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lavoro pubblicato domenica 8 maggio 2016
ultima lettura mercoledì 21 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Confesso a dio onnipotente....

di Tiziana. Letto 1058 volte. Dallo scaffale Gialli

“confesso a dio onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni e di ciò vado particolarmente fiero!”Il prete pescò nella ciotola d’oro. Addosso aveva odore di muffa, incenso e ta...

“confesso a dio onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni e di ciò vado particolarmente fiero!”
Il prete pescò nella ciotola d’oro. Addosso aveva odore di muffa, incenso e tanto vino, più di quanto ne aveva contenuto l’ampollina dalla quale aveva appena bevuto, forse giusto quanto è il sangue nel corpo di un uomo.
«Il corpo di Cristo».
“Grazie perché no”.
Il cannibalismo non è tra le mie preferenze, ma dopo tutto…
Se tu solo sapessi prete! Ti arrenderesti all’inutilità della redenzione.
Marta dopo di me raccoglie in bocca il sapore di dio, poi mi segue lenta. Segue me, segue i molti me: il marito, il cristiano, il killer, Carlo L.
Se sapesse, se tutti sapessero, forse a questo luogo non avrei accesso e dopo tutto io e il loro dio abbiamo molto in comune, entrambi abbiamo fatto vittime. Però se molti hanno ucciso in nome di dio, io non ho mai cercato alibi.
Marta è piccola basterà poco. Giro la chiave, il motore mi da sicurezza. È importante per me che in certi momenti tutto sia come mi piace, dopo tutto anche io ho qualche difetto, per esempio sono abitudinario.

È da tempo ormai che so che devo ucciderla e mi stupisce che invece per lei tutto scorra sempre nello stesso modo. Continua a cercare la mia mano, mi coinvolge nel suo futile parlare, mi sorride come se fosse in salvo.
Forse dovrei risparmiarla, lei è la sola che mi ha regalato certi gesti, quelli che misurano la differenza tra la normalità e me.
Seduta in macchina parla, racconta, vedo le sue labbra muoversi, mi arriva il suono della sua voce, ma non arriva il senso. Non posso ascoltarla, devo pensare. Sarà facile con lei, è nata per essere preda e vittima. Subisce tutto con una calma che mi irrita, ha sempre subito, è incapace di reazione. La conosco bene la mia Marta, dopo i mille sonni e i mille risvegli che abbiamo diviso, anche se i suoi sogni erano lucidi e i miei zuppi di sangue.
Conosco il momento in cui la ucciderò, l’ho preparato, l’ho studiato, lo desidero, so esattamente che fare e posso prevedere quello che lei farà, però sono nervoso e quando uccido non mi piace essere nervoso.
Arrivati a casa appena imbocco il vialetto di ingresso lei smette di parlare, fa sempre così, si interrompe appena le ruote toccano la ghiaia. Scenderà dall’auto si muoverà piano cercando in giro il gatto, quella bestiaccia che ho dovuto odiare di nascosto e che ucciderò quando lei non ci sarà, entrerà in casa e telefonerà a sua sorella: «come stai – cosa fai – quando pensi di venirmi a trovare?», un copione recitato da anni sempre nello stesso identico modo, oggi però mi da un po’ di nausea.
Poco prima del pranzo mi siede accanto sul divano, altra scena dello stesso copione: la tv blatera, lei mi sfiora con gesti che hanno la lentezza e il sapore della consuetudine, non le appare strano sentire le mie mani sul collo, non reagisce neanche quando la pressione aumenta. Riesco a sentire il suo cuore tra le dita battere e battere e battere di urgenza, il sangue correre sotto la pelle, si sta precipitando per tentare di combattere l’inevitabile che lo fermerà.
Meccanismi di difesa di un corpo destinato a soccombere alla mia volontà. Sono i momenti che preferisco, sentire le mie vittime spegnersi tra le mie mani, mi piace sapere che persino la natura è in mio potere, sento un calore partirmi dalla nuca e scendere liquido lungo la spina dorsale, se stringessi di più adesso potrei finire in un attimo, ma sono rapito dai suoi occhi, dalle labbra che mi hanno sfiorato e che ora si fanno via via più scure, come se indossassero il lutto per le parole che non potranno più pronunciare, per i baci che finiscono qui.
Lei è inerme inconsapevole di tutto questo, la mia povera Marta, il mio scudo contro il mondo, solo un secondo prima della fine le leggo negli occhi un doloroso stupore.
E poi il silenzio. Ho detto che sentirle morire è uno dei miei momenti preferiti? Non è vero, quello che preferisco è questo silenzio, vedere li le mie vittime: immobili, mute, vuote.
Oggi Marta ha superato se stessa, è sempre stata una buona cuoca, ma oggi questo cibo sa di liberazione, peccato che ora lei sia immobile, muta, vuota.
Devo aspettare il buio, non devo rischiare. Ho già scelto il posto, dietro la casa, poco oltre l’altalena che ha voluto con l’entusiasmo di una bambina, oltre i fiori fucsia che curava e raccoglieva, è li che la seppellirò.

LUNEDÌ

E ora devo chiamare la polizia. Non c’è fretta però, dopo tutto non mi hanno mai visto, per anni hanno concentrato la loro attenzione sul mio lavoro, ma a me non mi hanno mai visto.
È confortevole sapere che se lo volessi li potrei fregare anche oggi, mi basterebbe decidere di non fermarmi e a loro non resterebbe altro che continuare ad indignarsi, ad inorridire, non gli resterebbe altra alternativa che continuare ad inseguire un’ombra.
“Mia moglie è partita… mia moglie è sparita…”
Potrei persino piangere e il loro sguardo non andrebbe mai oltre me.
Me lo sono chiesto diverse volte come è stato possibile, come hanno potuto ignorarmi. Anche i poliziotti alla fine non sono che dei miseri esseri umani, si credono eroi ma sbagliano, e così semplicemente non possono credere che esista uno come me, non ce la fanno a pensare all’uomo come il più crudele dei predatori innaturali.

Calci e pugni, è il loro modo per esprimere il disprezzo, non sono bravi con le parole.
«Dove hai seppellito le altre?»
Deve essere il capobranco questo che urla, non il più alto in grado, ma quello che potrebbe disporre della vita degli altri se solo fosse reale quel potere e quella cattiveria che recita come in un pessimo film, e invece spreca con me il suo potenziale, con me che oggi glielo concedo, che oggi ho voluto farmi vittima.
"Sul mio terreno saresti costretto a soccombere, a chiedere inutilmente pietà".
Gli racconto tutto, gli parlo di tutte: gli appostamenti, guardarle muoversi e percepire il nervosismo nei loro gesti, prenderle e legarle perché imparino lentamente e con orrore che non possono opporsi al destino, la paura che solo io riesco a sentire nel loro respiro, continuo a raccontare, sono qui per questo.
Parlo di Angela e i suoi capelli che ho annusato per ore perché profumavano anche imbrattati di sangue, Margherita il cui seno si muoveva al ritmo di una feroce danza insieme al suo respiro accelerato dalla paura, Maria Paola che per un attimo è riuscita a guardarmi con odio, per un attimo solo. E Marta, la mia Marta, che prima di morire si è stupita di trovarsi accanto me.
Ho finito e non ho risparmiato i dettagli e ora il capobranco ha voglia di vomitare, gli uomini miseri non dovrebbero fare domande, non hanno la forza di ascoltare le risposte.

UN ALTRO GIORNO

«Perché lo ha fatto?»
Le voglio perdonare la più stupida delle domande. Se fossi ancora io le imporrei di pagare, andrei personalmente a riscuotere, e questa ragazzina spaventata imparerebbe di aver sbagliato ma non avrebbe il tempo necessario per il rimorso. È fortunata, oggi è finita e l’ho deciso io, nessun altro avrebbe potuto.
Vedo nei suoi occhi l’urgenza della curiosità, buona dote per un cronista, sulla sua pelle c’è l’aroma dolce e acidulo della paura, tiene le spalle erette quasi rigide e i piedi sono pronti alla fuga, quante prede ho cacciato, troppe per non riconoscerne le movenze, vogliono sembrare più alte, più forti, più veloci, vogliono che io pensi di non potercela fare, vogliono farmi desistere. Solo per questa assurda arroganza dovrei ucciderla, non può rendersi conto che deve a me la sua stupida vita è per questo che continua a porre le sue domande.
Mi tiene gli occhi puntati addosso, vuole convincermi che non mi teme o forse vuole convincere se stessa, ma è uno sforzo che le costa fatica.
«Non prova rimorso per il male che ha fatto? Non si sente in…»
“Non dirlo!”
Sì ferma, a volte persino la più sprovveduta delle prede sente il respiro del carnefice troppo vicino.
“Può forse il leone scegliere di pentirsi per aver mangiato la gazzella? Può pentirsi per le sue strategie di caccia, per averla attesa sottovento ed averle strappato la giugulare? La mantide può pentirsi per aver decapitato il maschio che l’ha ingravidata? Il pentimento è solo una limitazione umana e io non sono fatto per le limitazioni”
«Era sua moglie, mi spieghi almeno perché ha ucciso lei»
“Per quella vita costruita pezzo per pezzo, perché nessuno dovesse mai mettermi in discussione, per tutti i risvegli e la colazione nelle tazze bianche, per la voce tenuta sempre bassa, e i fiori in giardino, e i sabati e le domeniche con gli amici, le discussioni “gommose” alle quali mi sono sottoposto, per quella trappola che ho costruito intorno a me giorno per giorno e che mi consentiva di dominare quelle misere prede”.
Mi chiede perché lei? Perché ho ucciso Marta? Come avrei potuto lasciarla vivere dopo che aveva saputo, come avrei potuto continuare avendo distrutto con lei la mia tana sicura.



Commenti

pubblicato il lunedì 9 maggio 2016
Mariamel79, ha scritto: Atroce confessione di un impeccabile impenitente, adoro il tuo stile e l'ironia che attraversa ogni singola riga di questo racconto. Mi ha catturata sin dalla prima parola che credo non a caso sia stata il verbo "confesso" e non solo per tutto ciò che essa solitamente comporta soprattutto se pronunciata in un ipocrita coro sommesso di riti domenicali. Ben scritto, molta cura nel descrivere la sfera psicologica e intima del personaggio principale con cui, a mio parere, si regalano gli aspetti più interessanti della storia. Coinvolgente e sconvolgente!
pubblicato il lunedì 9 maggio 2016
Mariamel79, ha scritto: Atroce confessione di un impeccabile impenitente, adoro il tuo stile e l'ironia che attraversa ogni singola riga di questo racconto. Mi ha catturata sin dalla prima parola che credo non a caso sia stata il verbo "confesso" e non solo per tutto ciò che essa solitamente comporta soprattutto se pronunciata in un ipocrita coro sommesso di riti domenicali. Ben scritto, molta cura nel descrivere la sfera psicologica e intima del personaggio principale con cui, a mio parere, si regalano gli aspetti più interessanti della storia. Coinvolgente e sconvolgente!

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