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lavoro pubblicato martedì 24 maggio 2016
ultima lettura lunedì 2 dicembre 2019

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IL CASTELLO DI RIPOSO

di dedalus. Letto 306 volte. Dallo scaffale Generico

Un martedì di luglio di quelli caldi, di quelli che riempi man mano, senza fare programmi, quando d’un tratto la proposta: “Sai come sarebbe contenta zia Erminia se l’andassimo a trovare?!”, la voce di mia madre dal corri...

Un martedì di luglio di quelli caldi, di quelli che riempi man mano, senza fare programmi, quando d’un tratto la proposta: “Sai come sarebbe contenta zia Erminia se l’andassimo a trovare?!”, la voce di mia madre dal corridoio. Sarà perché mi prese d’improvviso, o nel modo giusto, sarà perché ero dell’umore adatto, accettai di scombussolare tutti i programmi che non avevo ancora fatto. Fa sempre piacere alla zia quando vado a farle visita, inoltre è un dovere/piacere che mi spetta una volta all’anno, al massimo. Solo un timore, che feci subito presente, mi roteava nel capo: mica si è completamente rimbambita?! Zia Erminia, dopo varie peripezie che l’avevano vista protagonista, tra la sua dimora e le case di alcuni parenti che l’avevano ospitata, aveva attraccato la nave della terza età in una casa di riposo gestita da suore in un paese a pochi chilometri dal suo. Era passato oltre un anno dal nostro ultimo incontro, ad un matrimonio, e ad essere sincero la trovai in grande spolvero. Tuttavia stando ad alcuni racconti più recenti la mente della cara zia aveva avuto qualche intoppo nell’ultimo anno, con impensabili riprese negli ultimi mesi. Rapportarsi con una persona anziana che ha perso un po’ di lucidità è come avere a che fare con un bambino, non a caso si dice “rimbambire” (ritornare bambino), con l’unica differenza che se la situazione dovesse degenerare non ci saranno i genitori a rimettere tutto nei ranghi con una bella strigliata o, in situazione estreme, con due sberle. Mi tranquillizzava la presenza di mia madre che con la zia aveva un ottimo rapporto e sovente vi intratteneva discorsi.

La casa di riposo sembra un albergo gestito dalle suore. Se non fosse per i crocifissi e le madonne fitte alle pareti potrei sentirmi a mio completo agio. Ci accoglie la Superiora, che dopo un bel complimento alla mia incantevole giovinezza (buongustaia) mi da una carezza da suora anziana. Com’ è una carezza da suora anziana? Le suore ed i preti, probabilmente tutti gli appartenenti alla setta, hanno un modo di accarezzare che sin da piccolo mi colpì molto. Con la mano un po’ “copputa”, ovvero a paletta, a mo’ di benedizione, danno inizio al contatto sempre dalla testa. Partendo dai capelli, quasi stirassero il pelo ad un cane, proseguono sulla guancia con una forza di sfregamento che sembrerebbe un incitamento fisico alla genuflessione. Non so se è per quest’ultimo motivo o semplicemente perché non sono avvezzi alle coccole, ma le carezze ecclesiastiche sono sempre piuttosto veementi. Mi becco quindi il complimento e la carezza di polso, prima che la sorella ascenda le scale che la porteranno alla stanza della signora mia zia per annunciarle l’avvento (me li immagino così i dialoghi ed i pensieri in questi ambiti religiosi, una continua allusione biblica).

In pochi minuti, giusto il tempo di riavere conferma sulla lucidità della parente e la zia si palesa. È come la ricordavo, piccola e canuta, sorretta da una sola stampella. Il tempo le ha solcato il viso con le rughe e la forza di gravità ha contribuito a trascinarlo verso il basso, ma ci pensa un sorriso a risollevare tutto. Ha sempre sorriso zia Erminia, almeno io la ricordo così, e sono contento di rivederla così. Mi sembra tutt’altro che rincoglionita, anche se non afferra subito il mio nome, nonostante mi abbia riconosciuto sin da subito. Probabilmente ci prende in giro, infatti poco dopo minuti lo pronuncia, il mio nome. Ci sediamo fuori, sulla piccola terrazza dell’ingresso dell’albergo delle suore. È mia madre ad intrattenere conversazione, io mi limito ad ascoltare e sorridere. Non ci sono sintomi evidenti di “sfarfallamenti” senili, però io sono inibito da uno strano pregiudizio nel rivolgerle la parola. Ironizzano sulla sua morte e sull’abito che dovranno comprare per l’ultima cerimonia.

Secondo me i funerali andrebbero celebrati prima del trapasso; non si può celebrare un rito in cui il protagonista è assente, e poi vuoi mettere la soddisfazione nel vedere chi piange davvero per te, o l’amarezza per chi fondamentalmente non se ne frega niente?! Ho deciso, voglio esserci ai miei funerali, in ultima fila, appoggiato alla porta cosicché appena terminano posso uscire, senza stare a fare la fila, semmai ci sarà una fila. Metti caso che non viene nessuno?! In realtà non so se voglio assistere all’evento. Forse è giusto che l’ultima celebrazione avvenga in contumacia.

Mia madre si allontana per rispondere a telefono, ed io resto difronte a lei, seduti entrambi su quelle sedie bianche da bar. Non so perché, probabilmente per un collegamento con il discorso precedente, inizia a raccontarmi alcuni aneddoti che credo siano accaduti oltre mezzo secolo fa. Come è strana la mente: la zia non ricorda neanche quanti anni ha, è convinta di averne più di 90 quando in realtà ne ha 85 (una delle poche donne che aggiunge invece di sottrarre), però quando mi parla di ricordi che sarebbero in bianco e nero se fossero in tv, sembra che li abbia vissuti il giorno prima, a colori. Aggiunge alcuni particolari che trapelano una memoria del passato ancora viva, o magari una spiccata fantasia, non saprei, però i suoi occhi sono lucidi e sinceri. Mi parla di quando un bambino salvò la vita a suo marito carabiniere, morto diversi anni prima, avvisandolo dell’arrivo di due malviventi con cui aveva un conto in sospeso. Mi parla di mio padre, suo nipote, della sua bontà e dell’affetto reciproco che li univa, e i suoi occhi si fanno lucidi quando ricorda le sue parole: “Zia, sto costruendo la casa nuova, è prevista anche una stanza per te”. Le cose poi sono andate diversamente. Mi parla dei suoi 19 anni di lavoro in Svizzera come sarta e dei vestiti da sposa che ha cucito per tutte le sue sorelle.

È convinta di essere in un albergo, o in un residence, zia Erminia. Ripete che in un ospizio ci entrerebbe solo morta. Che poi, un morto che ci va a fare in un ospizio. “U’ spiz’ ”, dice lei. La accompagniamo alla messa, al pian di sotto, perché nella chiesetta principale ci sono dei lavori in corso. Anche il “capellone” a volte si deve abbassare a rinfrescare casa. Addirittura si narra che metta in croce pittori e operai per quanto sia esigente.

Le do due baci dopo averle detto sotto voce che forse passerò di nuovo a trovarla. Sappiamo tutti e due che è una mezza bugia resa accettabile dal forse, ma so che per lei va bene così. Mi raccomanda di stare attento e di tenere sempre gli occhi aperti, zia Erminia.

Quante ne ha viste zia Erminia e quante ne avrebbe da raccontare se solo le ricordasse. In fondo io credo che le ricordi tutte, ma nessuno le vuole più ascoltare, nessuno ha più tempo per ascoltare racconti in bianco e nero. Sono anche convinto che lei sappia di trovarsi in una casa di riposo, “u’ spiz’ ”, e come un bambino fa della sua stanza il suo castello o del suo letto un galeone nel mare in tempesta, lei ha fatto del suo ospizio un albergo, del resto “rimbambire” vuol dire tornare bambini.



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