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lavoro pubblicato lunedì 13 giugno 2016
ultima lettura lunedì 16 settembre 2019

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Rifiorirà il tuo tempo: capitolo 4

di vecchiofrack. Letto 505 volte. Dallo scaffale Amore

CAPITOLO QUATTRO: MISSIONE NEL QUARTIERE SPAGNOLOAlla fine una domanda era rimasta senza risposta, martellandogli il cervello in continuazione: a cosa serviva quell’arma, oramai innocua?- La donna delle pulizie dovrebbe aver finito di rassettare ...

CAPITOLO QUATTRO: MISSIONE NEL QUARTIERE SPAGNOLO


Alla fine una domanda era rimasta senza risposta, martellandogli il cervello in continuazione: a cosa serviva quell’arma, oramai innocua?
- La donna delle pulizie dovrebbe aver finito di rassettare l’appartamento. -, pensò guardando l’orologio, appena terminata la colazione.
Cercò sulla rubrica del cellulare il numero di Carlos e lo chiamò.
“Salve sono Carlos.”, rispose una voce dal cellulare.
“Ciao Carlos, sono Isacco, devo vederti prima possibile, ho una foto da mostrarti, credo sia dell’uomo che hai visto nel magazzino.”.
“Ah... va bene, ma ora non posso muovermi sto lavorando, inviamela sul cellulare, la guardo e ti do subito una risposta.”.
Isacco ragionò sul da farsi, decidendo che era meglio di no; con il bisogno di denaro che assillava Carlos, tenendo quella foto nella memoria del cellulare poteva essere tentato di venderla assieme al resto della storia a qualche altro giornalista.
“Preferisco fartela vedere personalmente, dimmi dove e quando.”, rispose alla fine.
“Come vuoi, io stacco stasera alle dieci e vado a lavare i piatti alla pizzeria: Marios, nel quartiere spagnolo, ti va bene vederci la?”.
Isacco si smarrì un attimo, non sapeva cosa rispondere, il quartiere spagnolo, così chiamato perché abitato da immigrati di madre lingua ispanica provenienti dal sud America, era uno dei più malfamati della metropoli, e lui che di sera non usciva nemmeno per fare quattro passi in centro, proprio non se la sentiva di recarsi là, ma aveva urgentemente bisogno di capire chi era l’uomo della foto.
Doveva mandare qualcuno di cui si fidava e che sapesse muoversi in ambienti poco raccomandabili. Dopo un attimo di riflessione trovò la soluzione: “Stasera non posso, ho un altro impegno, manderò Giulio.”.
“Come vuoi, dalle dieci e mezza io sarò in pizzeria, quando arriva digli di chiamarmi, io andrò in bagno, mi seguirà e mi mostrerà la foto. Ora devo andare mi stanno chiamando, ciao Isacco.”, tagliò corto Carlos.
“Non si sarà mica offeso?”, disse fra se Isacco, pensando al modo brusco con cui aveva interrotto la telefonata, guardò lo schermo del cellulare, verificò che la comunicazione fosse stata chiusa, lo spense e ritornò nell’appartamento.

Accese il computer e provò a collegarsi con la casa di Giulio in videofonia, dopo qualche secondo di attesa sullo schermo apparve il volto assonnato di Giulio: “Ciao Giulio, ero sicuro di trovarti ancora a casa, scommetto che ti ho svegliato.”, disse sorridendo.
“Certo che stavo dormendo, la vita notturna è appagante ma anche molto stancante, ma sicuramente tu non hai di questi problemi, non esci mai!”, replicò sempre in tono scherzoso Giulio.
“Va beh... lasciamo perdere e veniamo alle cose serie. Ascolta devo vederti ho un incarico urgente per te.”.
“Ok, dimmi dove ti trovo.”.
“Sto andando in ufficio, mi trovi lì fino alle quindici, ti aspetto!”.
Giulio controllò a video l’agenda degli appuntamenti e rispose: “Ok, facciamo così, ho un appuntamento alle undici, dovrei liberarmi in mezz’ora, diciamo che sarò da te fra le dodici e le tredici, ti va bene?”.
Isacco, annuendo soddisfatto, rispose: “Va benissimo, ora ti lascio alle tue faccende…stammi bene.”.
“A più tardi.”, concluse Giulio.
Isacco spense il computer, aprì il cassetto della scrivania usando la chiave che teneva in tasca, prese la fotografia richiuse il cassetto e si recò nel suo ufficio.

Seduta alla sua postazione, di fianco alla porta dell’ufficio, la segretaria vedendolo arrivare prese dei fogli e, salutandolo, glieli porse: “Ciao Isacco, sono una trentina di mail, ho scelto le più interessanti, se alla fine ne vorrai delle altre, fammelo sapere.”.
Isacco prese i fogli dalle mani di Chiara, così si chiamava la sua segretaria, guardandoli di sbieco valutò la consistenza e rispose: “Ciao Chiara, ti ringrazio per la premura, ma penso che questi bastino e avanzano… piuttosto! Volevo dirti, conosci Giulio? Dovresti, è venuto tre a quattro volte in ufficio!”.
Chiara annuì muovendo il capo e rispose. “Penso ti riferisca a Giulio Ansaldi... certo che lo conosco.”.
Soddisfatto della risposta Isacco completò il suo pensiero: “Proprio lui, deve venire da me per del lavoro, appena arriva mandalo subito in ufficio. Se mi cercasse qualcun altro, di loro che sono impegnato e non posso riceverli.”, poi entrò nel suo ufficio e chiuse la porta.

Era quasi mezzogiorno e aveva risposto a una quindicina di mail quando la segretaria schiuse la porta e infilando la testa all’interno esclamò: “Scusa se ti disturbo, il signor Ansaldi è arrivato.”.
“Fallo entrare!”, esclamò Isacco, la segretaria spalancò la porta e lo fece passare, richiudendola subito dopo.

Giulio si sedette di fronte a Isacco che, appoggiandosi allo schienale della poltrona, lo pungolò immediatamente: “Ti vedo ben sveglio, un'altra persona rispetto a due ore fa.”.
Giulio non si fece cogliere impreparato e replicò prontamente: “Io invece ti trovo un po’ stanco, mi sembravi più sveglio un paio d’ore fa.”.
“Hai ragione, rispondere ai lettori mi asciuga il cervello, ma devo farlo, sai com’è, serve a fidelizzarli… almeno così dicono gli esperti.”, chiosò Isacco, poi prese la foto che teneva sul tavolo, la porse a Giulio e proseguì: “Vedi quest’uomo? Ho ragione di credere che sia l’uomo visto da Carlos in quel magazzino, l’ho contattato per mostrargli la foto, ma non aveva tempo.”.
“E qual è il problema? Mandagliela sul cellulare e aspetta la risposta.”, lo interruppe Giulio.
Isacco fece cenno di no e continuò: “Bravo! Così quello si tiene la foto in memoria e, assieme alla storia, la vende a qualcun altro… no! Non va bene. Mi ha dato appuntamento questa sera dopo le dieci e mezzo nella pizzeria dove fa il lavapiatti, nel quartiere spagnolo, per questo mi serve il tuo aiuto, devi prendere la foto e mostrarla a Carlos. Sei l’unico che conosca che ha il fegato per girare di notte in quei quartieri; non ho ancora ben capito se è solo incoscienza, o se hai un metodo personale per evitare guai.”.
Giulio sorrise compiaciuto e rispose: “Non ti preoccupare, ho i miei angeli custodi, dimmi con precisione cosa devo fare.”.
Isacco gli spiegò tutto, poi concordarono di rivedersi dopo la mezzanotte al belvedere del bar della torre, infine si salutarono e Giulio lasciò l’ufficio chiudendosi la porta alle spalle.

Giulio girava abitualmente di notte per i quartieri malfamati delle periferie, lo richiedeva il suo lavoro d’informatore; ma non era certamente un incosciente e nemmeno uno sprovveduto, prima di addentrarsi per quelle strade era d’uso prendere le sue precauzioni.

Alle dieci antimeridiane, Giulio arrestò la macchina accanto all’ingresso della metropolitana, nei pressi della torre quattro, spense il motore appoggiò la testa al sedile e, guardando verso il sottopasso, rimase in attesa.
Poco dopo, due uomini salirono dal sottopasso e si guardarono attorno, Giulio accendendo i fari attirò la loro attenzione, allora i due si diressero verso di lui.

Vederli avanzare appaiati, era impressionante: alti circa un metro e novanta, corpo scolpito da anni di lavoro in palestra, testa rasata con baffi e pizzetto ambedue, uno: Jesus, messicano di carnagione olivastra, l’altro: Adriano, brasiliano di colore.
Le teste rasate risultavano sproporzionate, piccole in rapporto alle dimensioni del collo ipertrofico collegato alle spalle senza soluzione di continuità, la canottiera nera aderentissima sembrava dipinta su quegli immensi toraci, le braccia, simili a due tronchi d’ulivo, erano ricoperte di tatuaggi a pioggia, un cinturone di cuoio dall’enorme fibbia cromata teneva su i larghi pantaloni mimetici, chiusi in fondo da enormi anfibi militari neri.
Erano loro gli angeli custodi di Giulio, il quale, quando gli furono vicini scese dall’automobile, esibendo la sua innata eleganza mostrandosi di nero vestito: giacca dalla linea morbida, sotto alla quale spuntava una maglietta a girocollo nera, pantaloni abbastanza larghi chiusi in alto da una sottile cinghia di pelle nera con una piccola fibbia cromata oro, mentre in basso andavano ad appoggiarsi su dei mocassini in morbida pelle nera portati senza calzini, come sempre, un abbigliamento di gran classe, al contrario degli altri due.

Parlottarono fra loro, poi Giulio si sedette sul sedile posteriore, Jesus si mise alla guida con Adriano seduto al suo fianco e si diressero verso il quartiere spagnolo.
Giulio, grazie ai vetri oscurati non era visibile dall’esterno, mentre erano ben visibili, grazie ai vetri chiari e al loro fisico imponente, Jesus e Adriano; quello era il loro compito, mostrarsi e fungere da deterrente per i malintenzionati che stazionavano lungo i marciapiedi, ai semafori e a ogni angolo di strada.

Alle dieci e trenta la macchina si fermò davanti alla pizzeria, Giulio prese il cellulare e chiamò: “Ciao Carlos sono qui fuori.”.
“Ciao Giulio, entra vai al banco, ordina da bere e aspetta, quando mi vedrai passare dietro al bancone e andare in bagno seguimi, all’interno troverai tre porte, io sarò in quella centrale, dai tre colpi e io ti aprirò.”, rispose Carlos dalla cucina parlando a bassa voce, guardandosi intorno con circospezione.

Giulio disse a Jesus di seguirlo, mentre Adriano scese dalla macchina e si appoggiò al cofano incrociando le braccia sul petto, come un monumentale guardiano messo lì per disincentivare i ladri di automobili che in quella zona agivano indisturbati; la sua possanza fisica valeva mille volte il più sofisticato degli antifurti.

I due si sedettero al bancone e ordinarono da bere, quando Giulio vide Carlos passare dietro al bancone e aprire la porta del bagno, attese qualche minuto, poi fece cenno a Jesus di seguirlo.
Jesus si appoggiò alla parete dell’antibagno accanto alla porta d’entrata, Giulio si diresse verso la porta centrale delle toilette, bussò tre volte con le nocche, Carlos sbloccò la porta e lo fece entrare.
Stretti in quel posto angusto e maleodorante non pronunciarono una parola; Giulio prese dalla tasca interna della giacca la foto, Carlos la guardò per qualche istante e, senza esitare, fece cenno di sì, Giulio sorrise, rimise in tasca la foto e uscì.
Jesus aprì la porta dell’antibagno fece passare Giulio, lo seguì e uscirono dal locale; Adriano vedendoli arrivare, abbandonò la posizione da antifurto umano e salì in macchina, Giulio salì dietro, Jesus si sedette al posto di guida, accese il motore e partì.

Da quando erano scesi dalla macchina a quando erano entrati nel locale e poi riusciti per risalire in macchina, nessuno aveva avuto il coraggio di guardare quei tre uomini, se non di soppiatto.
La presenza di quei due marcantoni accanto a quell’uomo così elegantemente vestito aveva raggiunto lo scopo voluto; far credere agli avventori e a quelli all’esterno del locale, di trovarsi di fronte a un boss della malavita, da trattare con ossequio, o meglio ancora fingendo di non averlo mai visto.
Solo quando la macchina si stava oramai allontanando, quelli all’esterno del locale trovarono il coraggio di alzare lo sguardo, giusto in tempo per vedere la sagoma posteriore della macchina sparire in fondo alla via.

Poco dopo le ventitré arrivarono alla fermata della metropolitana da dove erano partiti, scesero dalla macchina, Giulio prese del denaro dalla tasca della giacca, lo porse a Jesus come compenso per il lavoro svolto e ringraziò entrambi, dopo essersi salutati, Iesus e Adriano si allontanarono e Giulio li vide sparire nel sottopasso mentre si accingeva a salire in macchina.

Seduto a un tavolino sulla terrazza panoramica del bar, Isacco sorseggiava una tazza di the, guardando all’orizzonte notò il numero della torre dodici illuminato di verde, controllò al suo orologio; erano oramai le dodici e trenta.
- Strano che non sia ancora arrivato, speriamo non gli sia successo niente. -, pensò, preoccupato per l’amico, mentre girava lo sguardo verso l’ingresso.
In quel preciso istante Giulio apparve all’ingresso; prima di recarsi all’appuntamento con Isacco era passato da casa a lavarsi e cambiarsi d’abito; vestito nell’identico stile di prima, aveva però cambiato i colori: giacca e pantaloni bianchi, maglia cintura e mocassini grigio tenue e, per finire in bellezza, la fibbia della cinghia da cromata oro a cromata argento.
Con passo deciso passò in mezzo ai tavoli e raggiunse quello dove era seduto Isacco.

“Finalmente! Mi stavo preoccupando.”, sospirò Isacco, mentre l’altro sorridendo si accomodava sulla sedia davanti a lui.
“Scusa il ritardo, ma son dovuto passare da casa a fare la doccia e cambiarmi d’abito.”, rispose tranquillamente Giulio.
“Mah... io non ti capisco, mi sembravi già ben vestito oggi… toglimi una curiosità, ma quante volte ti cambi d’abito durante la giornata?”, chiese Isacco.
Giulio aprì la giacca e, tenendola aperta con le due mani, rispose: “Tutte le volte che è necessario… di questi, ne ho quattro neri e altrettanti bianchi, durante il giorno, con il cielo azzurro indosso quelli neri, di notte con il cielo nero quelli bianchi; inoltre questa notte alle due sono invitato a una festa alla torre quattro, non potevo certamente presentarmi con un vestito indossato da questa mattina senza fare neppure una doccia! Mi era rimasto addosso l’odore della miseria che aleggiava in quella pizzeria.”.
Dopo una gran risata, proseguì: “Adoro i contrasti cromatici fra me…”.
Fece una breve pausa, staccò le mani dai bordi della giacca e, disegnando con le mani un arco davanti a se, concluse: “E il cielo... saper vestire è un dono e, mi spiace dirtelo, non ti appartiene!”.
“Anche la modestia è un dono… e quella, di sicuro, non appartiene a tè!”, replicò piccato Isacco.
Giulio fissò per un attimo lo sguardo dall’espressione seria e soddisfatta dell’amico. “Touche!”, sibilò e, portando in alto le mani in segno di resa, si sciolse in una risata sarcastica.
L’ombroso Isacco lo fulminò con il suo sguardo profondo, Giulio comprese che quello che lo attraversava da parte a parte era un segnale d’insofferenza e non attese che gli si dicesse di cambiare tono; prese dall’interno della giacca la foto, la posò sul tavolo girandola verso Isacco e trionfalmente esclamò: “E’ lui…è l’uomo che Carlos ha visto nel magazzino!”.
Isacco guardò la foto, sospirò e allargando le labbra in una specie di sorriso, disse. “Ne ero certo!”.
Ritrovata l’armonia, ripresero il dialogo, Giulio chiese chi era l’uomo della foto, ma Isacco non aveva intenzione di rendere partecipe l’amico su quello che aveva scoperto, pregandolo di non fargli domande sull’argomento, gli promise che al momento giusto gli avrebbe raccontato tutta la storia.
Giulio guardò l’orologio: era l’una passata, disse che doveva andare, allora Isacco lo salutò aggiungendo con un consiglio: “Ciao Giulio, cerca di andare a letto prima dell’alba qualche volta, non vedi le occhiaie che ti ritrovi.”.
“Non ti preoccupare, so badare a me stesso, piuttosto cerca di uscire anche tu qualche volta di notte, non fossilizzarti qua dentro… cogli l’attimo Isacco! Vivi l’attimo se non vuoi vivere di rimpianti!”.
Sorridendo si alzò e, con portamento regale, elegante nel suo candido vestiario, attraversò la terrazza passando in mezzo ai tavoli sotto lo sguardo incuriosito degli avventori, dirigendosi all’uscita; Isacco lo seguì con lo sguardo affascinato, non dal fisico imponente, né dalla sua innata eleganza, o dal portamento regale che non lo faceva passare inosservato agli occhi dei più, ma dal suo modo incredibilmente leggero di prendere la vita.
Chiese al cameriere di portargli un'altra tazza di the e dopo averlo sorseggiato con calma, rimase ancora qualche minuto seduto guardando l’orizzonte, soddisfatto per come stavano procedendo le cose, cominciò a pensare in che modo proseguire le indagini.
Infine si decise: “E’ ora di andare a dormire.”, disse fra se guardando la torre con il numero illuminato di verde; scostò la sedia, si alzò e si diresse verso casa.

Sentiva il bisogno di riposare e riordinare le idee, la prossima alba poteva essere quella del giorno decisivo per la sua inchiesta.
Anche quella notte ci mise più del solito ad addormentarsi, l’eccitazione e la mente occupata da mille pensieri gli impedivano di prendere sonno, finalmente dopo un paio d’ore cadde fra le braccia di Morfeo; era quasi l’alba, ma nonostante questo il mattino dopo si svegliò prima del solito e si preparò velocemente per uscire, carico al punto giusto.

CONTINUA



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