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lavoro pubblicato venerdì 3 giugno 2016
ultima lettura domenica 17 febbraio 2019

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La prigione di Stanford

di GiorgioSchinco. Letto 305 volte. Dallo scaffale Generico

Il 14 Agosto del 1971, venne messo in scena un vero e proprio arresto per le strade della città. Le guardie, un paio di giorni prima, avevano partecipato a un meeting con il direttore del carcere, Zimbardo stesso, e il vice direttore,

Il 14 Agosto del 1971, venne messo in scena un vero e proprio arresto per le strade della città.
Le guardie, un paio di giorni prima, avevano partecipato a un meeting con il direttore del carcere, Zimbardo stesso, e il vice direttore, un suo collaboratore. Erano state istruite accuratamente sul modo in cui avrebbero dovuto comportarsi con i carcerati, su come doveva essere organizzata la giornata e su quello che era lecito e non lecito fare. Si sarebbero suddivisi in tre turni lavorativi di otto ore, distribuiti in modo tale da coprire le ventiquattro ore giornaliere. Durante i turni avrebbero dovuto scortare i detenuti nella sala da pranzo, in bagno e nella sala comune; avrebbero dovuto sorvegliarli a vista d'occhio.
Ai carcerieri erano state distribuite uniformi tutte uguali, un fischietto, occhiali a specchio e uno sfollagente: l'obiettivo era quello di instaurare tra di loro sentimenti di anonimia, diminuire quindi il senso di individualità ed aumentare l'identità e la coesione del gruppo.
Il 14 Agosto le guardie si presentarono a casa dei condannati per prelevarli e portarli nella prigione. Vennero perquisiti ed ammanettati e, senza una parola, furono scortati fino alla Facoltà di Psicologia dell'Università di Stanford, a Palo Alto in California.
Appena arrivati, i carcerati vennero spogliati; prima che le guardie dessero loro un'uniforme con un numero ed un cappellino di nylon, dovettero aspettare nudi nel cortile per una mezz'ora buona e non poterono indossare biancheria intima. Nelle loro celle avrebbero trovato solo una branda con un materasso, un lenzuolo e un cuscino.
Da questo momento i reclusi divennero tutti uguali: non vennero più chiamati per nome, ma solo tramite il loro numero identificativo.
Zimbardo aveva provveduto a riprodurre un vero e proprio carcere nel seminterrato dell'edificio: costruendo una cella di isolamento, celle doppie, bagni, spazi comuni e installando in tutti gli ambienti videocamere per la sorveglianza.

Durante un corso di Psicologia sociale, il Professor Zimbardo aveva proposto ai propri studenti di svolgere dei lavori di approfondimento, su alcuni argomenti salienti della sua disciplina. Un gruppo di lavoro decise di organizzare un fine settimana di reclusione in una falsa prigione, per sperimentare la sensazione di detenzione: il professore capì subito che l'argomento sarebbe dovuto essere approfondito.
Venne pubblicata sul giornale locale un'inserzione per la ricerca di volontari; sarebbero stati pagati 15 dollari al giorno e l'esperimento sarebbe durato 15 giorni.
Furono selezionati 18 studenti di sesso maschile che non si conoscessero tra di loro e che rispondessero in maniera tipica ai più comuni test psicologici. Quindi furono suddivisi in prigionieri e imprigionati casualmente, tramite il lancio di una moneta.
Non restava altro che stabilire chi sarebbero stati i direttori del carcere: Zimbardo ed un suo collaboratore. L'esperimento poteva iniziare.

La platea era gremita di gente che borbottava animatamente; ancor prima di veder salire il Professor Zimbardo sul palco, la maggior parte di loro era convinta che qualunque cosa avesse detto, loro sarebbero usciti da quella sala estremamente indignati e avrebbero provveduto velocemente a diffondere le loro critiche.
Quello che era avvenuto nei sotterranei di Psicologia era deplorevole e, per quanto la fama del professore di Stanford risuonasse anche oltre oceano, non ne sarebbe potuto uscire illeso da quell'incidente.
-Salve a tutti voi.- disse incerto al microfono, mentre il pubblico faticava a smettere di borbottare.
-Sono il Professor Zimbardo. E' stata indetta questa assemblea per spiegare le cause dell'interruzione del nostro esperimento sulla reclusione e le responsabilità annesse a ciò.- Nelle prime file erano seduti i genitori dei ragazzi che avevano partecipato alla ricerca, alcuni sembravano decisamente tesi: avrebbero senz'altro voluto esplodere come delle bombe a mano, ma, come le altre persone in sala, riuscirono a calmarsi, ascoltando le parole del professore.
-L'esperimento è durato 6 giorni; ne sarebbe dovuti durare 15. Questo perché nelle videoregistrazioni delle notti, abbiamo riscontrato un'escalation degli abusi perpetuati dalle guardie nei confronti dei carcerati. Purtroppo alcuni partecipanti hanno sofferto e le guardie che hanno inflitto le pene hanno potuto farlo senza che nessuno potesse intervenire.-
Un borbottio profondo animò la gente rabbiosa: -E lei dov'era mentre succedeva questo?- disse uno dei genitori. -Non era lei il direttore del carcere, che ha stabilito le regole iniziali?- si sentì dal fondo dell'aula.
Il professor Zimbardo era estremamente turbato davanti a ciò che era successo nei giorni precedenti: capiva la gravità del suo comportamento, ma sapeva di essere immerso in qualcosa di scientificamente importante.
-Dobbiamo ammettere, inoltre, che io ed il mio collaboratore non ci siamo resi pienamente conto della mancanza di etica dell'esperimento, fino a che una persona esterna, la Prof.ssa Maslach, che doveva fare alcune interviste, non ci ha scrollato.- Prima che il pubblico potesse ricominciare a brontolare, Zimbardo aggiunse:
-E' indubbio che io, nella figura di direttore del carcere, abbia molte responsabilità per quello che è successo, come del resto i ragazzi che hanno abusato del loro potere.
Ma c'è una cosa che tengo a precisare in questa assemblea, che è il motivo della sua stessa convocazione: l'obiettivo della nostra ricerca era quello di studiare come i ruoli sociali potessero condizionare le persone. Ebbene, probabilmente se non fossi stato il direttore del carcere, ma solo un osservatore esterno, le cose sarebbero andate diversamente. Desideravo mantenere l'integrità della mia prigione; dopo essermi impegnato tanto nella sua nascita, non avrei sopportato di sospendere l'esperimento al terzo giorno, quindi ho cercato di controllare la situazione.
Per quanto riguarda i ragazzi, li ho selezionati per ottenere un campione neutro, non aggressivo: erano ragazzi come tanti altri. Ma il ruolo sociale, anche in questo caso, ha avuto il sopravvento sulle loro coscienze. Vi è mai capitato di assistere ad una violenta manifestazione? Probabilmente non stiamo parlando di criminali incalliti, ma solo di ragazzi molto coesi che condividono un'opinione: questo polarizza il gruppo e, se anche all'inizio alcuni avevano opinioni più moderate, nel gruppo coeso, tendono ad assumere opinioni più estreme. Infine, l'anonimato legittima tutto poiché sarà difficile risalire al colpevole e questo deresponsabilizza. Lo stesso è successo ai nostri ragazzi.-
Credo che questo esperimento avrà una rilevanza notevole, per quanto ora si accusino solo le ripercussioni sulla mia notorietà. Scusatemi.

Bibliografia:
DG. Myers, Psicologia sociale, 2013, p. 48-50

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