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lavoro pubblicato giovedì 26 maggio 2016
ultima lettura lunedì 15 gennaio 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il Carlo. Dialogo con un artista - Libro Decimo

di Menic. Letto 178 volte. Dallo scaffale Umoristici

PAOLO: “E così si conclude Estetica?” CARLO: “Ci sarebbe il Novecento adesso, ma ormai è l’alba, e a giudicare dalle reazioni dei corpi che abbiamo attorno a breve non saremo più i soli ad essere svegli.&...

PAOLO: “E così si conclude Estetica?”

CARLO: “Ci sarebbe il Novecento adesso, ma ormai è l’alba, e a giudicare dalle reazioni dei corpi che abbiamo attorno a breve non saremo più i soli ad essere svegli.”

PAOLO: “Devo ammettere che è stata una nottata particolare. Spero assolutamente…”

CARLO: “Di rifarla?”

PAOLO: “No. Questo no. Senti, Carlo, m’è piaciuto davvero questa parte, non te lo nego, ma stare svegli a parlare di Estetica, di filosofia e di altre quisquilie alternando sogno e veglia, no, mi spiace ma non è una bella esperienza.”

CARLO: “Peccato. Speravo tanto che, a forza di raccontarti tutti questi autori, qualcosa che ti attraesse e ti facesse cambiare idea ci fosse.”

PAOLO: “Ma sì. Questi ultimi ad esempio mi sono piaciuti, e anche i primi. Ma il resto, no, per Dio! Sono troppo astrusi!”

CARLO: “Immagina quelli a cui tocca insegnare certe materie: loro, alla nostra età, hanno trovato un certo godimento in questi studi. Ma tutti i professori, docenti, insegnanti, alla fine, nutrono piacere per queste nozioni.”

PAOLO: “Loro sì, non glielo nego. Per questo sono professori. Scusa, non avevi detto tu agli inizi della nottata che il piacere in Estetica gioca molto sulla soggettività?”

CARLO: “Vero. Ma questa soggettività non esclude che il piacere non possa coinvolgere anche le masse: pensa agli studenti di Filosofia; loro fanno quel corso proprio per insegnare certe nozioni, ergo hanno piacere per questa materia. E non sono mica pochi a Filosofia: ogni anno se ne iscrivono!”

PAOLO: “E ogni anno se ne scappano: poco lavoro, troppi studi e poco piacere.”

CARLO: “Sì vede che non ne erano convinti, che il loro piacere era temporaneo. Probabilmente si sono fatti prendere più da un’emozione che da un sentimento.”

PAOLO: “C’è differenza?”

CARLO: “Un’emozione è un attimo, un fuoco immediato, appena accesso, involontariamente, quasi da una scintilla nel bel mezzo del nulla, dalle sensazioni più differenti. Per ogni forma emotiva ha un colore, e una sensazione che provoca: gioia, dolore, tristezza, rabbia, paura e altre ancora. Ma si spegne, dopo poco tempo. Un sentimento è un falò, costantemente mantenuto, costruito con perizia. Tipo l’amore, no?”

PAOLO: “Su questo hai ragione. Quello tra noi ragazzi è parecchio violento, immediato, ma dura poco. Io sono un esempio, specie con la ragazza di poco tempo fa.”

CARLO: “L’amore violento, passionale, da romanzo di feuitellon, è passeggero, mentre quello coniugale, a volte, può durare di più, anche se con minor potenza del primo. I tuoi genitori ne sono una prova…i miei un po’ meno…”

PAOLO: “Lo so. Si vede che per lui era passeggero.”

CARLO: “Per mia madre no, però. Ma lasciamo perdere…”

PAOLO: “Forse sì. Anche se ciò m’ha fatto pensare a quei ragazzi lassù, che hanno passato la notte insieme, a far sesso. Chissà come andrà con loro.”

CARLO: “Avranno bevuto e si saranno piaciuti. Semplice. La meccanica dell’amore è così il più delle volte, e in queste feste non può essere da meno.”

PAOLO: “Ma non durerà. Sembra che di sti tempi l’amore non sia fatto per durare: non parlo di me o di te, noi non siamo che casi particolari, però in genere quelli della nostra età hanno più frequentazioni e meno relazioni. Non lo trovi strano?”

CARLO: “Non ci pensare. Non sei un filosofo.”

PAOLO: “Tu sì, però, eh?”

CARLO: “Certo. Sono talmente filosofo che ti dico di non pensarci.”

PAOLO: “Non è una contraddizione la tua?”

CARLO: “Lo è. Gli artisti lo sono.”

PAOLO: “Scusa, Carlo, ma ci credi davvero a questa storia dell’essere artista. Ora, stanotte m’hai dato la giusta impressione che tu sappia il giusto dell’arte e dell’estetica, ma seriamente, ti senti davvero artista?”

CARLO: “Indovina.”

PAOLO: “Stai per dire di no, vero?”

CARLO: “Né sì né no. Sai bene che sono un egocentrico, e che vuol piacere alle ragazze di continuo, ma tu non credi che dopo tutto sto tempo non mi sia presa una mezza crisi di coscienza se sono davvero o meno un artista? Non sono così falso.”

PAOLO: “Ma se continui a voler fare il pavone, a dire di essere quello che in fondo non sei, cosa pensi di guadagnarci?”

CARLO: “Nulla. Perché, ad essere un modernista, uno tutto lavoro e lettura come te, ci si guadagna qualcosa?”

PAOLO: “Il termine m’è stato dato da uno che faceva bene a star zitto e a cercarsi qualcun altro a cui rompere le scatole. A differenza di te, del tuo essere artista, io vado più sul pragmatico, su ciò che serve. Sì, me l’hai fatto già quel discorso, non me lo ripetere, ma devi capire che ora come ora bisogna fare qualcosa.”

CARLO: “E tu credi che uno come me possa servire a quel tuo qualcosa? Gli artisti se ne fregano del qualcosa, hanno la testa altrove, per cose che servono davvero.”

PAOLO: “Le cose che servono davvero quali sono?”

CARLO: “Quelle che in fondo colui che t’ha eccitato negli ultimi minuti ha affermato un secolo prima: le emozioni, la vita, il dolore, la solitudine, la volontà. E tante altre care cose.”

PAOLO: “Ma tu non sei il tipo del genere, da cose così profonde.”

CARLO: “Come lui di sicuro non potrò diventare.”

PAOLO: “E infatti non te l’ho detto prima che non sei un filosofo?”

CARLO: “Ma io intendevo matto.”

PAOLO: “E che c’entra il fatto che era matto?”

CARLO: “C’entra eccome! Aveva da poco concluso quelle che erano le sue opere più importanti: il Così parlò Zarathustra; l’Anticristo e altro; una sera, nei pressi di Torino, uscito di casa, vide un cavallo, uno di quelli da carrozza, che veniva frustato continuamente dal suo padrone. Nietzsche lo vide, avvinghiato nelle corde e nel dolore delle bruciature; gli si avvicinò, lo guardò negli occhi neri pieni di lacrime: lo accarezzò, dolcemente, e poi gli diede un piccolo bacio sulla criniera. Cominciò a piangere anche lui, disperato. Quando però lo vide il cocchiere, gli si mosse vicino, ma immediatamente Nietzsche ebbe un colpo: cadde a terra, urlando dal dolore, piangendo, quasi come se avesse una crisi isterica.”

PAOLO: “Ma che gli era preso?”

CARLO: “Chissà. Negli anni successivi perse progressivamente l’uso delle gambe, la capacità di parlare e di scrivere, e poi anche di ragionare. Di-venne quasi un vegetale.”

PAOLO: “Era malato? Cosa aveva?”

CARLO: “Chi lo sa! Poteva essere la sifilide, una delle malattie tipiche dell’epoca, oppure la schizofrenia, anche quella celebre. Non c’è dato saperlo, e se io, per raggiungerlo, devo finire i miei giorni come lui, preferirei rimanere così.”

PAOLO: “Non è detto che il filosofo debba essere così.”

CARLO: “L’unico filosofo è così. Un matto. E io matto non sono. Anche gli artisti sono matti.”

PAOLO: “Allora non sei un artista se dici così.”

CARLO: “Uno dei motivi per cui nutro dei dubbi a riguardo…”

PAOLO: “Al massimo sarai un professorone…”

MARCO: “O un saccente, per essere precisi.”

CARLO: “O chi è?”

PAOLO: “Oh, buon giorno! Mattiniero, eh?”

MARCO: “Mi sveglio di solito a quest’ora. Anche voi avete quest’abitudine?”

CARLO: “No no, per noi la storia è diversa.”

MARCO: “Che storia? Ah! Siete amanti romantici?”

PAOLO: “Ma che…no! Non abbiamo sortito alcun effetto dall’alcol, come invece te e tutti gli altri. Siamo rimasti svegli a cercar di dormire. L’ho anche lasciato la libertà di espormi tutta la sua conoscenza su Estetica, nel vano tentativo di addormentarmi, ma come puoi vedere non ha fatto effetto nemmeno questo.”

MARCO: “Sì sì, lo immagino. Anzi, ti dirò, fa anche svegliare.”

CARLO: “Come? Che stai dicendo?”

MARCO: “In realtà ero già cosciente quando eri a…a, sì, a Kant.”

PAOLO: “Che bello! Io ero quasi riuscito a dormire!”

MARCO: “Sì, ma sono subito rientrato nel mondo onirico, lasciando te in quello reale.”

CARLO: “Scommetto che a Hegel ti sei svegliato.”

MARCO: “Certo. Perché, lui si è addormentato?

PAOLO: “Sì, ma ho dormito poco. E adesso con questi ultimi autori sono reattivo più di prima. Vabbè, oramai mi toccherà dormire oggi pomeriggio.”

CARLO: “Anche a me. Comunque, come mai m’hai dato del saccente?”

MARCO: “Sei un professore, per caso?”

CARLO: “No, però…”

MARCO: “Allora sei un saccente. Chi ha studiato per bene e facendo tutto, esami, valutazioni e colloqui, può essere un professore e avere la dignità di parlare di filosofia. Tu qualcosina la sai, ma niente più. Se ci fosse un professore qui le tue elucubrazioni sarebbero prontamente criticate.”

PAOLO: “Cominci a piacermi, ragazzo.”

CARLO: “E a me no. Ti ricordo che l’ho fatto solo per crollare nel sonno. Non mi sentivo in vena di essere un professore. Quello che so è quello che ho detto. Non ho mica tenuto una lezione!”

MARCO: “Da come raccontavi sembrava il contrario, che volevi ribadire un tuo ruolo nell’azione. Sembravi più volessi mettere in scena un personaggio più che te stesso. E non è che ti va a tuo favore tutto ciò, semmai il contrario.”

CARLO: “Se voglio fare il personaggio non vedo perché tu debba giudicarmi per questo. Ho passato la notte a fare quello che più mi veniva: dovevo fare altro?”

MARCO: “Non volevo fare il giudice nei tuoi confronti. Era solo una mia impressione. Resta però che fai parecchio il saccente.”

PAOLO: “Digliene!”

CARLO: “Avrò pure il diritto di fare l’artista con chi mi pare.”

MARCO: “Se tu sei un artista, io sono un regista.”

PAOLO: “Ma infatti, tu chi sei?”

CARLO: “Ci scommetto la colazione che è un professore o simili…”

MARCO: “Scommessa persa, ragazzo. Sono un attore.”

PAOLO: “Oh, no, dai, prima mi piacevi. Ma come l’attore?”

CARLO: “Nemmeno gli attori ti piacciono? Anche loro non servono?”

MARCO: “Come non servono? Che stai dicendo?”

PAOLO: “Io vado a teatro; mi piace il teatro. Ma, sul serio, è solo intrattenimento, come l’arte. Non è molto utile.”

CARLO: “Eccolo che ricomincia…”

MARCO: “Tu credi davvero che noi attori non serviamo a nulla?”

PAOLO: “A parte nelle rappresentazioni, non vedo in cos’altro…”

MARCO: “Hai mai fatto l’attore?”

PAOLO: “Ma m’hai visto? Io l’attore? Non farmi ridere…”

CARLO: “Nemmeno io. Ma non mi dispiacerebbe.”

MARCO: “Senti, Paolo, giusto? Non puoi dire se qualcosa serva o meno finché non la provi. Mentre ero a pisolare v’ho sentito e, a parte i contenuti discutibili, non siete malvagi…”

PAOLO: “Cosa vuoi proporci?”

CARLO: “Ci vuoi attori?”

MARCO: “Andateci piano. La situazione è semplice: sono stanco di fare l’attore per compagnie teatrali amatoriali o improvvisate alla peggio. Voglio per una buona volta qualcosa di buono. E voglio farmela da me, personalmente. Ma mi serve dell’aiuto.”

PAOLO: “E noi facciamo a tuo comodo, giusto?”

CARLO: “Io accetto. Almeno qualcosa di buono la faccio.”

MARCO: “Intanto voglio vedere se siete bravi anche a recitare. V’ho preso così, al naturale: non so come sarete nella finzione.”

PAOLO: “Ecco perché sono molto titubante.”

CARLO: “Ma piantala. Quando vorresti cominciare.”

MARCO: “Andateci piano. Quando sarà il momento vi chiamerò. Piuttosto, dato che hai perso la scommessa, ci offriresti la colazione?”

CARLO: “Accidenti!”




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