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lavoro pubblicato martedì 10 maggio 2016
ultima lettura mercoledì 6 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Egle

di OSCARtheDark. Letto 436 volte. Dallo scaffale Fantasia

È un fantasy, ma è tratto da una storia (quasi) vera.<<Ma lo sai che qui dietro, vicino alla scuola, c’è un castello abbandonato?>>, mi disse Lorenzo. Eravamo in classe, l’insegnate mancava, in quel momento di fugace libertà ognuno faceva quello che volev

Attenzione: nel racconto è presente qualche frase in dialetto napoletano.

Sei nel bel mezzo della scrittura di una nuova storia, è una storia lunga ma il racconto è breve. Stavi freneticamente tentando di riscriverla, vero? Questa storia invita solo te a leggerla…

<<Ma lo sai che qui dietro, vicino alla scuola, c’è un castello abbandonato?>>, mi disse Lorenzo. Eravamo in classe, l’insegnate mancava, in quel momento di fugace libertà ognuno faceva quello che voleva. <<Tu sei tutto scemo!>>, proruppe Federico, <<non è un castello, è un vecchio manicomio.>> <<A me sembra un castello…>> <<Perché è grande!>>. A quel punto m’intromisi nella conversazione. <<Wow! Fantastico io adoro i luoghi abbandonati!>>. Lorenzo e Federico mi fissarono sorpresi e, all’unisono esclamarono: <<Tu???>> <<Eh, io!>>, risposi. <<Una volta sono entrata in un parco dei divertimenti abbandonato…però di giorno.>> <<<Dove si trova?>>, mi domandò Lorenzo. <<In Sicilia, ero lì per le vacanze estive…>> <<Ah…e com’era?>> <<Beh, era un vecchio parco dei divertimenti. C’erano molte statue e molte giostre in disuso. L’erba era alta e poi…ho trovato una chiave e sono entrata nella biglietteria, c’erano ancora i ticket.>> <<Sicuramente è stato chiuso perché qualche bambino è morto.>>, disse Erina. <<Wè! E tu da dove sei sbucata fuori?>>, esclamò Federico. <<Da sotto il banco, stavo recuperando l’orecchino…>>, dicendoci questo, mostrò a tutti un orecchino a forma di teschio. <<Il castello è meglio di un parco dei divertimenti…>> bofonchiò Lorenzo. <<Ci vogliamo andare?>>, proposi, <<ma di giorno, non m’interessa incontrare tossici o senzatetto.>> <<Va bene, oggi pomeriggio?>>, chiese Federico. <<Oggi pomeriggio.>>, ripetei.

Erano le quattro e nessuno si era ancora presentato. Io aspettavo davanti al cancello, uno di quei cancelli di ferro che finiscono a freccia. Ciò che c’era oltre il cancello non era né un castello né un manicomio, solo una vecchia enorme villa. Sentii una leggera vibrazione nella tasca dei jeans; mi era appena arrivato un messaggio da Lorenzo. <<Scusa, io non posso venire, devo studiare storia.>> <<Va bene, fa nulla>> gli risposi. Dopo un minuto arrivò un altro messaggio da parte di Federico. <<Scusa, non vengo.>> Ma che cavoli, m’avevano dato buca! E ora? Decisi di andare da sola, tanto anche nel parco c’ero andata da sola. Da soli è più divertente. Il cancello era impossibile da scavalcare, fortunatamente avevo già scovato un’entrata secondaria, una porticina di legno (marcio) semi nascosta dai prolungamenti di una pianta arrampicante. Bastò un calcio e cadde giù. Mi ritrovai nel giardino. Un tempo doveva essere stato proprio un bel giardino… Le erbacce erano cresciute folte, quasi mi arrivavano alle ginocchia. Al centro c’era una fontana di marmo bianco. La fontana era vuota, senz’acqua, il muschio aveva rivestito il fondo e non solo quello, anche una piccola statua di un cupido bendato con arco e freccia posta in cima. Lontano, in un angolino, c’erano un tavolo e due sedie. I piedi delle sedie scomparivano nella terra mentre il tavolo era ricoperto da foglie secche. I raggi del sole illuminavano obliquamente un albero di limoni. Il tempo o la trascura l’avevano reso un albero robusto, forte come una quercia. Tra le sue foglie smeraldine, in più, spuntavano un paio di limoni gialli e belli. Ne colsi due e li sistemai nello zaino (sì, avevo portato con me lo zaino provvisto di merendine, fazzoletti, salviettine imbevute, cerotti, e una torcia). Dal giardino entrai dentro la casa attraverso una porta a vetri. Ero nella sala da pranzo. In questa sala immensa dal pavimento a quadrettini bianchi e neri come in una scacchiera, padroneggiava una lunghissima tavola velata da una tovaglia bianca dai ricami dorati. Le sedie erano raffinate con piccole decorazioni incise a basso rilievo nel legno. Fiori, parole, nomi. Le sedie a capo tavola erano più grandi rispetto alle altre. Su una lessi il nome Giuliano, e su l’altra il nome Licia. Risi e un po’ stupidamente comincia a canticchiare la sigla di Kiss me Licia. Kiss me Kiss me Licia, certo il loro cuore palpita d'amore, amore sì per te. Kiss me Kiss me Licia sono affezionati, ed innamorati, e pensan sempre a te.
Sulla tavola pendeva un lampadario d’ottone con piccoli cristalli che sbrilluccicavano nella penombra. Alle pareti, erano appesi vari quadri raffiguranti per lo più paesaggi. Ovviamente essendo un luogo abbandonato, la polvere regnava sovrana dovunque. Un arco a tutto sesto immetteva nell’altra stanza. Questa stanza, a differenza della sala, era piccolissima, un buco. Un buco con un tappetto persiano sul parquet, una poltroncina, un caminetto, un tavolino e una libreria appiccicata alla parete stracolma di libri. Mi avvicinai proprio alla libreria e guardai i libri che c’erano. La maggior parte erano scritti in una lingua che non conoscevo, riconobbi però, Dracula di Bram Stoker, miracolosamente scritto in italiano. Era un’edizione vecchissima risalente all’anno di pubblicazione, senza immagini, senza copertina, soltanto un centinaio di pagine gialle rilegate tra di loro. Lo riposi con attenzione e dopo, andai avanti. Delle scale scricchiolanti mi portarono al secondo piano. Ero davvero entusiasta. Non fraintendetemi, non ero alla ricerca di fantasmi o roba simile, è che mi piaceva (e piace) vedere tutti quei mobili, i vasi, le sedie, i quadri, pensare che un tempo una donna di nome Licia aveva vissuto lì, e mi piaceva, mentre visitavo quella che un tempo era la sua casa, immaginarla. C’era un bagno al piano superiore. Era un bagno piccolo arredato con uno stile classico. Le mattonelle del pavimento erano di un celestino chiaro, infondo all’angolo a destra c’era una piccolissima vasca bianca. Alla parete opposta alla vasca c’era una finestra quadrata con delle tendine bianche che arrivavano fino al pavimento. Inoltre, sulle tendine erano ricamati degli angeli. Accanto alla finestra si trovava un lavello in ceramica. Di solito sopra ai lavelli dei bagni c’è uno specchio, ma lì non c’era, però doveva esserci stato; sulla parete erano rimasti i segni di un grosso rettangolo. Me ne resi conto solo allora, in quella casa non c’era neanche uno specchietto, nessuna superficie riflettente. Provai, anche se sapevo che era impossibile, a girare la manopola del rubinetto. In un luogo abbandonato non c’è né elettricità né acqua, nonostante ciò, da quel rubinetto l’acqua uscì tiepida e trasparente. Al piano superiore la maggior parte delle porte erano chiuse a chiave, e oltre al bagno entrai in una camera da letto…un po’ inquietante. La carta da pareti era stata strappata, in alcuni punti erano chiari segni di graffi. Un letto dalle lenzuola nere spadroneggiava al centro della stanza. Accanto al letto un comodino con una lampada antiquaria. Un armadio in legno a tra ante, uno scrittoio, un baule, e nient’altro. Posai la mia attenzione sullo scrittoio dove c’era ancora una penna d’oca intinta in una boccetta d’inchiostro e una lettera. Presi la lettera e nel farlo mi sporcai il pollice con l’inchiostro fresco. Qualcuno l’aveva scritta poco tempo fa. La lettera era datata al 28/04/2016. Oggi, pensai. Ovviamente la lessi, come potevo non farlo? Il mio cuore è nero come il mare in tempesta, e in esso affogo lentamente. Senza nessun’ancora di salvezza… Basta, c’era scritto solo questo. Effettivamente, più che una lettera sembrava una di quelle brevi poesie giapponesi, un haiku…ecco! In quel momento, sentii inaspettatamente una canzone. Non capivo da dove provenisse, però la conoscevo. Poi capii, era Rolling Girl, la suoneria del mio cellulare. <<Pronto?>> <<Pronto? Pronto?! Oscar song e' cinquè aro' cazzo stai?! >> <<Mamma, sei tu?>> <<No, sono il prete della chiesa, ma chi bbuo' ca' sià? Mo’ ti sei dimenticata pure il numero di mamma tua? Dimmi dove sei, ti sei scordata che dobbiamo andare dalla zia Costantina?>> <<Wè! È vero, arrivo subito aspè!>> <<Eh, muoviti!>>, dettomi questo, mia madre riattaccò. Corsi subito giù in fretta e furia ma quando mi ritrovai nella stanzetta con la libreria mi arrestai bruscamente. Il caminetto era accesso, e sulla poltrona sedeva una giovane ragazza con le pagine giallastre di Dracula in mano. <<Oh, hai già finito di gironzolare per casa mia?>> mi disse senza distogliere lo sguardo dalle pagine. <<Eh…mi scusi io…io credevo…questa è casa sua? ...credevo fosse…>> <<Credevi fosse disabitata? Sì, lo è!>>, esclamò voltandosi verso di me. Quella che sembrava una ragazza era in realtà un mostro dagli occhi gialli e aspri come il succo dei limoni. Aveva due corna d’ariete, le orecchie a punta e la pelle…la sua pelle pareva porcellana. Indossava un lungo vestito nero con un corto strascico, pieno di merletti e fiocchetti. Anche i suoi capelli erano neri, più neri dell’oscurità. Indietreggiai in preda allo sgomento. <<Hai paura?>> sibilò lei. Naturalmente mica potevo rispondere sì, e poi, mi venne il dubbio di star sognando, o di aver inalato qualche gas allucinogeno. <<No>>, risposi calma, <<mi dispiace davvero di essere entrata in casa tua senza per messo, ma adesso devo proprio andare via, mi stanno aspettando, quindi ciao!>>. La ragazza-mostro lì per lì rimase perplessa. <<Ah!>> si alzò dalla poltroncina, <<Aspetta ma dove fuggi?>> <<A casa, e non sto fuggendo…>>. Ero alla porta vetri, nella sala da pranzo. Provai più volte ad aprire ma la porta era bloccata. <<Nah, da qui non te ne vai senza il mio permesso!>> <<Antipatica!>>, sbuffai, <<Beh, cosa devo fare per andarmene?>>. La ragazza- mostro rifletté per un attimo e poi disse: <<Bevi del thè con me.>> <Del thè?>> <<Viene direttamente da Londra, è buonissimo te l’assicuro!>> <<Ah…va bene…>>. Ci accomodammo nella sala da pranzo. Lei prese posto a capo tavola, io accanto a lei. Il thè era scurissimo, servito in due tazzine di ceramica con sopra dei fiori dipinti. Mentre sorseggiavo silenziosamente il mio thè mi venne in mente il nome che avevo letto su una delle sedie. <<Tu ti chiami Licia?>> <<No, mia madre si chiamava Licia, io sono Egle.>>, mi rispose porgendomi la sua mano. <<Io sono Oscar.>>, dissi stringendola. <<Oscar non è un nome maschile?>> <<Eh, lo dicono tutti, i più cattivi poi, mi fanno la battuta con l’Oscar!>>, dalla sua espressione capii che non sapeva di che stessi parlando. <<Va bè, effettivamente Oscar è un nome da maschio, ma sai, a mia madre piaceva tanto…e mio padre voleva un maschietto e quindi…Dai! ...un po’ come Lady Oscar…figurati che qualche mia amica mi chiama pure così!>>. No, lei proprio non mi seguiva. << tu sei davvero strana!>>, esclamò scoppiando a ridere. <<Grazie…>>, bofonchiai. <<Ma tu, cosa sei?>> <<Io? Un tempo ero umana, ora… esattamente non lo so.>> <<Eri umana, e vivevi qui, giusto?>>. Egle annuì. <<E cos’è successo?>> <<È una storia molto lunga…>> <<Mi piacione le storie lunghe!>> <<Ovvio, perché sei strana…>> <<Nella Bella e la Bestia, un principe viene trasformato in un’orrenda bestia. Io mi sono incantata da sola per cancellare i miei difetti. Ciò che vedi è la conseguenza. Gli esseri umani sono stupidi, questo l’ho capito quando non ero più un umana. Acquistando questo corpo immortale ho acquistato anche la maledizione di vedere morire tutte le persone che amavo. Sono rimasta qui da sola per molto tempo. Poi, un giorno, un ragazzo s’intrufolò nella mia casa credendo che fosse abbandonata, esattamente come te. Il suo intento, però, era quello d’impiccarsi. Lo fermai, non per pietà, non ci tenevo ad avere un altro morto in casa, dovrei avrei messo il suo cadavere? Quel ragazzo era strano, tu gli assomigli, non hai paura di me. Io avrei anche potuto innamorarmi di lui… quello sciocco però, s’è ammalato ed è morto…come tutti. Io vorrei davvero tanto liberarmi di questa immortalità…vorrei poter cancellare il mio volto…a breve il mio desiderio verrà esaudito. Hanno intenzione di demolire questa vecchia casa e con essa sparirò anch’io. Sai, non è un caso che tu sia venuta da me…so che dentro quello zaino c’è un quaderno pieno di storie e disegni. Scriveresti la mia storia? Io non voglio essere dimenticata… >> <<C-certo…>> <<Il nome di quel ragazzo era Enrico.>> <<Va bene, lo ricorderò…>> <<Ottimo, e…oh! Non guardarmi così! Non voglio la tua pietà, voglio solo la tua penna…ho sempre amato i libri, ma il dono della scrittura è qualcosa di molto raro, mi domando come possa avercelo una ragazzina sciocca come te.>> Ridacchiai. <<Vorrei saperlo anch’io! Però, non sono mica così brava…>> <<Non dirlo, non crederlo, in questo modo perdi in partenza.>> Il cellulare squillò nuovamente. Non risposi ma sapevo che era mia madre. <<Devo andare…>>, cominciai a dire, <<mi stanno aspettando…>> <<Allora vai, ma ricordati…la nostra è una promessa, scrivi la mia storia! Se non lo farai, un demone verrà a farti una visitina…>> <<No, no, tranquilla, la scriverò!>>.

Una settimana dopo… <<Ehi, Lorenzo, lo sai che hanno demolito il vecchio manicomio?>>, disse Federico. <<No! Sul serio? E io che ci volevo andare…>>, rispose Lorenzo. <<Ah, è vero! Oscar, ma alla fine che hai fatto? Ci sei andata?>>, mi chiese Federico. <<Certo che no!>>, esclamai. <<Tu non me la conti giusta…ci sei andata!>>, affermò Erina. <<No, giuro che non ho messo piede in quella villa.>> <<Villa???>>.

…La tua storia sembra finita ma non avevi la minima idea, non hai detto tutto al riguardo non essendo da te. “Ora” che tipo di storia stai scrivendo?

Ciao caro lettore! Spero che la storia ti sia piaciuta, se ti va puoi andare a visitare la mia pagina facebook - https://www.facebook.com/AP3-219143904847284/ - solitamente posto illustrazioni o disegni realizzati da me, anche a questo racconto è stata correlata un’illustrazione che troverai sempre sulla pagina.



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