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lavoro pubblicato venerdì 13 maggio 2016
ultima lettura giovedì 25 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La Rosa e il Corvo - Capitolo II

di GillSully. Letto 240 volte. Dallo scaffale Fantasia

2.Le onde si infrangevano in lontananza, il cuore batteva veloce. Lunga era la salita e ancora basso il Sole all'orizzonte, gli alberi non lasciavano intravedere nulla. Gli abitanti della foresta intonavano i loro canti, il vento soffiava forte tra i r.....

2.

Le onde si infrangevano in lontananza, il cuore batteva veloce.
Lunga era la salita e ancora basso il Sole all'orizzonte, gli alberi non lasciavano intravedere nulla. Gli abitanti della foresta intonavano i loro canti, il vento soffiava forte tra i rami ostili.
Sentiva il petto bruciare. Sentiva dolore in ogni parte del corpo, la mente offuscata e gli occhi chiusi, troppo feriti per rimanere aperti.
Udiva molti rumori attorno a sé, ma non riusciva a distinguerli. Si muoveva rimanendo fermo, doveva essere così. Percepiva lo spostamento, le salite e le discese, le deviazioni e le volte in cui rimaneva immobile, ma non comprendeva quello che stava accadendo e mentre lui bruciava il mondo andava avanti. A volte intravedeva strane forme tra gli occhi socchiusi ma doveva chiuderli presto perché tutto vorticava all'improvviso e la testa diventava pesante. Si sentiva assente, forse era morto.
Iniziò a chiederselo sempre più spesso perché se non era quella la morte non avrebbe saputo descriverla meglio. Voci sussurravano nel buio e lui le udiva senza capirne il senso. Voci che risuonavano troppo forti alle sue orecchie, tanto da farlo urlare sino a sentire i polmoni svuotati.
Iniziava lentamente, come piccole fiammelle che si accendevano qua e là nel suo corpo stremato, poi il calore pervadeva ogni particella del suo essere più profondo e le ossa bruciavano, la pelle ardeva, tutto il mondo pareva prendere fuoco e allora urlava, gridava disperate richieste di aiuto a cui nessuno, se mai qualcuno potesse sentirlo, sembrava prestare attenzione. Finiva presto, perdeva i sensi tanto era doloroso, ma al risveglio ricominciava.
Arrivò un momento in cui iniziò a bramare la morte.
Vedeva gli occhi verdi di suo padre, non aveva mai smesso di vederli. Si somigliavano molto, lo aveva sempre saputo, ma per la prima volta, dopo anni, la sua mente gli regalò un'immagine perfetta di Dean Sully.
«Papà?» sussurrò in preda agli spasmi.
L'uomo si limitò a sorridere tendendo una mano verso di lui. Gill la strinse portandosela al volto, sembrava così reale.
«Sei proprio tu?» aggiunse tra le lacrime mentre il calore percorreva le sue braccia ustionate.
Non ricevette risposta, suo padre continuava a fissarlo. Gill provò a muovere un passo verso di lui ma le sue gambe erano inermi e più si sforzava più il dolore sembrava aumentare. Volse lo sguardo verso il basso, vide le sue gambe completamente intatte. Non riusciva a comprendere. «Papà... cosa mi sta accadendo?»
Alzò di nuovo la testa ma suo padre era scomparso.
Ora c'era una donna.
«Chi sei?» disse Gill.
Era sola.
Sembra immersa nei suoi pensieri, il vento soffiava forte senza mai sfiorarla e il suo cuore batteva incessante spezzando il silenzio assordante. Sentiva il battito della donna perforargli i timpani e si sforzò di guardarla meglio cercando di incrociare il suo sguardo ma lei pareva non essersi accorta di lui. Era circondata da denso fumo grigio che si disperse velocemente a causa dei venti.
Ora Gill vedeva. Grosse sbarre le impedivano di muoversi, fredde catene di una torre dimenticata dagli Dei.
Ella non sentiva freddo, né tantomeno dolore, Gill sapeva che era così. Era lei a dirglielo, la sua mente le apparteneva.
Gli raccontò di aver pianto un tempo, un giorno troppo lontano per averne memoria e mandò a Gill fugaci immagini del passato che si prendevano gioco di lei, che venivano a trovarla nei suoi incubi più oscuri. Gli confidò che al risveglio rabbrividiva al pensiero che fossero anche i suoi sogni più grandi.
L'avevano rinchiusa ai confini del mondo, disse, sospesa tra lo spazio e il tempo, era ovunque e in nessun luogo così come era giusto che fosse, così come era stato deciso. Aveva lottato in ogni modo, tentando di non arrendersi al destino che l'attendeva, provando con ogni forza a rompere i sigilli ma la verità dei poteri sottratti continuava a danzarle dinanzi al volto lasciandola in balia dei suoi inutili sforzi.
Aveva urlato notte e giorno.
Aveva graffiato ogni singolo mattone di quelle mura.
Aveva lanciato lo sguardo al di là delle gelide sbarre cercando un appiglio verso il mondo esterno. Cercando un modo per ricordare a tutti che lei era ancora lì.
Che lei avrebbe ricordato.
I suoi occhi, però, non erano andati oltre il cielo azzurro, a volte grigio o talmente scuro da rendere le sue pupille dilatate le uniche stelle lasciate a brillare in quella galassia dimenticata da tutti. Era lo sguardo vivo di chi non dorme mai, di chi non è mai domo, di chi progetta e sogna il mondo per plasmarlo a suo piacimento.
Ci provava continuamente.
«Persino ora, Gill Sully.»
Narrò al ragazzo di quando il mondo aveva versato lacrime e disprezzo a causa sua, di quanto le terre avessero sanguinato, di quei bambini a cui aveva sottratto la speranza e degli uomini, caduti uno ad uno. Era il regno degli inferi e lei ne era artefice e demone alla guida di una nave che affondava tutte le altre lasciando che la vita scomparisse nel vortice della sua ira.
Avrebbero mai dimenticato? Non poteva permetterlo.
Aveva creduto di essersi spinta sino al limite e che la gabbia che ora l'accerchiava fosse la giusta punizione per aver fallito, ma esisteva davvero un limite? Continuava a chiederselo da anni mentre osservava la vastità dell'universo dall'alto della conoscenza che fluiva tra le sbarre, unico spiraglio visivo del mondo devastante che aveva creato al suo passaggio.
«Dopo tutto questo tempo ho capito, Gill...» continuava a parlargli e non poteva far altro che ascoltare e urlare sempre più forte «Non ho neanche sfiorato il limite e gli uomini hanno dimenticato.»
Gli uomini avevano dimenticato l'oscurità ma lei non avrebbe permesso che la luce li accecasse ancora per molto, continuava a sussurrarglielo come una mamma premurosa.
«Presto, molto presto. Ricorderanno Gill.» disse al ragazzo stremato. Provava ad aprire gli occhi ma non riusciva a muoverli, eppur la vedeva, era reale, non poteva essere altrimenti. La vide avvicinarsi sempre di più, in tutta la sua bellezza, sino a quando gli occhi di lei non furono nei suoi.
«Il grande Sole che illumina il mondo produrrà la più grande delle ombre»
Ricorderanno.
Solo allora ricorderanno.
«Solo quando la mia ombra terrà di nuovo in pugno i loro cuori, solo allora...» sorrise «Riderò. Li guarderò morire e riderò.»
Gill aveva paura. Voleva andarsene, voleva che tutto finisse, ma le labbra di lei incontrarono le sue e lo baciò, intensamente, con una passione che parve risucchiare il fuoco che bruciava il suo corpo.
«E tu, Gill...» disse sorridendo «...Ricorderai?».

Aprì gli occhi all'improvviso.
Era spaventato e febbricitante, ma vivo.
La vista offuscata lo confondeva impedendogli di capire dove si trovasse, ma in cuor suo sapeva di aver lasciato la città.
Sentiva i vestiti fradici.
Ancora scosso dalla visione della donna non riusciva a credere di essere vivo; prese a sbattere le palpebre chiedendosi quanto tempo fosse passato.
Lentamente tentò di mettersi seduto, con scarsi risultati, mentre a poco a poco prendeva coscienza dell'ambiente circostante.
Si trovava in un bosco o una foresta, difficile dirlo. Tutto sembrava uguale in ogni direzione ma alle sue orecchie giungeva il rumore del mare e capì che forse non aveva sognato tutto. Provò ad alzarsi, il dolore era tanto ma ci riuscì e molta sabbia cadde sul terreno.
Non era sicuro di ciò che stava vedendo. Le sue braccia erano segnate da solchi e graffi, le gambe erano piene di ferite e su tutto il corpo si intravedevano tracce di sangue ormai seccatosi. Sentiva ancora caldo ma diede la colpa al Sole mattutino. Non sentiva più il lancinante dolore che divampava dall'interno.
La pioggia aveva lasciato il passo al cielo sereno ma grosse nubi si intravedevano ancora ad Est e non promettevano nulla di buono. Il cinguettio degli uccelli lo colse alla provvista e quasi non cadde di nuovo a terra al passaggio di uno scoiattolo. Indossava vestiti che non riconobbe e si chiese allarmato dove fosse la sua armatura e chi lo avesse trascinato sin lì.
Nascosto tra i cespugli scorgeva qualcosa che lo spinse in quella direzione. Ancora confuso e sconvolto si avvicinò cauto. Erano tutti sdraiati in terra, non più di dieci individui, sembravano addormentati.
Si diresse verso di loro, ma una dardo comparve dal nulla, molto vicino al suo piede.
Alzò lo sguardo balzando all'indietro e cercando istintivamente la spada, senza trovarla, poi un uomo si fece largo da dietro un albero, arco in mano e ben puntato. Gli indicò di mettersi nuovamente seduto e così fu costretto a fare, non sapendo chi fosse, non avendo armi con cui difendersi.
L'uomo svegliò gli altri uno ad uno, senza mai staccargli gli occhi da dosso mentre Gill aveva completamente perso il senso del tempo e dello spazio; decine di domande continuavano ad echeggiare nella sua mente. In breve tutti furono intorno a lui.
La Prima Guardia li osservò ma era difficile capirne i lineamenti. I loro corpi erano devastati come il suo e Gill rabbrividì provando la sensazione di guardarsi allo specchio.
«Chi siete?» riuscì infine a dire.
Il suono della sua voce suonò così strano, così distante.
«I sopravvissuti» fu l'uomo con l'arco a rispondere «quel che ne resta.» aggiunse.
Gill continuava a non capire e per tutta risposta l'uomo abbassò finalmente l'arco ordinando agli altri di preparare le proprie cose.
«Ripartiamo subito.» disse lanciando a Gill quel che sembrava un pezzo di carne «è fredda ma è il meglio che abbiamo.» aggiunse.
Gill aveva fame, se ne accorse in quel momento. Afferrò con piacere quello che l'uomo gli offriva addentando la carne in fretta, era raro che accettasse qualcosa da chi non conosceva ma quegli uomini avrebbero potuto ucciderlo in ogni istante. Se non lo avevano fatto, probabilmente poteva fidarsi e pregò di non sbagliarsi. Come poteva essere vivo restava un mistero.
Ricordava le fiamme divampate in ogni parte della città. All'inizio era toccata alla madre di James, ma era davvero così? In tutta la sua vita non aveva mai visto sintomi del genere. Si era diffusa rapidamente, quella specie di maledizione lanciata da chissà quale demone. Uno ad uno Gill aveva visto i segni della morte su ogni abitante che incontrava. Aveva visto James, il suo caro amico, perire tra le lacrime e il sangue misto a quello della madre e poi Sam, suo fratello. L'ultima cosa che ricordava era Sam. Aveva pensato che la fortuna era dalla sua per una volta, ma si era sbagliato e poi... poi?
Si guardò intorno ma nessuno sembrava badare a lui. L'uomo che gli aveva offerto il cibo stava sellando dei cavalli che Gill non aveva ancora notato. Ne vide molti, riuscì a contarne almeno sei. A poco a poco la sua vista riacquistava lucidità e con essa realizzava i contorni dell'ambiente circostante. Gli animali erano legati più in lontananza rispetto a quella specie di accampamento tra i cespugli.
Osservò l'uomo. Sembrava il capo lì in mezzo, o quello che tutti ritenevano tale almeno. Doveva essere un soldato, una guardia come lui forse, ma Gill non lo aveva mai visto prima.
«Io non dovrei essere qui.» disse.
«Nessuno di noi dovrebbe» rispose l'uomo «mi chiamo Heagan» aggiunse.
«Gill»
«Gill Sully?» chiese Heagan. Gill annuì. «La Prima Guardia, avrei dovuto immaginarlo vedendo l'armatura. Alcuni di noi conoscono il tuo volto...» disse l'uomo indicando alcuni degli stranieri «...ma non erano sicuri dato lo stato in cui sei ridotto.»
Alcuni si avvicinarono e Gill riconobbe qualcuno di loro: Stan, figlio del fabbro della città, Emily Frey con le figlie, Lya e Mason, e Jason Sean, il macellaio. C'erano molti altri, ora Gill li vedeva, che uscivano dai propri nascondigli avanzando come spettri tornati dagli inferi. Tutti loro avevano i segni sul corpo, eppure erano vivi.
«Come...?» chiese alla fine.
«Come facciamo ad essere vivi?» disse Heagan «Nessuno lo sa. Forse non lo sapremo mai. Forse la pellaccia del corvo è più dura di quanto credessero.»
«Credessero, chi?»
«Crow'S Hill non è più un posto sicuro Sully, se mai lo sia stato. Questa specie di malattia ha ucciso quasi l'intera popolazione della città. Migliaia di innocenti, i bambini...» la voce si incrinò nel proseguire «Io c'ero. Ero in casa quanto è accaduto. Ha attaccato mia moglie e poi mio figlio. Li ho guardati morire senza poter far nulla e infine è toccata a me.» disse assorto guardando Gill senza realmente vederlo «Sono svenuto in preda alle convulsioni, convinto che fosse la fine. Ma mi sbagliavo. Al mio risveglio le porte della città erano spalancate! Che gli Dei mi siano testimoni ragazzo... erano spalancate» Gill ascoltava assorto «Capisci ragazzo?»
Gill capiva.
«Chi è stato?»
«Il falco di Teshaj sventola sulle mura, i loro uomini sono entrati senza bisogno di lottare. Perché non era rimasto nessuno da combattere.» disse Heagan.
«Ma perché?» chiese Gill.
Heagan scosse la testa «Non abbiamo tempo per pensarci, dobbiamo andare»
«Io torno lì» disse Gill.
«Come vuoi, Prima Guardia, se cerchi un modo rapido per morire.» disse Heagan.
«Devo trovare mio fratello.» aggiunse Gill.
Tutti lo guardavano come se fosse uscito di senno ma il ragazzo sentiva che se lui era vivo, forse anche Sam poteva avercela fatta. Non poteva vivere senza sapere la verità.
«Tornerò lì» disse nuovamente, ma qualcosa nell'espressione di Heagan lo convinse del contrario «tu lo hai visto.» disse Gill.
«Heagan non conosceva tuo fratello Gill, ma io si» disse Jason, il macellaio «Era al tuo fianco quando ti ho trovato, ma la vita lo aveva già abbandonato» si avvicinò per abbracciarlo «Non c'è niente a Crow'S Hill. Solo morte.»
«Ci danno la caccia. Ci braccano da giorni, senza sosta.» aggiunse Heagan «Qualcosa è andato storto nei piani del falco, noi non dovremmo essere vivi, siamo testimoni scomodi che devono morire a qualsiasi costo.»
«Quanto tempo è passato?» chiese Gill.
«La città è caduta quattro giorni fa. Era la prima volta che ci fermavamo, eravamo stremati e la pioggia non accennava a diminuire» rispose l'uomo «ma ora dobbiamo andare, con o senza di te. Preferirei di gran lunga avere una spada in più al mio fianco.» aggiunse.
«Non ho armi con me.» replicò il ragazzo.
A un cenno di Heagan un altro uomo si fece avanti gettando a Gill la sua spada.
«Non potevamo portarci dietro l'armatura, ci avrebbe rallentati.» disse l'uomo.
Gill annuì posando le mani sull'elsa. Era ancora troppo scosso, stava accadendo tutto troppo velocemente ma si rendeva conto che se c'era verità nelle parole di Heagan allora tornare nella città era inutile. Gli uomini di Teshaj erano un popolo spietato e non si sarebbero fermati davanti a nulla. Suo fratello era morto, non riusciva a farsene una ragione e continuava a chiedersi perché lui fosse vivo e Sam no.
La testa pulsava e il corpo era ancora indolenzito, probabilmente lo sarebbe stato per giorni ma era la sua mente a preoccuparlo. Forse stava diventando pazzo, pensò, ricordandosi delle strane visioni.
Si sfiorò le labbra con la mano. "Ricorderai?"
Guardò gli uomini di fronte a lui annuendo nuovamente. Avevano rischiato la vita per salvarlo e non poteva tornare indietro a gettarla in pasto ai falchi.
«Ma dove andremo?» chiese infine.
Heagan sospirò.
«Crow's Hill è l'unico passaggio ad Est verso la capitale. Non possiamo raggiungerla ma dobbiamo avvertirla in qualche modo» disse «Andremo a Koen.»
«Gli uomini del mare?» chiese Gill.
«Sono gli unici che possono aiutarci. Le loro navi arriveranno in fretta a Lionfield.» rispose l'uomo.
«Ci vorrà troppo tempo» il ragazzo scosse la testa.
«Hai un'idea migliore?» chiese Heagan.
Gill non ne aveva.
«Allora è deciso. Abbiamo un cavallo anche per te, è una fortuna avere mastro Weiss. Non fosse per i suoi cavalli a quest'ora saremmo tutti morti.»
Sorrise all'uomo che Heagan gli indicava.
«Speriamo siano più veloci dei falchi allora.» disse Gill.

Montarono ognuno sul proprio destriero, Heagan, Jason, Stan, Emily e le sue figlie, mastro Weiss e l'uomo che aveva portato la spada a Gill. C'erano due donne e altri tre uomini che il ragazzo non conosceva.
Gill affiancò il suo cavallo a Heagan.
«Grazie.» disse.
«Non ringraziare me Prima Guardia, non sono stato io a trovarti. Queste persone sono impaurite e faccio del mio meglio per guidarle verso la salvezza.» rispose l'uomo.
«Sembra che te la cavi alla grande allora.» disse Gill sorridendo.
«A volte la morte è la salvezza. Guarda il tuo corpo, ragazzo, siamo in debito con la vita e prima o poi qualcuno farà quadrare i conti» ribadì Heagan «è presto per ringraziare.» concluse.
All'ordine di Heagan, i cavalli si inarcarono voltandosi verso Sud.
Presero a cavalcare e cavalcarono veloci senza mai guardarsi indietro, lasciandosi alle spalle la tempesta e le fiamme, il sangue e il dolore. Lasciandosi alle spalle il luogo che avevano chiamato casa.
Al galoppo il vento sferzava il volto di Gill.
Davanti a loro, il mare era una linea sottile all'orizzonte che sembrava sfidare il coraggio del corvo mentre le grigie nubi erano pronte a sfoderare nuove ondate di pioggia.
Una goccia già cadeva sulla sua mano. Gill abbassò lo sguardo perplesso, ma era la lacrima di un guerriero che perde il fratello.

"E tu, Gill, ricorderai?"

Avrebbe ricordato.



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