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lavoro pubblicato lunedì 13 giugno 2016
ultima lettura sabato 14 settembre 2019

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Rifiorirà il tuo tempo: capitolo 6

di vecchiofrack. Letto 501 volte. Dallo scaffale Amore

CAPITOLO SEI: LA CASA DI CARLO MARA“A duecento metri, svoltare a destra, per Cavida.”, la voce monocorde del navigatore distolse Isacco dalle sue riflessioni.Svoltò immettendosi su un lungo viale alberato, alla sua sinistra si disten...

CAPITOLO SEI: LA CASA DI CARLO MARA


“A duecento metri, svoltare a destra, per Cavida.”, la voce monocorde del navigatore distolse Isacco dalle sue riflessioni.

Svoltò immettendosi su un lungo viale alberato, alla sua sinistra si distendeva una lunga serie di villette monofamiliare circondate dal loro bel giardino, ordinatamente disposte per tutta la lunghezza del viale; a destra, un canale d’irrigazione, procedendo parallelo al viale, scavava una profonda trincea tra il filare di alberi di tiglio e la vasta prateria circostante.
Il lungo viale sembrava voler finire dentro la bianchissima facciata di una chiesa, ma pochi metri prima svoltò repentinamente a sinistra e, dopo un breve tratto rettilineo, disegnando un tornante destrorso, s’immise lungo una breve discesa che abbracciando i contrafforti perimetrali dell’area ecclesiale finiva per intersecare una via trasversale, dando così origine a un crocevia.
“All’incrocio a sinistra.”, comandò la voce del navigatore.
Isacco eseguì diligentemente la manovra, percorse altri duecento metri in discesa e sbucò in via degli Ulivi.

Sul lato destro della via, incombevano delle ville a schiera color mattone dalle pretestuose linee architettoniche, aggravate dal fatto di essere state erette fuori luogo; in un contrasto così stridente con l’edificato adiacente e forse anche dell’intero paese, da sconcertare i passanti, forse privi della necessaria cultura per apprezzarne le ardite forme, ma sicuramente in possesso di una certa dose di gusto, quel tanto bastante per definire quel che si ergeva davanti ai loro occhi: cubi informi accostati l’un l’altro per metà di un loro lato.
E pure il lato sinistro non lo si poteva certamente definire appagante per lo sguardo; un lungo caseggiato dal tipico colore grigiastro dell’intonaco grezzo incombeva sulla via per quasi tutta la sua lunghezza, un’architettura ben inserita nel contesto urbano, ma pesantemente mortificata dall’assenza di colore che donava all’insieme un senso di trascuratezza.

Isacco guardò a destra, scosse il capo e disse fra se: “Le giunte comunali dovrebbero dotarsi di un assessore che proibisca di costruire simili obbrobri.”.
Girò lo sguardo a sinistra e concluse. “E costringa i proprietari a dipingere le facciate delle loro case.”.
Quella lunga parete grigia triste e anonima, era la facciata esterna della proprietà del signor Carlo Mara.
“La destinazione è di fronte”, sentenziò la solita voce prima di mettersi in stand bay.
Isacco se l’era immaginata diversa la casa di un uomo ricco e quella facciata grigia lo destabilizzò, dubitando di aver sbagliato indirizzo controllò la targa della via, avanzando lentamente diede un rapido sguardo ai numeri civici; non vi erano dubbi l’indirizzo era proprio quello.

Al termine del caseggiato si apriva l’entrata del cortile, vide il cancello, arretrato di cinque metri rispetto alla facciata del caseggiato in modo da creare uno spazio su cui fermarsi con la macchina in attesa che si aprisse senza creare disagio o impedimento alla pubblica via.
Sterzò a sinistra e si fermò davanti al cancello che, alla sua destra, andava a chiudersi contro un altro caseggiato che partendo dalla strada si allungava trasversalmente chiudendo il cortile interno da quel lato.
Alla sua sinistra, all’interno di una guardiola, un vigilante in divisa osservava impettito con un’espressione che definirei: adatta alla circostanza, chiunque si fermasse davanti all’entrata.
Isacco abbassò il vetro e alzò lo sguardo, esclamando. “Buongiorno!”.
“Buongiorno!”, rispose l’agente con tono grave.
”Sono il dottor Isacco Giunti, ho un appuntamento con il signor Carlo Mara.”.
“Attenda!”, replicò asciutto.
Senza spostarsi di un millimetro piegò leggermente il capo avvicinando la bocca al microfono agganciato al colletto della camicia, tenendo ben fermo lo sguardo su Isacco comunicò con l’interno, ricevuto il nulla osta con il solito sguardo da duro si rivolse a Isacco: “Può entrare! Oltrepassato il cancello attenda in macchina, buona giornata!”.
“Buona giornata anche a lei!”, rispose Isacco trattenendo a stento un sorriso, - ma è vero o è finto? Mah! Forse avrà visto troppi film polizieschi. -, pensò, mentre attendeva che il cancello terminasse, lentamente, la sua corsa liberando il passaggio.
Oltrepassato il cancello, si fermò, spense il motore e diede una rapida occhiata al caseggiato girando lo sguardo da sinistra a destra.
Alla sua sinistra, dopo il cancello e in linea con la via, si allungava il lato sud, un caseggiato a un piano rialzato proseguiva per una lunghezza di venticinque metri, prima di girare a destra di novanta gradi e proseguire per altri venti metri andando chiudere il lato ovest del cortile.
Un portoncino di legno alto un metro e cinquanta, dietro al quale s’intravvedeva il giardino, segnava l’inizio del lato nord, seguito da una costruzione che un tempo poteva essere un fienile e ora, chiuso da grandi vetrate dalle quali s’intravvedevano delle postazioni per computer, aveva cambiato destinazione d’uso divenendo un centro direzionale.
Un secondo portoncino di legno, simile al primo, dal quale si accedeva a un’area destinata al parcheggio, chiudeva definitivamente il lato nord.
Partendo da lì, un fabbricato a due piani proseguiva, fino a collegarsi al cancello d’entrata e, chiudendo il lato est, completava il perimetro della corte interna.
Quello che maggiormente colpì Isacco, era l’assoluta mancanza di pittura sugli intonaci esterni, il fondo del cortile in terra e ghiaia e gli scuri di legno delle finestre dai colori oramai smunti dal tempo; tutto questo, donava all’insieme un’idea di trascuratezza, un’atmosfera decadente.
La porta del caseggiato alla sua destra si aprì e Isacco riconobbe nell’uomo che stava uscendo Alexander.

Scese dalla macchina e attese accanto alla portiera aperta: “Salve!”, esclamò sorridendo Alexander,
stringendogli vigorosamente la mano.
Isacco ricambiò prontamente: “Buongiorno!”.
“Le apro il portoncino porti la macchina di là, troverà un porticato di legno con dei posti auto, la parcheggi nel primo che trova libero.”, disse Alexander indicando con il braccio teso il portoncino mentre con la mano azionava il telecomando.

Parcheggiò la macchina, scese e, mentre aspettava Alexander, diede una rapida occhiata in giro; notò che il vecchio fienile aveva delle ampie vetrate anche nella parte posteriore, che si affacciavano su un prato verde ben curato.
A ovest un alto muro di cinta, sul quale a intervalli regolari delle sottili aperture permettevano di osservare dall’altro lato pezzi di giardino della casa padronale, chiudeva la prospettiva.
Il lato nord era dominato da una lunga infilata di abeti, altissimi, che proseguendo oltre il muro chiudevano anche il giardino.
Il muro di cinta a est si perdeva dietro al fabbricato che si affacciava sulla corte interna, creando un piccolo cortile sul retro dell'edificato.
Ma a incuriosire Isacco fu l’alto traliccio, almeno venti metri giudicò a occhio, ricoperto da una selva di antenne, appoggiato al fianco del fabbricato.

“Mi segua!”, Isacco intento a osservare l’antenna non si accorse del sopraggiungere di Alexander, girandosi di scatto annuì; avrebbe voluto chiedergli a cosa servivano tutte quelle antenne, ma gli pareva ineducato fare domande indiscrete in casa d’altri a una persona appena conosciuta e lo seguì senza fiatare.
Alexander attraversò la corte passando accanto alla vetrata del fienile, seguito da Isacco che, sbirciando dentro con malcelata curiosità, contò almeno dieci postazioni per computer, ma nemmeno un operatore seduto dietro le scrivanie; e questo gli parve strano, avrebbe voluto chiederne conto ma decise di soprassedere, ripromettendosi di chiederlo direttamente al padrone di casa.
Alexander aprì il portoncino del giardino, si scostò di lato dando la precedenza a Isacco, seguendolo subito dopo lo accompagnò sotto il portico e lo fece accomodare su una delle poltrone in vimini: “Si accomodi, il signor Mara sarà da lei fra dieci minuti… nell’attesa desidera un caffè o qualcos’altro di suo gradimento?”.
“La ringrazio ma non bevo caffè… se possibile, preferirei una coca cola.”.
“Mi spiace, non ne abbiamo, se desidera qualcosa di dissetante, posso portarle del the freddo.”, rispose con tono gentile Alexander, cercando di essere utile all’ospite.
“Il the freddo va benissimo, grazie!”.
Alexander accennò un sorriso, soddisfatto per essere riuscito ad accontentare Isacco sparì all’interno della casa.
Isacco guardando il giardino iniziò a porsi delle domande, - che strano uno tiene il giardino curato in modo perfetto e lascia il cortile e l’esterno della casa così poco curato, quasi decadente, deve essere un personaggio molto particolare il misterioso signor Mara. -.
“Ecco il the! Lo lascio sul tavolo.”, disse Alexander arrivando alle spalle di Isacco.
“Grazie!”.
“Vado a vedere se il signor Mara è libero.”, disse dopo aver posato il vassoio, anticipando la domanda di Isacco.
Isacco si adagiò nella poltrona e, sorseggiando il the freddo, rimase in paziente attesa.

Carlo Mara era seduto da mezz’ora accanto al letto della moglie, in silenzio per non svegliarla.
La guardava con occhi tristi, carichi di un antico amore; avvicinandosi di tanto in tanto al viso di lei, con apprensione, allungava l’orecchio per captarne il flebile respiro.

“Come sta la signora?”, chiese a Alexander all’infermiera seduta in corridoio accanto alla porta.
“Quando l’ho lasciata dormiva, penso lo stia ancora facendo, ha passato una notte agitata, è riuscita ad addormentarsi due ore fa.”.
“Devo andare ad avvisare il signor Giancarlo che la persona che attendeva è arrivata.”.
“Vada, ma faccia piano, cerchi di non svegliarla.”, l’ammonì con tono professionale l’infermiera.

Alexander aprì la porta con la massima delicatezza, richiudendola subito dopo alle sue spalle, Carlo con un cenno della mano lo invitò ad avvicinarsi.
Alexander con passo felpato si portò di fianco alla poltrona e, abbassandosi, avvicinò la bocca all’orecchio di Carlo: “E’ arrivato il dottor Giunti, l’ho fatto accomodare sotto al portico.”, sussurrò cercando di non disturbare il sonno di Maria.
“Andiamo!”, esclamò Carlo senza aggiungere altro.
Alexander annuì e, in silenzio, lo aiutò ad alzarsi dalla poltrona, quindi s’incamminarono lentamente verso la porta.

Una flebile voce li raggiunse fermandoli a metà strada: “Venite qua tutti e due, non è educato andarsene senza salutare una signora.”, era Maria che, aprendo gli occhi, li aveva visti allontanarsi.
I due tornarono sui propri passi e si accostarono al letto: “Dormivi così bene, non volevamo svegliarti.”, disse Carlo accarezzandogli dolcemente il viso.
“Ora devo andare, è arrivata una persona con cui devo assolutamente parlare.”, concluse continuando ad accarezzarle il viso.
Maria sorrise, “Solo un minuto, devo dire qualcosa ad Alexander e voglio che senta anche tu.”.
Carlo si scostò, lasciando che Alexander si avvicinasse al letto: “Ascolta Alexander, ho avuto tutta la notte per pensare a cosa accadrà quando me ne sarò andata e sono arrivata a una conclusione, non trovo giusto che Carlo debba seguire il mio destino, deve vivere quello che gli resta fino alla fine naturale del suo tempo… devi convincerlo a seguirti… portalo via da questa casa piena di dolore. Fa che viva gli anni o i mesi che gli rimangono con davanti agli occhi la splendida serenità dei ragazzi della fattoria.”.
“E’ da tempo, come lei ben sa, che tento di convincerlo in tutte le maniere, ma lui non vuole sentire ragione… io insisterò fino all’ultimo istante, ma se nemmeno lei riesce a convincerlo, credo non possa riuscirci nessuno.”, rispose incupendosi Alexander.
Carlo sapeva che Alexander considerava lui e sua moglie la seconda famiglia e per questo motivo non poteva che soffrire per la sua scelta, ma aveva oramai preso la sua decisione e nulla al mondo gli avrebbe fatto cambiare idea.
Commosso da tanto affetto, si rivolse a entrambi: “Ascoltatemi bene, è inutile che tentiate di farmi cambiare idea.”.
Poi, rivolgendosi alla moglie con voce rotta, proseguì: “Fra quattro giorni il satellite inizierà il suo viaggio e la speranza si riaccenderà in noi, donandoci un ultimo anelito di felicità, a quel punto il nostro destino sarà compiuto. Potrei morire felice, oppure continuare a vivere, felice accanto a te, ma mai da solo… dopo una vita passata insieme come puoi pensare che possa vivere quest’ultimo brandello della mia esistenza da solo?”.
Un nodo strinse alla gola Maria, guardando negli occhi il suo uomo aveva capito; era inutile insistere, niente e nessuno lo avrebbe convinto a rivedere la sua decisione.
Per qualche istante, lungo un’eternità, un silenzio commosso e imbarazzato avvolse la camera, finche Carlo non lo ruppe esclamando: “Hai un solo modo per farmi cambiare idea!”.
Maria e Alexander lo guardarono fra lo stupito e l’incuriosito, Carlo sorridendo accarezzò la guancia di Maria e concluse, con voce ferma: “Vivi almeno un minuto più a lungo di me!”.
Maria prese la mano che le accarezzava il viso, la strinse fra le sue e, sospirando, con un filo di voce rispose: “Ci proverò... ma non spetta a me decidere!”.
“Già... e purtroppo nemmeno a me!”.
“Certe decisioni spettano a Dio!”, esclamò intromettendosi Alexander e, guardando Carlo dritto negli occhi, concluse: “Vorrei che lo capisse anche il signor Giancarlo!”.
Carlo sorrise, vedendo la moglie sorridere e annuire soddisfatta ad Alexander per il suo giusto intervento, e per non rovinare quel momento di serenità, astenendosi da ulteriori repliche lasciò cadere la discussione: “Ora dobbiamo andare, ci vediamo a pranzo, cerca di riposare.”, concluse, poi si abbassò la baciò sulla fronte e si scostò.
Alexander si avvicinò al letto, strinse la mano di Maria e la salutò: “Buongiorno signora Maria, tornerò più tardi.”.
“Ciao Alexander a dopo.”.
Maria li accompagnò con lo sguardo fino alla porta, poi chiuse gli occhi cercando di riposare.

CONTINUA



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