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lavoro pubblicato venerdì 10 giugno 2016
ultima lettura sabato 24 ottobre 2020

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Tutto Ciò Che Sogni- CAPITOLO 1

di luke676. Letto 385 volte. Dallo scaffale Sogni

Lo immaginavo : non ricordo più l’incipit di questo… come voglio chiamarlo? Romanzo? Racconto? Riflessione? Preferisco assegnargli il comune nome “scritto”. Non amo molto etichettare le cose; eppure chi mi conosce mi con...

Lo immaginavo : non ricordo più l’incipit di questo… come voglio chiamarlo? Romanzo? Racconto? Riflessione? Preferisco assegnargli il comune nome “scritto”. Non amo molto etichettare le cose; eppure chi mi conosce mi considera molto selettivo. Erano giorni che avrei voluto scrivere una nuova storia, ma è un periodo vuoto : uno di quei periodi dove l’ispirazione tarda ad arrivare. Tutto profuma di vecchio e gli avvenimenti giornalieri sono di una banalità sconcertante. Quando spengo lo stereo o la televisione, cade un silenzio fastidioso : sembra quasi che i rumori all’esterno smettono improvvisamente, comunicandomi che non c’è niente di nuovo. Per fortuna, sempre grazie a tutto ciò che vedo, tocco e sento, l’ispirazione seppur lieve e tarda, è arrivata anche questa volta. A darmi l’idea di stendere questo “scritto” è stata una fotografia. Un’ immagine che osservai durante la ricorrenza del 25 aprile, uno di quegli scatti che risveglia parecchi ricordi. Un sorriso sforzato si disegnò sul mio volto : ero proprio ridicolo con quello smoking e quella cravatta che impiegai secoli ad annodare. Il mio occhio sinistro era semichiuso per l’abuso alcolico, mentre la mia mano si appoggiava alle gracili spalle di Alessio. Alla nostra destra vi erano un gruppo di persone a reggere calici di vino e spumante. Lo sfondo è quello della maestosa Villa Garbo, con il suo immenso giardino e il terreno ricoperto di sassi. Lei era così bella, lo è sempre stata : un lungo abito bianco le scopriva le spalle avvolgendole maestosamente i seni in due coppe generose. Il velo lo aveva abbandonato poco prima, dicendo che le scompigliava l’elegante acconciatura; l’avrebbe indossato solamente quando sarebbe giunto il momento della grande promessa.

Il fisico possente di Roberto vestiva un abito vittoriano di colore grigio scuro; con la barba accorciata il suo viso acquistava un aria decisamente pulita, anche se i capelli arruffati a metà orecchio gli donavano sempre quel senso di trasandato.

Ricordai il suo famoso discorso a fine cerimonia. I fumi dell’alcol modificarono la sua voce già di per se greve e grossolana, facendolo barcollare a tal punto da farmi temere che sarebbe cascato sopra la tavola alle sue spalle. “Volevo preparare un discorso…”. Esordì tra i nostri applausi e i fischi d’incoraggiamento. “Volevo preparare un discorso, ma non l’ho fatto… però, quando io e Clara siamo entrati qui abbiamo visto che non ce n’era bisogno, perché tutto questo è stato abbastanza”. Una pioggia di applausi senza precedenti.

Già, proprio un piacevole ricordo. Era stata una lunga giornata di metà aprile di molti anni fa. Al tempo io e Lucia avevamo appena deciso di intraprendere la nostra convivenza, anche se lei per tutto il giorno continuò a ripetermi : “Amore, quand’è che anche tu mi porterai all’altare?”. Clara invece, continuò a chiedermi se il vestito le donava e se aveva il trucco a posto.

“Sei bellissima”. Le risposi più volte. Alle mie lusinghe, i suoi verdi occhi guardavano verso il basso e le guance si tingevano del colore di uno stupendo tramonto.

Ad un certo punto della serata, andai a sedermi a braccia aperte sopra un dondolo in un angolo di quell’enorme giardino.

“Lucone, non ce la fai più eh? Sono i finiti i tempi del Country Star!”. Gridò Beppe per sfottermi.

Lucia, dopo i suoi rimproveri, si rassegnò a pettegolare con le altre amiche presenti, tenendo comunque l’occhio vigile su di me.

Con la vista annebbiata vidi qualcosa di bianco avvicinarsi. Clara si sedette al mio fianco facendo scricchiolare il dondolo.

“Tirati su di qui! E’ peggio se resti in questa posizione!”.

“Io… vedo gli uomini scendere dai lampioni!”. Le dissi per rimembrare una celebre frase dei vecchi tempi. Lei rise, mentre tentai di alzarmi per assumere una posizione decisamente più presentabile.

“Allora come ti è sembrato?”.

“Cosa?”. Le domandai passando la mano tra i capelli.

“Tutto…”.

“Oh beh, stupendo! Tutto organizzato splendidamente e… Cla, sono felice per te!”.

“Grazie, siete stati fantastici tu e Lucia, come tutti del resto…”.

Barcollando, mi alzai. Lei fece lo stesso, senza però restare vittima dei troppi bicchieri di Blanc De Noir.

“Luca…”. Vidi la sua mano stringermi il braccio.

“Si?”. Anche se la mia vista non era del tutto ritornata nitida, notai il suo sguardo preoccupato.

“Vieni, è ancora tempo di fare altre foto…”.

Ci dirigemmo nella sala da pranzo, dove il mio fegato fu messo ancora a dura prova. Preferisco dimenticare le espressioni che assunsi in quelle foto, che fortunatamente non ho mai avuto occasione di vedere.

Ci vollero quattro giorni per “rientrare nelle grazie” di Lucia. Lunghi silenzi conseguono alle serate in cui alzai il gomito più del dovuto. Quella volta raggiungemmo il record di quattro giorni, interrotti con il suo solito : “Io non ce l’ho con te, ma non sopporto proprio quando bevi!”. Strano, le prime volte che uscivamo insieme dovevo sempre scendere dalla macchina ad aiutarla ad aprire il cancello di casa. “Poi si cambia…”. Dice lei.

Ma perché si cambia? Più che “cambiamento”, la sua la definirei “rinuncia forzata”; un altro modo di giustificare una vita fatta di regole assurde che altri le hanno imposto. Quando la conobbi, Lucia andava contro ogni tipo di privazioni imposte soprattutto dai cosiddetti “superiori” o da chiunque crede di “essere più in alto di noi”. Feci la sua conoscenza quando entrambi lavoravamo alla R.S.A. Lampugnani di Nerviano. Io avevo appena terminato il corso di O.S.S. (Operatore Socio Sanitario), mentre lei prestava già servizio in struttura da anni. Durante il mio breve periodo lavorativo, mi affiancarono a Piera : una quarantenne dai capelli rossi cotonati con un carattere più acido dell’aceto. L’unico sollievo di quel lavoro, che poi abbandonai per dedicarmi all’assistenza domiciliare, era vedere Lucia e farci lunghe chiacchierate nelle pause. Scoprimmo di avere molti interessi in comune, oltre all’attrazione fisica. La statura bassa, gli occhi neri penetranti e i lunghi capelli lisci e castani, furono alcuni dei particolari che mi fecero innamorare. Il suo corpo assomiglia tanto a quello di una venere, tanto soffice e delicato. Adoravo anche la sua generosità e la capacità di ascolto. Quando decidemmo di metterci insieme, diventò la ragazza che ho sempre odiato : imitava il mio modo di vestire, di apparire e anche il mio modo di parlare. Disse che per lei la relazione ideale era quella in simbiosi, ovvero : non era decisa a mollarmi neppure un secondo.

Poco a poco, e riguardo a questo non smetterò mai di darmi la colpa, vidi tutti i miei amici scomparire : li vedevo solamente una volta alla settimana al bar per un birra, senza più confidare gioie, dolori e aneddoti divertenti. Lucia ottenne il suo scopo. L’unica amica che non riuscì a farmi “abbandonare” fu Clara, la mia compagna di giochi d’infanzia. I tentativi di Lucia furono molti, visto che non le andava a genio nessuno che le presentavo, ma con Clara le cose andarono diversamente. Il carattere possessivo di Lucia venne piegato dal nostro forte legame d’amicizia, aiutato dalla mia buona volontà a non cadere ancora in ridicoli errori.

La vidi rassegnarsi per la prima volta, osservando la loro amicizia nascere ed evolversi.

Parecchi anni fa, ci fu un periodo in cui persi di vista Clara. Dopo aver concluso l’ultimo anno di liceo scientifico, ottenendo il massimo dei voti, decise di accettare una proposta di lavoro a Londra. Riuscivo a sentirla quando si collegava da un Internet Cafè, comunicando tramite il vecchio sito di studenti.it. Tra tutti quegli Hermes, mi disse che aveva conosciuto un ragazzo londinese che lei chiamava Ralph. A soli diciannove anni, pensò di avere trovato l’amore della sua vita, ma quando ritornò in Italia qualcosa nel suo sguardo era cambiato. Di fronte a me non c’era più la bambina con cui giocavo a “un due tre stella”, ma una splendida donna. Fece crescere i suoi capelli biondi, abbandonando il taglio a caschetto che portò fino ai diciotto anni. Il fisico, pur sempre formoso in passato, si abbellì di graziose forme. Il petto gonfiava amorevolmente la bianca t-shirt, facendo intravedere un nero reggiseno in pizzo. Le labbra graziosamente sottili e autrici di sublimi sorrisi, presentavano un rossetto smagliante. Il volto rotondo, con le guance piene di salute, era rimasto lo stesso; forse leggermente pallido, ma sempre caratterizzato da un aria fanciullesca. Furono gli occhi a subire un mutamento : al loro interno non si leggeva più la spensieratezza dell’infanzia e dei ricordi piacevoli, ma bensì rammarico e sofferenza.

Clara mi spiegò che la sua fiducia negli uomini aveva raggiunto un punteggio assai basso. Ralph le fece credere che le favole esistono ancora. Lei non si arrese, decidendo che era ancora il caso di riprovarci.

Qualche anno dopo conobbe Roberto, incallito giocatore di rugby e titolare della ditta Oldani Ricambi. Non persi nemmeno un dettaglio della loro storia. Ogni volta che Clara ci litigava, veniva a confidarsi con me. Viceversa, quando litigavo con Lucia non vedevo l’ora di scriverle per leggere le sue risposte di incoraggiamento. Incominciammo ad uscire in coppia, dove ebbi l’occasione di conoscere meglio Roberto.

Durante quelle uscite desiderai tanto possedere la sua forza di carattere, la sua abilità a risolvere qualsiasi situazione, ma allo stesso tempo non volevo essere lui. Non lo vidi baciare Clara nemmeno una volta, se non durante il loro matrimonio. Clara mi confidò che nelle quattro mura di casa era ancora peggio : “Scopiamo perché si deve scopare. Se non lo facciamo c’è qualcosa di sbagliato”. Mi spiegò che non sarebbe mai capace di piangere di fronte a lui o di avere il coraggio di urlagli in faccia tutte le sue pene. Una sera mi disse : “Capisci che ho paura a mollarlo? Se dovessi farlo, questo va al Sunflower si ubriaca, prende la macchina e si ammazza contro il muro”. Poco dopo, vista l’ennesima riappacificazione, non me ne parlò più. Parve che la loro storia proseguì a gonfie vele fino al matrimonio. Certo ci furono ancora litigi e incomprensioni, ma poco prima del matrimonio rividi Clara felice come un tempo. Spensierata, mi espose che lei e Roberto avevano trovato il giusto equilibrio. Fui contento per loro, ma lo fui di meno riguardo il mio rapporto con Lucia. Mi chiesi più volte se tutto ciò era davvero quello che desiderai nella vita, cioè : convivere con una ragazza “normale” senza problemi mentali e casi di suicidio in famiglia. La mia indole ha sempre avuto la calamita verso ragazze problematiche le quali, dopo avermi raccontato la storia della loro vita, mi stufavano peggio di un reality show. Lucia non ebbe grandi cose da “raccontare”, facendomi più volte porre la domanda : “Ma a questa cosa le piace??”.

L’improvviso positivismo di Clara fece nascere un sospetto : dentro di me sentii che non mi aveva raccontato tutto riguardo la sua relazione con Roberto; il presentimento che un grande macigno le pesasse sul cuore divenne sempre più frequente.



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