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lavoro pubblicato domenica 8 maggio 2016
ultima lettura venerdì 10 luglio 2020

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

The Moon's coming up... like an Eye In The Dark - cap. 6

di ledalalida. Letto 524 volte. Dallo scaffale Amore

Una delle cose che odiavo maggiormente era la pessima abitudine di alcuni di parcheggiare la maledetta auto nei cortili altrui...

6. Crimewave [Onda Criminale]

" Eyes lit. I want short breaths. I found dark eye lids. Nice breasts. Like the summer into rough hands"

Crimewave - Crystal Castles VS Healt

[South Side - Chinatown - Wentworth Av., Chicago]

Una delle cose che odiavo maggiormente era la pessima abitudine di alcuni di parcheggiare la maledetta auto nei cortili altrui. Non capitava spesso che le scaricassero nel cortile del Centro, approfittando del fatto che ancora non avevo messo il dannato cartello di divieto d'accesso ai non residenti, ma capitava. Vedevano che era un posto pulito e tranquillo, riparato, e di solito erano i proprietari di bolidi sopra i trentamila dollari a piazzare i culi lucidi degli stessi nel mio cortile, per poi andare a pranzo o in chissà quale altro misterioso luogo di perdizione di Chinatown.

E capitò anche quel giorno, lunedì, forse l'unico fottutissimo giorno della settimana in cui mi serviva che il passaggio fosse libero per facilitare l'ingresso ai furgoni dei fornitori.

Smontai dalla moto e andai dritto verso quella sottospecie di peperoncino gigante, piazzato in parallelo tra la porta d'ingresso e le finestre del mio ufficio. Mi avvicinai al finestrino, tentando di isolare il riverbero con la mano, ma non riuscii a vedere un bel niente all'interno per colpa dei vetri oscurati sia sul parabrezza che sui finestrini laterali. Quell'auto i trentamila dollari, prima presi in considerazione, non li superava... come minimo li triplicava: una Jaguar F-Type rosso fiammante, un naso da clown sul viso sudaticcio di un ottantenne con tanto di tubicini d'ossigeno infilati nelle narici, ecco cosa sembrava.

Imprecando a bassa voce, entrai di gran carica nel Centro, senza passare dal mio ufficio, deciso a scoprire a chi appartenesse quell'esplicita provocazione. Salutai alcuni dei ragazzi mattinieri, cercando di individuare Melissa e quando la trovai, appoggiata alla colonna di fronte all'aula di musica, la raggiunsi in un baleno parandomi davanti a lei.

«Di chi cazzo è quell'auto in cortile?» abbaiai puntando il casco in direzione della porta.

Lei sgranò gli occhi e con una mano mi fece segno di abbassare la voce, mentre con l'altra afferrava il polso del mio braccio teso per tirarmi dietro la colonna.

«Che fai?» Mi ripresi il braccio, strattonando con forza.

«Ciao anche a te, Ty» disse aprendosi in un dolce sorriso.

Ringhiai.

«Non ti agitare, sono stata io a dargli il permesso di metterla lì» disse. «Non avrai pensato che potesse parcheggiare un gioiellino come quello sulla Wentworth, vero?» Wentworth e auto di lusso non era un bel connubio, dovevo ammetterlo, ma ancora non mi aveva detto di chi era l'auto.

«Hai dato il permesso a chi esattamente?» indagai parlandole a un centimetro dalla faccia.

In tutta risposta lei mi prese ancora per il braccio, stavolta delicatamente, e mi fece voltare verso l'aula di musica.

«Maledizione!» Tolsi gli occhiali da sole per vedere più chiaramente il soggetto in questione, pregando fosse un'allucinazione: non la era. Era il Piccolo Lord. Espirai, ficcando gli occhiali nel casco e passandomi una mano tra i capelli, mentre focalizzavo l'immagine di Jamie, innaturalmente piegato con la schiena sullo sgabello del pianoforte a coda, che trafficava a testa in giù sotto la tastiera.

Lanciai a Melissa uno sguardo truce. «Che diavolo sta facendo, me lo spieghi?» Puntai ancora il dito in direzione dell'aula. «Quand'è arrivato? Non può stare qui, non ha il consenso firmato!»

Melissa mi schiaffeggiò la mano, costringendomi ad abbassarla. «Ti vuoi calmare, Ty?» bisbigliò. «E' arrivato stamattina presto... l'ho trovato davanti alla porta con un borsone più grande di lui in spalla. Mi ha chiesto se poteva dare un'occhiata all'aula di musica e io gli ho dato il permesso... mi ha chiesto se poteva aggiustare gli strumenti che non funzionavano e io gliel'ho dato di nuovo. Sono tre ore che lavora senza sosta» disse rivolgendo un sorriso al miele allo stronzetto.

E sono tre anche i maledetti permessi che gli ha dato nello stesso arco di tempo.

«Non. Ha. Il. Dannatissimo. Consenso» ribadii feroce.

Melissa sbuffò. «Il consenso c'è, invece. E' sulla tua scrivania.»

«Ma...»

«Firmato» continuò decisa. «Da entrambi i genitori e con copia dei documenti d'identità» aggiunse come se lei per prima fosse fiera di quella conquista imperiale. Io, al contrario, la giudicavo tutto meno che una conquista. Non vedevo il Piccolo Lord da una settimana e mi ero quasi dimenticato di lui.

Quasi.

Ragionai un momento, poi dissi: «Non ce li abbiamo i pezzi di ricambio... per nessuno degli strumenti.»

Sollevò un angolo delle labbra, compiaciuta. «Oh, lo so. Ha portato tutto lui, infatti. Era quello il contenuto del borsone.»

La guardai malissimo. «Era?»

Annuì felice. «Ha già sistemato tutte le chitarre, cambiato i dischi alla cassa e rinfoderato il timpano, i due Tom e il rullante. Ha sostituito solo il Charleston, ma dice che la prossima volta porterà anche i Ride» prese fiato. «E ha montato un doppio pedale nuovo di zecca!»

Spalancai la bocca. «Come sai il nome di tutta quella roba? Tu non sai un cazzo di... di musica!»

«Ti stupiresti di quanto si possa imparare in tre ore... con un buon maestro.» Inclinò il capo sulla spalla. «E' davvero un bravo ragazzo!»

La canzone, sparata dalle casse della sala, finì e prima che ne iniziasse un'altra sentii distintamente la voce del Piccolo Lord.

«Oltre a sniffarsi mezzo Loop, parla anche da solo?» chiesi sfilandomi il giubbotto.

«Non è solo» rispose Melissa serafica. «C'è Miriam con lui.»

Il respiro mi si mozzò all'istante, e tutto si mise in pausa nel giro di un secondo: parole, musica, voci, persone... tutto.

COSA? Ha detto Miriam?

Scrollai la testa e mi lanciai verso l'aula, ma non riuscii fare neppure un passo perché Melissa mi trattene per la manica del maglione con tanta energia da lasciarmi quasi in maglietta. Incazzato come una iena, tornai dietro la colonna, questa volta dalla parte opposta, dove potevo vedere meglio anche l'angolo morto dell'aula.

Seduta sul davanzale interno della finestra, le gambe piegate al petto e la testa appoggiata alle ginocchia, c'era Miriam Bower, con l'espressione più cretina e sognante che le avessi mai visto sul suo viso di sedicenne timida e impacciata. Guardava il Piccolo Lord e ascoltava con rapimento tutte le stronzate che diceva.

«Non li trovi, anche tu, carini insieme?» mi sussurrò Melissa all'orecchio.

Non la degnai di risposta e rimasi come ipnotizzato dall'assurdità di quel quadretto al limite dell'immoralità.

Miriam Bower era la figlia adottiva degli Zelinger: una coppia di imbecilli che, oltre a lei, avevano in affidamento altri quattro ragazzi orfani di età compresa fra i tredici e i diciassette anni. Il capo famiglia, tale John Zelinger, era un alcolista - puttaniere impenitente e la madre, quella scrofa immonda di Lucinda Zelinger, batteva a serate alterne tra la 23rd e la Princeton; chi mai potesse scoparsi quel ratto di fogna lo sapeva solo Dio...

Miriam si era presentata al Centro quell'anno, in un pomeriggio piovoso di Febbraio, stremata e fradicia come un pulcino, spaventata dalle minacce di uno degli amici dei fratellastri, a cui si era rifiutata di dare i soldi del pranzo, e che la stava inseguendo per la Wentworth brandendo il mezzo manico di una scopa: roba da non credere! Impietosito dalla scena, l'avevo fatta entrare, concedendole di asciugarsi e offrendole un riparo fino a quando non avesse avuto via libera per tornarsene a casa. Dopo quell'episodio, si era ripresentata al Centro praticamente ogni pomeriggio, per nulla intimidita dalle mie minacce di chiamare la polizia o i servizi sociali. Le avevo spiegato in dieci lingue diverse che non poteva restare, che era minorenne e che avrei passato dei guai se l'avessero beccata a frequentare il mio Centro, ma non c'era stato verso. Con il passare del tempo, avevo constatato che non dava problemi, e lei aveva iniziato a seguire i miei corsi di fotografia del martedì e quelli di scultura il giovedì, per poi arrendersi anche a quelli di arte il venerdì. All'inizio se ne stava in angolo dell'aula, in piedi, con un quaderno in mano e gli occhiali tondi ben calcati sul naso, rigida e attenta come un soldato, senza dire una parola, e io fingevo non vederla. Eravamo andati avanti così fino a prima dell'estate quando Melissa, sfoderata tutta la sua irresponsabile compassione materna, mi aveva convinto a lasciarla partecipare attivamente alle lezioni.

Miriam era una ragazzina molto timida e tranquilla, piaceva a tutti ma non dava confidenza a nessuno; si limitava a seguire le lezioni e a parlare con me o con Melissa, e poi se ne tornava a casa e fino al pomeriggio seguente nessuno la rivedeva.

«Per niente!» dissi idrofobo. «Come mai non è a scuola?»

«La Princeton Rewiew è chiusa oggi. Disinfestazione. Ci sono cartelli ovunque, non li hai visti?»

E chi cazzo li guarda mai i cartelli?

Combattei contro la voglia di entrare nell'aula e trascinarla via e contro quella di guadagnare il mio ufficio e sbrigare le incombenze generose del lunedì. Scelsi la seconda.

Sei un idiota Tyler Dixon!

Lo so, risposi al mio subconscio sano. Ci mancava solo dover sedare l'infatuazione di una ragazza innocente per un tossico problematico come Jamie. Non potevo permettere che si perdesse anche lei nell'universo del Piccolo Lord: uno come lui l'avrebbe distrutta, usata come carta igienica per un culo molto, molto sporco. Era tutta una gran merda, insomma!

«Non perderli di vista!» ordinai laconico a una Melissa che nemmeno mi guardò, persa nella puntata pilota de Jamie's Creek.

Lavorai per un paio d'ore senza ricevere interruzioni. Quando ero entrato nel mio ufficio avevo trovato il modulo un po' unto e stropicciato di James - allora si chiamava davvero così - Victor Silver Hughes, compilato in ogni sua parte, tranne quella che spettava a me, e firmato da entrambi i genitori, come aveva sostenuto Melissa. Prima di faxarne una copia al dipartimento di zona e archiviare l'originale, la mia attenzione era stata catturata dalla sezione riservata al padre, compilata in una grafia diversa, più spigolosa e fredda di quella di Lyla Silver.

Architetto, amministratore delegato della Hughes Constructions Company, nato il 25 aprile del 1981 a Chicago, Illinois; residente a... via... numero di telefono, numero assicurazione sanitaria etc... e poi la firma: grassa e chilometrica, nonostante il nome corto, e... invadente... tanto da usurpare, con i riccioli delle "S", anche lo spazio destinato alla firma della madre. Avevo guardato anche la fotocopia a colori del documento d'identità, ma conoscevo già il suo aspetto, visto e rivisto su decine di giornali. Steven Hughes era uno degli scapoli d'oro più ambiti degli States, con un passato da modello e un codazzo di femmine lungo quanto la Route 66. Sicuramente giovane e bello, senza più dubbi che fosse realmente il padre del Piccolo Lord, e... cazzo, ma perché mi inventavo queste cose? Lui era Darth Vader: soprannome azzeccatissimo data la sua carriera paterna e il nome di Dark Lady, molto simile a quello della Principessa Leila di Star Wars.

La pace, e soprattutto la mia sigaretta, vennero interrotte da un gran baccano di metallo e legno che mi fece sbiancare prima e correre fuori dall'ufficio come una saetta subito dopo. Neanche a escluderlo proveniva dall'aula di musica.

Mi inserii nel gruppo di curiosi che si era radunato fuori dall'aula, spintonando e mandando a quel paese tutti quanti perché mi lasciassero passare, e quando arrivai alla porta quello che vidi mi fece maledire in mille modi diversi il fatto che avessi già spedito quel fax al dipartimento!

La batteria era mezzo rovesciata, c'erano attrezzi sparsi dappertutto e un'infinità di tasselli di legno sul pavimento che immaginai servissero per il pianoforte. C'era poi Miriam, addossata alla finestra, terrorizzata e con gli occhi puntati su Jamie che bloccava il collo di Robert Dagan, schiacciandolo contro la parete dirimpetto, e Melissa che tentava di calmarli. Il volto del Piccolo Lord era paonazzo, le labbra tirate scoprivano i denti; il suo corpo magro era in tensione e le vene gli affioravano sugli avambracci tatuati.

Entrai e scansai immediatamente Melissa, misi una mano sul torace di Robert, badando a non toccare Jamie: era ancora minorenne.

«Che cazzo sta succedendo?» chiesi fuori di me. «Allontanati da lui, ragazzino!»

«Fottiti!» mi rispose Jamie con gli occhi iniettati di sangue, senza mollare la presa su Robert, prossimo al soffocamento per via del braccio che aveva premuto sulla trachea.

Fottiti? A me? Ma che, scherziamo?

«Lascialo andare. Subito!» gli ordinai ancora.

Robert emise un rantolo sofferente, e mi pareva strano visto che pesava il doppio del suo aggressore e lo superava di almeno cinque centimetri.

Miriam soffocò un gemito coprendosi la bocca con le mani.

«Sparisci Bower!» dissi imperativo. Lei si destò dallo sconvolgimento e sgranò gli occhi pieni di paura. Sollevando il mento le indicai l'uscita e, mantenendosi a filo del perimetro dell'aula, lei si mosse rapida fino a raggiungere il gruppo all'esterno. «Anche voi. Tutti quanti!» guardai i ragazzi. «Fuori dalle palle!» Subito dopo mi rivolsi a Melissa: «Chiudi la porta.»

Jamie piegò meglio il ginocchio, sfruttandolo per aumentare la pressione, e strinse la mano sinistra al polso di Robert.

«Lascialo andare» ripetei cercando di essere minaccioso e convincente insieme.

«Nemmeno per sogno! Questo pezzo di merda è venuto qui a prendermi per il culo e a toccare tutta la mia roba!» disse Jamie, sputando qualche goccia di saliva sul viso tondo di Robert. «Vuoi vedere dove te le ficco le tue dita grassocce e sudicie, figlio di puttana?»

«Jamie!» strillò Melissa.

«Taci!» la rimproverai girando appena la testa.

Robert chiuse gli occhi. «Ty, toglimi... questo s-stronzo di dosso» balbettò.

Feci l'unica cosa che potevo fare: mi abbassai e mi infilai nello spazio tra i due corpi dei ragazzi, cercando di incastrare il collo sotto il gomito del biondino, la testa premuta sulla spalla di Robert.

A quel punto, Jamie allentò la presa. «Cosa credi di fare?» mi domandò inviperito. «E' una questione tra me e lui. Levati!»

«No, stronzetto, è anche una mia questione!» Piegai il braccio e con il gomito tentai una compressione sul torace magro di Jamie, sempre attento a non usare troppa forza.

«Il coglione si merita una lezione» continuò ostinatamente Jamie. Al che Melissa, contro ogni buonsenso, si mise dietro di lui e gli posò le mani sulle spalle. Jamie sussultò e per un attimo ebbi paura che potesse farle del male, ma non azzardò nessun gesto brusco, per fortuna.

«Levami le mani di dosso, nonna!»

Melissa non demorse, e invece di togliersi dai piedi come era più logico che facesse, iniziò ad accarezzarlo stringendogli leggermente le spalle, come per massaggiarlo.

«Non c'è bisogno di usare la violenza, Jamie» parlò dolcemente. «Ti prego. Vieni via.»

Il ragazzino ansimava come un bufalo in carica e continuava a guardare Robert e ignorare me, che mi sentivo peggio di un pezzo di lamiera sotto la pressa di uno sfasciacarrozze.

Trascorsero alcuni secondi e poi finalmente avvertii la pressione diminuire e i due corpi distanziarsi. Nel momento in cui Jamie tolse il braccio dal collo di Robert mi posizionai meglio davanti a quest'ultimo, fissando il Piccolo Lord in cagnesco mentre arretrava; si passò una mano nei capelli e indicò Robert con l'indice teso e mi guardò con un'espressione risoluta.

«Stai commettendo uno sbaglio.» Era arrabbiatissimo, gli occhi cerchiati di rosso e il pomo d'Adamo sporgente che si muoveva su e giù in continuazione.

«Qui l'unico che sta sbagliando sei tu» dissi.

«Esatto!» disse Robert sprezzante, massaggiandosi il collo. «Il figlio di papà si diverte a giocare al falegname perché vuole fottersi Maria!»

«Robert!» lo ripresi assestandogli una gomitata nella pancia molle.

«Robert!» disse anche Melissa con una nota di delusione nella voce.

Jamie si abbandonò a una risata forzata e maligna, appoggiando le mani sulle cosce.

«Ahhh... ora ho capito, palla di lardo: ti piace quattrocchi ! Ecco perché hai montato questo show da cinema di terza visione...»

Ma che diavolo... e adesso Miriam cosa c'entra? A Robert piace Miriam? E da quando? E... cazzo, perché? Merda! Neanche il coglione dietro di me andava bene per lei: ventunenne, tossico e squatter da qualche parte nel Cermak. Queste scoperte mi facevano incazzare a morte...

«Non parlare così di lei, Hughes!» Robert agitò le braccia alle mie spalle e io spinsi con la schiena per tenerlo fermo. «Tornatene dalla tua mammina prima che cambi idea e decida di raggiungerla per fottermela a sangue!»

Quella fu la stoccata definitiva e mutò in una congiuntura che non avrei potuto controllare nemmeno se avessi avuto la capacità di fermare il tempo. Ciò che accadde in quel tempo brevissimo sfuggì completamente al mio potere. Fu un attimo... solo un fottuto attimo, e l'onda criminale si abbattè con la violenza di uno tsunami! L'unica cosa che riuscii a distinguere con assoluta precisione fu lo sguardo iracondo di Jamie che si lanciava su Robert e, di conseguenza, anche su di me che con il mio corpo gli facevo ancora da scudo. Il biondino liberò un urlo abominevole e i suoi occhi per una frazione di secondo incrociarono i miei; la sua gamba si alzò, muovendosi rapidissima verso il fianco di Robert ma, a pochi centimetri dal bersaglio, nello stesso momento in cui mi guardò, cambiò direzione e si schiantò contro l'anta dell'armadio di legno alla mia destra, con un frastuono e un'esplosione di schegge ovunque.

«Oh, mio Dio!» Melissa si gettò nella confusione, giusto in tempo per afferrare Jamie sotto le braccia prima che cadesse. Conclusione: finirono entrambi sul pavimento, Melissa schiacciata da un Jamie urlante per il colpo che aveva subito al piede e una smorfia grottesca sulla faccia.

Il mio pensiero, invece, fu molto più brutale: quello era solo il primo giorno, il maledettissimo primo giorno di tutta la merda che mi aveva buttato addosso Lyla Silver.

«Tyler, porta via Robert. Immediatamente!» disse Melissa, le vene gonfie sul collo teso.

Ansimando come un povero cretino, abbassai gli occhi su lei e Jamie, versione madre di Gesù con il figlio appena deposto dalla croce. Dio... ma perché mi ero cacciato in quella storia?

Afferrai Robert per il cappuccio della felpa. «Muovi il culo!» lo spinsi verso l'uscita e, quando notai il sorriso perverso che gli increspava le labbra, gli diedi uno schiaffo alla base della nuca. «Cammina coglione!» Il ragazzo infine ubbidì e, una volta in sala, lo affidai al gruppo di Sheila, impegnato a catalogare uno scatolone di libri usati che era arrivato quella mattina. «Resta qui» gli intimai scaricandolo sul divano accanto a Loris, il nerd del Centro. «Faremo i conti dopo.»

Robert deglutì senza aggiungere un suono, e fu meglio così: una sola parola in più e lo avrei preso a calci in culo. Letteralmente.

Respirai a fondo, passandomi le mani tra i capelli e poi tornai nell'aula di musica, ridotta un disastro dopo l'apocalisse che si era consumata al suo interno. Chiusi la porta con il tallone.

«Tu» puntai il dito su Melissa che nel frattempo aveva fatto sedere Jamie con la schiena al muro e gli stava controllando il piede.

«Io cosa, Ty?» chiese pacifica, arrotolando i pantaloni neri del ragazzo, senza degnarmi di uno sguardo.

Mi abbassai per incontrare i suoi occhi, e non mi sfuggì il gonfiore rosato alla caviglia del Piccolo Lord, che teneva le palpebre abbassate e ciondolava la testa, pervaso dal dolore.

«Tu» ripetei a Melissa. «Ti avevo detto di togliere quel dannato computer dalla sala!»

Melissa non mi prendeva in considerazione. Le sue dita magre tastavano la caviglia di Jamie in più punti, e roteando il piede a destra e a sinistra scatenarono nel ragazzo una serie di lamenti.

«Non so di cosa tu stia parlando» disse con un tono stufato, quasi fosse colpa mia se lo stronzetto si era fatto male. «Non capisco cosa centri il computer.»

«Ti avevo chiesto di farlo sparire. I ragazzi non devono usarlo.»

«E perché mai?» espirò, passandosi il dorso della mano sulla fronte sudata.

«Come pensi che quell'idiota di Robert abbia trovato le informazioni su...di lui?» risposi con una domanda, incapace di pronunciare il nome del Piccolo Lord.

«Dubito che il nostro computer sia il solo mezzo con il quale Robert avrebbe potuto scoprirlo.» Cazzo! Ma cos'era quella calma? Quell'espressione da crocerossina, chiusa in un'infermeria da campo, coi paraocchi sulla guerra che imperversava attorno a noi?! «Qui non posso fare molto. Devi chiamare sua madre o portarlo al Pronto Soccorso» mi comunicò piatta.

«N-no» parlò Jamie, la voce supplichevole. Aprì gli occhi, rivelando una patina giallognola attorno alle iridi azzurre segno che per oggi non si era ancora fatto, e che l'astinenza contribuiva a rendergli insopportabile il dolore. «Nessuna delle due.»

«Zitto ragazzino! Qui sono io che decido.»

«No!» si impuntò, e stavo per tirargli una sberla quando aggiunse: «Chiama Derek... per... per favore.»

«Non esiste» dissi serio. «Ho l'obbligo di avvertire i tuoi, sei minorenne.»

Ecco, bravo Dixon! Ripetitelo ancora e sentiti il Re degli stronzi per aver accettato questa buffonata!

A quel punto Melissa mi guardò, e il suo atteggiamento la diceva lunga sulla cazzata che stava per sputare la sua lingua odiosa.

«Fai come dice, Ty. Non è così grave e Derek è sicuramente più vicino di sua madre... avremo il tempo di chiamarla una volta che lui sarà arrivato.»

«Questa... cosa...» ripiegai le labbra furioso. «Non...»

«Fallo e basta, Tyler!» mi ordinò lei come se non avesse ascoltato una parola di quello che avevo detto. «Non fare il bambino» soggiunse con la solita insopportabile scontatezza.



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