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lavoro pubblicato domenica 1 maggio 2016
ultima lettura domenica 23 giugno 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Durn's Adventure Part 1

di TheUndying. Letto 2423 volte. Dallo scaffale Fantasia

Prima parte del mio primissimo scritto. Pubblicherò piano piano ogni pezzo. La divisione non sarà per capitoli in quanto ancora non c'è nulla di deciso. Sono molto curioso di sapere cosa ne pensate.

Faceva caldo, molto caldo.
Troppo caldo, pensò girandosi nel dormiveglia.
Spalancò gli occhi. Decisamente troppo caldo.
La luce del giorno costrinse dietro le palpebre lo sguardo del giovane, che però non esitò a fare un altro tentativo, cercando di abituarsi al sole abbagliante di quel nuovo giorno.
Aveva vissuto per anni sulle fresche colline di Konigsberg e ora stava a pancia in giù, con la faccia sporca di terra marrone-arancio, troppo arida per essere quella della sua collina.
Si alzò e si guardò intorno infastidito dal caldo soffocante. Quelle che vide furono facce poco amichevoli. Orchi?! Il sangue nelle sue vene iniziò a gelare: improvvisamente la temperatura non era più un problema. Lui non aveva nulla contro gli orchi, ma il padre gli aveva sempre augurato di non dover avere a che fare con uno di loro, ed ogni volta che ne parlava si formava una piccola ruga sulla sua fronte e assumeva un'aria cupa e pensierosa, quasi malinconica.
Ora si stavano fissando. Capelli scuri, barba scura, occhi piccoli simili a due scarafaggi luccicanti incastonati sotto sopracciglia molto folte. Corporatura da orco, o almeno come si era sempre immaginato dovessero avere gli orchi. Non era più alto di lui ma sembrava un concentrato di malvagità. Chi è buono a questo mondo? pensò, ma quell'orco sembrava essere in grado di uccidere senza difficoltà alcuna lui e tutti coloro che lo circondavano e che, notò, erano anch'essi orchi.
Studiò accuratamente l'ambiente: si trovava su un terreno desertico molto polveroso e privo di vegetazione. Attorno a lui si ergevano pochi edifici disposti a cerchio tra cui larghi spazi mostravano roccia viva appartenente ad una parete semicircolare molto vasta, che sorreggeva e ospitava tutte le costruzioni presenti. Per terra alcuni sentieri delimitati da pietre disposte grossolanamente in fila una dietro l'altra confluivano in un viale piastrellato che si dirigeva dritto verso la porta dell'edificio più imponente e più decorato.
Quel sito poteva ospitare massimo una trentina di persone, che al momento si erano riversate tutte in strada per vari motivi: chi parlottava sotto un gazebo, chi concludeva un affare, chi entrava o usciva dall'edificio principale e chi, di sottecchi, scrutava il nuovo arrivato.
Il giovane aveva guardato le facce dei presenti una ad una, nella speranza di un'ancora di salvezza, quale un volto amichevole, ma niente di ciò che aveva visto gli ispirò fiducia. Però, ad un certo punto, poté tirare un sospiro di sollievo: non molto lontano, vicino a due orchi, c'era un troll, un altro troll, come lui, accovacciato su un tappeto in un modo che apparteneva inconfondibilmente a quelli della loro specie.
Era salvo: seppure in mezzo ad un'altra razza il suo simile non sembrava minacciato, bensì tranquillo e a proprio agio.
L'orco che lo stava fissando si avvicinò e schiarendosi la gola, con voce profonda: <Buongiorno eh! Mi dispiace, sei in ritardo per la colazione> disse, stampandosi in faccia un'espressione di finto dispiacere. <Beh, io sono Kantuk, e non ho intenzione di mangiarti> rise. Probabilmente aveva notato la preoccupazione sulla faccia del troll. <Non c'è bisogno che mi dica il tuo nome, Durn, sei abbastanza noto ad alcuni di noi>. Il troll fece per aprir bocca e riversare addosso a Kantuk migliaia di domande, ma lui, intuendo cosa si agitasse nella mente del troll, alzò una mano per fermarlo e lo anticipò: <C'è un tempo per tutto e ce ne sarà uno per le tue domande. Ma ora dubito che la terra che hai mangiato questa notte ti abbia sfamato, per cui vieni a casa mia, vedrò di trovare qualcosa da farti mettere sotto i denti>.
Durn esitò: un orco (non aveva dimenticato gli avvertimenti del padre riguardo a quella specie feroce e violenta), sconosciuto e misterioso, gli aveva appena chiesto di seguirlo in un posto probabilmente meno visibile. Era pericoloso, o quantomeno avventato. Ma il pensiero tornò a quel che gli era stato detto poco prima, e la curiosità di sapere come mai altri orchi, oltre a quello che lo stava invitando a colazione, lo conoscessero, mentre lui non sapeva nulla riguardo a loro, si faceva sempre più forte ed esplose nella sua testa l'idea di un suo potenziale coinvolgimento con quella razza che credeva lontana anni luce dalla sua.
Così lo seguì.
Doveva accorciare continuamente il passo per non superare la massiccia figura davanti a lui. Si sentiva estremamente confuso e avrebbe voluto fare milioni di domande, ma effettivamente il richiamo dello stomaco si faceva sentire. Senza considerare che aveva la bocca impastata dalla polvere e dal caldo ma soprattutto dall'ansia di dover affrontare una realtà tutta nuova. Il brontolio crescente e l'ansia incessante, però, non gli impedivano di riflettere su tutto quello che era avvenuto.
La sera prima si era sicuramente addormentato nel suo letto, a chissà quanti chilometri di distanza. O forse no, forse era più vicino a casa di quanto non osasse sperare.
In ogni caso, la conformazione del terreno suggeriva che stava camminando al di fuori di Konigsberg, in un'area molto più vicino alla capitale, che sapeva essere situata in un lembo di terra arancione completamente deserto, come narravano i racconti del padre sulla straordinaria città di Rasitat.
Era dunque in prossimità della capitale? Ed era forse questo ciò che si celava al di là delle montagne che circondavano Konigsberg?
Durn si poneva tutte queste domande solo per evitare i quesiti principali: per quale motivo Kantuk conosceva il suo nome? Era davvero 'famoso' fra quella gente? E soprattutto, se sì, per quale motivo?
All'inizio della camminata non voleva perdersi niente di quella landa mai calpestata da lui prima di quel momento, ma le elucubrazioni lo distolsero così tanto dalla realtà che andò a sbattere contro Kantuk che stava aprendo la porta di una casa abbastanza rudimentale, di legno, con tetto di paglia e decorata con simboli e disegni a lui sconosciuti.
<Tieni i piedi per terra, ragazzo mio!> esclamò l'orco. <Rimanere legati alla realtà aumenta la probabilità di sopravvivenza: hai appena urtato un orco senza chiedere scusa. Se non fossi figlio di tuo padre saresti già diventato mangime per maiali>.
Ennesima frase enigmatica. Il ragazzo ne aveva abbastanza, così esplose: <Basta fare il misterioso! O parli chiaro, o taci!>
Le parole gli erano sfuggite di bocca. Era nei guai, e lo sguardo di Kantuk lo confermava. Per un istante che durò un'eternità i due si fissarono profondamente. La tensione era palpabile e a dividerli c'era solo l'uscio di casa. Durn era abbastanza vicino da poter essere raggiunto con un balzo, nonostante l'altro fosse dotato di gambe straordinariamente corte. Ad un tratto, con grande stupore del troll, l'orco scoppiò in una risata incontrollabile, tanto che dovette tenersi la pancia e, facendo entrare l'ospite, disse: <Hai fegato, ragazzo mio! Non sei stupido come tutti i troll allora>.
Durn, risentito, voleva rispondere a tono, e per farlo soppesò e misurò accuratamente ogni parola: <I troll non sono stupidi, sono solo chiusi al dialogo e poco disponibili>. <Beh, tu non sei così, dico bene?> rispose l'orco, ammiccando.
Quella casa era davvero strana secondo il troll: le pareti erano spoglie, fatta eccezione per un mobile dal quale Kantuk trasse un'enorme pagnotta di pane, un grande pezzo di formaggio e una brocca di succo d'acero, insieme a piatti e bicchieri. Vi erano due sole sedie attorno al tavolo logoro situato al centro della stanza.
Solo dopo un paio di bocconi, quando il suo stomaco aveva smesso di lamentarsi, Durn si stupì di come tutto sembrasse troppo tranquillo, quasi ovattato.
È così che vivono gli orchi? Interruppe il pasto e improvvisamente chiese: <Questa è casa tua?>. L'orco al di là del tavolo parve sorpreso e rispose <Certo, non vado a mangiare in casa d'altri di solito>.
Durn a quel punto non poté fare a meno di fantasticare su Kantuk:
perché la sua dimora era così poco personale? Era forse un viaggiatore? E poi dov'era il letto? Forse gli orchi non riposavano? No, c'era qualcosa di insolito in quel luogo. Qualcosa di finto.
Il troll aveva tutti i sensi all'erta, nonostante il suo ospite fosse totalmente rilassato. Era arrivato il tempo delle domande, voleva delle risposte. Doveva sapere, aveva sopportato abbastanza allusioni ed era ora di andare dritti al punto.
<Dove siamo?
> chiese, rivolgendo la massima attenzione verso Kantuk, che spiegò: <Siamo nella valle, la valle del Giudizio, o come molti spesso la chiamano, della Sofferenza, anche se non c'è niente che possa arrecare danno in questo luogo. A me piace pensare che sia un luogo di passaggio, una sorta di limbo tra il passato e il destino delle anime che attraversano questa terra>. L'orco vide lo sguardo stupito di Durn e così continuò. <Sì, non sei l'unico che viene portato qui da noi, o meglio non sei l'unico che passa di qui, ma sei il solo che ho prelevato dalla sua capanna personalmente. Tu non avevi nessuno ad informarti dell'esistenza di questo posto, per cui l'unico modo era portarti con la forza. Chi passa di qui lo fa per capire che strada prenderà la sua vita. Ovviamente non tutti quanti, ma una buona fetta di popolazione lo fa>. <Perchè?> chiese, <Cosa c'è di speciale qui?>. Kantuk rimase un attimo in silenzio, quasi stesse anche lui cercando la risposta. Poi parlò: <Qui di speciale ci siamo noi. Noi siamo qui per aiutare chi lo desidera a trovare il suo posto nel mondo. Noi apparteniamo al patto degli eruditi, un gruppo ristretto di persone in grado di leggere il potere all'interno degli altri e comunicarlo loro perché ognuno dia inizio al proprio cammino>.
Durn era totalmente senza parole e non riusciva a formulare la domanda che aveva in mente, così ne fece una stupida che passava per la testa in quel momento: <Noi chi?
>. L'orco scoppiò a ridere e il troll, sentento allentata la tensione, si unì a lui. Quando riprese fiato l'ospite rispose: <Le persone che abitano questa valle, ovviamente> rise ancora, <Tu non sei qui per istruire, ma per essere istruito, e io ho il compito di insegnarti a sviluppare e gestire il tuo potere, nel caso ci sia>.


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