non fosse la sua ragazza e raramente al suo migliore amico. Rebecca, contrariata dal rifiuto del fratello, attuò una strategia alternativa a cui spesso si affidava quando non otteneva ciò che desiderava da Marco: interpellare la sua ragazza. Con Elena aveva un buon rapporto, ed innanzitutto era una buona amica e si poteva a ragione dichiarare che i suoi sentimenti per Marco fossero sinceri. Elena era per Rebecca come una sorella, giacché ne assumeva il ruolo ogniqualvolta fosse necessario, e si dimostrava un'affidabile complice nel caso di incongruenze fra fratelli. Rebecca le scrisse pregandola di convincerlo ad accompagnarla ma questa volta aveva il cellulare spento e non le rispose se non la sera tardi quando lo riaccese. Più volte, da quando era iniziato il nuovo anno scolastico, i due avevano mostrato segni di cedimento reciproco: non si ritrovavano più a casa dell'uno o dell'altra nemmeno per il fine settimana, si sentivano a mala pena per telefono e prediligevano messaggi brevi. Si pensava che fossero vicini al termine della loro relazione ma quando Rebecca alludeva all'argomento col fratello, Marco negava con sorpresa e giustificava il tutto con é l'anno della maturità. Marco ed Elena potevano vantare d'aver trascorso ormai tre anni insieme e per gli amici erano ormai alla stregua di una coppia sposata.
Suonò la campanella, la quarta ora di quella lunga giornata scolastica era giunta al termine, ma ora l'ora di matematica attendeva degli alunni stanchi e sfibrati di ogni forza vitale. La scena che si palesò al professore di matematica, tale Zuliani, fu quella simile ad un plotone al termine di una battaglia fra cui i feriti, non ancora raggiunti dai soccorsi, afferrano la terra con mani sporche di fuliggine per cercare quantomeno di sollevarsi dal terreno umido. Il risultato di questa pietosa immagine fu che nessuno riuscì a seguire la lezione e si poteva ben udire, fra un'equazione ed una definizione, qualcuno russare. Zuliani nei primi anni di insegnamento nell'Istituto aveva tentato d'instillare nei ragazzi un po' d'interesse nella sua materia, ma s'era trovato di fronte ad un orda di svogliati alunni, i quali avevano scelto quell'indirizzo probabilmente con l'unico scopo di avere meno ore possibili di matematica. Perciò, ben presto s'era rassegnato all'idea di non coinvolgere la classe e di coltivare una perenne frustrazione nel vedere i volti statici degli studenti.

"Vuoi andare a trovare la Meri ?" propose Stefano mentre sollevava i pesanti libri dal banco "Io oggi son da mia nonna e sta sera ho parenti" rispose Rebecca, anche lei affaccendata con il preparare la borsa "Tu Vale?" chiese allora all'altra "La Meri?Lasciala stare, le serve solo tempo" scartò subito l'idea.
Guardando fuori dalla finestra, non si poteva vedere molto se non una coltre di nebbia di medio spessore che non permetteva la vista del resto dell'edificio. Nel notarlo Rebecca fece una smorfia e sospirò "Che c'è" le chiese Stefano mentre si sistemava la sciarpa intorno al collo del giubbotto "Guarda che nebbia, ci sarà un sacco di umidità".
Uscirono in fila ed a passo lento dalla classe porgendo un saluto pacato al professore ; una ragazza si fermò, ancora intenta a sistemarsi la giacca, a parlare con lui, gli altri si fecero strada nel corridoio. Fuori dall'aula non vi era molta gente, il brusio indistinto di chiacchiere casuali riempiva l'ambiente. A passo lento, come soldati tedeschi sopra lastre di ghiaccio nelle steppe russe, si avviavano tutti verso le scale, c'era chi per timore di perdere l'autobus si faceva strada zampettando e talvolta allargandosi la via con le braccia. Scese le scale, che si torcevano ad angolo per occupare meno spazio, si vedeva già la porta in vetrate da cui, con esitazione, uscivano i primi studenti. Chi metteva piede fuori dall'uscio si scontrava, volto e mani con la nube densa di umidità ed a fatica respirava, alcuni si proteggevano alzando il cappuccio della giacca sul capo o avvolgendosi più stretta la sciarpa anche attorno alla bocca. Era certamente un clima inaspettato, un cambiamento di temperatura drastico e non salutare, per cui si prevedeva che in tanti avrebbero contratto morbi tipici della stagione.
Il cortiletto dinanzi alla porta dell'edificio era ricolmo di ghiaia ed alcune bici e motorini erano parcheggiati lì ma nessuno si fermò a reclamare il proprio mezzo, bensì, andando avanti per i portici e per la stradina che fiancheggiava l'edificio, si giungeva ad un ammasso di bici e motorini recluso in poco spazio, affiancato da un parcheggio per auto di minute dimensioni, il tutto circondato da casette cittadine e complessi di appartamenti visibilmente datati. Una gran parte degli studenti tuttavia, non si fermava al parcheggio ma proseguiva verso le stradine porticate che si intrecciavano con altre dopo pochi passi e confluivano in altre più strette o più larghe. Ad un primo sopralluogo chiunque avrebbe potuto perdersi in quei vicoli e ritrovarsi in un luogo della città mai esplorato: era comune un gioco fra i tre di cui si é parlato in precedenza, per il quale si impegnasse una di queste stradine senza nome e se ne imboccasse altre a sorte, così da perdersi e dover trovare poi la via del ritorno. L'obbiettivo era quello di scoprire luoghi inesplorati e spesso, in questi, si trovavano dei negozi particolari, dei parchetti deliziosi e, in generale, posti memorabili.
Alla fine di un paio di stradine, i tre si immisero in una via più larga lungo la quale avrebbe potuto passare anche un'auto, la seguirono fino a giungere ad alcuni negozi dall'altra parte della strada, le cui vetrine erano protette da portici. Là sotto vi erano parcheggiati dei motorini e qualche ragazzo sedeva sul pianerottolo delle vetrine. Uno di loro si erse in piedi e poggiò la mano destra sulla parete per reggersi, un altro allungava una gamba e portava l'altra sotto la coscia. I tre camminavano in fila, uno a fianco dell'altro, quando Stefano s'accorse che il laccio di una scarpa gli era fuoriuscito e penzolava fastidiosamente, toccando il terreno; decise dunque di fermarsi e di chinarsi a sistemare il laccio dentro la scarpa, ma l'impresa gli risultava ardua e anche le due ragazze dovettero fermarsi ad aspettarlo. Nel mentre, Rebecca e Valeria cominciarono a guardarsi intorno oltre che a lanciare occhiate a Stefano perché si sbrigasse "Dai che perdiamo il tram" insistette Rebecca. Quest'ultima d'un tratto notò che uno dei ragazzi seduto sotto ai portici fissava gli occhi in quella direzione, subito scostò lo sguardo lievemente imbarazzata e tornò a guardare Stefano "Guarda chi c'è" commentò con voce bassa Valeria, mentre Rebecca si avvicinava all'amico e sembrava volerlo prendere per un braccio. L'altra ragazza stette a guardare il gruppo di ragazzi per qualche istante e non appena vide che i due s'erano incamminati, prese il passo pure lei.
Il ragazzo ch'era in piedi non notò nulla e continuò a discorrere di vari argomenti mentre gli altri lo ascoltavano, il più vicino a lui annuiva, quello più esterno dall'altro lato interveniva, ma quello in mezzo fra i tre, un giovane che spiccava per la capigliatura d'un biondo cenere, era intento ad osservare curiosamente in direzione delle ragazze.
Dopo che se n'andarono e che furono abbastanza lontani da non essere sentiti, Rebecca cercò di soddisfare la propria curiosità "Ma conoscevi qualcuno di quelli?" fece a Valeria, la quale non reagì con particolare sorpresa, anzi, pareva quasi infastidita "É l'ex della Meri". Rebecca e Stefano furono tutt'orecchie e all'unisono espressero meraviglia "Chi?Chi tra quelli?" fece una "Ma sei sicura?" fece l'altro "Quello biondo"
"Ma scherzi?" l'amica la prese per il braccio "Sì, era lui, cosa c'è che ti meravigli?"
"Ma...io non l'avevo mai visto..." cominciò a riflettere Rebecca tenendole sempre il braccio "È del mio paese" le spiegò l'altra "L'ho visto in giro"
"Ma non va all'Università?"
"E allora? Non può girare per il mio paese?"
"Non intendevo questo, é che la Meri mi aveva detto che viveva qui, in un complesso per studenti se non sbaglio"
Valeria si irrigidì e tentò di sviare il discorso "Vabbeh, forse non era lui, che ti devo dire". Stefano non aveva spicciato parola e in silenzio era giunto fino all'altro sbocco dello stretto corridoio, che dalla via principale del centro città e portava alla fermata del tram. Giunti sugli scalini al termine del corridoio, Stefano aveva salutato le due e si era avviato verso destra alla fermata di un autobus dall'altra parte della strada.
Le due ragazze attraversarono le strisce pedonali con cautela e raggiunsero la fermata del tram, la quale pullulava di futuri passeggeri " Quanta gente, per Zeus" aveva commentato Valeria. Ma non potevano far altro che cercare un posto dove attendere sulla piattaforma, per quanto possibile.
"Sai sono un po' preoccupata pure io per la Meri, é da un po' di giorni che non mi scrive di sua iniziativa e quando le scrivo io mi risponde a monosillabi" cominciò Rebecca stringendosi contro l'amica per evitare di spalleggiare una signora lì a fianco "Se vuoi possiamo andare, ma io oggi non ho tempo"
"Neppure io" la interruppe l'amica "E allora facciamo domani" concluse Valeria. Dopo qualche minuto, ecco il fronte blu del tram spuntare da sinistra e scivolare lungo le rotaie in direzione della fermata, le persone che attendevano cominciarono a prepararsi per la salita ma già si poteva intuire che non tutti sarebbero riusciti nel loro intento. Più il mezzo si avvicinava, più Valeria mostrava segni di agitazione e quando finalmente si fermò di fronte alle due ragazze, questa toccò la spalla all'altra e con rassegnazione le disse "Vai tu, io aspetto quello dopo" Rebecca in un primo momento se ne dispiacque, ma resasi conto della quantità di passeggeri che era già presente nel mezzo e quella che avrebbe dovuto salirvi, comprese la sua scelta e la salutò con la mano ed un sorriso rassegnato.
Spinta dalla medesima donna che aveva cercato di non spalleggiare poco prima, entrò a forza nel tram e valicò, trascinata da vecchi, adulti e ragazzini le porte scorrevoli del mezzo.
Rebecca era incastrata, compressa come del cibo fra due fette di pane, sentiva su di se la pressione delle giacche altrui, il terribile rumore prodotto da un signore vestito di tutto punto che, come si suol dire in gergo, tirava su col naso, una ragazzina che si poteva dire del primo anno sventolava i capelli lunghi e lisci con la mano, facendole assaporare l'odore di shampoo e nebbia e attentando ai suoi occhi, poco più in là, seduto vicino alle grandi spire di gomma, un vecchio si lamentava del tempo, richiamando santi e dèi di qualsiasi professione religiosa.
Forse sarebbe risultato fastidioso se vissuto per qualche istante, ma Rebecca fu costretta a sopportare quell'ambiente malsano per almeno una decina di minuti, finché non giunse la sua fermata.
"Next stop Arcella, please exit on the left side" recitava una voce registrata, distorcendo quanto più si conviene ad una britannica l'unica parola italiana della frase.
Appena sentì l'annuncio, Rebecca si sentì almeno in parte sollevata, consapevole che avrebbe abbandonato quel luogo di lì a poco. Quindi lasciando che il tram si fermasse, cominciò a farsi strada, spinse con convinzione la ragazzina dai lunghi capelli, che le ostruiva il passaggio ed in quel momento, l'altra mano lasciata a sé stessa, toccò innavertitamente la pelle nuda di qualcuno. Questo contatto pareva innocuo ma le provocò un intenso dolore giacché una scarica elettrica le pervase la mano e subito cominciò a diffondersi per tutto l'arto, disperdendosi via via. Sapeva bene in che cosa consiste la carica elettrica ed il trasporto di elettroni: non si trattava di questo, non avrebbe dovuto diffondersi per il braccio verso l'alto, ma una normale scarica, di quelle che si scambia tra persone in una giornata umida o di quelle che la carrozzeria delle auto impartisce quando l'aria é secca, avrebbe dovuto scaricarsi verso il basso; così le era stato insegnato da suo fratello. Quel fenomeno si impossessò del suo braccio non lo abbandonò nemmeno quando, ormai scesa, si stava già dirigendo verso casa. S'era fermata,sulla piattaforma, e continuava a massagarsi il braccio senza riuscire a porre rimedio al dolore, non riusciva nemmeno a prevenire che il suo volto fosse contaminato da espressioni corrucciate e si lasciò scappare un sospiro di sofferenza. Dopo pochi secondi decise di avviarsi ed attraversare la strada.



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