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lavoro pubblicato martedì 3 maggio 2016
ultima lettura giovedì 20 giugno 2019

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Alyssa la Nera (parte 2)

di blaze. Letto 383 volte. Dallo scaffale Fantasia

Tornava in silenzio all’accampamento. Il suo volto era più cupo del normale, il suo sguardo più truce. E già non era famosa come una persona allegra. I soldati del suo esercito la chiamavano “la Nera”, e tutti, pe...

Tornava in silenzio all’accampamento. Il suo volto era più cupo del normale, il suo sguardo più truce. E già non era famosa come una persona allegra. I soldati del suo esercito la chiamavano “la Nera”, e tutti, perfino lei, erano d’accordo sul fatto che le calzasse a pennello. Era la perfetta sintesi della sua personalità e del suo aspetto fisico. Lei cercava sempre colori scuri per il suo parco abbigliamento, e scuri erano anche i suoi occhi e i suoi capelli, in aperto contrasto con il perenne pallore della sua carnagione. In prossimità dell’accampamento Veneeki i soldati depredavano i cadaveri di tutto ciò che di valore ancora gli rimanesse, si sarebbero spinti anche più lontano. Atri soldati radunavano i prigionieri. “Fottuti bastardi…”.
Quando Emory, il Supremo Generale, le aveva affidato il comando di un intero battaglione proprio nella battaglia che sembrava essere quella decisiva credeva di stare sognando. Mai si sarebbe aspettata un onore tale. Cob era stato orgoglioso di lei, lo capì dal suo sguardo. Giurò sugli dèi che avrebbe adempiuto al suo compito nel migliore dei modi, anche a costo della vita. E in quella battaglia sola, uccise più nemici che nel resto della guerra. Tutto il suo battaglione combatté bene, le perdite furono poche, e i risultati importanti. La guerra non si sarebbe potuta concludere in modo migliore. Poi vide lui.
“Nostro padre è morto con la spada in pugno. Una morte degna di lui, Alyssa”. Agatha singhiozzava mentre parlava. “Io stessa l’ho visto decapitare con un colpo solo il Principe Odeki quando questi l’aveva già…trapassato…” Cob era lì a terra, le lacrime disperate di sua figlia che bagnavano il suo volto esangue.
Era quasi ironico come proprio quando credeva che Odeki avesse finalmente pagato tutti i debiti nei suoi confronti, adesso saltasse fuori questo. Guardando i prigionieri desiderò di poterli squartare vivi tutti quanti, a uno a uno. “Alyssa!” Era Danny Smorfia “Mi dispiace molto per tuo padre, Giada mi ha appena riferito. E’ stata una morte gloriosa, dovete esserne fiere!” Sorridendo leggermente accentuò la cicatrice che le deturpava il viso e che le garantiva il suo soprannome. Sarebbe stata una bella donna, se non fosse nata con il labbro leporino e se l’operazione che ne seguì non fosse stata un fallimento totale. “Grazie…” accennò lei, ma senza che il commento le fosse di alcun aiuto. La Nera la superò senza aggiungere altro. Certo, la morte di Cob sarebbe stata ricordata e onorata per molto tempo, ma era troppa la rabbia che sentiva in corpo per farsene una ragione. Più avanti incrociò altri che conosceva che calarono la testa al suo passaggio in segno di condoglianza, e lo stesso face lei nei confronti di chi sapesse avere subito perdite. Ma nella sua mente vedeva solo lui, il suo viso fiero appena prima di quella battaglia. Se solo avesse potuto vederla adesso…
A un tratto la sua attenzione fu catturata da una ragazza fra i prigionieri, più o meno della sua stessa età, un fagotto urlante stretto tra le braccia. Affidò il suo cavallo a un giovane scudiero e si avvicinò. Quando la distanza di sicurezza fu superata un giovane della stessa età si frappose. “Mia signora, ti prego! Fai quello che vuoi a me, ma non fare del male a mia moglie e a mio figlio! Ti imploro! E’ nato all’alba!” Senza battere ciglio, Alyssa passò oltre. Guardò la madre, nel volto atterrito una supplica silenziosa. E poi il figlio, che piangeva e si dimenava. Alyssa tese le braccia. “Dammelo”
La ragazza lo strinse ancora di più a sé. “No, ti prego!…”
“Non gli farò alcun male” disse lei, i suoi occhi totalmente inespressivi. “Dammelo” ribadì con voce ferma. La ragazza non ebbe scelta. Con mani tremanti affidò il figlio alle fredde braccia di Alyssa. Lo guardò. In fondo i bambini le erano sempre piaciuti, anche se lei non piaceva mai a loro. Riuscivano sempre a farle tornare il buon umore. Difficile a credersi, per una conosciuta come “la Nera”. In quel momento si avvicinarono Karl, il marito di Giada, e il suo fedele amico Morris, detto “il Brutto”, e non a caso. Avevano seguito la scena. Anche loro guardarono il bambino.
“Certo che si potevano impegnare un po’ di più, questo è più brutto della fame!”
“Sicuro che non sia tuo figlio, Morris? Sai, ti somiglia proprio tanto!”
Tutti quelli a portata d’orecchio si piegarono in due dalle risate. Alyssa rimase perfettamente impassibile.
“Me lo ricorderei se mi fossi scopato una capra o una Odeki!”
In quel momento sopraggiunse anche Giada, che nonostante i due mesi di gravidanza aveva comunque combattuto l’ultima battaglia accanto alla sua famiglia. Sorrise in direzione del bambino. “Dicono che i figli sono degli esperimenti! E’ difficile che vengano su bene al primo tentativo!”
“Ma da che pulpito! Tua sorella maggiore ti supera in tutto!” fece per punzecchiarla suo marito.
“Ah, beh, se fosse così, avresti benissimo potuto sposare lei, ma sapevi chi era la migliore delle due!” rispose lei, per nulla risentita.
“Non ha importanza” rispose Alyssa, senza smettere di fissare il bambino, che finalmente pareva essersi quietato. “Sarà perfetto”. La sua ultima frase fu un sussurro. “Ditemi, è nato all’alba, come ho sentito?”
“Si, mia signora, proprio quando la tromba di battaglia aveva finito di suonare”
“E che nome gli avete dato?”
“Kenji, mia signora, era il nome di mio padre.” Il suo atteggiamento era di totale sottomissione, ma la sua voce tradiva una rabbia feroce.
Alyssa notò con piacere che il bambino le si era addormentato tra le braccia.
“Molto bene”. Fece per voltarsi, ma ci ripensò. “E voi come vi chiamate?”
“Io sono Lucas, mia signora, e lei è Lylan”
“D’accordo. Lucas, Lylan, gli dirò i vostri nomi, quando sarà grande abbastanza”
“No, mia signora, ti prego! Aspetta!..”
Si sentì chiamata, implorata, ed infine anche maledetta, ma non si voltò. Per il loro bene, ovviamente.
Aveva ottenuto i suoi frutti dalla guerra, in un modo o nell’altro. Alyssa ripensò al suo nome “Kenji, eh?” Un nome degno senz’altro di un contadino Odeki, ma in nessun modo degno di suo figlio. “Cobham”. Eccolo, quello era il suo nome. Guardò ancora, stavolta fieramente, il neonato dormiente. “Ti chiamerai Cob”.


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