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lavoro pubblicato lunedì 13 giugno 2016
ultima lettura venerdì 13 settembre 2019

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Rifiorirà il tuo tempo: capitolo 5

di vecchiofrack. Letto 578 volte. Dallo scaffale Amore

CAPITOLO CINQUE: L’APPUNTAMENTOQuel mattino non scese nemmeno al bar per la solita colazione, ma si recò direttamente in ufficio.“Ciao Isacco, come mai così presto?”, esclamò stupita Chiara, intenta a sistemare de...

CAPITOLO CINQUE: L’APPUNTAMENTO


Quel mattino non scese nemmeno al bar per la solita colazione, ma si recò direttamente in ufficio.

“Ciao Isacco, come mai così presto?”, esclamò stupita Chiara, intenta a sistemare dei fogli sopra la scrivania.
Lui, sorridendo, si lasciò cadere sulla poltrona girevole, fece un giro su se stesso osservando le pareti dell’ufficio, riempì i polmoni inspirando profondamente e rispose, eccitato: “Sono teso come una corda di violino, ho dormito poco, non vedevo l’ora che arrivasse l’alba. Sento che oggi sarà una gran giornata… a questo proposito, lascia perdere quello che stai facendo e cerca il numero della società: Spazio Libero, chiamali e di loro di fissarmi un appuntamento con il segretario personale del signor Carlo Mara; il suo nome è Alexander Delgado.”.
“Eseguo subito.”, rispose Chiara, uscì dall’ufficio si sedette alla sua postazione digitò sul computer e iniziò la ricerca del recapito telefonico richiestole.

Nell’attesa, Isacco se ne stava seduto sulla poltrona con le mani appoggiate sopra ai braccioli, guardando un po’ qua un po’ là senza riuscire a fare altro; l’impazienza era palese e guardandosi attorno cercava di allentare la tensione.

Cinque minuti dopo Chiara entrò nell’ufficio e lo relazionò: “Ho chiamato la società, mi ha risposto una segretaria dicendomi che il signor Delgado non ha un ufficio in sede, ma come segretario personale del signor Mara lavora direttamente al suo domicilio. Allora ho chiesto se gentilmente poteva farmi avere il numero del suo cellulare o in alternativa quello di casa del signor Mara, al che mi ha risposto che non era autorizzata a fornire a chicchessia il numero di cellulare del signor Delgado e tanto meno quello privato del signor Mara, informandomi anche che né lui né il suo segretario intendevano rilasciare dichiarazioni… è tutto!”.
Calò un silenzio imbarazzante, Isacco, poggiato con i gomiti sulla scrivania, mentre con la punta delle dita si massaggiava la fronte rifletteva sul da farsi.
Chiara, in evidente disagio, lo osservava aspettando che si pronunciasse, più di un minuto durò quel lungo silenzio; se un minuto vi pare poco, provate voi a rimanere chiusi in una stanza assieme al vostro interlocutore nel silenzio più assoluto aspettando che si esprima.
Alla fine con gran sollievo di Chiara, a voce bassa quasi sussurrando disse: “Va bene, giochiamoci tutte le carte.”, ricadendo subito dopo in un altro lungo silenzio.
Chiara, sconcertata, era incerta se interloquire o tergiversare; ci pensò Isacco a toglierla d’impaccio, scostò le mani dalla fronte, appoggiò i palmi sulla scrivania e, con tono deciso, sciolse definitivamente il gelo sceso nella stanza: “Allora fai così! Li richiami e dici loro che ho delle informazioni importantissime da riferire al presidente, digli di chiamare il segretario e spiegargli che si tratta di un trasporto effettuato dalla ditta Ciangh dagli Stati uniti all’Italia e di seguito alla Cina di quattro casse, una delle quali conteneva un laser. Lui capirà! Poi lascia il numero del mio ufficio e di che se non riceverò una risposta entro mezzogiorno, pubblicherò tutto quel che so sul giornale di domani… ah! Aggiungi che quello che so potrebbe, se reso pubblico, recare grave danno alla società!”, concluse alterandosi un poco.
Chiara non fiatò, uscì dall’ufficio e si mise all’opera, Isacco si distese sulla poltrona mentalmente esausto, aveva giocato tutte le sue carte; ora non rimaneva che attendere.

Il signor Mara se ne stava adagiato in una poltrona di vimini sotto il porticato, sopra al tavolo davanti a sé, la colazione appena consumata; guardando il giardino osservava i giardinieri intenti ad aggiustare il glicine che, arrampicandosi attorno a dei ferri semicircolari infissi nel terreno, disegnava un lungo pergolato verde.
Dietro alle spesse lenti degli occhiali, due occhi neri ben attenti controllavano che il lavoro fosse svolto a regola d’arte.
Di statura medio bassa, osservandolo seduto leggermente piegato in avanti con le mani appoggiate al bastone tenuto in posizione verticale davanti a sé, pareva ancora più piccolo e minuto: la testa oramai completamente calva, la barba ben curata, la dentatura apparentemente in buono stato, oltre alla tuta da casa color crema, donavano alla persona un aspetto pulito, aiutandola non poco ha dimostrare dieci anni di meno dei novantacinque realmente portati.

Alexander, passando dalla sala, uscì sotto al portico arrivando alle spalle di Carlo Mara, prese una poltrona in vimini, la sistemò leggermente arretrata alla sua sinistra, si sedette appoggiò dei fogli che teneva in mano sulle ginocchia e, portando la bocca vicino all’orecchio di Carlo, in modo calmo e dolce, controllando che non si alterasse, lo informò: “Signor Giancarlo, ci sono delle novità… hanno chiamato dalla sede, sono stati contattati da un giornalista, sembra sappia qualcosa dell’arma laser. Ha accennato al trasporto, conosce il nome dello spedizioniere, chiede un incontro con lei e se non riceverà una risposta entro mezzo giorno minaccia di pubblicare tutto quello che sa sul giornale: Il Verbo Del Web, domani mattina.”.
Carlo non fece una piega, sembrava di pietra, non lasciando trasparire nessuna emozione, con voce calma chiese: “E chi sarebbe questo giornalista?”.
Alexander prese uno dei fogli che teneva sulle ginocchia, lo posò sul tavolo e rispose: “Ecco... mi sono permesso di scaricare il suo profilo, è un giornalista molto serio e anche molto seguito, non credo stia bleffando, se sa veramente qualcosa e lo pubblicherà, prima di sera la notizia avrà fatto il giro del mondo, con il rischio che il lancio del razzo venga bloccato.”.
Carlo annuì muovendo il capo: “Dobbiamo prendere tempo, cercare di bloccare o almeno di ritardare di quattro giorni la pubblicazione, dopodiché non potranno fermarci in alcun modo… devo capire come agire, lasciami il tempo per pensare, torna fra mezz’ora e ti dirò cosa fare… gli altri fogli cosa sono?”, concluse, guardando i fogli che Alexander teneva sulle ginocchia.
“Sono le lettere dei bambini e dei ragazzi della fattoria, devo leggerle alla signora Maria, sto aspettando che esca il dottore.”.

La signora Maria era la moglie di Carlo, di quattro anni più giovane, era a letto gravemente ammalata oramai da diversi mesi; a dirla tutta, era oramai prossima a concludere i suoi giorni su questa terra.
Ma Carlo non si voleva rassegnare a perdere colei che, nella buona e nella cattiva sorte, era stata al suo fianco per quasi tutta la vita, da quando lui aveva sedici anni e lei solo dodici.
Aveva interpellato i più grandi luminari della medicina e ora cercava di tenerla in vita con qualsiasi mezzo, anche se da quasi due mesi non riusciva nemmeno più ad alzarsi dal letto.

Carlo pensando alla moglie fu colto dallo sconforto, con voce commossa lo congedò: “Vai pure da lei, le farà bene ascoltare i racconti dei suoi ragazzi, sicuramente l’aiuteranno molto più di quelle inutili medicine… ah! Dimenticavo, ricorda al dottore di passare da me prima di andarsene.”.
“Va bene, tornerò più tardi per sapere cosa ha deciso.”, Alexander si alzò, posò i fogli sul tavolo, rimise la poltrona al suo posto riprese i fogli e, prima di rientrare in casa, lo salutò: “Buongiorno signor Giancarlo!”.

Carlo, mentre pensava a come agire, con lo sguardo seguiva il lavoro dei giardinieri intorno al glicine, ogni tanto allungava lo sguardo fino alla piscina coperta da un telo azzurro, non più usata da anni, proseguendo poi sino al limite del giardino, dove una spettacolare infilata di abeti sistemati uno accanto all’altro delimitava il confine della proprietà, seguendoli con lo sguardo dalle radici fino alla cima, pensava a com’erano cresciuti da quando li aveva fatti piantumare, molti anni prima.

Alexander, in piedi fuori dalla camera di Maria stringendo i fogli fra le mani, attendeva che il dottore uscisse: “Buongiorno dottore, come sta la signora questa mattina?”, chiese preoccupato al medico quando uscì.
Il dottore stringendo le labbra scosse il capo. “Non bene caro Alexander, è inutile illudersi… so che sei credente, prega per lei fra poco ne avrà bisogno.”, rispose appoggiando una mano sulla spalla di Alexander.
Il quale, con gli occhi lucidi, commuovendosi replicò: “Io prego tutti i giorni per la signora, anche se penso non ne abbia bisogno, con quello che ha fatto e sta ancora facendo per i bambini del mio paese, quando sarà il momento non potrà che andare in paradiso.”, concluse convinto, come solo lo sa essere un uomo dalla fede granitica.
E, sorridendo, completò il suo pensiero: “Ora vado a leggerle queste lettere, sono dei suoi ragazzi, la faranno felice e la aiuteranno a vivere in serenità il grande passo… dimenticavo! Il signor Giancarlo l’aspetta sotto il portico.”.
Il dottore colpito da quelle parole si complimentò: “Sono ammirato dalla tua forza interiore, vorrei avere la tua fede, la tua serenità d’animo, sei una gran bella persona Alexander!”, poi, mentre Alexander lo ringraziava, si allontanò.

“Buon giorno signor Mara.”, esclamò il dottore in piedi accanto a lui.
Carlo Mara preso a osservare i giardinieri, non l’aveva visto arrivare, udendo la voce girò lo sguardo: “Buon giorno dottore, si sieda la prego.”, rispose, indicando la poltrona alla sua sinistra.
“La ringrazio solo cinque minuti ho un altro appuntamento.”.
“Non la tratterò a lungo, vengo subito al dunque, come ha trovato mia moglie?”, chiese con apprensione, temendo che la risposta non fosse quella desiderata.
“Sarò sincero! L’ho trovata molto male, è debolissima, rispetto a ieri il quadro clinico si è ulteriormente aggravato.”, rispose senza giri di parole il dottore.
Altrettanto direttamente, pur con voce increspata dal dolore, Carlo domandò: “Quanto le resta?”.
“Poco, molto poco.”.
“Sta soffrendo?”, chiese ancora, dopo un attimo di silenzio, Carlo.
”Non molto, la sua non è una patologia dolorosa, ma solo il lento esaurimento delle funzioni vitali dovuto all’età.”.
“Spero viva almeno un'altra settimana… poi ce ne andremo insieme.”, si lasciò sfuggire riflettendo ad alta voce.
Il dottore udendo quel lamento, che altro non era che un desiderio, un’ultima grande prova d’amore, si rammentò degli ultimi incontri quando, in diverse occasioni, Carlo gli manifestò il desiderio di lasciare questo mondo assieme alla moglie.
Sapeva che aveva già trovato il modo perché tutto funzionasse a dovere, nonostante sia lui che il cattolicissimo segretario cercassero di dissuaderlo in tutte le maniere; si alzò di scatto, arrabbiato, o forse deluso dal comportamento di Carlo e, prima di andarsene, lo redarguì: “Ha ancora in mente quell’idea folle! Ma è sicuro che sia quello che sua moglie vorrebbe? Lei è ancora lucido, il suo fisico ancora in buone condizioni, potrebbe anche vivere fino a cento anni! Viva la sua vita accanto a sua moglie e, quando lei se ne andrà, viva per lei, segua i ragazzi della fattoria, per lei sono dei figli non li lasci soli!”, il dottore cercò di guardare negli occhi di Carlo, ma il suo sguardo puntava lontano, in fondo al giardino, forse anche oltre, sicuramente altrove, era come se quelle parole quasi urlate non le avesse udite.
Il dottore scosse la testa, abbassò il tono e proseguì: “Non mi ascolta, non vuole ascoltare nessuno, se potessi fermarlo lo farei, ma non posso, la legge è dalla sua parte. Una cosa non riesco a comprendere, perché continua a somministrarle medicinali che non risolvono niente? Servono solo a prolungarne l’agonia, la lasci andare al suo destino, non la lasci soffrire per un'altra settimana, tutto questo non porta a niente.”.
Guardò l’orologio e si congedò: “Devo andare, ci vediamo domani, nel frattempo pensi a quello che le ho detto, una settimana di vita in quelle condizioni, è un inutile tortura.”.
Carlo si girò di scatto, in un moto d’orgoglio, sforzandosi, cercò di alzare la voce: “Ne è certo dottore? Una settimana potrebbe fare la differenza, tra morire... ”, disse stringendo i pugni sul petto. Rifiatò, lanciò lo sguardo in alto, aprì le mani verso il cielo e concluse a bassa voce: “O andarsene felici.”.
I due sguardi s’incrociarono, dopo un attimo di silenzio Carlo congedò definitivamente il dottore: “Arrivederci dottore, la lascio ai suoi pazienti, l’aspetto domani.”.
“Arrivederci signor Mara, ci vediamo domani alle nove.”.
Il dottore uscì dal portoncino che dava sul cortile interno, mentre s’incamminava rifletteva sul poco tempo a sua disposizione per convincere quell’uomo a desistere dal compiere il suo gesto estremo, lo avrebbe anche denunciato se sarebbe servito, ma la legge era dalla sua parte.

Cinque anni prima era stato approvato un testo di legge, consentiva a chi aveva compiuto il novantesimo anno di vita di poter richiedere l’eutanasia, previo l’assenso della moglie e o dei figli, non avendo figli, Carlo alla morte della moglie poteva usufruire di quella legge agghiacciante, fatta per non si sa quale scopo, forse per un problema demografico o, se possibilmente ancora più agghiacciante, per un problema economico.
In una società individualista basata sul consumo, l’anziano che non produce e non consuma è solo un costo e come tale se possibile va eliminato!
Il paradosso era che, mentre le industrie farmaceutiche aumentavano enormemente i loro profitti grazie anche ai medicinali che permettevano agli anziani di essere attivi anche oltre la novantina; lo stato prima plaude a queste per la crescita del fatturato e la creazione di nuovi posti di lavoro, poi emana una legge nazista per spingere i vecchi ad uscire dal sistema in modo orripilante.
Scuoteva la testa il dottore pensando a tutto questo mentre usciva dal cortile con la sua automobile: “Non mi riconosco più in questo mondo impazzito, forse ha ragione lui a volersene andare.”, concluse amaro, guardando il caseggiato dalla strada mentre si allontanava.

Nel frattempo Alexander era entrato nella camera di Maria, l’ambiente si presentava spoglio, quasi asettico, dipinto di bianco, tende bianche, un televisore al plasma appoggiato sopra a un cassettone che strideva con il resto dell’arredamento di tipo ospedaliero; sulla parete opposta macchinari per l’elettrocardiogramma e di supporto alla respirazione, un comodino, una poltrona e il letto dalle bianche lenzuola dove, accanto a un’infermiera che le sistemava la flebo, era sdraiata lei.
Quasi eterea, la vestaglia bianca a mezze maniche spuntava dalle lenzuola appoggiate sotto al seno, capelli bianchi cortissimi, viso dal colorito chiaro, la pelle liscia quasi di seta a ricordare nonostante l’età e la sofferenza la passata bellezza; ma ancor più colpivano i bellissimi occhi azzurri, ancora splendidi e vivaci, come se al loro interno il tempo si fosse fermato, guardandoli nel profondo vi si leggeva la tristezza di una vita fatta di attimi di felicità, ma ancor di più grande, grandissimo dolore. Eppure quegli occhi riuscivano ancora a esprimere gioia, vedendo Alexander avvicinarsi al letto sorridendo.
“Siediti qui accanto a me.”, disse con un filo di voce, indicando con la mano la poltrona accanto al letto, alla sua destra.
Alexander obbedì, posò i fogli sulle ginocchia, prese la mano destra di lei la strinse fra le sue e le appoggiò sul letto, guardò l’infermiera in piedi dall’altro lato: “Ho finito vi lascio soli, se vi serve qualcosa sono qui fuori.”, disse lei quasi scusandosi, sentendosi come un’intrusa fra tanta complicità, e con passo svelto uscì.
“Come va oggi signora Maria?”, chiese Alexander.
“Come al solito, mi sento la schiena a pezzi, non so più in che posizione mettermi, è una tortura.”, rispose con voce flebile allargando le labbra in un misto di sorriso e sofferenza, cercando di muovere la schiena per alleviare il peso gravante su di essa.
“Ho le lettere dei ragazzi, l’aiuteranno a rilassarsi.”.
Maria assentì muovendo il capo, Alexander lasciò la sua mano, prese i fogli e inizio a leggere.
Udendo, dalla voce di Alexander, le parole dei ragazzi della fattoria il suo viso sofferente iniziò a distendersi; ogni tanto, durante i passaggi più toccanti, delle lacrime le rigavano le gote, prontamente e delicatamente asciugate con un bianco fazzoletto di seta da Alexander.
Quando ebbe letto anche l’ultima lettera, le appoggiò sul comodino. “Le lascio qui.”, sussurrò.
Maria piegò il capo alla sua destra, guardò i fogli e chiese. “Va bene… ti ricordi l’ultima volta che siamo stati in Salvador?”.
Alexander annuì: “Mi ricordo, è stato dieci anni fa, mi piacerebbe tanto tornarci insieme a lei, farle vedere com’è la fattoria dopo la costruzione della nuova falegnameria e del nuovo padiglione per le riunioni dei ragazzi.”.
Maria, guardandolo e sentendo il tono della voce cambiare, comprese che era preda della nostalgia: “Non rattristarti, ancora poco e tornerai definitivamente al tuo paese… lo sai, io e mio marito contiamo su di te per proseguire la nostra opera, spero solo che con lo scorrere del tempo ti ricorderai ancora di noi come due persone che ti hanno voluto bene. E quando pregherai per i tuoi cari, se puoi, cerca di ricordarti anche di noi.”.
Quelle parole, dette con il cuore, alimentarono la sua commozione e le lacrime fino allora trattenute nel fondo dei suoi nerissimi occhi, iniziarono a rigargli il volto.
Con voce oramai rotta rispose. “Signora non dica: spero, non dubiti di me, lei e suo marito siete la mia seconda famiglia, seconda solo perché siete entrati nella mia vita dopo i miei genitori, ma alla pari nel mio cuore; ogni sera, quando prego per loro, le stesse preghiere le dedico a voi.”.
Maria strinse forte la sua mano e si lasciò andare al pianto, abbisognando di tanto affetto, aveva ben compreso che, quello insito nel pensiero poc’anzi espresso da Alexander era vero, forte e sincero, come quello di un figlio per la propria madre.
Tutto questo non faceva che rinvigorire il ricordo di un amore, una gioia che in un attimo oramai lontano nel tempo, ma sempre presente nella sua mente, si trasformò in disperazione infinita.
La commozione era all’apice in entrambi, allora Alexander si alzò dalla poltrona, si chinò appoggiando la sua guancia a quella di lei; rimasero così alcuni interminabili attimi, poi Maria si fece forza e, appoggiando le mani sulle spalle di lui, lo scostò in modo brusco e piangendo lo redarguì amorevolmente. “Adesso vai! Mi fa male vederti piangere, passa in lavanderia e dì a Giovanna di portarmi i miei cagnolini, ho voglia di abbracciarli.”.
Alexander si alzò e asciugandosi le lacrime rispose. “Mi scusi, ora vado se ha bisogno mi trova in giardino da suo marito.”.
Lei, piegando appena la bocca, accennò uno stanco sorriso.

Alexander uscì e, dopo aver invitato l’infermiera a rientrare, si diresse in lavanderia per dire alla cameriera di portare i due piccoli chihuahua dalla signora.
La cameriera si attivò prontamente, prese i due piccoli cani sotto le braccia e li portò nella camera posandoli sul letto di Maria.
Allora, i due piccoli cani cominciarono a correre in lungo e in largo per il letto, annusando e leccando il viso e le braccia della loro vecchia amica che, accarezzando prima uno poi l’altro, si era ripresa da quel momento di commozione e ora assieme all’infermiera e alla cameriera si divertiva a guardare le evoluzioni dei due piccoli diavoli che, scodinzolando correvano, ora da una ora dall’altra, abbaiando, leccando e qualche volta anche mordicchiando.

Carlo lasciò il portico e scese in giardino, si portò sotto il glicine, girando lo sguardo sopra di se controllò che la potatura fosse stata eseguita a regola d’arte.
Abbassando lo sguardo vide Alexander con in mano il PC che dal portico si apprestava a raggiungerlo, lo fermò con il cenno della mano, Alexander annuì e attese che Carlo lo raggiungesse sotto il portico.
Nel frattempo, Alexander appoggiò il portatile sopra al tavolo, lo accese e sistemò una poltrona di fronte a quella abitualmente usata da Carlo.
Poi lo aiutò a sedersi e si sistemò di fronte a lui, chiedendogli. “Allora signor Giancarlo, cosa ha deciso di fare?”.
Carlo prese dal tavolo la scheda di Isacco, gli diede una rapida occhiata e rispose: “Ho letto la scheda, questo giornalista è molto seguito e non solo in Italia, i suoi articoli vengono tradotti immediatamente da altri siti nel resto del mondo, se domani pubblicherà quello che sa, è probabile che in un paio di giorni il clamore si allargherà tal punto da provocare il rinvio del lancio fino a quando la faccenda non sarà chiarita. No... non possiamo rischiare… devo trovare il modo di far rinviare la pubblicazione di almeno quattro giorni… chiamalo! Digli che sono disposto a riceverlo domani mattina… facciamo alle dieci, qui, a casa mia.”.
Alexander lo guardò fisso negli occhi, non gli sembrava una mossa azzeccata e ribatté perplesso: “E’ sicuro? E se dopo avere parlato con lei decidesse di pubblicare ugualmente quello che sa?”.
Carlo accennò un sorriso, era certo di poter raggiungere un accordo soddisfacente per entrambi: “Sì! Sono sicuro, leggendo le sue note mi pare di capire che si tratti di un professionista serio, non è uno che scrive tutto quello che trova tanto per fare clamore, prima di pubblicare una notizia fa tutte le verifiche del caso. Insomma! E’ una persona seria ed io gli farò un’offerta seria che non potrà rifiutare.”.
“Pensa di offrirgli del denaro? Se è serio come pensa, non accetterà!”, lo incalzò preoccupato Alexander.
Carlo lo guardò con affetto, scosse il capo e proseguì. “Non ti preoccupare, non è quello che intendo fare, è un giornalista e a un giornalista interessano le storie, le clamorose esclusive. Io gli offrirò l’esclusiva della mia vita, la vita di un uomo che non ha mai rilasciato interviste, ma che dopo il lancio del razzo tutto il mondo vorrà conoscere… ora chiamalo!”.

Alexander sembrava ancora meno convinto, avrebbe voluto ribattere, ma il tono perentorio con il quale Carlo aveva chiuso la discussione non ammetteva repliche; abbassò lo sguardo sul portatile e digitò il numero dell’ufficio di Isacco, il volto della segretaria apparve sullo schermo: “Buongiorno sono Chiara la segretaria del dottor Giunti, cosa desidera?”, chiese con voce gentile.
“Buongiorno sono Alexander Delgado, segretario personale del signor Carlo Mara, dovrei parlare con il dottor Giunti.”.
“Attenda in linea prego!”, rispose la segretaria trattenendo a stento la soddisfazione.
Il suo volto sparì dallo schermo, Alexander appoggiò i gomiti sul tavolo, unì le mani appoggiandovi il mento e si mise in attesa.
Isacco stava navigando su internet quando Chiara lo chiamò entusiasta all’interfono: “Isacco! Ha funzionato, ha chiamato il segretario del signor Mara, vuole parlare con te, lo passo sul tuo terminale!”.
“Molto bene, passamelo subito!”, rispose soddisfatto Isacco.
Sullo schermo si materializzò il volto di Alexander, che con tono distaccato lo salutò: “Buongiorno dottor Giunti.”.
“Buon giorno signor Delgado, dunque il signor Carlo Mara l’ha delegato a trattare in sua vece!”, rispose mostrandosi sicuro di se Isacco.
“Vengo subito al punto, il signor Mara gradirebbe avere un incontro informale, per capire di quali informazioni riguardanti la nostra società ritiene di essere in possesso.”, replicò Alexander, cercando nello sguardo di Carlo seduto di fronte a lui conferma del suo operato.
Carlo non parlò, limitandosi ad annuire con un cenno del capo.
- E’ lì seduto davanti a lui. -, pensò Isacco, intuendolo vedendo gli occhi di Alexander guardare oltre la parte alta dello schermo, sorrise e sentendosi sempre più forte rispose, spavaldo: “Dica pure al signor Mara, seduto lì, davanti a lei, che sono disponibile a incontrarlo, decida lui dove e quando!”.
Carlo fece un cenno con la mano, come a dire: - Io non sono qui. -.
Alexander capì, spostò la mano fuori dal raggio d’azione della webcam, unendo le dita fece il segno convenzionale dell’ok e rispose a Isacco: “Domattina alle dieci, nella residenza del signor Mara…conosce l’indirizzo?”.
“Lo conosco, anche se non ci sono mai stato, è via degli Ulivi numero tre, Cavida, a un’ora di macchina da Milano.”.
“Vedo che è ben informato, pensa di avere qualche difficoltà ad arrivarci?”.
“Non si preoccupi, sarò puntuale, ora la saluto a domani… ah! Dimenticavo, mi saluti il signor Mara, lì davanti a lei!”, insistette Isacco.
“Le saluterò il signor Mara appena avrò l’occasione di vederlo, arrivederci a domani dottor Giunti!”, tagliò corto, innervosendosi, Alexander
Isacco sorrise scuotendo il capo, -non fare il furbo, non funziona. -, pensò spegnendo il video.

“E’ molto scaltro, ha capito che lei era qui e non sono riuscito a dissuaderlo.”, si giustificò Alexander, mentre chiudeva il portatile.
Carlo lo rincuorò. “Non fartene una colpa, è molto bravo e molto perspicace, difficile da ingannare, comunque l’importante è che abbia accettato d’incontrarmi.”.
“Speriamo bene... è l’ora della passeggiata, metto i guinzagli ai cani e andiamo, aspetti qui!”, concluse rinfrancato Alexander.

Con l’aiuto della cameriera mise i guinzagli ai due piccoli cani e li condusse sotto il portico.
Al cospetto di Carlo, le due bestiole dimostrarono tutto il loro affetto cercando in modo frenetico di arrampicarsi su per i pantaloni, lui ricambiò abbassandosi e accarezzandoli sulla schiena: “Siete pronti? È l’ora della passeggiata!”, esclamò allegro.
Si alzò e fece un cenno con il capo, esclamando: “Andiamo!”.
Alexander strattonò delicatamente i guinzagli e seguito da Carlo si avviò lungo il vialetto che conduceva al portoncino di collegamento con il cortile interno, attraversato il quale uscirono dal cancello immettendosi sulla pubblica via.
Alexander con le mani impegnate dai due guinzagli, tentava faticosamente di governare le due bestiole che lo strattonavano ora a destra ora a sinistra, fermandosi a ogni angolo ad annusare e marcare il territorio, mentre Carlo lo seguiva osservando divertito la scena.

Era quasi mezzogiorno quando Isacco uscì dall’ufficio e rivolgendosi alla segretaria la informò: “Io vado alla spa, ho preso appuntamento per un massaggio, poi andrò a casa, voglio essere in forma per domani mattina, sento che sarà un gran giorno. Se tu non hai nient’altro da fare, puoi andare a casa, domani pomeriggio ti racconterò com’è andata.”.
“Come vuoi, ci vediamo domani, non ti faccio gli auguri, porta male!”.
“Brava!”, tuonò Isacco, alzando le braccia e incrociando le dita, prontamente imitato da lei.
Poi, tenendo le dita incrociate si allontanò, seguito dallo sguardo sorridente di Chiara.

Nel pomeriggio dopo il massaggio passò nella sala relax, ascoltando musica orientale e guardando i paesaggi dolomitici scorrere sulla parete, riuscì a estraniarsi da tutto fino a raggiungere uno stato di rilassamento totale, infine tornò nel suo appartamento; dopo la doccia si sdraiò sul divano e, forse per sentirsi meno solo, accese la televisione su un canale a caso.
La sera ordinò la cena al ristorante, dopo aver cenato e seguito il notiziario si ritirò in camera, accese una candela profumata e s’infilò sotto alle coperte molto prima del solito, per presentarsi ben fresco e riposato all’appuntamento del giorno dopo.
Il mattino dopo la televisione accendendosi lo svegliò all’ora desiderata, rimase qualche attimo a fissare il soffitto, stupendosi di essere riuscito a riposare tanto bene.
Si alzò, andò in bagno, indossò il solito completo casual, scese al bar per la solita colazione, poi scese in garage, salì in macchina programmò il navigatore e si avviò verso la meta.

Giunse in prossimità dell’ultima periferia maledicendo il fatto di aver scelto un percorso alternativo; volendo evitare la tangenziale e le vie di grande scorrimento perennemente intasate, era andato a finire su una strada stretta, piena di buche e ostacoli di ogni genere, dove, tenendo gli occhi impauriti fissi sulla strada, era costretto a continui slalom proseguendo a singhiozzo.
Finalmente, dopo un’ultima serie di caseggiati scalcinati, uno stretto ponte a senso unico alternato passando su un avvallamento naturale decretò la fine del centro abitato.
Isacco accostò a destra lasciando passare le macchine provenienti in senso contrario, guardò giù nel vallone e rimase agghiacciato; nel punto più basso, una miriade di baracche di legno, cartone e plastica addossate l’una alle altre riempivano quel buco immondo.
Erano le case degli ultimi degli ultimi, osservando con occhi sgranati quel girone infernale, vide bambini giocare dentro il fango, nella sporcizia, nei loro stessi liquami, adulti rassegnati ad esalar l’ultimo respiro lì in mezzo al vallo, altri giunti da poco che guardavano i capannoni della nuova zona industriale sorti sopra alla riva, con la speranza di trovarvi un giorno un lavoro dignitoso per uscire dal pantano e, arrampicandosi sulla riva opposta, andare a vivere in una delle case scalcinate dell’ultima periferia.
Un sonoro colpo di clacson lo distolse da quella terribile realtà, il ponte era libero e una macchina premeva alle sue spalle, Isacco lo attraversò velocemente e fu come passare dall’inferno al paradiso.
La strada stretta e sfatta, aveva ceduto il posto a un’ampissima e nuovissima arteria commerciale, con diramazioni che si perdevano in mezzo a nuovissimi capannoni industriali, percorsa da furgoni e autotreni che senza soluzione di continuità entravano e uscivano dalle numerose ditte caricando e scaricando merce ventiquattro ore su ventiquattro.

“Finalmente”, sospirò, quando oltrepassata la selva di capannoni l’aperta campagna si aprì davanti al suo sguardo.
All’interno dei campi, quasi all’orizzonte, dalla foschia emergevano vecchi cascinali e qualche trattore che trascinando macchinari agricoli avanzava lentamente.
Guardando alla sua destra notò, immersa in un vasto prato verdissimo, una grande cascina risalente ai primi del novecento, accanto alla quale spiccava una chiesetta dal minuscolo campanile, sul fronte della cascina si allungava un ampio viale rettilineo ai bordi del quale correvano due altissimi filari di cipressi.
L’aveva talmente colpito quella visione, d’avanzare senza riuscire a distogliere lo sguardo. Proseguendo parallelamente al viale di cipressi la costruzione rimase alle sue spalle, riuscì a darle un ultimo sguardo dallo specchio retrovisore, poi la cascina e il viale uscirono dal suo campo visivo.
Isacco continuò a guardarsi intorno, ma il suo pensiero correva a quella cascina, avrebbe voluto vederla da vicino, ma non sapeva come arrivarci e la strada sembrava portarlo da tutt’altra parte.

“Fra duecento metri la prima strada a destra, per Cavida!”, ordinò la voce del navigatore, scuotendolo dal torpore.
All’incrociò si fermò, guardò il cartello stradale e, accertato che l’indicazione era esatta, svoltò a destra inserendosi nella strada laterale.
La strada era abbastanza stretta, due macchine affiancate faticavano a passare, la situazione era aggravata dal fatto che ai lati non vi era un’ampia panchina in terra battuta, ma due canali per l’irrigazione.
Per agevolare gli automobilisti, ogni cinquecento metri, a senso alternato, erano state create delle piazzole di svincolo; il fondo era abbastanza compatto, la strada non avanzava in modo rettilineo, ma disegnava in continuazione delle strette curve a novanta gradi seguendo l’orografia dei canali d’irrigazione, questo rendeva la guida un poco impegnativa, anche se la vista di tutti quei campi coltivati in vario modo aiutava a rendere tutto meno stressante.
Mentre affrontava l’ennesimo rettilineo, rimase sbalordito vedendo, cinquecento metri davanti a sé, allungarsi il maestoso viale alberato che conduceva alla cascina, tenendo lo sguardo fisso lungo il viale cercò di capire in che modo si chiudeva la prospettiva, ma con sua grande sorpresa, quando era oramai a duecento metri dall’inizio del viale, la strada svoltò bruscamente a sinistra e il viale si allontanò di nuovo, - è un miraggio, ti sembra di toccarlo e non riesci mai a raggiungerlo. -, pensò Isacco, mettendosi il cuore in pace.
Poi la strada svoltò decisamente a destra e dopo poco nuovamente a sinistra; inaspettatamente, dopo altri cinquecento metri, alla sua sinistra si appalesò il lungo viale alberato.

Isacco arrestò la macchina di fronte al viale, allungando lo sguardo vide la grande cancellata di ferro battuto che chiudeva l’ingresso dell’enorme cascina, controllò sul navigatore il tempo di percorrenza per arrivare a destinazione: dieci minuti, poi guardò l’ora corrente: gli restavano quaranta minuti buoni per arrivare in tempo all’appuntamento.
Quel posto lo affascinava, guardando davanti a se notò, sulla destra, una piazzola di svincolo, parcheggiò la macchina e scese, - che clima umido non pensavo facesse così caldo. -, pensò mentre chiudeva la portiera.
In effetti, dall’aria climatizzata della torre era passato direttamente alla macchina, anch’essa climatizzata, senza mai uscire all’esterno e, pur sapendo che erano giornate particolarmente bollenti, non se l’aspettava già così calda a quell’ora del mattino.
Attraversò la strada fermandosi sul bordo, ai suoi piedi correva un canale d’irrigazione asciutto, all’interno del quale, alla sua destra, un contadino impugnando un falcetto, con movimenti svelti di chi sa ben eseguire il proprio lavoro tagliava le erbacce gettandole sulla riva opposta alla strada.
Isacco non lo notò, preso com’era ad ammirare il caseggiato; dalla sua visuale riusciva a vedere il muro di cinta e la chiesetta con il piccolo campanile collegata al viale da un viottolo in ghiaia che l’intersecava tra due cipressi a metà dello stesso.
Lo colpì a tal punto quell’immagine che decise di fermarla in una fotografia, prese il cellulare e scattò una foto, poi si spostò di fronte al viale alberato e ne scattò un'altra in tutta la sua lunghezza, soddisfatto, mise in tasca il cellulare e s’incamminò per tornare alla macchina.

Prima di risalire in macchina lanciò un’ultima occhiata alla cascina, in quel momento una voce che sembrava provenire dal nulla lo scosse: “Scusi! E’ del comune o dell’immobiliare?”.
Isacco si guardò attorno sorpreso, poi, abbassando lo sguardo, vide un uomo risalire la riva; era il contadino che stava pulendo il canale.
“Buongiorno, non l’avevo vista, abita in quella cascina?”, chiese sorridendo.
“Buongiorno, si abito li, ma lei è del comune o dell’immobiliare?”, insistette con piglio deciso l’uomo.
Isacco lo guardò evidenziando un certo sconcerto; non comprendeva il senso di quella domanda.
Lo passò da capo a piedi: fisico tarchiato, capelli bianchi pettinati all’indietro, il volto bruciato dal sole, solcato da mille rughe e segnato dal duro lavoro dei campi non permetteva di assegnargli un’età certa.
Portava una camicia a quadri con le maniche arrotolate fino ai bicipiti e, incredibilmente, nonostante il caldo soffocante, sotto ad essa spuntava il collo di una maglia intima in lana, dei pantaloni neri in tessuto visivamente pesante, tenuti su da una cinghia in cuoio quasi completamente occultata dal ventre prominente, infilati dentro a degli stivali di gomma verdi alti fino al polpaccio, completavano il quadro.
“Nooo.”, disse dopo averlo squadrato per bene e sorridendo proseguì: “Sono un giornalista, ero diretto a Cavida e sono rimasto affascinato da quel viale, così mi sono fermato a scattare una foto… mi tolga una curiosità, è lei il proprietario di tutto il complesso?”.
L’uomo si rattristò: “Si magari... sono solo l’affittuario, tutto quello che vede, compreso i campi, è del comune.”.
“Non mi dirà che coltiva tutti quei campi da solo?”, replicò sbalordito Isacco.
L’uomo finalmente accennò un sorriso: “Per chi mi ha preso? Per superman? Sa quanti anni ho sul groppone? Fra un mese sono settantotto; noo, da solo non ci riuscirei nemmeno se ne avessi ventotto, li mando avanti con i miei quattro figli.”.
“Bravi... ma non avete mai pensato di ritirare voi la proprietà dal comune? So che l’anno scorso molti comuni avevano deciso di alienare i terreni agricoli non remunerativi agli affittuari, a prezzi di favore.”.
Nel cuore del vecchio contadino si riaprì una ferita mai chiusa, il volto s’indurì, fissò Isacco fin nel profondo degli occhi: “Lei è un giornalista?”, domandò con tono duro, puntando l’indice contro di lui.
Poi attraversò la strada, arrivato accanto alla macchina, si girò, incrociò le braccia sul petto e guardò la cascina: “Venga qua! Gliela racconto io una bella storia!”.
Isacco incuriosito si avvicinò al vecchio ponendosi alla sua destra, il contadino indicando con il braccio teso un albero alla sua sinistra proseguì: “Vede quel rovere la in fondo?”.
“Lo vedo!”, rispose Isacco, seguendo con lo sguardo il braccio teso del contadino.
Il vecchio ruotò il braccio di centoottanta gradi indicando un punto indefinito all’orizzonte: “Bene! Da quel rovere fino là in fondo dove si trova il grande parcheggio della metropolitana, è tutta proprietà del comune. Dentro quest’area si trovano otto cascine circondate dal loro bell’appezzamento di terreno agricolo, terra grassa ottima da coltivare. Ma non essendo il suo lavoro ventotto anni fa il comune decise di cedere in comodato d’uso gratuito ai contadini le cascine, a patto che essi si prendessero cura della manutenzione dei fabbricati, dei canali d’irrigazione e coltivassero i campi. Era una spesa non indifferente e un lavoro molto pesante, alla fine si trovarono otto famiglie disposte ad accettare l’offerta. Io e i miei figli prendemmo questa, abbiamo lavorato duro per anni, comunque non ci siamo mai lamentati il lavoro non ci fa certo paura e riusciamo a vivere dignitosamente mettendo da parte anche qualche soldino tutti gli anni. Non tutti sono stati fortunati come noi, in altre famiglie non se la sentirono più di fare questa vita, preferirono cercarsi un lavoro in città, avere più tempo libero per il divertimento, io non li biasimo, ognuno è libero di fare le proprie scelte, Comunque! per farla breve, oggi solo tre di quelle cascine sono rimaste in mano ai contadini, tutte le altre stanno andando in malora. Allora l’anno scorso per salvare il salvabile, il comune cosa t’inventa per fidelizzare i contadini... decide di vendere le cascine a prezzo di favore con pagamento trentennale senza interessi a chi s’impegna a mantenerle e coltivare i terreni, lasciando agli affittuari il diritto di prelazione. Ci siamo riuniti, abbiamo fatto i nostri conti, bisognava fare dei sacrifici, grossi sacrifici, ma in cambio avremmo avuto la possibilità di far crescere i nostri nipoti in un posto splendido come questo, di trasmettere loro l’amore per la terra, invece che farli crescere in mezzo alla baraonda della città, dove alla fine molti giovani finiscono per perdersi… accettammo la proposta!”.
“Alla fine è andato tutto bene, sono felice per voi.”, lo interruppe Isacco, guardando l’orologio tentò di far capire al vecchio in modo educato che era in ritardo e doveva proprio andare.
Il vecchio lo capì, ma allo stesso tempo voleva concludere il suo racconto, anche perché alla fine nonostante quello che pensava Isacco non era andata affatto bene.
Si alterò leggermente e alzando il tono proseguì. “Mi faccia finire! Non è andata come crede lei! Un mese fa si sono presentati da noi quattro uomini in rappresentanza dell’immobiliare: Sinti spa. Avevano comprato dal comune le altre cinque cascine e ora volevano comprare anche le nostre. Ci spiegarono che su questi terreni sarebbe sorta una nuova città con parco divertimenti, centro commerciale e altro ancora, l’offerta era buona, oltre al denaro ci veniva offerto un appartamento per ogni famiglia nel nuovo centro residenziale e un lavoro fisso per i nostri figli nel centro commerciale. Riuscirono a convincere un proprietario, ma non noi e un altro, noi volevamo tenerci la nostra terra. A quel punto uno dei: quattro cavalieri dell’apocalisse, presumo il legale della società, intervenne e con un tono calmo ci spiegò: - Vedete l’acqua dei canali d’irrigazione arriva da su, dai nostri terreni. Fra poco apriremo i cantieri e saremo costretti a interrare i canali, l’acqua non arriverà più fino a voi e senza non potrete coltivare i campi, alla fine sarete costretti a vendere i terreni per quattro soldi, accettate un consiglio, parlo nel vostro interesse, vendete adesso! -. Ci alzammo dal tavolo urlando: - Non potete fare questo la legge non ve lo permette! -.”, concluse urlando il vecchio contadino, mentre agitando l’indice davanti allo sguardo basito di Isacco, mimava la scena madre di quell’incontro scontro.
Rimise le braccia in conserta, sbollì l’ira e proseguì moderando il tono. “Il legale non fece una piega, senza alterarsi minacciò: - Ha ragione la legge non lo permette, ma lo sa lei che per far valere i suoi diritti dovrà rivolgersi a un avvocato e fare una causa che noi possiamo permetterci di portare avanti per anni? Nel frattempo come farete a coltivare i campi senza l’acqua? Non guadagnerete più nemmeno un euro e in più dovrete sopportare ingenti spese legali, quanto tempo pensate di poter resistere in quelle condizioni? Datemi retta, la nostra è un’ottima offerta accettatela! -. Il giorno dopo siamo andati dal sindaco, pensavamo potesse aiutarci a sconfiggere quegli avvoltoi, ma quel porco venduto al nemico ci consigliò senza troppi giri di parole di cercare un accordo con l’immobiliare. Abbiamo scritto ai giornali, non abbiamo avuto risposta, alla fine abbiamo dovuto capitolare e accettare l’offerta. Così fra sei mesi dobbiamo sbaraccare tutto! Adesso, lei che come dice è un giornalista… mi dica, perché i giornali a cui abbiamo scritto non mandarono nessuno ad ascoltare le nostre ragioni? Glielo dico io... a voi, giornalisti, interessa mantenere buoni rapporti con chi conta davvero, anche se sono nel torto! E non volete o non potete rischiare di inimicarveli difendendo i diritti legittimi di venti poveri cristi!”.
Sorridendo amaro attraversò la strada, si sedette sul bordo del fosso, si lasciò scivolare sul fondo e concluse con rabbia: “Ci pensi e se riesce a darsi una risposta, onesta, me lo faccia sapere!”.
Isacco non rispose, lanciò un’ultima occhiata all’uomo che nel frattempo aveva ripreso il suo inutile lavoro di pulizia e risalì in macchina.

- E’ incredibile l’amore che nutre quel vecchio per la sua terra, nonostante sappia che debba abbandonare tutto fra sei mesi, continua a curare tutto come se niente dovesse cambiare. -, pensava, mentre lentamente s’immetteva sulla strada.
Avrebbe voluto spiegare a quel vecchio che no, non era esattamente così, che la sua storia non interessava ai giornali perché purtroppo non interessava ai lettori.
Che cosa avrebbero potuto scrivere, che un immobiliare intendeva costruire case, creare benessere e posti di lavoro per molta gente su un terreno del comune e, venti contadini, combattevano contro la realizzazione del progetto per mantenere il godimento di quelle terre solo per se?
Con l’endemica carenza di case e posti di lavoro in pochi avrebbero compreso la posizione assunta dal giornale.
Avrebbe voluto dire a quel vecchio. “Guardi lei è ha ragione, la legge è dalla sua parte, ma in una polveriera multietnica come Milano, la legge va piegata a favore della pace sociale, lei vive in un mondo a parte destinato a sparire per lasciare spazio alla grande metropoli.”.
Avrebbe voluto, ma non se l’era sentita di aprire un'altra ferita nel cuore di quel vecchio così attaccato alla sua terra, che nonostante la stagione dell’irrigazione non sarebbe mai più arrivata, testardamente, sperando forse in un miracolo, continuava a pulire le rive dei fossi.

CONTINUA



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