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lavoro pubblicato lunedì 30 maggio 2016
ultima lettura lunedì 25 novembre 2019

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Un tempo - Parte Prima - Il mistero di Montalto

di Menic. Letto 408 volte. Dallo scaffale Fantasia

Era una cittadella pulita, ordinata e tranquilla da anni, priva di sporcizia, di illegalità e di confusione, con piccole case coloniali di pescatori e manovali del porto e ville di ingegneri, commercianti e affaristi della camera del Commercio l..

Era una cittadella pulita, ordinata e tranquilla da anni, priva di sporcizia, di illegalità e di confusione, con piccole case coloniali di pescatori e manovali del porto e ville di ingegneri, commercianti e affaristi della camera del Commercio locale. Il bar lungo la costa ogni giorno apriva le porte alla clientela fissa o ai turisti dell'imminente stagione balneare, e le edicole alzano le saracinesche per la vendita dei nuovi giornali. Gli spazzini a quell’ora pulivano le strade e le pinete dalla notte bianca, e le piccole imprese e i negozi montavano fuori dall'entrata i palchi per l'esposizione delle merci per il commercio diurno locale. In casa Mercalli, praticamente un isolato costituito da una villa moderna di tre piani con attorno un parco di duecento metro quadrati, si svegliarono gli abitanti: era una famiglia di quattro figli, due nonni e i rispettivi genitori, l’ingegnere Mercalli e la professoressa Guildi in Mercalli. Erano ordinati, tranquilli, come la loro abitazione, ma non come il loro muro: c'era un graffito di due metri quadrati, in bianco e nero, con una scritta strana. Lo scoprì il terzogenito, il buffo Enrico, in occasione dell’uscita mattutina per la sua quotidiana camminata e per il suo giro in centro: gli parve curiosa l'apparizione di quel graffito proprio all'interno del suo giardino privato, quasi nascosto dall'edera e ben visibile col nero del suo inchiostro, in contrasto col bianco avorio delle mura. Corse subito in casa e avvisò la famiglia. All'inizio nessuno gli credette: tutta la famiglia conosceva la natura di Enrico, scherzosa e poco seria; solo quando la madre, la signora Mercalli, entrata in cucina, vide dalla finestra attigua al muro in questione la scritta tutti capirono che non era un suo scherzo. Uscirono tutti e lo mirarono, con curiosità. Per tutta la famiglia era incomprensibile il graffito.

Il padre, o meglio il capofamiglia, propose di chiamare immediatamente un imbianchino per ripulire tutto, ma i figli rimasero affascinati dal graffito, nonostante l’incomprensione del testo, e mossero obiezione sulla scelta, obiezione né accolta né tanto meno ascoltata. L’ingegnere avvisò l'imbianchino di venire a casa loro a cancellare la scritta, ma anche lui gli si oppose. L’ingegnere non voleva giustificazioni infantili come quelle della sua prole, e gli ordinò di venire alla svelta nella loro dimora. L’imbianchino in realtà non voleva mettere su una scusa ridicola, perché c'era davvero un problema; non era il primo a chiamarlo in quel giorno, anzi, con precisione in questi ultimi minuti. Gli spiegò che in diverse ville si erano svegliati tutti con questa sorpresa: una scritta, un graffito, dipinto sulle mura delle proprie dimore. Il caso era cittadino, se non di più. Anche il vicinato venne colpito. Il mercante Ferrini, vicino di casa dei Mercalli, urlò di getto per lo spavento; Alberto, il secondogenito, da solo si avvicinò alla sua casa, per scoprire che anche lui era stato colpito dalla ormai divenuta minaccia alla quiete artistica della città. Ma la città non rimase passiva al terrore.

In un'ora una decina di imprese di pulizie vennero chiamate a raccolta per il lavaggio e l'intonacatura dei muri compromessi. Per la tarda mattinata tutto era tornato alla tranquillità, e la città tornò al suo tedio quotidiano, di girate in centro, insabbiature, abbronzature da tarda primavera, di pranzi in terrazza e riposi pomeridiani. La famiglia Mercalli passò la giornata nei modi più disparati: chi a scrivere per giornaletti scolastici, chi a dipingere per puro piacere estemporaneo, chi a fare i compiti e basta, chi a oziare per il bagnasciuga, chi a chiacchierare con amiche e vicine, chi a dormire, chi a ispirarsi per nuovi progetti per lo studio e chi a scrivere qualcosa di segreto e celato al resto della famiglia.

Arrivò il pomeriggio. L’ingegnere, concluso il suo lavoro privato, uscì dalla casa e andò in giro per la sua zona residenziale; svoltò in via Darni, e si trovò davanti un'altra scritta, più scura di quelle di stamattina, e più complessa. Sembrava quasi che ci fosse qualcuno che, invece di fare qualcosa di costruttivo, voleva danneggiare la cittadella: questo era il pensiero generale davanti alla sciagura che tutti stavano contemplando. Oltre a via Darni anche piazza Azeglio, corso Reale e la strada delle Case Novelle erano state colpite da i nominati “sbaffi ignobili”.

La tranquillità sembrava di nuovo essere segnata dal crimine, ma ancora una volta il pericolo venne scongiurato dalla seconda chiamata agli imbianchini. Eppure il sistema non funzionò, e nel corso della serata le scritte si moltiplicarono, e, con la luna in cielo, brillavano, come se avessero qualche strana polvere, forse aggiunta nell'inchiostro; la gente non poteva che leggerle, e non rimanere attonita. Anche all’ora di cena, quando tutta la famiglia si riunì al ristorante, le scritte si palesarono. Per l’ingegnere tutto ciò stava devastando la serata, e non solo a lui ma a tutti coloro che stavano cenando assieme a lui al ristorante. Era un danno alla comunità. Tutti i presenti erano d’accordo con lui, e stavano per chiamare l’imbianchino ancora una volta, quando il servizio di segreteria li avvisò del superamento dell’orario d’ufficio. Per il momento fecero azione comune: coprirono il graffito con una tovaglia presa in prestito dal ristoratore. Non funzionò; anche se veniva coperta, brillava.

L’ultimogenito, scappato per un istante agli occhi dei signori Mercalli, recitò il graffito, seppur non conscio del suo significato:

“Vuolsì così colà, dove si puole, ciò che si vuole...

Appena disse l’ultima parola la gente fu presa da sgomento e imbarazzo. Ferrini chiese a Mercalli cosa gli fosse preso al suo figlio, e perché gli fosse balenato in testa di recitare proprio quel graffito! L’ingegnere Mercalli sarebbe stato disposto a dar via un patrimonio pur di sapere cosa volesse intendere quella frase, ma nemmeno lui né i suoi figli sapevano cosa significasse né quella scritta né le altre appese in tutta la città, e temeva fossero offese e prevaricazioni. Anche i figli di tutte le famiglie presenti, anche se non sapevano cosa significassero, volevano ripeterle ad alta voce incuranti delle possibili ritorsioni. Una bambina si avvicinò al figlio insolente: ripetè la scritta precedente e gli rispose a tono:

“...e nulla dimandar!”

La gente stava per impazzire. Vennero ripresi e riportati a posto, strattonandoli a momenti. Tutti avevano riconosciuto che la situazione era precipitata: sebbene i bambini non sapevano la risposta, privi di pudore avevano ripetuto la frase, senza rispettare gli altri. Davanti a ciò, la cena non finì come tutte le altre. Dopo le famiglie passarono la serata a girovagare per il centro; Silvia, figlia di Mercalli, la secondogenita, davanti ai suoi occhi le si materializzò la scritta, uscita dai muri, e senza pensarci ripeté:

Fatti non foste a viver come bruti...”

Immediato fu lo strattono del padre Mercalli, inorridito dall'irresponsabilità della figlia, eppure così educata con tutti da sempre. La notte fu costellata da queste scritte: la città era priva di qualsiasi sicurezza; non sapevano come procedere a questa epidemia. Tutto ciò non era ammissibile.

La luna scese nel mare, la notte passò. Tutto tornò alla quiete. La mattina dopo tutte le scritte erano scomparse, quasi magicamente, e gli abitanti mossero un sospiro di sollievo per la minaccia scongiurata. Tutto tornò al punto di partenza e nulla cambiò: le famiglie tornarono alle loro mansioni, ai loro compiti; i bar aprirono come di consuetudine, garantendo i servizi all'utenza; a loro volta i negozi fecero altrettanto con i loro prodotti, e il mare rimase sempre punto d'incontro tra altri bagnanti.

Dove erano le scritte ora vi era il bianco pulito della calce, e l'edera più delicata. Le piante si unirono alla città, e la città alla sua gente, ed essa fu felice del suo tedio. Intanto, lontano dalla città, mentre passava con la bici, il primogenito, Giacomo[i], e l'ultimogenito, Eugenio[ii], si fermarono attorno alle mura della torre secolare del paese, immerso nelle foreste confinanti e assolata dalla città. Mirarono ad un tratto palesarsi un graffito, la quale avvolse la torre col bianco della scritta, e ripeterono, lontani da orecchi indiscreti, dalle famiglie e da tutti, il “male oscuro”:

“...ma per seguire virtù e canoscenza”


[i] È il “ragazzo” protagonista dei trenta ricordi della raccolta “Un sognatore improvvisato”. Questo personaggio, come Eugenio, sono due personalità decisive nelle sorti della famiglia: questi si allontana dal padre, in aperta sfida contro il suo controllo, mentre l’altro ne rimane legato, e quasi soccombe (o forse no?), cercando la sua strada come “affabulatore” (termine indicante il cantastorie o il novelliere).

[ii] È il protagonista nonché il narratore delle storie della raccolta “Un affabulatore improvvisato”.



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