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lavoro pubblicato domenica 29 maggio 2016
ultima lettura venerdì 18 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Un tempo - Parte Prima - Storia di un ammalato

di Menic. Letto 413 volte. Dallo scaffale Fantasia

Oggi non può, data la sua condizione temporanea di malato, fare altro che stare al chiuso, nella sua casa, nella sua personale camera da letto, tra le coperte ad annoiarsi a giocare ai videogiochi o al computer, aspettando che tutto passi in fre.....

Oggi non può, data la sua condizione temporanea di malato, fare altro che stare al chiuso, nella sua casa, nella sua personale camera da letto, tra le coperte ad annoiarsi a giocare ai videogiochi o al computer, aspettando che tutto passi in fretta, così da iniziare a passare i pomeriggi tra i portici, nei parchi a oziare con le sue amicizie.

Non si ricorda le cause che hanno portato a questa degenza improvvisa e sgradita per il suo regime quotidiano. Forse per la partita a calcio di ieri pomeriggio, forse la serata al circolo musicale in compagnia dei suoi compagni di università?

Tutto normale, tutto tranquillo e privo di dubbi, eppure qualcosa lo ha portato a dover rimanere bloccato nel letto ad aspettare la fine della malattia che lo tormenta dal risveglio di stamattina, che gli impedisce pure di alzarsi dal letto e di andare in cucina a fare colazione con la madre, ora partita per le commissioni da sarta quale è.

Dalla finestra vede comunque che il tempo si sta rannuvolando, e pensa ai suoi amici che molto probabilmente oggi non usciranno di casa, e che si riuniranno da qualche parte ad oziare, senza la sua presenza.

La sua camera da letto è minimalista, pareti bianche, con un metto a una piazza e mezzo, davanti un televisore connesso ad una console con una pila di videogiochi, tra cui alcuni recenti e costosi, e un computer portatile di ultima generazione, collegato alla presa di corrente e al modem. Nei suoi comodini non c'è altro che un paio di occhiali alla moda e un cellulare ipertecnologico vicino agli angoli una pianta d'arredo e un lampadario moderno, al neon. Dal bianco quasi asettico della stanza si passa al grigio, con la scomparsa del sole tra le nubi scure; pioverà. Prova a mettersi in contatto con loro, attraverso la chat con cui ogni giorno dialoga con loro, per sapere i piani per oggi, ma un rombo risuona nel cielo, e l'elettricità scomparve dalla casa, rendendo il tedio ancora più morboso. Tutto a base di energia, quindi inutilizzabile.

Non può fare altro che addormentarsi, e veder passare le ore, ma la malattia non gli concede questa scelta, e pur chiudendo chi occhi, continua a sentire il rumore delle gocce cadere e battere tra le persiane.

Non ne può più di stare lì ad oziare: se ci fosse qualcuno con cui parlare, qualche mezzo con cui interagire o dialogare, così da far passare il tempo inutilmente; e invece niente, il nulla.

Il cellulare è scarico, la console fuori uso, il computer inutilizzabile (proprio oggi pensava di ricaricarlo, ma il caso volle questo); ora cosa può fare, che in casa c'è rimasto solo lui? Riprova ad addormentarsi, e adesso sente un disturbo, un rigonfiamento a forma rettangolare nel cuscino, mai accortosi prima. Lo alza e vide un libro dell'università, che s'è ripromesso di leggere a breve per lo studio, cambiando idea a favore di copiare gli appunti via internet e di non perdere altro tempo. Non ne vuole sapere di leggerlo, lungo e complesso, austero e privo di divertimento.

Continuano le gocce a cadere nelle persiane, a battere più dentro, nei vetri delle finestre, creando più rumore di prima. Deve in qualche modo evitare questo continuo rumore, e si arrende alla lettura. Aprendolo, trova una prefazione riguardo la vita dell'autore, esistenza tormentata e sempre alla ricerca della normalità, un essere dall'infanzia e dall'adolescenza tranquilla, ma dall'intera età adulta storpiata da crisi, problemi e ricerche a tratti masochiste. Non c'è interesse in quello che aveva appena letto, ma continua solo per compassione di questo che oggi avrebbe l'appellativo di “sfigato”.

Procedendo con la lettura, inizia il romanzo, con lunghe digressioni e descrizioni, che immediatamente salta dalla noia e dal disinteresse totale. Avanti, trova dei dialoghi insulsi, scritti ampollosamente e con un linguaggio strano e difficile; continua perché altrimenti l'avrebbe dovuto rileggere in momenti in cui sarebbe occupato, e se rimanda troppo sarebbe un disastro poi per gli studi. Arriva in un punto in cui uno dei personaggi dice una frase patetica:

“Noi non possiamo pretendere di volere qualcosa da qualcuno; non ci rimane che chiedere se quello che lui vuole sia ciò che più desidera per sé, o se è mosso da altro, se nella sua mente pensa agli altri e a ciò che vorrebbero loro, e non lui. Noi attendiamo una risposta ora negata, e solo il tempo ci darà soluzione.”[i]

Basta, si disse, e chiude il libro e lo getta lontano dal letto. È insulso e moralista, che diavolo ci fanno leggere? Per fortuna che l'ho lanciato fuori dalla mia vista.

Piuttosto al letto, a sentire la pioggia, che leggere queste volgarità. Gli fanno ridere quella gente che pensa ancora a convertire gli altri con idee che sembrano moderate, ma solo sempre le stesse: per farti diventare come loro, triste, privo di vita, solo. Per cosa? Tanto quello che scrivono viene cambiato subito, viene confutato subito da altri, e anche se non, chi gli interessa? Si ha lo svago, si vive leggeri e tranquilli.

Quanto gli manca adesso quelle uscite, se non fosse per la malattia adesso sarebbe a girare con i suoi coetanei per la città, stare insieme, pur non facendo nulla, oziando. Cosa gli interessa degli altri, si ripete in testa, che non gli hanno mai fatto nulla e a cui non deve nulla? Come gli fa ridete certa gente, che crede sia questo il modo e quest'altro.

Vuole proprio vedere come vanno a finire quelle follie che andava a scrivere l'autore per bocca di quel signorino. Si alza dal letto, prende il libro e si mette a leggere dopo quel punto. Sta scomodo tra le coperte, e si mette sdraiato a pancia in giù, e riprende. Continua a leggere e non gli sembra che il tempo passasse; s'è già fatto mezzogiorno, ed è a metà romanzo. Non c'è più pietà in quello che legge, gli è interessante la storia, non è cattiva per niente. Una mattinata passata a leggere: se lo scoprissero i suoi amici lo prenderebbero in giro. È tornata sua madre. È l'una passata, e ha finito; vide che è piccolo, e non lungo, semplice e non complesso; austero sì, ma quasi simile a lui. Non è niente male.

Va in casa a mangiare, e dopo il nubifragio, sereno, esce di casa e passando per la città si affaccia alla vetrina di una libreria, prima tralasciata per preferire il cammino dei suoi amici, e sta per entrarci che un suo amico lo saluta e gli chiede se era occupato adesso, per una bevuta al pub.

È davanti all'entrata, e dice che li avrebbe raggiunti il prima possibile, ma deve fermarsi un attimo, per l'università. Andandosene, entra in libreria, e non accorgendosene, è lì da una mezz'ora e non trova alcun libro, tra l'immensità dei scaffali. La sua camera ha solo roba elettrica, alcun libro, forse è il caso di prenderne qualche d'uno. Ma ora deve andare dagli amici, e oziare con loro. Se non sa cosa fare dopo, magari avrebbe cominciato a scrivere: un appunto, una storiella, quello che gli passa per la testa. Ne parlerà con gli amici, gli chiederà qualche aiuto per quello che scriverà? Esagera. Si vedrà, se ne avrà voglia.



[i] Questo brano proviene da un vecchio diario, scritto tra luglio e ottobre 2013. Praticamente stavo improvvisando un racconto.



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