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lavoro pubblicato venerdì 27 maggio 2016
ultima lettura lunedì 11 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

CIÒ CHE RESTA DI ME › capitolo 1

di giulsinwonderland. Letto 424 volte. Dallo scaffale Amore

[ CAPITOLO I ] Lei è Danielle, una ragazza di ventidue anni che è arrivata al capolinea dopo solo ottomilatrentacinque giorni dalla partenza. Un incidente le ha spazzato via l'esistenza, facendola restare in bilico tra la vita e la morte...

I. LA VERITÀ DELL'ASSORDANTE SILENZIO

Ci sono dei volti che non si dimenticano mai.
Il suo era caratterizzato da qualche ruga più evidente di altre, e dalle sue folte sopracciglia che riprendevano il colore argentato dei capelli riccioluti. I baffi avevano ancora qualche sfumatura di castano, facendolo così sembrare di qualche anno più giovane di quanto in realtà fosse. Era un bell’uomo, o almeno così era come lo definivano le infermiere del piano. Era uno dei migliori neurochirurgi degli Stati Uniti.
Quel giorno era una domenica mattina, precisamente del trentuno maggio, e il cielo era coperto da un velo grigio di nuvole pesanti che soffocavano la città di New York.
In una piccola sala d’attesa isolata dal resto dell’ala dell’ospedale, vi erano due individui: un uomo e una donna. Avevano il volto triste, quasi più cupo del cielo. Si guardavano e provavano a farsi forza nell’unico modo che conoscevano: con lo sguardo.
Erano due persone sole, senza un’appartenenza; due persone che si erano amate tanto quanto si erano odiate: erano i miei genitori. Sapevo che sarei stata io la loro rovina.

Quell’uomo dai tratti cordiali e rassicuranti arrivò davanti alle loro tristi immagini e non poté fare altro che pronunciare la fatidica frase:‘Mi dispiace ma…’ ; la voce del dottor Reynolds – perché sì, era questo il suo cognome, come il famoso attore – non riuscì a concludere la frase.
Mio padre si chiuse nell’illusione di un errore, di una speranza. Mia madre, invece, sempre stata più sveglia e intelligente, non fece che fissare l’uomo dal volto indimenticabile che da ora in avanti l’avrebbe accompagnata per tutto il tempo che le restava da vivere.I medici fanno così, si sa: dicono quelle tre parole e trasformarmano la vita in inferno; prendono il loro bisturi più fatale fatto di parole e corde vocali e senza ripensamenti la incidono mortalmente, facendo un’incisione talmente irrimediabile che l’unica via di uscita, per loro, è allontanarsi, lasciando lì la persona, a morire lentamente nell’immenso oceano del proprio sangue.

Percepivo il sangue di mia madre spargersi sul pavimento della sala d’attesa ma per fortuna, quella volta, il medico ancora non era sgattaiolato via per dimenticare il proprio fallimento.
‹ Signori Skelter, l’intervento è andato come previsto, ma purtroppo vostra figlia… ›
Emilie si guardava intorno, cercando lo sguardo dell’uomo che una volta definiva l’amore della sua vita. Non capiva, non voleva capire. Cercava da lui parole che rendessero più esplicito il motivo delle sue inaspettate e trucidanti lacrime.
‹ Emilie… sta dicendo che non–– che non si risveglierà. › – sussurrò Frédéric con la sua flebile voce mozzata da lacrime incontrollabili che gli rigavano incessantemente il viso.
La donna scosse la testa con movimenti lenti come per negare l’evento, come per mettere fine al suo dolore, cercando di crearsi una verità parallela; sperando che con quei movimenti si sarebbe risvegliata dal suo incubo più grande. Quell’incubo, però, era la sua vita e tutto ciò che le restava da fare era accettarla. Accettare il dolore per la perdita della sua bambina che bambina ormai non era più.
Il medico, alla vista della drammaticità della scena, indietreggiò, lasciando alla famiglia – se così si può dire – lo spazio necessario per elaborare e accettare ciò che sarebbe stata la loro vita da lì in avanti. Per comprendere il vuoto con il quale avrebbero dovuto convivere.
Accettazione. Era questa la parola chiave: accettazione.
Mio padre non era mai stato molto bravo con questa fase; quando ero picca quasi tentò il suicidio dopo qualche mese dalla firma delle carte del divorzio.
Gli salvai la vita, chiamando l’ambulanza. Credo che ora lui stia pensando a questo; al fatto che io gli salvai la vita, mentre lui è qui, impotente, davanti a me, e mi guarda come un cadavere attaccato a dei macchinari che ordinano al mio cuore di non smettere di battere, ai miei polmoni di non smettere di respirare.
E oggi, trentuno maggio duemilaquindici alle ore nove e trentasette del mattino, ho scoperto il potere del silenzio.
Il silenzio che in quella frase non è mancato; il silenzio che ha distrutto una famiglia, la mia.
Eppure mi hanno sempre fatto credere che il compito dei medici fosse quello di salvare vite, e non di distruggerle.
Mi hanno fatto credere troppe cose, come che il lieto fine esistesse. Come che la vita davanti a me fosse lunga e che avrei vissuto nuove esperienze; come che avrei amato ancora, che mi avrebbero amata ancora.
E invece sono qui, in un letto di ospedale, incapace di amare, di comunicare, di vivere. Sono qui, cerebralmente morta, ed è questa la verità.
La verità dell’assordante silenzio.



Commenti

pubblicato il sabato 4 giugno 2016
whitelord, ha scritto: ...questo incipit mi tocca in maniera particolare. Spero in un seguito, poiché nel titolo leggo "CAPITOLO 1". E spero che a seguire l'angoscia evapori almeno un po'...
pubblicato il giovedì 9 giugno 2016
giulsinwonderland, ha scritto: Grazie, write lord, mi fa piacere che ti abbia colpito. Per il seguito ci sto lavorando su, arriverà presto!

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