ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.499 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 57.540.171 volte e commentati 55.650 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato martedì 19 aprile 2016
ultima lettura lunedì 6 gennaio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Houston, abbiamo un problema

di FabioInsalaco. Letto 618 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Finalmente, domani la mia missione si concluderà e realizzerò il mio sogno di tornare sulla Terra. Sono un astronauta e da ventisei anni sto viaggiando nello spazio. Partimmo nell'anno 2570 con l'obiettivo di sbarcare su Nettuno, l'ultimo...

Finalmente, domani la mia missione si concluderà e realizzerò il mio sogno di tornare sulla Terra. Sono un astronauta e da ventisei anni sto viaggiando nello spazio. Partimmo nell'anno 2570 con l'obiettivo di sbarcare su Nettuno, l'ultimo pianeta da esplorare nel Sistema Solare. Ci eravamo appena lasciati Marte alle spalle quando una devastante corrente cosmica ci catapultò lontani dalla nostra galassia. Diventammo naufraghi dello spazio e vagammo senza meta per dodici interminabili anni. Il cibo non fu mai un problema, con appena un grammo di Stricknher andavamo avanti per mesi. Nemmeno la questione del carburante ci dava noia, dato che il nostro mezzo si autoalimentava. L'unico dilemma era stabilire in che punto dell'universo ci trovassimo, in modo da recuperare la strada di casa: non fu un compito semplice, calcolammo di essere finiti in un luogo del cosmo estremamente distante dalla Via Lattea. Alla fine del dodicesimo anno, proprio quando il capitano Marduk pensava di aver trovato il modo di riportarci sulla Terra, avvenne l'irreparabile: il guasto ai reattori. I miei sette compagni perirono cercando di sanare il danno dall'esterno. Non c'è dubbio, nel giro di pochi giorni sarei morto anch'io, ma capitai per caso su Vikerness, un piccolo corpo celeste nel sistema bi-lunare di Asgaraard.
Una volta, sulla Terra, un mio collega scienziato mi aveva parlato delle popolazioni bi-lunari come razze estremamente volubili e aggressive. Per questo fui sorpreso nel constatare che gli abitanti di Vikerness erano alieni pacifici. Alti poco più dei terrestri, il loro aspetto, nel complesso, risultava gradevole anche per gli standard umani. La loro tecnologia era più evoluta della nostra, così in poco tempo ripararono il danno alla nave e mi fornirono le coordinate per raggiungere la Terra. Ma a quel punto c'era un problema: ero io a non volermene andare. Mi ero innamorato di una piccola extra-terrestre di nome Lyk. Sapevo che eravamo diversi, ma mi sarei accontentato di esistere al suo fianco. Avrei imparato la sua lingua e sperimentato la vita come nemmeno potevo immaginarla. Alla fine, però, gli altri vikernessiani mi misero di fronte alla realtà: sul loro astro non c'era ossigeno che io potessi respirare. Un giorno le mie scorte sarebbero terminate, e allora sarei morto. Decisi di andarmene, ma prima di lasciare Vikerness presi dalla cosmonave un apparecchio fotografico e catturai la mia Lyk in un'immagine, così da averla con me durante i quattordici anni di viaggio, alla velocità della penta-luce, che mi sarebbero occorsi per rientrare nel Sistema Solare. Abbracciai Lyk, ma lei non capì il senso di quel gesto. Poi ripresi il volo.
Ero di nuovo una nullità nell'immenso spazio oscuro. Mi chiusi nella cabina di comando e stetti li dentro per giorni. Quando mi trovai all'altezza della stella Värgyn, nella micro-galassia rossa di Bødom Nöærth, volli fare un giro d'ispezione della cosmonave. Fu così che, per la prima volta da quando ero ripartito, mi capitò di osservare la mia immagine riflessa in uno specchio. Non potevo crederci: avevo assunto le sembianze di un bambino. Fui scioccato ed ebbi un attacco di panico. Ma poi cercai di ragionare. Le mie riflessioni mi portarono a supporre che l'atmosfera del pianeta Vikerness dovesse avere un effetto svecchiante sugli esseri umani. Capii che se fossi rimasto laggiù sarei ringiovanito così tanto da scavalcare la linea del tempo dalla parte sbagliata. E allora che cosa avrei sperimentato? Mi sarei collocato in una dimensione spazio-temporale precedente alla mia nascita. Ero sconvolto. A quell'epoca dimostravo circa sei anni, ma le mie facoltà mentali erano rimaste intatte. Calcolavo che sarei giunto sulla Terra con l'aspetto di un ragazzo di vent'anni.
E adesso, che mi trovo nei pressi dell'orbita di Urano, e manca ormai un solo giorno al grande rientro, posso dire di somigliare effettivamente a una matricola della facoltà di fisica.
Ho vissuto un'avventura incredibile, ma ora ci siamo. Sono abbastanza vicino per tentare di stabilire un contatto radio con la Terra. Accendo il dispositivo parabolico e parlo:
«Qui Black Star K 811. Houston, puoi sentirmi? Passo.»
«Qui Houston.» mi risponde subito una voce lontana.
«Black Star.» mi dice. «E' questo il tuo nome?»
«Affermativo.» faccio io. «Black Star K 811. Chiedo coordinate per l'atterraggio tra ventidue ore circa.»
Non gli do neanche il tempo di rispondere che riprendo a parlare, più rilassato:
«Houston... non sai quanto sono felice di sentirti... è così tanto che non parlo con un essere umano...»
«Black Star noi non poss...» la voce metallica cerca di dirmi qualcosa, ma sono così eccitato che vado un po' fuori di testa e comincio a parlargli sopra:
«Houston... cara vecchia Houston... ho impiegato gli ultimi quattordici anni della mia vita per tornare a casa... e adesso ci siamo! Ti rendi conto di quello che ho passato? Sono stato un naufrago dell'universo... vedi, Houston... in questi anni, per evitare troppi rischi, ho fatto solo tre soste in totale... tutte su incredibili pianeti sconosciuti all'umanità. Oh, venerabile vecchia Houston, ti mostrerò delle foto eccezionali! Sai, a volte laggiù mi sentivo un po' come il Piccolo Principe... lo conosci anche tu, no? Il bambino di quel romanzo francese scritto più di seicento anni fa... anche lui si spostava da un pianeta all'altro. E poi c'è il fatto che sono tornato bambino per davvero... proprio come un Piccolo Principe... cara Houston... comunque, mi sono annoiato a morte... per passare il tempo ho letto e riletto i manuali tecnici, fatto e rifatto calcoli, riflettuto moltissimo. Sono quasi sicuro di essere impazzito e poi guarito decine e decine di volte. E ogni tanto, vecchia adorata Houston, qualche fenomeno naturale mi ha tenuto compagnia. Ho assistito a inconcepibili esplosioni stellari, durante le quali, per fortuna, il dispositivo anti buco nero ha funzionato bene... e poi, cara Houston...»
«Ascolta!» mi grida Houston dal ricevitore. «E' meglio se parli col capitano!»
Poi sento una voce dura che mi fa:
«Black Star... ma chi sei?»
Dannazione - penso - è passato un sacco di tempo, è normale che non si ricordino di questa missione. Allora gli spiego com'è andata, e infine il capitano si congratula con me.
«Grazie capitano.» dico. «Ho una grande storia da raccontare al mondo. Adesso, però, mi servono le coordinate esatte. Passo.»
La voce del capitano non mi arriva per un bel pezzo. Le mani prendono a sudarmi.
Poi, eccolo di nuovo:
«Black Star... non so proprio come dirtelo... tu manchi da diverso tempo, ma... negli ultimi anni qui sulla Terra... sono successe... certe cose...»
«Quali cose?» faccio io.
Il capitano parla, ma lo sento male.
«Quali dannate cose?!» ripeto, mentre il mio cuore diventa un martello.
Il contatto si interrompe definitivamente.
Vivo le ore successive con inquietudine.
Se potessi correre lo farei.
Nel mentre vedo sfilare Saturno e Marte.
Poi transito accanto a Giove: si trova a un passo da me, il gigante gassoso.
E infine, eccola lì: la Luna.
Sono eccitato... ci siamo.
Diminuisco la velocità di propulsione.
Posso vedere la Terra.
No... non è possibile...
Mi sfrego gli occhi e guardo meglio.
Non cambia niente.
Provo terrore.
Non so che fare.
Non c'è niente da fare!
La radio torna a stridere qualcosa.
Una voce lontana... è il capitano che mi chiede se va tutto bene.
Avvicino le labbra al trasmettitore e l'unica cosa che riesco a farfugliare è una maledetta formula vecchia di secoli:
«Houston, abbiamo un problema.»


Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: