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lavoro pubblicato martedì 3 maggio 2016
ultima lettura giovedì 17 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il Nous

di walbrasky. Letto 396 volte. Dallo scaffale Fantasia

Si tratta della seconda parte di un romanzo scritto in quattro. In un futuro non troppo lontano, viene colonizzato un pianeta. Un giovane profeta porta una nuova religione. Pubblico l'incipit.

Esperia: Lev e il Nous

Lev se ne stava, tutto sudato, seduto sul pontile. Gli mancava il fiato e non era per la corsa.

La consueta attività ad Asa-Usta gli era aliena. Non un pensiero in testa, solo un ronzio d’insetti. I piedi nell’acqua erano baciati da una miriade di pesciolini. Li tolse, anche i pesci lo infastidivano. La scatola era rimasta nella sua stanza, SQUID l’aveva chiamata il ragazzo che gliel’aveva venduta a Concordia City. Era una scatola magica, capace di registrare i pensieri, le sensazioni, le esperienze insomma. Era stata trafugata durante l’esodo, conteneva la registrazione fatta da un professore di storia, morto sulla Terra durante la pandemia. Assolutamente irresistibile per un curioso come lui.

Accidenti alla curiosità! Non c’era nessuna registrazione, una volta indossata la calotta neuronica, una voce, no non una voce, un pensiero si era rivolto direttamente a lui. Aveva pensato a uno scherzo, ma quel ragazzo non lo aveva mai visto. Qualcuno della comune, tra i perfidi ingenui dei suoi coetanei? Ma figuriamoci, non riuscirebbero a trovare l’acqua nel lago. Lentamente si stava calmando, il cuore rallentava, ma non riusciva a dare un senso a quello che aveva sentito.

La voce, no il pensiero … l’entità, il “Nous”, lui, o forse lei (sembrava femminile) si era definita così. Insomma quella cosa lo conosceva molto bene, intimamente. Troppo bene. Si era strappato la calotta di testa, catapultato fuori e tuffato nel lago. Dopo qualche bracciata un movimento brusco, a qualche metro da lui, l’aveva convinto a un rapido dietro-front. Allora aveva iniziato a correre, aveva fatto tutto il giro del lago.

Io sono Pneuma e Logos, sono il Nous”, continuava a sentirlo in testa. Forse parlarne con qualcuno gli avrebbe fatto bene. Ma con chi? Chi gli avrebbe creduto? E poi, questo ne avrebbe parlato con altri, e Lev sarebbe diventato lo zimbello del paese. Poteva far sentire anche agli altri la voce nella scatola. Ma la voce aveva parlato direttamente a lui, sapeva cose che aveva soltanto pensato. Forse ad altri non parlava. Certo se lo avesse detto a sua madre, anche credendolo pazzo, non l’avrebbe detto a nessuno. Ma non era la persona giusta, era sicuro, raccontarlo a sua madre non gli avrebbe fatto bene. L’ansia gli aveva ripreso la gola.

Forse a Cinus, si fidava di lui, da quando aveva dato suo padre per perso, era quello su cui contare. Lui e Irene erano una bella coppia, solida, disponibile. Non avendo figli erano sempre pronti a dare una mano ai ragazzi. Erano pragmatici, forse anche troppo, era questo il problema. Se l’avesse raccontato a Cinus si sarebbe preoccupato, inevitabilmente ne avrebbe parlato con sua madre. Magari poteva fare un tentativo, gli avrebbe fatto vedere la scatola, indossare la calotta e vedere se parlava anche a lui. Avrebbe fatto finta di aver preso una fregatura, non gli avrebbe raccontato quello che aveva sentito lui.

Rincuorato da quella decisione si sentì molto meglio, si alzò e si avviò in paese alla ricerca dell’ex forzato.

Cinus era sdraiato in terra, sotto una macchina per dissodare il terreno. Il cielo basso era carico d’umidità, il caldo accorciava il respiro. Nello smontare un tubo il liquido gli gocciolava addosso e l’arnese continuava a sgusciargli di mano. L’ex forzato ed ex poliziotto si sfogava con una serie d’imprecazioni fantasiose.

- Porco Wildor sodomita … Marc Hjonne boia … accidenti a tutti gli xadish …

Non era soltanto la difficoltà del lavoro, tutto inzaccherato com’era si sentiva appiccicoso, come se si fosse rotolato nel miele.

- Ciao Cinus, hai bisogno di una mano?

La voce di Lev gli arrivò come da un altro pianeta.

- Sdraiati qui e tieni il tubo, così posso lavorare con due mani.

Lev, incurante del fango, si sentì sollevato. Non era bravo a raccontar balle, in quella posizione non sarebbe stato costretto a guardarlo negl’occhi.

- Sai ero venuto a cercarti perché volevo farti vedere una cosa.

L’uomo prese un recipiente e lo mise fra se e il ragazzo.

- Ah si? E cosa? – disse mentre, con un ultimo sforzo, riuscì finalmente a staccare il tubo – Una nuova specie d’insetto?

- No uno SQUID.

- Uno SQUID? L’ultima volta che ne ho visto uno tu non eri ancora nato. Hanno ripreso la produzione anche su Esperia?

- No, cioè non credo. L’ho comprato al mercato della city, il tizio che me l’ha venduto ha detto che era di un professore universitario. Ho pensato potesse essere interessante.

- Ma che c’è, non funziona?

- Non lo so, forse non sono buono io, a farlo funzionare.

- Okay, dopo gli darò un’occhiata.

Finito il lavoro sul mezzo agricolo, e dopo aver fatto una bella doccia, Cinus si presentò da Lev per esaminare l’oggetto misterioso. Era della marca più diffusa sulla Terra, per l’ex contabile fu un tuffo nel passato.

- Se indossi la calotta, tocchi qui e chiudi gli occhi, vedrai l’insieme delle registrazioni. Che in questo SQUID non ci sono.

Il ragazzo, nonostante se lo aspettasse, ci rimase male. Soprattutto per le implicazioni.

- Ti aspettavi ce ne fossero?

- A dir la verità si. Il tipo che me l’ha venduto me l’ha lasciato intendere. Speravo ci fosse qualche lezione.

- L’hai pagato molto?

- Per le mie finanze si.

- Se vuoi te lo posso ricomprare io. Può essere utilizzato in tanti modi. - I ricordi di Cinus si avviarono automaticamente. In particolare gli venne in mente la registrazione della prima scopata di una ragazzina, non fu un’esperienza piacevole, come invece si aspettava. – Toccando qui puoi registrare le tue esperienze, farle registrare a qualcun altro, e poi riviverle. Secondo me hai comunque fatto un affare.

- Va bene, mi hai convinto, penso che me lo terrò e proverò a usarlo.

- Qualche volta però, me lo devi prestare.

- Okay.

Gli rispose il ragazzo distrattamente, i suoi pensieri erano già partiti per la tangente. A mala pena salutò l’ex forzato che si congedava. Quindi aveva avuto un’allucinazione, c’era qualcosa che non andava nel suo cervello, non aveva bisogno di assumere droghe per avere allucinazioni. O forse no, magari c’erano dei file nascosti.

Sapeva che non era così, la Voce aveva iniziato a parlargli appena indossata la calotta. Fin lì non ci aveva fatto caso. Come aveva detto? Era l’anima collettiva dell’umanità, anche lui ne faceva parte. Poteva evitare di indossare di nuovo quell’aggeggio, ma non sarebbe servito. Di più, non avrebbe resistito a indossarla di nuovo.

Poteva evitare una carneficina.

Non aveva soltanto ascoltato, aveva anche visto. Una collina che si avvitava in alto a spirale, in cima una torre altissima, Babel Hill. Aveva visto una moltitudine terrorizzata, e lui che ne deviava la corsa. La salvava dall’annientamento.

Ma tutto questo non aveva senso. Lui conosceva, per averla vista in olovisione, quella collina. Era il centro direzionale del pianeta, a Hope. Come avrebbe mai potuto guidare una folla, diventare un leader. Non aveva mai lasciato Concordia, era un contadino; no era una follia, un’enormità.

Lei, la voce, il Nous, gli chiedeva di far conoscere la sua natura, lo spirito che tutto include, ciò che aveva visto. Per meglio dire ciò che aveva percepito, un flusso ininterrotto d’idee, di voci, colori e forme in continua trasformazione. Nemmeno nella Biblioteca di Babele si sarebbero trovate le parole per spiegarlo. Non sarebbe mai riuscito a farsi ascoltare.

Non poteva ma doveva, era così che si sentiva.

Mentre pensava, camminava. Era arrivato nella piazza, al centro del paese, dove si affacciavano il refettorio, la scuola, la biblioteca e i laboratori di falegnameria e tessitura. A sua volta la piazza si affacciava sul lago e un pontile era la sua propaggine nell’acqua. Proxima Centauri era ormai vicina all’orizzonte e l’azzurro del cielo era sempre più scuro. Katrin, sua madre, era sul pontile con un gruppo di visitatori e stava indicando loro una nube colorata, che raddoppiava la sua immagine nello specchio d’acqua.

- Guardate – diceva ai propri interlocutori – che bisogno abbiamo dell’intrattenimento dell’olovisione, quando possiamo avere simili spettacoli. Ovviamente non è una prerogativa locale, anche altrove si può ammirare il tramonto, ma qui c’è un’osmosi più profonda con la natura.

Nel gruppo, una decina in tutto, i più la guardavano con scetticismo. Nell’ultimo anno, probabilmente anche a causa dell’aumento della disoccupazione, era aumentata molto l’immigrazione su Concordia. I nuovi arrivati erano mal tollerati dai coloni, che li indirizzavano verso Asa Usta. Katrin li avrebbe accolti tutti, senza riserve, ma si rendeva conto che ciò avrebbe distrutto gli equilibri della comunità. Allora aveva deciso di fare una specie di corso ai nuovi venuti, così da spiegargli come si svolgeva la vita nella comune. Non tutti erano disposti ad accettare una vita, che poteva apparire quasi monastica.

- Vi posso dire questo: da noi le malattie sono cosa rara. Ovviamente chi vive qui rinuncia agli inutili gadget caratteristici delle metropoli, ma io penso che sia poca cosa in confronto alla serenità, all’armonia, che si respirano qui.

Nel frattempo il gruppo si stava dirigendo verso il refettorio, Katrin vide suo figlio e gli fece cenno di avvicinarsi.

- Fai un salto da Jan, Helga se n’è andata di nuovo.

Jan Kiriov era uno dei docenti della scuola. Helga, la sua compagna, era sicuramente la donna più chiacchierata del posto. Non era nuova alle sparizioni, mal tollerava la vita ad Asa Usta e ogni tanto se ne andava in “vacanza”. Stava via una settimana o due, tornava molto rilassata e sempre con un vestito o un accessorio all’ultima moda. Il fatto è che partiva sempre senza un credito in tasca e questo generava una montagna d’illazioni. Lev si sentiva a disagio con lei e con suo figlio Serge, che gli somigliava tanto. Ma solo nell’aspetto però, perché di carattere non potevano essere più diversi. Serge era estroverso e infido, aveva pensato a lui quando aveva considerato la possibilità di uno scherzo con lo SQUID. Lev era sicuro che presto Serge avrebbe lasciato il villaggio per sempre. Arrivato a casa Kiriov lo trovò seduto in veranda.

- Ecco il figlio più stupido di Wildor – l’apostrofò Serge appena lo vide – nostro padre mi ha promesso un buon lavoro in banca, e una villetta vista mare a Enarkè. Il mese prossimo inizio il corso di formazione. Poi verrò qui col mio scooter turbojet a farti rabbia.

- Mi fai un’invidia! Gli rispose con un sorriso sornione.

- Ma tu non sei venuto qua a farti prendere per il culo, sei venuto a consolare quel cornuto del mio patrigno. Poverino, di nuovo abbandonato. Mia madre si, che si sa godere la vita, mica come voi ipocriti.

- È inutile che ti risponda. Siamo cresciuti insieme, ma sembra si venga da pianeti diversi. È in casa Jan?

- Ma si, è a piangere da qualche parte il coglione.

Lev trovò il professore seduto su una poltrona, lo sguardo nel vuoto e un bicchiere in mano. Stava trangugiando un liquido giallo, che Lev non conosceva, ma di cui immaginava la natura.

- È serenella quella?

- Eh già, l’ha lasciata qui. Helga di solito non fa un passo senza le sue droghe. Invece questa l’ha dimenticata. Strano, molto strano. Ma io lo sapevo che c’era qualcosa che bolliva in pentola. Negli ultimi due giorni è stata appiccicata fissa al suo terminale. L’ho sentita di sfuggita che nominava Hope, doveva parlare con Keittel, con nessun altro è così gentile. Questa volta non torna, me lo sento. Stamattina era giuliva, era carica. Non è mai così. Quando, nel pomeriggio, sono tornato a casa ho chiesto a Serge se sapeva qualcosa di sua madre, mi ha detto di no, ma la sua faccia diceva il contrario. Non ritorna, te lo dico io, questa volta l’ho persa per sempre.

Lev pensò che poteva essere l’inizio di una nuova vita per il suo professore di fisica e matematica, ma non disse niente.

Nel refettorio erano a tavola poco più della metà degli abitanti di Asa-Usta, i più convinti dell’importanza della condivisione. Al tavolo centrale Katrin intratteneva gli ospiti. Stava spiegando loro il funzionamento dei vari servizi, di come venivano assegnati i ruoli, di quanto fosse importante la discussione per il mantenimento dell’armonia.

- Certo non tutti riescono ad adattarsi a questo tipo di vita. C’è chi si sente soffocare da tutta questa condivisione. Ma ci sono anche spazi privati, come vedete non tutti consumano i loro pasti nel refettorio.

Alla fine della cena soltanto una coppia sembrava decisa a trattenersi alla comune, gli altri sarebbero tornati a Concordia City l’indomani.

Katrin, una volta congedati gli ospiti, andò da suo figlio, che era stato tutta la cena in disparte, cogitabondo.

- Cosa ti turba?

- Niente mamma.

- Ehi non penserai mica che ci creda? Sei stato tutta la sera in disparte, con lo sguardo fisso nel piatto. Pensi che non me ne accorga quando c’è qualcosa che ti preoccupa?

Lev fece un lungo sospiro, coi gomiti sul tavolo appoggiò i palmi delle mani sul viso e rimase così, per qualche secondo in silenzio. Poi alzò la testa e guardò sua madre negl’occhi.

- Hai ragione, qualcosa è successo. Pensavo di tenermelo per me, almeno per il momento. Ma non riesco a nasconderti niente, hai delle antenne sensibilissime quando si tratta di me, Gioia e Izak.

- Si chiama istinto materno, roba da donne.

- Eh no, l’intuizione non è una prerogativa femminile. Almeno secondo il Nous.

- Secondo chi?

- Il Nous, è la cosa che mi preoccupa.

La donna strinse gli occhi, guardò suo figlio perplessa, ma non disse niente.

Con un gesto della mano l’invitò a continuare.

- È difficile, per questo non te ne avevo ancora parlato. Non riesco a crederci neanch’io, per cui non so se mi crederai. – lo sguardo di Katrin si fece più preoccupato - È una cosa che riguarda la metafisica, se vuoi la religione.

- Madonna m’avevi fatto preoccupare. Se mi vuoi dire che non sei credente … ma tu sai già che questo non sarebbe un problema. Che c’è dunque?

- Mi ha parlato il Nous.

- E sarebbe?

- L’anima del mondo. Penso che tu lo potresti chiamare lo Spirito Santo.

- Cioè Dio? Ti avrebbe parlato Dio?

- Non esattamente, non è come immagini te.

- Aspetta. Aspetta un attimo. - Katrin non sapeva più da che parte guardare – Non stai parlando sul serio.

- Te l’avevo detto che non mi avresti creduto.

Rimasero qualche secondo in silenzio, Lev guardava sua madre, Katrin si riprese lentamente, alzò la testa e lo guardò. Suo figlio era una persona serena, affidabile e generosa, era orgogliosa di lui.

- Non è che hai voluto provare qualche sostanza allucinogena?

Lev si mise a ridere.

- No, ti assicuro di no.

- Okay, comincia dall’inizio.

- Come sai ieri sono stato a Concordia City. Al mercato c’era un tizio che vendeva souvenir terrestri. Tra le altre cose aveva uno SQUID, sai cos’è?

- Sì, ne ho sentito parlare, ma non l’ho mai usato.

- Il tizio mi ha detto che era di un professore universitario, il che mi ha incuriosito. Insomma l’ho comprato e dopo pranzo l’ho provato. Appena ho messo la calotta in testa una voce ha cominciato a parlarmi. Sulle prime ho pensato fosse una lezione del professore, sembrava come se leggesse da un libro sacro, il tono era quello. Io mi sono lasciato trasportare, nell’ascolto ad occhi chiusi, ero contento perché l’argomento era interessante. Era, almeno sembrava, il catechismo di una religione che non conoscevo. E con te, sempre alla ricerca di un’etica e una spiritualità condivisibili, ne ho conosciute. Ascoltando mi tornavano in mente le discussioni fra te e papà, la tua fede e il suo raziocinio. Il Nous sembrava dare ragione a lui: la perfezione non esiste, se esistesse tutto si fermerebbe.

- Aspetta un attimo, che vuol dire che tutto si fermerebbe?

- Mamma, tieni a mente che non sono parole mie. Lei (perché la voce era femminile) diceva che il motore dell’universo non è un Dio perfetto, ma le contraddizioni, e la ricerca della perfezione. Che però non può essere raggiunta, forse soltanto in qualche atto. A quel punto è successa una cosa strana, di cui io non mi sono accorto subito: io ho cominciato a farmi delle domande e la voce ha continuato, senza interruzioni, di fatto, rispondendo ai miei pensieri. Ma, come ti ho detto, non l’ho capito subito, perché continuava la sua esposizione, coerentemente. Ha fatto degli esempi di fisica per spiegare il concetto: l’acqua si muove se c’è un dislivello, una carica elettrica se c’è una differenza di potenziale. Una persona si impegna se ha qualcosa da raggiungere, se fosse perfetta potrebbe anche morire.

- Potrebbe dare il suo amore agli altri.

- Si, l’ho pensato anch’io. È su questo pensiero che ho cominciato ad avere dei sospetti. Ho notato una certa discontinuità nell’esposizione, non c’è stata una risposta diretta ma … ho intuito qualcosa. Mamma tu non sai quanto mi sta facendo bene parlarne, figurati che fino a qualche ora fa pensavo il contrario.

Katrin si alzò, girò intorno al tavolo e l’abbracciò.

- Vuoi continuare il racconto o per ora basta così?

- No no, continuo, mi serve anche per fare chiarezza nel groviglio che ho in testa. Fino a quel momento ero abbastanza distaccato, ma poi l’emozione ha preso sempre più forza. Alla fine mi ha travolto, ho buttato la calotta e sono scappato.

Katrin lo strinse forte a se.

- Ci credo bambino mio!

- Insomma, continuando il racconto: il Nous ha continuato spiegando l’impossibilità della perfezione. Se l’universo diventasse perfetto un ci sarebbe più moto, imploderebbe. Ovviamente mi sono venute alla mente un sacco di domande tutte insieme: allora hanno ragione i malvagi, allora è più conveniente fare del male, è più facile. “Tu sai che non è così” mi ha risposto il Nous, “Ti ho detto che sono l’anima dell’universo, di cui anche tu fai parte. Quello che ogni individuo fa agli altri lo fa anche a se stesso”. Ero paralizzato, ormai era evidente che parlava a me. A quel punto ha smesso di essere una voce, ho cominciato a vedere una serie d’immagini. Si è mostrato come un vortice, di colori, suoni, volti e io sono stato risucchiato dentro. Non riesco a spiegarlo meglio. Poi ne sono uscito, ero a Hope, ai piedi di Babel Hill. Di fronte a me una fiumana di gente spaventata, mi avrebbero travolto ma io non fuggivo. Fermo in mezzo alla strada alzavo le mani e la mandria rallentava. Poi imboccavo una strada laterale e mi seguivano. È tornata a parlarmi la voce: “Questa Lev è la tua missione”. Non ho più retto, sono scappato.

La madre, di nuovo, strinse a se il figlio. Rimasero così, in silenzio un bel po’.

Quando Katrin alzò lo sguardo rimase un attimo a osservarlo.

- Mi sembri troppo tranquillo. Io al posto tuo avrei un’agitazione incontenibile.

- E così mi sentivo quando sono scappato. Poi ho nuotato, ho corso, mi sono stancato e mi sono un po’ calmato. Ora, dopo aver parlato con te, è subentrato il fatalismo. Sarà quel che sarà. Tu mi hai insegnato ad accettare ciò che la vita ci riserva, parlarne con te mi ha tranquillizzato.

Katrin, per la prima volta in vita sua, si concesse qualche lacrima di fronte a suo figlio.

- Che cosa pensi di fare adesso?

- Non lo so, penso che seguirò l’istinto. In fondo penso sia questa l’unica cosa da fare.



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