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lavoro pubblicato lunedì 13 giugno 2016
ultima lettura domenica 15 settembre 2019

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Il rimembrare

di Menic. Letto 338 volte. Dallo scaffale Pensieri

Un giorno andai a casa di mia zia: stava in un villino, alberato, con un grande parco immerso nella campagna. Venni accompagnato fino a camera sua, in...

Un giorno andai a casa di mia zia: stava in un villino, alberato, con un grande parco immerso nella campagna. Venni accompagnato fino a camera sua, in silenzio. Mi dissero di bussare.

- “Chi è che ha bussato? C'è qualcuno? Se vuole, può entrare, non ci sono problemi. Entri pure. Oh, sei tu! O Gesù caro, entra, entra pure. M'hai colto nel peggior momento, sono ancora in pigiama. Ma ciao, piccola castagnina! Vieni, accomodati! Non mi posso alzare, mi dispiace, sennò ti avrei aiutato a spogliarti, a toglierti la...la cosa, sì, la...oddio, ce l'ho sulla punta della lingua...la giacca, sì. Oh, se ti vuoi sedere c'è...c'è una...eh, una sedia, lì, vicino alla tavola, no, alla scrivania. Bellina, eh? E' fatta di legno, nostrale, dei nostri boschi, di quelli vicini al fiumiciattolo, là, dove da bimba andavo, con la mia sorellina, a prendere i pesciolini che vi nuotavano, lì, che scivolavano per la corrente, pian pianino. Ti direi qual è il posto, ma non me lo ricordo per bene: credo fosse poco distante da dove io e la mia famiglia, quando ero piccola, stavamo. Sì, se fai la strada provinciale, e poi sbocchi sei lì vicino, e la casa era all'angolo dello sbocco; però vi hanno costruito delle altre case, e non so se il quartiere è rimasto lo stesso. Beh, quartiere è una parola complessa, era un vicolino, nemmeno, una zona dove c'erano delle case, così, costruite dal nulla.

Avevamo una casa, sì, quella con le tegole grigie, dalla forma a dir poco assurda; o buon Dio, mi vien da sorridere ogni volta: penso a come il mio povero babbo, che al tempo aveva trent'anni, ed era giovane e forte, con l'aiuto del suo cugino, cioè di mio zio, Alberto, un piccolo buffettone coi baffi spessi appena tornato dal suo viaggio nel Nord del paese, in cerca di un'occupazione un pochino più decente del manovale per un'azienda vinicola, cercavano di costruire la nostra casa, dove ho praticamente passato tutta la mia infanzia e la mia adolescenza, senza il...il...progetto, ecco, senza chiedere nemmeno all'architetto, amico d'infanzia del mio babbo, una stecca da biliardo colla testa ricolma di capelli nerissimi, di aiutarlo nella costruzione. Ogni notte, oh buon, i piccolissimi figli dei vicini, per noia, entravano nella zona recintata dove stavano il babbo e lo zio costruendo la casa, e staccavano via, con delle punte acuminate, che ora il nome non me lo ricordo ma so che erano quelle che il loro babbo fabbro usa per fare i buchi alle chiavi, estremamente perforanti se usate bene, e staccava dieci o venti mattoni, già cementificati, e li spargevano per il piano. Ogni giorno il mio babbo cercava di capire come fosse possibile, e poi, non potendolo scoprire, si rimetteva al lavoro. Andarono avanti per due settimane, senza essere mai sgamati, fino a quando uno di loro le fece cadere della buca delle fondamenta. Fecero un tentativo per riprenderle, ma a momenti vi cadevano dentro, così le lasciarono lì. Il mio babbo le ritrovò: capì che erano quelle del suo vicino e andò da lui a chiedere spiegazioni. Lui rimase di sasso, e diede due sganascioni ai figlioli, obbligandoli dopo ad aiutare il babbo e lo zio alla loro costruzione. Ritardarono di due mesi, e ci misero un anno intero a farla. Venne una casa assurda, via, bruttissima: era priva di proporzioni, con finestre non allineate tra di loro e un patio stretto e privo di piante. Quel patio poi non serviva nemmeno; ce l'aveva messo così, per piacere della mamma, in attesa della seconda sorellina, la piccolina...la...la Rita, la piccola Rita.

Come? Ci stai scomodo? Ah, allora potresti prendere la cosa, la sedia che è nella sala da pranzo, ma non è di legno nostrale, bensì di metallo, e dubito che ti sarà confortevole: dure peggio della pietra, accadenti a me e a quando ho detto di sì al mio figliolo. No, tesoro, tua zia non sa dire di no, nemmeno al proprio figlio, che un poco viziato e cresciuto. Oh, gli voglio un bene dell'anima, certo, è un amorino fin da quando era un piccolo pupazzetto biondo con gli occhi azzurri e le gote rosse e gonfie, ma a volte vorrei castrarlo per quello che mi combina quando è fuori casa, altrove. Sempre a far danni, a far casini uno dopo l'altro. A me e a mio marito aveva comprato quattro sedie, dello stesso modello, dopo essere tornato dall'Inghilterra, mentre era in viaggio per alcuni progetti ed appalti per la costruzione di nuovi edifici pubblici. Eh, sì, è arrivato, lui, ad essere ricercato proprio da tutti, anche dagli anglofoni. Questo lo dice lui, in realtà il motivo è che non trova uno straccio di lavoro qua, in città, e in giro per il paese. Anche con una laurea di prima qualità, col piffero che gli danno le concessioni per la costruzione. Comunque, stando in giro con amici, lì, in centro, aveva trovato una mostra, una particolare, sì, una di quelle dove ci sono i mobili per arredare le case; era rimasto affascinato da quel particolare tipo. A casa era ormai pieno di mobili nuovi, e aveva pensato di prendere qualche sieda per noi, dato che secondo lui noi ci troviamo male.

Lui la casa ce l'ha già pronta, con tutti i mobili, con tutte le cosucce e le sedie e i tappetti e via dicendo, ma pensava bene di volerci aiutare ad arricchire la nostra casa con qualcosa in più. Ora se ne sta zitto, ed evita di fare certe discussioni davanti a me, ma prima, oh, si lamentava di continuo. Attaccava briga ogni volta che io e mio marito lo invitavamo, assieme alla sua signora, a cenare a casa nostra: a nulla serviva preparargli il suo piatto preferito, i paccheri ripieni al sugo d'anatra. In ogni occasione, anche se mangiava di gusto, guardava sempre col suo occhietto azzurro, ora un po' meno chiaro, tutto l'arredamento della sala, e diceva che l'arredo era vecchio, che l'arredo non va bene. E si lamentava, e continuava per tutta la sera a dirci che dovevamo cambiare tutto, buttare via tutto, perché sennò ci si faceva male, perché altrimenti facevamo la figura dei poveracci, e lui non voleva, dato che lui aveva la casa moderna, appena costruita; eh, certo, lui è laureato in architettura, mica in altro, e non vorrà certo vivere come noi “poveracci”. Se l'era costruita con tranquillità, in meno d'un anno, bella, con le finestre piatte e simmetriche, che coprono tutto il muro, con l'entrata proporzionata e il patio interno pieno di edere e di ninfee in quel laghetto di acqua dove ci tiene le rane. Le rane...che se ne fa delle rane non lo so proprio, che poi portano le mosche, portano le malattie, e c'ha pure in casa i cani, i gatti. Cosa penserà la sua signora...la cosa, la Roberta...non lo so proprio; s'è proprio rincoglionito quel povero mio ragazzo. Povero Piero, ah, oddio no, che ho detto, non Piero, Paolo, Paolo.

Scusami, oggi non ci sono proprio. La domestica prima m'è arrivata e m'ha chiesto quale dei due barattoli in cucina era adibito al sale e allo zucchero: io all'inizio non capivo bene e le dissi che erano nel primo ripiano a destra; tornò e mi disse che non c'era nulla; allora le chiesi scusa e rettificai, dicendo che erano in quello a sinistra. Lei però mi disse che non c'era un ripiano a sinistra, e allora le richiesi scusa per la seconda volta e le dissi che da qualche parte dovevano pur essere, anche se non avevo capito cosa si trattasse. Capendo la mia incomprensione mi specificò, dicendo le parole “saliera” e “zuccheriera”, e capì cosa volesse dire. Quelle erano nel comodino in fondo, vicino alle spezie. Poverina, ritornò in camera e mi disse che era tutto vuoto, e che non c'erano i due barattoli. Risi tantissimo per quella scenetta, e lei intanto mi guardava strano. Per fortuna mio marito rincasò presto, e l'aiutò a trovarli. Io nel frattempo ero ancora a letto, e ridevo.

Poverella, lei è da poco da noi, da qualche mese all'incirca, e non sa bene dove ripongo le cose. Ancora non mi ricordo il suo nome, ma di sicuro è portoricana, o rumena, boh; una mia vicina di casa, quando mi trasferì in città dopo aver compiuto venticinque anni, faceva la badante per un notaio. Era bella, un fiore, coi capelli rossi e le efelidi, poi era un po' giunonica nelle forme, ma non per questo grassa. Stava con un operaio, che lavorava alle acciaierie fuori città, e si volevan tanto bene, nonostante i casini che erano successi in quel periodo. La sentivo rincasare ogni notte, sul tardo. I muri erano spessi quanto un cracker, e tutto rimbomba quando vivi in un bilocale con angolo cottura. Sentivo sempre le domande del suo fidanzato, le sue risposte, le discussioni e i suoi compatimenti, tra l'altro non così brevi. A volte urlavano: il marito addirittura diceva che lei era una fedifraga, una sciacquetta, che si faceva intortare dal suo datore di lavoro, da quel vecchiaccio che lui chiamava infame, lurido, che si approfittava, secondo le voci in giro, di tutte le badanti giovani. Io un po' me la ridevo, ma facevo male: era incinta di quell'uomo. Eh, sì, piccolo, non si è mai troppo vecchi per far tribolare i giovani. Lui la mise incinta e lei dovette abortire. Il fidanzato poi, inferocito, voleva fargliela pagare al notaio, ma non servì a niente; morì poco dopo, d'infarto, all'età di settantasette anni. Il notaio era un personaggio un po' bastardello: mai sposato, usava il bagno del suo ufficio per farci i suoi sporchi affari sessuali; era vecchio, sì, ma non brutto, anzi, era un bell'uomo, povero di rughe e con occhi verdi molto espressivi. Con quegli lui adescava le badanti; con quegli e con i soldi. Era un notaio, non era di certo privo di quattrini. A tutte, dopo, le concedeva dei piccoli aumenti, uno dopo ogni...eh...no, non mi manca la parola ora, è che mi vien un po' di vergogna a parlarne davanti a te...comunque hai capito, no? Ecco, dopo aver fatto...i suoi comodi...concedeva un aumento, e sempre di più, avanti nel tempo. Non tutte lo tolleravano, e anche se pagava profumatamente, loro se ne andavano. Lei, dopo tre volte, rimase incinta, e non volle mantenerlo: era povera, viveva in un bilocale come me, e come faceva? E così, addio. Ebbe fortuna, all'epoca era da poco entrata la legge, e non trovò difficoltà nell'abortire. Dopo, però, non si sentì bene, e, mossa da qualche senso di colpa, chiedeva a tutti nel palazzo dove abitavamo se volevano che lei pulisse le loro stanze. Io la conobbi così, di prima persona: venne a farmi quest'offerta e accettai. Non chiedeva tanto; lei in cambiò mi puliva i pavimenti e i mobili. Era sempre gentile, cordiale, e molto dedita al lavoro. Quando mi sposai mi ricordai di lei: divenne anche la governante dei nostri figli oltre che la nostra domestica. Oh, tu vedessi quanto era felice, tanto che stava sempre con loro, e non faceva altro che giocare con loro, educarli, e viziarli di coccole. Li seguì fino a vent'anni, poi, però, ebbe dei problemi di salute, che peggiorarono nel tempo. Non mi ricordo cosa ebbe, so solo che era grave. I nostri figli non la dimenticarono quando cominciò ad accusare i sintomi della malattia, che non mi ricordo davvero cosa diavolo fosse, e stettero vicino a lei, ormai sola, dopo la dipartita del suo marito. Non mi ricordo se io andai al suo funerale; non riesco nemmeno a visualizzare il luogo dove si tenne. Era d'inverno, se non erro, ma la chiesa...forse quella vicino alle colline, vicino alle rovine del tempio. Oddio, sì, vero, la chiesa, e c'era anche l'insegna in cui erano scritte le esequie funerarie. Sì, alla povera...povera...ma come si chiamava?

Vabbè, mi verrà in mente ora. Cosa dicevo? Oddio, ma continuo a parlare di me e non t'ho ancora chiesto come stavi! Scusami, piccolo! Comunque, va tutto a posto a casa? Stai sempre lì, giusto? Saranno anni che non rivedo casa tua, o sbaglio? Sì, saranno due anni, forse, che non rivedo quell'appartamento, che stava al terzo piano, verso la strada provinciale. E' davvero una bella casa, non c'è che dire. Tuo padre ha fatto bene a comprarla proprio lì: il valore di quelle case cambia ogni anno, accresce; così, se vuoi rivenderla, puoi riguadagnarci qualcosina. Tuo padre al tempo aveva molti soldi e poteva permettersi certe spesucce, così, per il gusto di farlo. Io e il mio marito abbiamo comprato questa casa ormai quarant'anni fa, e all'epoca costava pochissimo: ti credo che costava pochissimo, c'era da ristrutturare tutta, da cima a fondo. Oddio, se ci ripenso: aveva delle fondamenta talmente bucate che se non le mettevamo a posto ci crollava tutta la casa appena vi entravamo. E' stata rimessa a punto dopo diversi mesi, ed è venuta bellissima, uno splendore. Non l'abbiamo più ristrutturata, ed è come prima. Si sta bene, non trovi? Eh, sì. Certo, è un po' imperfetta: se noti da fuori noterai che le finestre sono poste in maniera non simmetrica, e che c'è un patio privo di piante, spoglio, stretto tra l'altro. Però si sta bene comunque. Per fortuna che c'era il mio babbo, che l'aveva costruita, insieme al suo cugino. Non ne voleva sapere di comprarne un'altra, e quindi gli venne un'idea, a pranzo, col cugino e la mamma, di costruirsela da solo. Chiese aiuto ad una ditta, che gli concesse alcune cose, mattoni, cemento, e poi passò un anno a costruirla, insieme al cugino...o era insieme al suo babbo...o non era morto prima il nonno? Quando venne la tubercolosi in paese? Sessant'anni fa? O era settant'anni fa? Mi sto dilungando troppo: ti ho raccontato di quando lui e suo cugino, o nonno, avevano trovato quei ferri particolari e avevano scoperto che era opera dei figli del fabbro? Sì, che poi li aveva costretti ad aiutarli nella costruzione della casa. Ah, te l'avevo raccontata? Davvero? Non lo sapevo.

Comunque, che fai, studi? Ah, sei all'università? E che fai di bello alla scuola dei professoroni? Non capisci? Quando ero piccola con i miei compagni delle elementari, vedevano passare in bici i ragazzi che andavano all'università, tutti ben vestiti, con la cravattona e la camicia bianca pulita, mentre sfrecciavano con le bici nuove verso la strada per l'ateneo. Già allora, a tredici anni, li prendevamo in giro, chiamandoli professoroni, che andavano alla scuola dei professoroni, e che avrebbero sposato delle professorone e avrebbero fatto dei professorini e professorine. Come si faceva a non prenderli in giro? Avevano poi degli occhiali assurdi, via, non riuscivo a non ridere quando li portavano appresso. Comunque, te non sei un professorone come loro: ti vesti in maniera diversa, e non c'hai nemmeno gli occhiali. Ma, dimmi, che università fai? Lettere? Ah, allora forse un po' professorino lo diventi. Sì, da bambino ti vedevo che già avevi l'aria del futuro professorino, anche se i tuoi genitori non lo sono affatto. Al mare, poi, davi il meglio con le formine e con la costruzione dei castelli di sabbia. Ti interessavi di continuo di case, di costruzioni, e volevi sapere tutto sull'architettura, e volevi fare quell'università a tutti i costi. Dio, da bambino avevi poi degli occhietti azzurri talmente intensi che era impossibile non dirti di no. Il biondino della spiaggetta!

E hai già fatto amicizia? Trovato qualche amichetta? Eh, lì, Piero aveva trovato la sua compagnia: faceva anche lei Architettura, però era indietro rispetto a lui; le mancavano degli esami, e lui allora l'aiutò a studiare. Poi oltre a studiare uscirono insieme, e da lì in poi fecero coppia unita. Tra l'altro Piero era fin da piccolo un timidone con le ragazze, e chiedeva sempre aiuto ai fratelli per cercare di conquistare qualche ragazza. Con i fratelli finiva che lo consigliavano male, e beccava sempre qualche schiaffone; stavolta, essendo in un'altra città, dovette cavarsela da solo, e ci riuscì. Ma a proposito te li hai conosciuti i suoi figli, i tuoi cugini. Oddio, cugini, non saranno nemmeno di terzo grado, però, oh, sempre cugini lo sono. Allora? No? E perché? Oh, non faranno mica gli schizzinosi, gli schietti? Prova a farci amicizia. E allora? Come stanno i tuoi? Tutto a posto? Abitano ancora in quell'appartamento, sì. No, perché l'ultima volta volevano cambiar casa. Non so se li convenga venderla, non c'è un buon mercato e la loro casa, per quanto sia bella, non è tra le migliori in commercio. Comunque a breve si dovrebbe mangiare. Ti fermi da noi? Ti potrei fare il tuo piatto preferito: i paccheri ripieni al sugo d'anatra.

E come sta lo zio Giobbe? E' da molto che non lo vedo. Sta bene? Ho saputo che ha avuto un piccolo incidente domestico e che è stato ricoverato. Povera la Mara, poverina davvero. Chissà quanto starà pregando ancora perché il suo marito stia bene. Ancora piange per un nonnulla? O buon Dio, ogni volta che venivo a casa loro, i suoi mi dicevano di stare attenta a non giudicarla se era vestita male, se dava fastidio. Sennò quella scappa in bagno a piangere, e la piccola Maria dopo deve cercarla di riprenderla. A proposito, non mi ricordo bene chi fosse la Maria. So che era madre, ma non vorrei sbagliarmi. Boh, mi verrà in mente dopo. Comunque...cosa volevo dire? Ah, sì, tra poco si pranza insieme, ok? A tavola ci sarà anche tuo zio, e Piero, e la sua ragazza e i suoi figli. Saremo tutti insieme, non sei contento? Da quanto tempo è che non si sta insieme, eh? Io tra un po' mi alzo e vengo ad aiutare mio marito a cucinare. Ancora non riesce a trovare una sostituta per la precedente badante. Poverina, è morta qualche mese fa! Esci? Oh, va bene, piccolo. Però quando esci, ricorda di chiudere bene, sennò entrano gli spifferi e dopo diventa un congelatore! Ah, prima che tu te ne vada, potresti dirmi il tuo nome. Sai, credo di averlo dimenticato. Paolo ti chiami? O Piero? Vabbè, non ti voglio disturbare. Ciao, castagnetta!”

Uscì di camera. Le infermiere mi riaccompagnarono fuori dalla casa di cura, dove c'era mia madre ad aspettarmi. Per sicurezza chiesi a mia madre degli accorgimenti, riguardanti la storia del bimbo di Piero. Il bimbo di Paolo, non Piero, era morto di meningite fulminante un anno dopo la nascita, tre anni prima del marito della zia, di infarto. Spero solo possa star bene nel suo viaggio verso il nulla.



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