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lavoro pubblicato lunedì 9 maggio 2016
ultima lettura martedì 17 settembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Tween, Capitolo 3

di Airaam. Letto 501 volte. Dallo scaffale Fantasia

III CAPITOLO«Si sta svegliando, sta aprendo gli occhi» sentii bisbigliare sommossamente intorno a me.«Airy, tutto bene?» chiese una voce poderosa. Aprii gli occhi e mi ritrovai davanti due occhi verdi che mi scrutavano attentame...

III CAPITOLO

«Si sta svegliando, sta aprendo gli occhi» sentii bisbigliare sommossamente intorno a me.
«Airy, tutto bene?» chiese una voce poderosa. Aprii gli occhi e mi ritrovai davanti due occhi verdi che mi scrutavano attentamente. Lanciai un gridolino fioco. «Tesoro sei in ospedale. Lui è il dottore Schwartz». Girai il viso e vidi mia madre sorridente, lieta che mi fossi ripresa, che mi veniva incontro. «In ospedale?» mormorai confusa. Non ricordavo nulla, eccetto che papà faceva volare in aria la forchetta con i Profiteroles. Ma come?...Anne! Adesso ricordavo Anne aveva mosso la forchetta. Scrutai ogni angolo della stanza, ma non la vidi? Dove si era cacciata? Perché non era lì con me?
«Allora Airy,» disse il dottore Schwatz, richiamando la mia attenzione «adesso dovrai fare una cosa molto semplice» si interruppe guardandomi, per accertarsi che lo stessi ascoltando. Annuii e lui proseguì «Dovrai seguire questa lucina con gli occhi. Okay?». Assentii nuovamente. Disse «Perfetto» e mi puntò contro non una lucina, un vero e proprio abbagliante. Cercai di resistere, perché sapevo che quel test sarebbe stato il mio biglietto per tornare a casa. L’ultima cosa che volevo era restare in quel letto di ospedale, che sembrava un mausoleo rispetto alla stanza spoglia, dove di tanto in tanto faceva capolino un raggio di sole ad illuminarla, a conferirle vita. «Può tornare a casa?» chiese mamma in ansia. «Si, non c’è assolutamente nulla che non vada. Deve essere stato un calo di zuccheri.» ipotizzò il dottore, adducendo che capita sovente alla mia età. Più che calo di zuccheri, il mio adipe si era trasferito del tutto. I miei genitori firmarono dei documenti e tornammo a casa.
Mi buttai sul letto e accesi la televisione, non che capissi molto per il frastuono della musica di mia sorella, di gran lunga più rilassante dell’interrogatorio dei miei genitori. Cosa hai sentito quando hai perso conoscenza? Hai mangiato qualcosa che ti ha fatto male? Forse è stato un calo di zuccheri? Mi ero ritirata in camera con la scusa di sentirmi ancora alquanto scossa per quanto accaduto, facendo perno sul loro senso di genitorialità. Aveva funzionato. Non che mi annoiassero anzi, li consideravo i genitori ideali, che tutti vorrebbero e dovrebbero avere, ma non potevano dare loro una risposta se neppure le mie domande ce l’avevano. Era tutto normale poi una luce mi ha investito e mi sono risvegliata all’ospedale. Quella luce cos’era? E perché dal mio risveglio non ho più visto Anne? Quando mi sforzo di ricordare è come se incontrassi un ostacolo invalicabile, il muro d’orto rovente montaliano con in cima i cocci di bottiglia.
«Airy!» urlò mia sorella spalancando la porta. Urlai di rimando e caddi dal letto per lo spavento. «Ti ho chiamato dieci volte, volevo avvisarti che la cena è pronta», disse mia sorella ridendo. Mi alzai da terra dolorante, nel cadere il ginocchio era urtato contro lo spigolo del comò che aveva lasciato un bella chiazza viola proprio in corrispondenza della rotula. Arrivai in cucina saltellando sulla gamba sinistra, mio padre vedendomi, spalancò le braccia esclamando «Non sei tornata neppure da due ore e già dobbiamo riportarti in ospedale». Mi sedetti, sforzandomi di non ridere, ma fallii miseramente. «Alice non si smentisce mai», disse Rachel imitando nostra zia. «Mamma mia per un urto, a tutti può capitare». «Nessuno cade dal letto, perché si spaventa quando sente la sorella entrare che, tra parentesi, la sta chiamando da ore». «Ero sovrappensiero e poi sono caduta, perché ho l’abitudine di mettermi sempre sul bordo del letto e mai al centro» dissi stentorea. Mia sorella aveva il dono di farmi venire i nervi a fior di pelle in un nanosecondo. «Imbranata» disse sottovoce. Stava per imboccare un cucchiaio di purè, in quel momento desideravo tanto che le si rovesciasse sulla sua maglia preferita. Così fu. L’universo sa essere davvero grandioso alle volte. Mi astenni dal ridere e distolsi lo sguardo. «Scendi con me domani mattina?» chiese mamma. «Si, vieni a prendermi tu al ritorno?» le dissi. «Perché domani dove devi andare?» chiese papà disorientato. «Poi io sono Alice…Papi, domani io cosa devo fare?», gli rivolsi uno sguardo eloquente. «E cosa devi fare?» ripeté tra sé sforzandosi di ricordare.
«Domani deve andare a scuola per l’orientamento!» gli urlò mia sorella, tirandogli un tovagliolo appallottolato. «Giusto! È
vero, è vero», ripeté papà illuminato, lanciando a Rachel lo straccio della cucina. Io e mamma scoppiammo a ridere. «Come hai fatto a dimenticartene, se lo ripete ogni secondo di ogni singolo giorno. Ha scelto i vestiti tre mesi fa» disse mia sorella roteando gli occhi. «Non parliamo di te, che quando comprasti i biglietti dei The Kolors per un mese ci siamo sorbiti tutto l’album per un mese», le intimai di lasciar cadere il discorso, quella logorroica era lei. «Vabbè su non litigate» cantò papà, lanciandoci le palline di carta che aveva fatto con il tovagliolo. «Dopo pulite tutto, voglio vedere il pavimento lucido» ci rimproverò mamma. «Okay» dicemmo tutti e tre all’unisono, tirandole una pallina di carta.
Togliere la tavola fu ancora più divertente, mentre mamma lavava i piatti papà apriva l’altra fontana ci schizzava l’acqua addosso. «Pete, dopo ti faccio lucidare tutta la cucina se non la finisci immediatamente», intimò mamma a papà, mentre tentava di schivare i getti d’acqua. «Anziché ringraziarmi, sto lavando la cucina da cima a fondo, gratis» ribatté papà. Io e Rachel tentavamo di ripararci con lo straccio, ma non servì a granché. Papà si divertiva da matti, come quando giocava con l’elicottero telecomandato di Rachel. Immaginai che il braccio della fontana che aveva tra manie che si divertiva a puntare su di noi, si girasse lo inzuppasse dalla testa ai piedi. Sarebbe stato un spettacolo grandioso. Aprii gli occhi, sentendo mia sorella ridere e mia madre esclamare «Guarda cosa hai combinato!». Andò a prendere un asciugamano e lo posò sulle spalle di papà, zuppo fin dentro le scarpe. Sbattei le palpebre, non poteva essere. Era esattamente quello che avevo immaginato. Una coincidenza, non c’era altra spiegazione.
Mi ritirai in camera mia e non ci pensai più. Leggevo troppi libri fantasy, fu il mio verdetto definitivo. Lavai i denti e accesi la televisione, stava per iniziare Criminal Minds, una serie riguardante una squadra di psicocriminologi dell’FBI che risolve i casi più intricati. È alquanto cruente come serie, perché non sacrifica nulla, neppure le scene più macabre non adatte ad un pubblico facilmente impressionabile, come mia sorella. Quando condividevamo la stanzetta, quando lo guardavo lei si copriva fin sopra la testa con la coperta e si circondava di cuscini. Si costruiva una vera e propria roccaforte. Adesso toccava a me costruirla, la musica che ascolta, trapassava anche le spesse mura che ci separavano.
Ogni sera la stessa storia, perché lei aveva scelto il dolby surround, io dovevo subire. Mi alzai per andare a chiederle di abbassare il volume, non avevo capito nulla di quanto il dott. Reid avesse detto. Stavo per aprire la porta quando un dolore lancinante mi attanagliò la testa. Mi accovacciai sulle ginocchia, la testa, tra le mani, pulsava forte. Era come se qualcuno stesse giocando a baseball con il mio cranio e io non sapevo che fare, non mi uscivano neppure le parole per chiamare i miei genitori. Tra le lacrime vidi uno spiraglio di luce, e mi sforzai di aprire gli occhi. La porta era aperta e stava entrando qualcuno. Non riuscivo a tenere gli occhi aperti, abbastanza a lungo per capire chi fosse e li richiusi. Una mano calda si chiuse sulla mia testa e il dolore a mano a mano scomparve. In quell’istante mi accorsi di aver trattenuto il respiro tutto il tempo. Mi voltai e vidi Anne. Mi lanciai in avanti per abbracciarla, ma lei si tirò indietro. Sentii riaffiorare le lacrime. «Perché mi hai abbandonato, hai detto che non te ne saresti andata», dissi flaccidamente. «Come fai a ricordare?», Anne parlava tra sé, scuotendo il capo. «Perché Anne?» le chiesi alzando la voce. «È per il tuo bene», disse allontanandosi verso la porta. «Verranno a cercarti se resterò». «Cosa significa? Non capisco» dissi tra le lacrime. «Chi verrà?» gridai mentre svaniva. «Non posso dirti nulla. Non cercarmi» rispose, gli occhi vitrei. «Cosa? No Anne. Ti sei sempre definita mia sorella e una sorella non abbandona un’altra sorella» le ricordai, in un ultimo tentativo disperato di farla restare. Vidi il suo volto rigato dalle lacrime, non pensava davvero quello che diceva. Allora perché?
Mi svegliai nel letto madida di sudore. Era stato tutto un sogno? Anche le strane cose che erano successe quella sera?




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