ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato martedì 10 maggio 2016
ultima lettura lunedì 11 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Tween, IV capitolo

di Airaam. Letto 537 volte. Dallo scaffale Fantasia

IV capitoloDopo che mi ero svegliata, a fatica avevo ritrovato la pace del sonno. Mi rigiravo continuamente, la mente mandava continuamente in onda fl...

IV capitolo
Dopo che mi ero svegliata, a fatica avevo ritrovato la pace del sonno. Mi rigiravo continuamente, la mente mandava continuamente in onda flash dell’incubo-sogno. Non sapevo come definirlo. Forse era stato tutto frutto della mia mente. Le tante letture fantasy non avevano fatto che alimentare le mie fantasticherie. Più ci pensavo e più mi faceva male la testa. Decisi così di non pensarci per il resto della giornata, mi preparai e andai a scuola per incontrare la preside.
La St. Fallen Academy era un edificio gotico dall’austera bellezza, si stagliava alto verso il cielo, racchiuso tra due torrette gemelle ampiamente ornate che sottolineavano ulteriormente il ritmo verticale dell’edificio. Era provvisto di un giardino immenso, in mezzo al quale si ergeva una gigantesca quercia, che accarezzava il cielo, con la sua folta chioma verde con spiragli dorati, ancora immune al primo freddo settembrino. La sua forza era palpabile, sembrava rilucesse di luce propria. Poco metri più in là c’era la cartina del campo, che presentava una x rossa cerchiata, sugli uffici scolastici e altri simboli per indicare i restanti edifici. Non mi fu difficile individuare la presidenza, era l’unica stanza con una porta cremisi con tanto di targa, su cui era scritto il nome della preside. Mrs Jenkins. Bussai ed entrai. La preside era seduta su una grande sedia dattilo girevole, rossa anch’essa, con i braccioli bianchi in ecopelle. La preside, dall’aspetto algido, mi ricordava un doccione, rigida, gli occhi vigili, sguardo tagliente incorniciato dai lunghi capelli corvini.
«Buongiorno» dissi entrando, richiudendomi la porta alle spalle. «Signorina Sanders, prego si accomodi» rispose la preside, indicando la sedia di fronte a lei. La scrivania era impeccabilmente ordinata come il resto della stanza. Ogni cosa era perfettamente in ordine. Tutto appariva pulito e lucidato, non c’era un solo oggetto fuori posto. Il piccolo abitacolo ospitava una piccola libreria a muro, su cui i libri, notai, era ordinati in ordine alfabetico. Tra i titoli scorsi “Cecità” di Saramago, “Madame Bovary” di Flaubert, “Il Giardino Segreto” di Burnett, “Attraverso lo specchio” di Carroll. Ne “L’ombra del vento”, Zafòn scrive che i libri sono specchi, riflettono ciò che abbiamo dentro. Credo sia terribilmente vero, quei classici, lì sistemati, emanavano la stessa solennità della loro lettrice. Una sorta di fascino immortale. Il colloquio fu rapido, la Jenkins mi chiese a quale indirizzo volessi iscrivermi, e mi fece firmare dei documenti per legittimare l’ammissione. Mi congedai e uscendo dall’edificio, inspirai a fondo la stuzzichevole aria autunnale che stava subentrando alla calda aria estiva. Anche se a Vienna, non era mai esattamente estate. L’erba, di un verde brillante, riluceva ai raggi del sole che, nel frattempo aveva fatto capolino tra le nuvole. I raggi squarciavano il cielo plumbeo, preannunciando una giornata speravo calda e soleggiata. Il cortile era colorato da piccole aiuole circolari, dove trovavano rifugio fiori dai fusti esili di un rosso vermiglio. Mi fermai di fronte all’imponente quercia. Mi addentrai nella penombra creata dai suoi rami e ne accarezzai il tronco, scabro e ruvido. Uno strato di sughero ne copriva una larga parte, ne grattai via un po’ e vidi delle strane scritte che scalfivano la superficie. Cercai invano di leggere, sembravano le rune di Shadowhunters. «È celtico, significa “Vita”» disse una voce alle mie spalle. Mi trovai di fronte una ragazza dai lunghi capelli biondi, che teneva in mano una copia di “Viaggio al centro della terra” di Verne. Ottima scelta. «Piacere Alissa» si presentò tendendomi la mano. «Piacere Airy» risposi stringendogliela. «Sei nuova? Non si vedono molti forestieri da queste parti» commentò. «Si mi sono trasferita un paio di settimane fa. I miei genitori hanno ottenuto delle proposte lavorative che non potevano rifiutare» le spiegai. «Verrai a scuola qui?» domandò curiosa. «Si ho appena incontrato la preside» asserii. «Come fai a sapere che quel simbolo significa “vita”?» indagai interessata. «Mia nonna» esitò, «conosce il significato delle rune celtiche» mi spiegò. La ascoltavo curiosa di sapere, non ne avevo mai vista una. «Si legge Eoh oppure Eihwaz, è associato all’albero del mondo, che pur essendo frassino nella mitologia norrena potrebbe essere stato precedentemente una quercia» mi spiegò. «Albero sefirotico hai detto» la guardai. «Esatto, termine perfetto» osservò. «Mi piace la mitologia. Più comunemente è conosciuto come albero della vita.» dissi guardando la quercia. «È incredibile la forza che emana. È vita allo stato puro». «La leggenda narra che l’albero racchiuda in sé tutti i cinque elementi: terra, acqua, aria, fuoco e spirito. Sorge qui da un tempo immemorabile. Pensa che è anche raffigurato sui nostri libri di storia» concluse ridendo. «Non ci credo» scoppiai a ridere anche io. La canzone “Just the way you are” di Bruno Mars si aggiunse alla nostra conversazione. Adoravo quella canzone, perché sottolinea l’importanza di apprezzare se stessi, con i nostri pregi e difetti, che ci rendono unici e speciali, ciascuno a suo modo. Alissa rispose al cellulare facendomi cenno di allontanarsi un attimo. «Airy», sentii chiamare, mi girai da parte a parte ma non c’era nessuno, soltanto la grande quercia, che mi accarezzava delicatamente con i suoi rami frondosi. Di solito era Anne a farmi questi scherzi, approfittando della sua invisibilità, ma lei aveva deciso di andarsene, di nuovo, con la giustificazione che era per il mio bene. Se davvero ci avesse tenuto a me non mi avrebbe lasciato e, soprattutto non ora, che avevo più bisogno di lei. Reale o no, era la mia migliore amica. «Scusa», disse Alissa tornando verso di me, «era mio madre. Mi ha ricordato di dover andare a prendere mio fratello al parco», mi spiegò facendomi capire che doveva andar via. «In realtà, stavo andando via anche io. Papà stasera terrà l’inaugurazione del suo ristorante e lo aiutiamo nell’organizzazione». «Congratulazioni, in bocca a lupo per la serata.» disse sorridendo. Mi lasciò il suo numero, dicendo che qualche giorno avremmo potuto organizzarci e che mi avrebbe fatto da Cicerone per la città. Non sembrava un tipo a cui piace un no come risposta, pur nella sua solare allegria, quindi mi limitai a sorridere e lasciarle a mia volta il mio cellulare.
Tornare a casa non fu difficile, si trattava di prendere il tram a Volkstheater, la fermata più vicina alla scuola, cinque minuti a piedi e scendere a Rathaus. L’interno del mezzo era puntellato di comode poltroncine rosse brillante. Impregnava l’aria un fresco odore di pulito con una lieve spruzzata di vaniglia, proveniente probabilmente dalla signora che sedeva due poltrone avanti la mia. Aveva i capelli oro ramato, che le incorniciavano il volto dagli zigomi duri e gli occhi di un blu tanto intenso, non caldo, freddo, che se ti soffermavi un secondo più del dovuto, sembrava ti pietrificassero. Scesi dal tram e dopo un’altra piacevole passeggiata sotto i tiepidi raggi del sole rientrai in casa. «Sono tornata», dissi ad alta voce. Mi diressi in cucina, dove trovai mamma ai fornelli, intenta a cucinare chissà quale prelibatezza per pranzo, mentre mia sorella ci distruggeva i timpani con la sua musica. «Rachel, abbassi un po’ il volume?», le chiesi implorante. Aveva un ottimo gusto musicale, però ascoltava la musica ad un volume tanto tanto che bastava poco per infrangere i vetri. «Airy perché non vai a farti un’altra passeggiata?» rispose con il veleno nel tono. «Perché non vai a romperti le orecchie in camera tua?» ribattei.
Fece una smorfia e se ne andò. «Ciao mamma» la salutai con un bacio. «Cosa cucini, ho una certa fame» le dissi, massaggiandomi lo stomaco. «Riso all’insalata, fresco e sbrigativo» mi rispose. «Soprattutto leggero» replicai. Il nome riso all’insalata, potrebbe anche sembrare indicare una pietanza adatta alla “dieta”, ma credo dipenda come lo si prepari. Mamma mette il mondo, insalata, pomodori, mozzarella, wurstel, prosciutto cotto, mais, è tutto fuorché leggero. Non capisco le persone che mettono soltanto due tre cose, tanto vale mangiare riso in bianco. «Com’è andato l’incontro con la preside?» chiese mamma. «Bene, ho firmato l’atto che sancisce che frequenterò lì l’ultimo anno.» la informai. «E’ bella la scuola?» domandò mentre girava il riso. «E’ arci stupenda, sembra un po’ la scuola di Harry Potter, però è davvero magnifica. E’ gotica all’esterno, con tanto di doccione in pietra, e moderna all’interno. Un connubio perfetto» dissi, lasciandomi trasportare dall’entusiasmo. «Ho anche conosciuto, una ragazza che frequenta la scuola. Si chiama Alissa, mi ha anche lasciato il numero offrendosi di farmi da guida per una visita guidata della città», le annunciai, sedendomi a tavola. «Che gentile», commentò mamma. «Sarà il momento giusto, perché tu esca dalla tua stanza e ti accorga che esiste un mondo al di fuori dei libri» iniziò a dire, ripetendo la solida cantilena. Mi salvò l’arrivo di papà che entrò in cucina con un sorriso raggiante che gli illuminava il viso. «E’ tutto pronto per l’inaugurazione» annunciò fiero battendo le mani. Mi diede un bacio sulla fronte e si diresse ad abbracciare mamma, dopodiché prese posto a tavola. Era super felice di aver finito i lavori e di poter finalmente aprire il suo ristorante. Era sempre stato il suo sogno e noi tutti eravamo contenti che si fosse realizzato.
Dopo pranzo salii in camera, presi il libro stavo leggendo e andai a posizionarmi sulla sedia a dondolo, nel portico di casa. La Noel è una delle poche autrici che ha il dono che di fare della sua scrittura la chiave di accesso ad un altro mondo. Un mondo fatto di mistero, soprannaturale, che nella sua innaturalità ti fa sentire assolutamente normale, adatto. E’ questa la grandezza dei libri, della scrittura. La protagonista del suo romanzo “Evermore”, Ever, è una ragazza vera, che vive una vita complicata e affronta verità che le piombano addosso mandando in frantumi il suo mondo, pezzo per pezzo. E’ capace di combattere con tenacia, senza cadere nel luogo comune della donzella in pericolo. Erano passate da poco le sette, quando mamma uscì fuori ad avvisarmi che mi dovevo preparare per l’inaugurazione. Mi alzai mio malgrado dalla poltrona, chiusi il libro e salii in camera.



















Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: